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Crisi governo: crolla il capolavoro del Peggiorista
di Pino Cabras
Crisi di Governo. A Napolitano servirebbe un progetto, ma non ha altro progetto che conservare la poltiglia. Solo che ormai questa poltiglia è polvere pronta a esplodere
La crisi di governo si incrocia da subito con una profonda crisi istituzionale. Beppe Grillo sta già chiedendo perfino le dimissioni di Giorgio Napolitano. Quando il PD e il PDL rielessero il Peggiorista del Quirinale, parlammo di «Vilipendio al Popolo Italiano ». Ci risultava ben chiaro che Napolitano Due avrebbe dato vita a un governo peggiore di quello - già disastroso - di Rigor Montis (il minor economista della nostra epoca, che Napolitano Uno aveva fatto senatore a vita per poi indirizzarlo a Palazzo Chigi). Peccavamo però di ottimismo. Nemmeno certi governi balneari di Giovanni Leone o di Amintore Fanfani al suo crepuscolo avevano congelato in modo tanto miserabile la funzione di governo quanto il governo di Enrico Letta, ora al capolinea.
Perciò la crisi rivela bene quanto siano cadute in basso le cupole delle "larghe intese". Al minimo di azione di governo (un minimo sotto zero), è corrisposto il massimo di fuga in avanti per stravolgere l'assetto della Repubblica. Nonostante la paralisi lettiana, gli "strateghi" del PD e del PDL, rifugiati sotto le vecchie ali del Peggiorista, pensavano infatti di cambiare metà della Costituzione, cioè distruggerla, proprio come piace a JP Morgan .
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Tanto tuonò che piovve
Leonardo Mazzei
«Se ne vadano tutti!» e un bel «vaffa!» all'Europa. Una formula semplice e probabilmente vincente.
Dunque il cerino si è consumato del tutto. Con le dimissioni dei berluscones il classico giochetto del teatrino bipolare italiano, durato addirittura due mesi interi, è giunto al termine. Chi si è scottato le dita? Secondo i più, il solo Silvio Berlusconi. Non siamo d'accordo: se le sono scottate tutti, tutte le forze della maggioranza che hanno fin qui sostenuto il governicchio presieduto da Letta. Ma c'è uno sconfitto che è più sconfitto degli altri. Ed è il sant'uomo che siede al Quirinale.
Egli, con una pervicacia senza limiti, ma certamente sostenuta in sede europea, ha preteso di veder volare gli asini, pensando di poter trasformare il più raccogliticcio dei governi in un esecutivo capace di reggere, di affrontare la crisi, di approvare le (contro)riforme costituzionali.
Il bluff, dietro il quale si manifestava tutta questa presunzione quirinalesca, lo si è visto nell'afoso pomeriggio del 1° agosto. Quel giorno la Cassazione, anziché cassare la condanna al secondo azionista del governo in carica, ha cassato le speranze del presidente della repubblica, che certamente non aveva mancato di esercitare le sue pressioni sui giudici di Piazza Cavour.
Come annotammo a caldo, la vera notizia di quel giorno, più che la stessa sentenza, fu la sconfitta del bis-presidente. E' da quel momento che il conto alla rovescia è iniziato.
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Le città ribelli*
Vince Emanuele intervista David Harvey
Una intervista a David Harvey, geografo e antropologo, il cui ultimo libro si intitola “Rebel cities” (in italiano “Città ribelli. I movimenti urbani dalla Comune di Parigi a Occupy Wall Street”, Il Saggiatore, settembre 2013). David Harvey è professore di antropologia e geografia alla City University of New York. Harvey sarà a Roma il 27 settembre, dove interverrà (alle 17) nell’ambito della settimana di seminari e workshop intitolata “Lotte spaziali”, che si tiene al Teatro Valle occupato (http://www.teatrovalleoccupato.it/lotte-spaziali-una-settimana-seminari-workshop-performance-dal-22-al-28-settembre-2013) e di nuovo il giorno successivo al Nuovo Cinema Palazzo (dalle 18,30)
“Nella prefazione a Rebel cities” inizi descrivendo la tua esperienza a Parigi negli anni settanta: “Edifici giganteschi, strade, edilizia pubblica priva di anima e mercificazione monopolizzata delle strade che minacciava di cancellare la vecchia Parigi… Parigi dagli anni sessanta in poi era semplicemente nel bel mezzo di una crisi esistenziale. Ciò che era vecchio non poteva durare. Inoltre, è anche accaduto nel 1967 che Henry Lefebvre scrivesse il suo saggio fondamentale “Il diritto alla città” (pubblicato in italiano da Marsilio, ndt). Puoi parlarci di questo periodo degli anni sessanta e settanta? Come ti sei interessato al paesaggio urbano? E qual è stato l’impulso a scrivere “Rebel Cities”?
In tutto il mondo si guarda agli anni sessanta, storicamente, come a un periodo di crisi urbana. Negli Stati Uniti, per esempio, fu un periodo in cui molte città importanti si incendiarono. Ci furono rivolte e quasi rivoluzioni in città come Los Angeles, Detroit e naturalmente, dopo l’assassinio di Martin Luther King nel 1968, circa 120 città degli Stati Uniti vissero una inquietudine sociale e azioni ribelli più o meno di massa.
