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Costa Concordia: la "movida" galleggiante
di Sergio Bologna
Strano che nessuno si sia chiesto quale bandiera batte la “Costa Concordia”. Strano che nessuno si sia chiesto chi stava sul ponte di comando della nave al momento dell’incidente. Strano che nessuno abbia ricordato che ai primi di ottobre del 2011 la nave portacontainer “Rena” della MSC è andata a sbattere contro l’Astrolabe Reef in Nuova Zelanda, uno dei più preziosi paradisi marini del globo, e che da allora (sono passati tre mesi e mezzo) sputa petrolio su quelle acque incontaminate, creando il più grave disastro ecologico in quell’emisfero. Strano che nessuno ricordi come l’Italia abbia a che fare in questi incidenti, per più motivi. Costa Crociere, nata italiana come dice il nome, è controllata dal gigante americano del settore. Ma chi la gestisce?
Le navi, è bene si sappia, sono di proprietà, di norma, di una holding la cui prima preoccupazione è di metterle al riparo dal fisco e dalle norme sulle tabelle d’armamento presso certi paradisi fiscali ( da cui le cosiddette “bandiere ombra” o flag of convenience). Ma sono gestite da Ship Management Societies specializzate che decidono le assunzioni di personale e lo fanno di solito in base al principio del minor costo. Sulla “Rena” c’erano 15 filippini su 20 uomini di equipaggio. I filippini hanno pessima fama, ma ingiustamente, da “paria” del settore sono diventati oggi tra quelli meglio preparati, perché negli anni hanno imparato che la loro vocazione era quella ed hanno investito in scuole professionali, che rilasciano i diplomi ed i certificati necessari per l’imbarco. Purtroppo oggi il mercato dei certificati falsi è fiorente, oggi i “paria” sono altri, ucraini, vietnamiti, turchi, bielorussi.
1. Sabato c’è stata una manifestazione sul Canale della Giudecca a Venezia contro il passaggio delle grandi navi da crociera. Stava uscendo in quel momento la “MSC Magnifica”. MSC sta per Mediterranean Shipping Company ed è la creatura di un geniale italiano di Sorrento, Gianluigi Aponte, che ha trasferito le sue attività in Svizzera, a Ginevra, dove sembra abbia preso moglie con tanto di banca in dote.
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Le strategie dell’integrazione europea e il loro impatto sull’Italia*
di Massimo Pivetti**
1. Nel corso dell’ultimo trentennio il capitalismo avanzato nel suo complesso ha sperimentato una poderosa restaurazione liberista, nel cui ambito il progresso è stato identificato con la mondializzazione e la conservazione con la difesa di uno Stato sociale e di una rete di tutele del lavoro dipendente considerati come di fatto pregiudizievoli per quest’ultimo, in quanto fonti di accrescimento del suo costo e di perdita di competitività.
Ma mentre in Inghilterra e negli Stati Uniti l’attacco alle conquiste del lavoro dipendente e alle sue condizioni materiali di vita è avvenuto apertamente e frontalmente tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta[1], nell’Europa continentale esso si è sviluppato in modo più graduale e indiretto, passando per il progressivo svuotamento delle sovranità nazionali.
Svilupperò questa mia relazione su integrazione europea e unità nazionale a partire da una concezione del progetto di unificazione economica e monetaria europea, quale si è concretamente imposto nel corso degli anni Ottanta e con il Trattato di Maastricht[2], come progetto consapevole d’ indebolimento dei movimenti operai nazionali. Cercherò poi di argomentare come nel caso dell’Italia l’indebolimento del suo movimento operaio possa essere considerato come il determinante principale della situazione di crisi in cui versa l’unità nazionale.
2. Alla luce dell’esperienza storica, è difficile nutrire dubbi sul fatto che pieno impiego e tutela effettiva dei principali diritti sociali comportano un cospicuo intervento dello Stato nella produzione e distribuzione del reddito.
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Vite parallele
Elisabetta Teghil
Plutarco scrisse “Vite parallele”, biografie a confronto di personalità greche e romane.
Marx, si cita sempre in queste occasioni, disse che le vicende si ripetono due volte, la prima in termini tragici, la seconda in dimensione di farsa.
Non è questo il caso. L’anima dell’opera di Plutarco era precettistica ed etica, il dramma è oggi.
L’accostamento, allora, era spesso artificioso, mentre in questa occasione è calzante.
Intendiamo parlare di Lucas Papademos e Mario Monti che governano ad Atene e a Roma, presentati, l’uno e l’altro, come dei tecnici.
Secondo dei buontemponi, che tanto in buona fede non sono, ci sarebbero zone franche così dette “apolitiche”.