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L'autonomia perduta della sinistra
di Marco Bascetta
Nell'ultimo libro di Mario Tronti «La critica del presente» il lessico politico del Novecento è messo alla prova per definire una sinistra non subalterna. Da qui la critica dell'autore ai movimenti sociali, ritenuti «un'istanza simbolica». Ma così facendo l'obiettivo di una «potenza politica organizzata» rimane una visione
Voci e visioni. È da questa partizione che converrà partire per intendere lo spirito che anima il breve scritto (breve solo quanto al numero di pagine che lo compongono, non certo ai temi che tocca) che Mario Tronti dedica alla Critica del presente (Ediesse, pp. 152, euro 12). Voci, dunque. Non quelle di un dizionario, di un glossario, di un lessico aggiornato della politica. Che dizionari e lessici definiscono, non problematizzano le definizioni. Qui è invece la dimensione della ricerca a prevalere. Non a partire da un vuoto, o dalla pretesa di assoluto del «nuovo», che ha smesso di avanzare e si è prepotentemente accomodato. Ma muovendo dal lato ignoto, irrisolto, divenuto tale o forse mai del tutto compreso, delle «voci» che hanno segnato la storia e la politica del Novecento: Autonomia, Popolo, Stato, Partito, Lavoro, Crisi. È una tonalità, una Stimmung, quasi nietzschiana a pervadere questo scritto, a conferirgli la forza evocativa e, al tempo stesso, frammentariamente perentoria dell'aforisma. La consapevolezza, più lucidamente severa che rabbiosa, di una sorta di indebolimento patologico dell'epoca in cui viviamo, di una soddisfatta apatia su cui prospera il potere di pochi. Deriva, decadimento. E la necessità di tornare a «filosofare con il martello», senza timore di schiacciarsi le dita. Rompendo il senso comune, l'idea, vuoi compiaciuta, vuoi rassegnata, che non si diano alternative allo stato di cose presente, se non nei termini di modesti aggiustamenti o di un evoluzionismo beatamente e sconsideratamente ottimista. Un pensiero, insomma, che orienti il cambiamento senza subire l'egemonia di ciò che è dato, che compenetri l'agire collettivo conferendogli potenza creativa, solidità e durata.
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Fusaro vs De Monticelli
Uno scambio di riflessioni
Di seguito la risposta di Diego Fusaro ad una severa critica nei suoi confronti pubblicata da Roberta De Monticelli sul sito Phenomenology Lab e riportata in calce
"Cara Roberta,
chiamato in causa dalla tua appassionata e appassionante riflessione, ti rispondo. Lo faccio in privato, per correttezza. Se poi tu riterrai opportuno, renderò pubblica la risposta. Mi sembra corretto fare così con una collega, per di più decano, che stimo e con cui sono seriamente felice e onorato – al di là di ogni retorica – di potermi confrontare su questi temi decisivi. Nel rispetto dell’interlocutore, credo sia più giusto fare così. Spero, naturalmente, in un’analoga amicizia e in un’analoga stima da parte tua, nonostante la differenza delle visioni (o proprio in forza di essa, se, come credo, è sempre bene valorizzare le differenze!).
Credo che, in fondo, combattiamo contro la stessa cosa, se – come tu dici – è contro la “mente prigioniera” che lotti. È ciò contro cui lotto anch’io. Certo, bisogna capire di che cosa è prigioniera oggi la mente: converrai con me che le ideologie cambiano e che di volta in volta è l’ideologia dominante a imprigionare le menti.
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Il moscone e la sinistra
Un'analisi sulla crisi della politica
di Mauro Casadio
Il presente scritto è un tentativo di fornire un contributo per approfondire l’analisi di una condizione politica che sembra sfuggire alla comprensione della sinistra e dei comunisti; questi, senza molte distinzioni tra di loro, tendono a ripetere in modo meccanico concezioni e scelte politiche che, invece, hanno portato esattamente al punto in cui siamo. L’abitudine a volare basso, il tatticismo estremo e l’incapacità di alzare lo sguardo ha impedito di fare astrazione sul mondo e su se stessi e ci ha portato ad essere come quei mosconi che continuano a sbattere pervicacemente su una lastra di vetro che essi non possono vedere a causa dei loro limiti fisiologici.
Questo contributo ovviamente non ha la presunzione di dare risposte certe o lezioni a qualcuno, ognuno deve essere cosciente dei propri limiti, ma si prende la responsabilità di entrare nel merito con più chiarezza possibile, anche rischiando di sbagliare, per tentare di riconnettere la teoria con la pratica ed uscire da quel vicolo cieco in cui si è incappati. La riflessione proposta intende essere una sollecitazione generale ma vuole anche aprire una discussione dentro la nuova realtà di Ross@ che, per quanto appena nata, si colloca dentro la giusta traiettoria nella ricomposizione politica e sociale necessaria in questo paese.
Dentro una ormai lunga fase di crisi, quel che si impone alla percezione e reazione di massa è la “crisi della politica”, sia “la politica in generale” (che riguarda i partiti), sia la rappresentanza, che riguarda l’assetto dello Stato.
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La svendita di Telecom
di Vincenzo Comito
L'Italia avrebbe bisogno di grandi investimenti nella banda larga, ed è improbabile che gli spagnoli di Telefonica, i nuovi proprietari della Telecom, vogliano occuparsene. È giusto che una infrastruttura di base del paese venga abbandonata al capitale estero e per giunta senza alcun vincolo?
Un governo inetto e senza idee ha rispolverato nelle scorse settimane la geniale idea di privatizzare i beni pubblici. Intanto non sappiamo cosa effettivamente si vorrebbe vendere e Letta non lo dice a noi, ma andrà a raccontarlo in giro per il mondo. Evidentemente nessuno ha apparentemente pensato che cedere un rilevante volume di immobili in un mercato estremamente depresso significherebbe andare incontro ad un fallimento totale. Se invece si trattasse di esitare delle quote di imprese ancora a controllo pubblico, vorrebbe dire che si è cancellata del tutto la memoria degli eventi passati, come è ormai del resto normale nel nostro paese. Da questo punto di vista vogliamo pensare, per essere benevoli, che l’annuncio sia stato forse imposto dalla troika ad una governo sempre più commissariato, per placare un po’ i burocrati di Bruxelles e i funzionari della Bundesbank.
L’Italia, negli anni novanta, ha portato avanti la più grande dismissione di beni pubblici dell’intera Europa. La vendita si è rivelata uno dei più grandi fallimenti politici del dopoguerra e le sue conseguenze le stiamo sentendo ancora oggi.
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L'ascaro
La sottomissione di Matteo Renzi ad Angela Merkel
nique la police
(Marie Ebner-Eschenbach)
I tempi, e gli esiti, degli incontri diplomatici vanno capiti come si fa per gli avvertimenti mafiosi. Anche in questo campo, come per il linguaggio di Cosa Nostra, chi conosce il contesto, i linguaggi e i codici deve saper far decantare il clamore degli avvenimenti per interpretare il significato di quanto accaduto. L'incontro tra Matteo Renzi e Angela Merkel, avvenuto in forma privata ma reso noto alle agenzie di stampa l'11 luglio scorso, aveva quindi bisogno di tempo per essere interpretato. Oggi, in questo lasso di tempo, non è che non sia accaduto niente: Renzi ha fatto passi da gigante nel proporsi come segretario del Pd, incassando l'alleanza con gli ex dc di Franceschini, Angela Merkel ha vinto le elezioni in Germania. Con un chiaro risultato che, anche senza una maggioranza, gli permetterà di tenere le leve del governo federale per i prossimi quattro anni.
Come possiamo leggere oggi quell'incontro? Vediamo un attimo le prospettive dei due personaggi e cerchiamo di capire se si possono incontrare.
Angela Merkel
La vittoria elettorale della Cdu-Csu, e quindi della cancelliera uscente Angela Merkel, è netta quanto tutta da leggere.
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Ciò che è vivo e ciò che è morto
Il paradosso situazionista
Mario Perniola
Che cos’è il movimento situazionista?
Occorre innanzitutto precisare che cosa s’intende per «movimento situazionista» e per «situazionismo». Si possono intendere tre cose differenti.
La prima è l’Internazionale situazionista, un gruppo d’avanguardia artistico-politica che si è costituito in Italia a Cosio d’Aroscia (Cuneo) nel luglio 1957 e si è dissolto nell’aprile 1972. Questa è stata un’associazione chiusa, cui hanno partecipato complessivamente nei quindici anni della sua esistenza 70 persone (63 uomini e 7 donne). La pratica delle esclusioni e delle dimissioni fece sì che nel gruppo fossero contemporaneamente presenti non più di una decina di membri. Il leader del gruppo è stato il francese, di origine italiana per parte di madre, Guy Debord (1931-1994) che ha svolto un ruolo egemonico per tutto il periodo della sua esistenza. La frequenza delle espulsioni (45 membri su 70 furono espulsi), unitamente alla pratica delle «rotture a catena» e al dogmatismo esasperato per cui le affermazioni di ognuno impegnavano anche tutti gli altri, conferì a questo gruppo quel carattere settario cui sono sempre stato refrattario: perciò nel periodo in cui fui in stretto rapporto con loro (tra il 1966 e il ’69) non entrai a farvi parte. Il gruppo produsse tra il giugno 1958 e il settembre ’69 dodici numeri di una rivista, il cui direttore fu sempre Guy Debord. L’Internazionale situazionista ha fin dall’inizio rifiutato di riconoscersi nel termine «situazionismo», attribuendo a questa parola un significato negativo: essa, infatti, sarebbe stata connessa col ricupero da parte del mercato artistico delle produzioni dei membri del movimento.
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(Pre)cari compagni,...