La nomina, ai vertici dello Stato, di tecnocrati, presentati sempre come provvidenziali, smaschera l’inconsistenza delle false alternanze politiche.
Intanto, chiariamo subito che, l’uno e l’altro, sono uomini di destra, checché ne dicano quelli/e che si sono inventati l’annullamento della destra e della sinistra.
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Le forme di appropriazione
di Valerio Bertello
Fondamento del materialismo storico è l’idea che lo sviluppo delle forze produttive, quindi del lavoro sociale in quanto divisione del lavoro, porti necessariamente ad una socializzazione crescente delle strutture sociali, cioè alla piena realizzazione della società come comunità umana. Ma questo processo reale si riflette ideologicamente a livello sovrastrutturale nel pensiero economico di ogni epoca, in particolare in quello della società borghese in quanto fase culminante di tale sviluppo. Per cui, poiché essa prelude necessariamente al comunismo, e quindi in parte lo anticipa, così il suo pensiero economico contiene in nuce i principi del comunismo. La sua logica interna e le contraddizioni che ne seguono, sia a livello concettuale che pratico, la spingono verso questo approdo. Certamente non sono le idee e le loro contraddizioni il motore della storia, ma ne costituiscono solo il riflesso. Sono la rappresentazione distorta ma allusiva delle forze reali delle storia, vale a dire quelle dell’attività pratica umana, cioè del lavoro sociale. E’ possibile quindi seguire i due sviluppi, quello del movimento reale e quello ideologico, come processi che si illuminano a vicenda. Particolarmente chiarificatori sono i concetti fondamentali dell’ideologia borghese in campo economico, in particolare il concetto di proprietà, per il quale lo sviluppo delle sue contraddizioni conduce direttamente al comunismo.
1. Legge del valore e legge del lavoro
Il rapporto di produzione capitalistico si presenta in forma duale: da una parte nella produzione come organizzazione del lavoro, dall’altra nella circolazione come scambio della forza lavoro contro salario. Le due forme differiscono radicalmente per diversi aspetti, ma in entrambe il rapporto appare nella forma giuridica di rapporto tra proprietari indipendenti. Sono però due forme diverse di proprietà: nel primo caso si tratta di proprietà originaria, nel secondo di proprietà derivata. Nel processo di lavoro il produttore è proprietario del bene in quanto ne è il creatore, cioè vale la legge del lavoro.
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La tecnica del capitale
Critica rivoluzionaria dell'esistente. Teoria e prassi per il non ancora esistente
Antiper[1]
“Siamo effettivamente nell’Età della Tecnica, ma questa non assomiglia assolutamente alle età che l’hanno preceduta, perché tutte le età che l’hanno preceduta dall’antichità, al medioevo, al rinascimento, l’illuminismo, il romanticismo, il positivismo erano tutte età pre-tecnologiche dove funzionava il paradigma che l’uomo è il soggetto della Storia e la Tecnica è lo strumento con cui realizza i suoi scopi. Oggi non è più così. La Tecnica è diventata il soggetto della Storia e gli uomini sono diventati funzionari negli apparati tecnici. Siamo stati deposti dal protagonismo storico. La Storia non è più il luogo della nostra azione, ma il luogo dell’azione della Tecnica” [2].
Da quando è nato il Governo “tecnico” di Mario Monti si è fatto un gran parlare di sottomissione della “politica” ai “tecnici”, di “espropriazione” e “sospensione” della democrazia, di “dittatura dei mercati finanziari”, ecc... Lo ha detto a gran voce la destra, lo dice la sinistra [3]. Ma è proprio così? C'è davvero un prima “democratico” e un dopo non democratico, post-democratico, anti-democratico di cui il Governo Monti rappresenta lo spartiacque?
“La democrazia come acclamazione. Il fatto che la tecnica riduca il principio di autorità non significa che allarghi o favorisca il processo democratico, anzi: la riduzione del dominio politico ad amministrazione tecnocratica priva di oggetto ogni formazione democratica originata dalle volontà...” [4]
“A questo punto, il processo di formazione della volontà democratica si risolve in un procedimento regolamentato dall'acclamazione di elites chiamate alternativamente al potere” [5].
“A questo punto la democrazia cessa di essere la norma dei sistemi politici, e la tecnica, che la sostituisce come sistema normativo, finisce con il creare seri dubbi sulla possibilità, nelle società tecnicizzate, dell'esistenza della democrazia”[6]
Il ragionamento di Galimberti è suggestivo e coglie senz'altro un aspetto caratteristico della modalità attraverso cui oggi – specialmente in Italia - sembrano essere prese le decisioni, una modalità che appare “neutra”, “oggettiva” - “tecnica”, potremmo dire - in quanto interpretata in modo interscambiabile dalle diverse espressioni politiche che si alternano al potere.