Elementi per una teoria del lumpen-ricercatore
di Paolo Vignola
Nella puntata del 10 settembre 2013 di Ballarò, Maurizio Landini ha espresso un commento assai lucido a margine di un’intervista fatta a una famiglia, gravata da problemi economici sempre più grandi, che confessava di sperare che la figlia non passasse il test d’ingresso all’università. La lucidità del ragionamento ha permesso a Landini, tra l’altro, di far emergere le contraddizioni del rapporto tra formazione universitaria e precarietà, ma un piccolo neo del suo discorso appare importante, al punto da dare inizio a questo contributo. Nella sua argomentazione, che aveva l’obiettivo di mostrare quanto il dibattito politico nazionale, centrato sulla decadenza di Berlusconi dal ruolo di senatore a fronte della sua condanna penale definitiva, fosse scollato dalla realtà sociale, Landini ha menzionato anche il famoso esempio di un ministro del governo Merkel, Karl-Theodor zu Guttenberg, dimessosi per aver copiato gran parte della sua tesi di dottorato; il problema è che il sindacalista italiano ha parlato semplicemente di tesi, dimenticando che si trattasse di una tesi, appunto, di dottorato. Questa dimenticanza può essere letta come un sintomo di rimozione di una figura socio-culturale per così dire statutariamente in ombra, ossia il dottore di ricerca: spesso troppo titolato per i lavori cognitivi sul mercato, altrettanto spesso ignorato e vilipeso dall’accademia, dall’editoria e dai dispositivi di divulgazione del sapere – il dottore di ricerca, infatti, interessa a questi ambiti prevalentemente nella misura in cui può far confluire gratuitamente o addirittura pagando di tasca propria i prodotti delle proprie ricerche o la sua forza-lavoro nella compilazione di bandi e documenti.
Se si vuole un altro esempio televisivo, o comunque popolare, è facile riportare all’attenzione “l’affaire Giannino”, il quale aveva millantato lauree e master, non curandosi di usufruire dell’opportunità di appropriarsi indebitamente anche di un titolo di dottorato – evidentemente da lui ritenuto inutile per fare colpo sull’italiano medio.
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Verso Damasco
Le contraddizioni della “fase imperialista globale”
Collettivo “Noi saremo tutto” Genova
E pertanto, per ritornare all’argomento principale, se è vero che in una determinata specie di guerra la politica sembra scomparire completamente, mentre in un’altra essa diviene preponderante, si può tuttavia affermare che in entrambi i casi la guerra costituisce un atto politico. (Karl von Clausewitz, Della guerra)
Ognuno per sé e Dio per tutti
Ciò che in queste frenetiche ore sta accadendo dentro le Cancellerie imperialiste internazionali è impossibile saperlo. Un fatto sembra, però, facilmente accertabile: tutti hanno l’esatta percezione che l’avventura siriana sarà qualcosa di ben diverso dai reiterati interventi militari susseguitisi a partire dalla Prima guerra del Golfo. Da quel 1991 molte cose sono cambiate. Di ciò abbiamo cercato di rendere conto in una serie di articoli passati.
L’azione diplomatica della Russia, accompagnata da una sua non meno determinata intraprendenza politico – militare, ha di colpo reso percepibile ai più lo scarto qualitativo che il “corridoio di Damasco” rappresenta. Il posizionamento della flotta russa del Mar Nero nelle acque immediatamente adiacenti al probabile scenario di guerra è qualcosa di più che un semplice monito o un’operazione di routine. Si tratta di un’azione di guerra, pur preventiva, a tutti gli effetti. Così come la fornitura al governo siriano di tecnologia in grado di neutralizzare i missili statunitensi, britannici e francesi, non ha certo i tratti di una convenzionale operazione commerciale. Di ciò non ne fa mistero Putin il quale, senza troppi rigiri di parole, ha affermato chiaramente che un attacco alla Siria equivarrebbe a un’aggressione alla Russia. L’orso russo difficilmente parla a vanvera.
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Fascino e illusioni della democrazia diretta
di Alberto Burgio
Tra liberismo e fascismo
In estrema sintesi, il senso di questo intervento consiste nell’affermare che è possibile comprendere la crisi della politica, nell’ambito della quale si pongono fenomeni oggi particolarmente vistosi come l’astensionismo di massa, la critica della democrazia rappresentativa e l’invocazione della democrazia diretta, soltanto se la si inquadra in un contesto ampio e di lungo periodo. Ampio, nel senso che questa crisi si collega alla crisi sociale ed economica (in verità anche a una crisi che Gramsci definirebbe «intellettuale e morale»); di lungo periodo, poiché essa chiama in causa una «grande trasformazione» verificatasi nel corso degli ultimi 50-60 anni.
Si tratta, insomma, di un fenomeno radicato nella storia, che ha caratteristiche e precedenti storici. Per questo, al fine di intendere il nesso che collega l’odierna crisi della politica alle sue radici economico-sociali (più precisamente: alle conseguenze sociali della controrivoluzione neoliberista che inizia nella seconda metà degli anni Settanta), sembra utile risalire subito a un passaggio storico analogo (a un’altra grande trasformazione), che ha luogo a cavallo tra Otto e Novecento.
Nello schema sotteso all’opera maggiore di Karl Polanyi (The Great Transformation, 1944), l’età classica del liberismo (che trasforma il capitalismo industriale in un sistema sociale[1]) abbraccia poco meno di un secolo.
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Siamo noi i nipoti di Keynes
Per una discussione su decrescita ed economia
Marino Badiale
1. Introduzione
Questo articolo vorrebbe essere uno stimolo per una discussione sul tema della decrescita fra i sostenitori della decrescita stessa, da una parte, e, dall'altra, quegli economisti eterodossi che contestano in modo radicale le attuali politiche di austerità, e in generale il pensiero e le politiche neoliberiste, a partire da posizioni keynesiane o marxiste o da una mescolanza delle due correnti di pensiero. Si tratta di un dibattito che ho a più riprese invocato, l'ultima nelle pagine finali del libro sull'euro scritto assieme a Fabrizio Tringali [1]. Purtroppo le diffidenze e le ostilità fra i due gruppi non sembrano diminuire. I decrescisti vedono nelle posizioni degli economisti “eterodossi” semplicemente una versione “di sinistra” del dogma della crescita che essi combattono, gli economisti “eterodossi” vedono nella decrescita una ideologia reazionaria, confusionaria e incapace di fornire risposte reali e non regressive ai drammatici problemi contemporanei.
È mia convinzione che queste diffidenze possano e debbano essere superate, e in questo scritto cercherò di argomentare questa convinzione
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Il futuro prossimo e remoto del nostro mondo
P. Bartolini intervista Franco Livorsi*
Professor Livorsi, l'egemonia angloamericana sembra in crisi e difficilmente potrà imporsi ancora a lungo su tutto il pianeta, tanto più adesso che l'emergere dei nuovi grandi attori internazionali (Cina, Brasile, Russia, India) annuncia l'imminenza di un mondo multipolare. Quale futuro intravede, nel breve e medio termine, per i nuovi equilibri geopolitici?
Sembra che si diano due letture fondamentali dello stato del mondo prossimo venturo. Una è quella espressa nel famoso libro di Michael Hardt e Antonio Negri "Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione" (2001, Rizzoli, Milano, 2002), che ebbe molta eco e che a suo tempo recensii anch'io sul "Pensiero politico", la rivista degli storici delle dottrine politiche; l'altra è quella più antica, ma anche più "collaudata", legata ai teorici della ragion di stato e che nel XX secolo può essere approfondita attraverso le opere di Friedrich Meinecke come "Cosmopolitismo e Stato nazionale" (1908 e Sansoni, Firenze, 1975) e in tanti altri autori, e che nella sua versione democratica informa di sé i pensatori del federalismo europeo, in un arco che idealmente va però da Per la pace perpetua
di Immanuel Kant (1795) al pensiero di Altiero Spinelli, poi di Mario Albertini, sino a Corrado Malandrino, Sergio Pistone, Lucio Levi e altri. Su ciò si può vedere, dopo il fondamentale testo d'inquadramento dottrinario di Corrado Malandrino "" (Carocci, Roma, 1998), il bel libro di Lucio Levi Crisi dello Stato e governo del mondo
(Giappichelli, Torino 2005).
L'interpretazione di Hardt e Negri (ma ovviamente è soprattutto di Antonio Negri), risente dello strutturalismo o "sistemismo" sociale già di tipo marxista operaista (ora evidentemente "ex operaista").
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Prefazione di "Banche e crisi"
di Sergio Bologna
Quando Marx inizia la collaborazione con la «New York Daily Tribune» è alle prese con la prima stesura di quel nucleo d’idee che sarà sviluppato nei tre libri de Il Capitale. È un magma incandescente che prende forma pian piano, alimentato più che dalle conoscenze e dalle riflessioni sedimentate negli anni precedenti, dalla realtà di tutti i giorni dell’innovazione capitalistica[1]. Non sappiamo come definire questa coincidenza. Un caso o in realtà non si tratta di coincidenza ma di genesi? Marx si è costruito propri schemi di lettura ma la realtà superava la sua immaginazione e lo aiutava a perfezionare i suoi schemi, a renderli più sofisticati, più calzanti. Mi è sembrato utile, quando scrissi questo saggio qui ripubblicato, capire meglio cosa stava accadendo in quel momento nel mondo, alla metà dell’Ottocento, piuttosto di scavare nell’intimità del processo di pensiero di Marx. Era cominciata la seconda rivoluzione industriale, non era una cosa da nulla, si stava facendo il passo decisivo verso la creazione di un mercato mondiale. Si agiva su due piani: sul piano immateriale, con la moneta, con la finanza, e sul piano fisico, con le infrastrutture, con i mezzi di trasporto. La forma «società per azioni», le banche d’affari, nascono per realizzare queste infrastrutture fisiche, il Canale di Suez, le reti ferroviarie, i porti. Uno dei principali partner finanziari dei fratelli Péreire, grandi protagonisti degli articoli di Marx per la «Tribune», è quel De Ferrari a cui si deve il lascito che ha permesso di costruire il porto moderno di Genova. Uno dei principali partner finanziari di Lesseps, non a caso da lui nominato Vicepresidente della Compagnia del Canale di Suez, è quel barone Revoltella al quale si deve la prima impostazione «logistica» del porto di Trieste.
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L’illusione del “vincolo esterno”
di Emiliano Brancaccio
Probabilmente Guido Carli non avrebbe gradito il titolo di questo convegno: “un grande piano del lavoro per uscire dalla crisi”. E’ noto infatti che Carli fu uno dei più accaniti oppositori delle logiche di “piano”; un oppositore tenace, in un’epoca in cui la “pianificazione” andava indubbiamente di moda. Carli tuttavia non somigliava molto ai rozzi propagandisti del nostro tempo. Anzi, egli ammise in più occasioni, in termini più o meno espliciti, che il piano può costituire una modalità di governo dell’economia assolutamente moderna.
Carli in particolare sosteneva che una politica fondata su una legislazione vincolista, sul controllo amministrativo, sull’azione di governo finalizzata alla gestione degli scambi e della produzione, in ultima istanza una politica ispirata da una logica di piano, per essere attuata necessita di uno Stato efficiente, di uno Stato ben strutturato, di uno Stato moderno. Come per esempio egli riteneva che fosse l’apparato statale francese. Al contrario, per Carli, una politica liberista, di completa liberalizzazione dei mercati, costituisce l’unica soluzione possibile per gli apparati statali inefficienti, antiquati, disastrati. Come egli riteneva essere lo Stato italiano [1]. Dunque, potremmo dire: il piano come possibilità dei moderni. E il liberismo come necessità degli antiquati.
La tesi di Carli in Italia è stata pervasiva. Una logica di piano, o anche solo una logica di politica economica che vagamente evocasse il piano, in Italia è stata quasi sempre messa ai margini del discorso politico con argomentazioni simili a quelle di Carli: si è ritenuto cioè che il nostro Stato fosse troppo inefficiente, e che dunque persino il più blando dei piani da noi non avrebbe mai funzionato.
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Non di soli desideri vivono le masse*
Osservazioni e obiezioni a Guido Mazzoni
Ennio Abate
ch'i' non posso tacere; e voi non gravi
perch'io un poco a ragionar m'inveschi.
(Inferno – Canto XIII)
Pur riconoscendo al saggio di Guido Mazzoni chiarezza di esposizione, capacità di spaziare su un dibattito culturale di grande interesse e descrivere con puntualità una sensibilità oggi diffusa in vasti strati intellettuali, non riesco ad accogliere buona parte della sua analisi e soprattutto la sua conclusione, che a me è parsa non una «forma profonda di saggezza», ma politicamente rassegnata e nichilista. Esprimo qui di seguito – spero rispettosamente ma con fermezza – il mio dissenso.
1.
È vero che Guido Mazzoni parla di un oggetto specifico (la cosiddetta vita psichica delle masse occidentali). E che prudentemente mette le mani avanti: «il volto di cui parleremo copre solo una parte del fenomeno: l’aspetto che più spesso si mostra nell’esperienza quotidiana delle masse europee e americane, o delle masse che imitano la forma di vita occidentale». Se però vuole considerarne la «metamorfosi senza precedenti» in un consistente arco di tempo ( l’ultimo quarantennio), come non accennare alle metamorfosi politiche; e dunque alle scelte di quanti hanno avuto il potere di compierle interferendo pesantemente sulla vita materiale e psichica delle masse.
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Lo scioglimento dell'euro, un'idea che si imporrà nei fatti
Jacques Sapir
Dal sito RussEurope di Jacques Sapir alcuni risultati dello studio "Scenari di scioglimento dell'euro": non sarebbe una catastrofe, ma un salva-vita. Inoltre Sapir illustra l'ipotesi di una moneta comune
Dalla fine della primavera, dai paesi dell'Europa meridionale ci arriva un concerto di "buone notizie". La crescita dovrebbe tornare in Portogallo e in Spagna, come anche in Grecia. I tassi rimangono ad un livello considerato "ragionevole". In breve, la crisi nella zona euro sarebbe dietro le spalle. Tuttavia, a un esame più attento, si può mettere seriamente in dubbio la realtà di queste affermazioni.
Siamo fuori dalla depressione?
In queste affermazioni ci sono molte manipolazioni, ma anche un po' di verità. Cominciamo con il poco di verità che contengono. Sì, la crisi sta toccando il fondo. Ciò è evidente in Spagna, dove la disoccupazione ora sembra essersi stabilizzata, anche se ad un livello molto alto (25 % della forza lavoro). Negli ultimi mesi sembra che non ci sia un peggioramento, ma questo è lontano dal corrispondere a un'uscita dalla crisi. Aggiungiamo che molte nuvole nere si profilano all'orizzonte: il credito è ancora in fase di contrazione (soprattutto in Italia e Francia), gli investimenti sono ancora scarsi (e quindi le prospettive di crescita futura).
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L'interminabile fine del capitalismo
Giuseppe Allegri, Roberto Ciccarelli
In Capitalismo in-finito , Aldo Bonomi racconta l'ascesa e la caduta della borghesia diffusa del capitalismo molecolare e dei distretti industriali. Dagli anni Ottanta, le sue quattromila imprese sono cresciute grazie al decentramento produttivo e alla riduzione della società italiana al “ceto medio”. Questa è stata la storia (anche) del Nord-Est, e del suo "capitalismo molecolare". Nel tempo questo modello è diventato l'oggetto di uno dei "miti" della produttività all'italiana. Oggi la crisi ha lasciato sul terreno una moltitudine di disoccupati e partite Iva che formano una sterminata massa di contoterzisti impoveriti. Diversi per status e per culture professionali dai precari maggioritari, ma come loro ridotti a un neo-proletariato definito anche da Bonomi “Quinto Stato”.
Che cos'è il Quinto Stato
Categoria altamente composita, cresciuta sull'onda della “terziarizzazione” dell'economia, il Quinto Stato raccoglie tre habitus diversi: quello del capitalismo personale; il lavoro della conoscenza, culturale e creativo; quello dei servizi alla persona e della logistica. Più che rappresentare un soggetto unico, e omogeneo, il Quinto Stato è il nome del processo che ha progressivamente precarizzato i rapporti di lavoro, svuotato i territori e i rapporti produttivi. Questo processo ha investito tanto i precari tradizionali, quanto il lavoro autonomo professionale che Sergio Bologna ha definito di “seconda generazione”.
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Strategia per una riconquista*
di Serge Halimi
Sono trascorsi cinque anni dal fallimento di Lehman Brothers, il 15 settembre 2008. La legittimità del capitalismo come nodo di organizzazione della società ha subito un duro colpo; le sue promesse di prosperità, di mobilità sociale, di democrazia non illudono più. Ma il grande cambiamento non si è verificato. Le messe in discussione del sistema si sono succedute senza scuoterlo. Il prezzo dei suoi insuccessi è stato pagato persino con l’annullamento di una parte delle conquiste sociali che gli erano state strappate. «I fondamentalisti del mercato si sono sbagliati su quasi tutto, e tuttavia dominano la scena politica più che mai», constatava l’economista americano Paul Krugman già quasi tre anni fa. Tutto sommato, il sistema tiene, anche con il pilota automatico. Non è un complimento per i suoi avversari. Che cosa è successo? E che fare?
La sinistra anticapitalista rifiuta l’idea di una fatalità economica poiché crede che ci siano delle volontà politiche a organizzarla. Ne avrebbe dovuto dedurre che il tracollo finanziario del 2007-2008 non avrebbe aperto una via trionfale ai suoi progetti. Il precedente degli anni ’30 forniva già dei suggerimenti: in funzione delle situazioni nazionali, dei patti sociali e delle strategie politiche, una stessa crisi economica può sfociare in esiti tanto diversi quanto la salita al potere di Adolf Hitler in Germania, il New Deal negli Stati Uniti, il Fronte Popolare in Francia, e niente di altrettanto rilevante nel Regno Unito.
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ILVA, l’errore si ripete
di Guido Viale
Letta ha annunciato che il prossimo impegno del governo, se resterà in piedi, sarà un grande programma di privatizzazioni, cioè di svendita di quote di aziende statali e di misure per costringere i Comuni a disfarsi del loro residuo controllo sui beni comuni e sui servizi pubblici locali. Il tutto, naturalmente, per far quadrare i bilanci, abbattere il debito pubblico e riportare il deficit (che ormai viaggia verso il 3,5% del Pil) entro il margine “prescritto”. Tutti obiettivi impossibili: ai prezzi odierni, la svendita anche di tutti i beni pubblici vendibili (un grande affare per chi compra) non porterebbe nelle casse statali che un centinaio di miliardi o poco più; cioè meno di quanto lo Stato pagherà in un anno tra interessi e rateo di rimborso del debito imposto dal fiscal compact. E l’anno dopo ci si ritroverà al punto di prima, ma senza più beni comuni e aziende pubbliche. La realtà è che il debito pubblico italiano è insostenibile e l’unico modo per farvi fronte è congelarlo.
Ma per capire dove portano le privatizzazioni già largamente praticate dai precedenti governi di centrosinistra guardate l’Ilva: un gioiello tecnologico (di 50 anni fa) creato dall’industria di Stato e ispirato alla cultura allora imperante del gigantismo industriale; poi svenduto, una ventina di anni fa – a una famiglia già compromessa che aveva fatto i soldi con i rottami di ferro – in ossequio alla cultura delle privatizzazioni messa in auge dagli allora campioni del centrosinistra: Andreatta, Ciampi, Prodi & Co.
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I desideri e le masse. Una riflessione sul presente*
di Guido Mazzoni
Appartengo a una generazione disgraziata a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio
in tutti e due. Per di più, come lei non avrà potuto fare a meno di accorgersi, sono privo d’illusioni.
(Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo)
Ringrazio gli organizzatori del convegno per l’invito, che accolgo molto volentieri. L’occasione di oggi mi costringe a dar forma ad alcune cose che penso confusamente da molto tempo e che forse non ho ancora pensato fino in fondo. Proverò a esporle nello stato in cui si trovano, approfittando del diritto alla semplificazione che le tavole rotonde consentono.
Negli ultimi quarantacinque anni la vita psichica delle masse occidentali ha subito una metamorfosi senza precedenti; noi tutti ne siamo stati trasformati e travolti. Fedele a un’idea eroica e maschile dell’accadere e dell’esperienza, all’idea che le rotture epocali si manifestino sotto forma di guerre e rivoluzioni, una parte della cultura contemporanea continua a sottovalutare la portata di quanto è avvenuto. E’ una miopia che si manifesta talvolta in forma esplicita e più spesso in forma implicita, come accade ogni volta che applichiamo alla nostra epoca concetti, parole e miti che non reggono più. Molte delle categorie con cui giudichiamo il presente, con cui prendiamo una posizione etico-politica sui problemi della nostra epoca, danno l’impressione di scivolare sulla realtà senza afferrarla, o perché fanno riferimento a un futuro che, non rimandando più a un progetto politico, rappresenta solo la proiezione di un desiderio, o perché fanno riferimento a un passato che non ritornerà. Quali sono i tratti più vistosi della metamorfosi? Che cosa è accaduto?
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In uno tempore, tempora multa latent
Sul concetto di “temporalità plurale”
di Vittorio Morfino
Il cerchio e la linea
Si è soliti contrapporre la concezione greca del tempo a quella cristiana attraverso le metafore del cerchio e della linea: la grecità sarebbe dominata da una concezione circolare del tempo, sia naturale che storica, laddove il tempo cristiano avrebbe un’origine, la nascita di Cristo, ed un orientamento. Quanto alla grecità, la questione a guardare da vicino è più complessa[1], e tuttavia è difficile negare che il cerchio sia la metafora dominante nel concepire il cammino del tempo. Certo, nel «discorso verosimile» del Timeo platonico, è affermato il primato del tempo sul movimento, nella misura in cui il demiurgo genera ‘prima’ «il tempo [come] immagine mobile dell’eternità» e ‘poi’ il movimento circolare degli astri e pianeti, come segni del suo scorrere, come unità di misura delle differenti parti del tempo, mentre nella concezione aristotelica vi è un primato del movimento sul tempo, in quanto «numero del movimento secondo il prima e il poi»: in entrambi i casi tuttavia la sfera è la figura geometrica che domina la cosmologia e il cerchio quella che traccia lo scorrere del tempo. Eterna ripetizione dell’uguale, mimesi di una perfezione che Platone situa al di là del sensibile ed Aristotele nel mondo celeste. Dominanza del ciclo come paradigma non solo del tempo cosmologico, ma anche del tempo storico: basti pensare, da una parte, alla concezione stoica dei cicli cosmici secondo cui ogni evento storico si ripeterà in modo identico un numero infinito di volte e, dall’altra, alla teoria polibiana dell’anacyclosis, che, ricalcando modelli platonici e aristotelici, pensa le forme di governo in una sequenza che ritorna su stessa.
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Sulla necessità di schierarsi
di Elisabetta Teghil
Il 26 luglio del 1956 Nasser annunciò la nazionalizzazione del canale di Suez. In risposta Israele il 29 ottobre occupò la striscia di Gaza e la penisola del Sinai. Il 31 ottobre gli Inglesi e i Francesi bombardarono Il Cairo e il 5 novembre occuparono Port Said.
Nasser affondò le 40 navi presenti nel canale di Suez per impedirne la navigazione.
Secondo una lettura che oggi serpeggia a sinistra, le manifestazioni fatte, a suo tempo, a sostegno dell’Egitto e di Nasser sarebbero state improvvide e sbagliate perché avremmo dovuto dire né con Nasser, né con gli Israeliani, Francesi e Inglesi.
E, sempre secondo questa lettura, capziosa e pretestuosa, Nasser non era socialista, tanto meno comunista e, pertanto, non avremmo dovuto essere dalla sua parte.
Nell’aprile del 1962 gli Stati Uniti organizzarono/finanziarono un’invasione di Cuba, quella che è passata alla storia come l’invasione della Baia dei porci.
Anche in quell’occasione scendemmo in piazza a favore di Cuba contro gli Stati Uniti.
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Appunti sulla guerra valutaria
di Stefano Lucarelli
1. All’inizio del 2013, durante il vertice di Davos, la presa d’atto della nuova politica monetaria giapponese, impegnata a svalutare significativamente lo yen, aveva suscitato uno stato di agitazione che aveva condotto gli osservatori a dare per scontato che l’amministrazione Obama avesse tra i suoi obiettivi la perdita di valore relativo del dollaro.
Tanto il Giappone, quanto gli Stati Uniti – si diceva – vogliono da un lato recuperare quote nel commercio internazionale, e dall’altro ridurre il valore dei debiti che essi devono ai loro creditori (a seguito del probabile incremento dell’inflazione legata alla svalutazione delle proprie monete).
Dal momento che l’unica area economica priva di una vera politica valutaria è l’Eurozona, sembrava probabile che il dollaro si svalutasse proprio nei confronti dell’euro, aggravando i precari equilibri che caratterizzano i rapporti fra il modello di crescita tedesco – orientato alle esportazioni dei beni prodotti nei settori a più alto valore aggiunto – e i paesi mediterranei caratterizzati da deficit crescenti nella propria bilancia commerciale.
Se questa prospettiva si dovesse verificare, ciò accelererebbe la pericolosa tendenza che è comunque già presente tra i Paesi dell’Unione Monetaria Europea: ai Paesi periferici si continuerà a chiedere di ripagare i debiti a mezzo di deflazione salariale o attraverso la presenza rilevante dei capitali privati dei Paesi del Nord negli assetti proprietari dei settori potenzialmente redditizi:
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