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Traiettorie del Capitale
di Anselm Jappe
E' banale dire che stiamo vivendo un'epoca di enormi cambiamenti a livello tecnologico, che tutto diventa sempre più miniaturizzato e più veloce. Ciò che distingue un periodo storico da un altro, non è solamente la tecnologia, ma, soprattutto, i rapporti sociali. E, da questo punto di vista, ci troviamo più o meno nella stessa situazione che c'era nel XIX secolo, quando Karl Marx elaborò la sua critica del capitalismo. Soprattutto, se non consideriamo i rapporti sociali solo nella percezione della dominazione visibile da parte di una classe di persone - i proprietari dei mezzi di produzione - sugli altri gruppi sociali, costretti a vendere la loro forza lavoro. Ma se intendiamo per rapporto sociale, anche e soprattutto, le categorie fondamentali della società capitalistica: il lavoro e il valore, la merce e il denaro. Queste sono le forme, storicamente concrete, che prendono le attività produttive umane. Esse non sono naturali e non si trovano affatto in tutte le forme di società, tutt'altro. Dopo una lunga gestazione, a partire dalle loro forme embrionali, il lavoro e il valore, la merce e il denaro, il plus-valore e il capitale si sono imposti al centro della vita sociale a partire dalla rivoluzione industriale, e da oltre 250 anni queste categorie hanno continuato ad espandersi sopra aree sempre più ampie della vita umana, sia in senso geografico che all'interno delle società capitaliste, fino allo stadio attuale, dove non c'è praticamente alcun aspetto della vita che non sia determinato dal lavoro e dal valore, dalla merce e dal denaro, o dalle loro forme derivate.
Nella società moderna basata sulla produzione di merci, il lavoro ha un aspetto duplice: è sia lavoro astratto che lavoro concreto. Tuttavia, questi non sono due diversi tipi di lavoro ed il lavoro astratto non ha nulla a che fare con il lavoro immateriale: una confusione terminologica costantemente mantenuta da alcuni autori. Ogni lavoro, indipendentemente dal suo contenuto, ha un lato astratto, vale a dire che costituisce semplicemente un dispendio di energia umana misurata dal tempo.
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La Cina può salvare il capitalismo?*
Sander
In tutto il mondo, gli stati capitalistici adottano delle misure d'austerità per rallentare la crescita del debito pubblico. Ma dal momento che frena il consumo, questa politica non è in grado di sostenere la crescita necessaria all'accumulazione del capitale.
Da dove può venire allora lo stimolo per mantenere la macchina in funzione? Per mancanza di alternative, lo sguardo si volge verso l’est. Sembra infatti che la storia - suprema ironia - abbia scelto la Cina "comunista" per il ruolo di salvatore del capitalismo mondiale.
Quale crisi?
PI (Perspective Internationaliste) individua nella crisi attuale non solamente un evento ciclico nel processo d’accumulazione del capitale ma la manifestazione dell’obsolescenza delle fondamenta stesse del modo di produzione capitalistico, cioè a dire, della forma valore. La quale costringe il capitalista a misurare la ricchezza in termini di lavoro astratto quando, invece, la creazione di ricchezza reale dipende sempre meno dalla quantità di tempo di lavoro fornito, e sempre più dalle applicazioni produttive della conoscenza.
La previsione di Marx (nei 'Grundrisse'), che individuava in questa contraddizione fondamentale i limiti storici del capitalismo, trova oggi la sua piena realizzazione. Fondare sulla legge del valore le decisioni su cosa, come, quanto, dove e per chi produrre è diventato assurdo. Questa assurdità si manifesta nella coesistenza di una sovrapproduzione diffusa e di un’estrema povertà, nell’incapacità crescente del capitale di sfruttare l'aumento della forza lavoro disponibile –il cui effetto è la rapida espulsione di manodopera dalla produzione- mentre il denaro ricerca una sicurezza illusoria nelle bolle finanziarie.
Questa assurdità si manifesta negli sforzi fatti per imporre una carenza artificiale di beni che sarebbero altrimenti abbondanti e privi di valore (come i beni informatici). Nell'incapacità del Capitale di porre fine alla distruzione dell'ambiente, pur sapendo che le conseguenze disastrose sono sempre più minacciose.
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Perché adesso? Quale sarà il prossimo?
Conversazione tra Naomi Klein* e Yotam Marom**
Naomi Klein - Una delle cose più misteriose riguardo a questo momento è: “perché adesso?” La gente ha lottato contro le misure di austerità e ha urlato per un paio di anni contro gli abusi delle banche, facendo essenzialmente la stessa analisi: “Non saremo noi a pagare per la vostra crisi”. Ma non sembrava proprio che acquistasse popolarità, almeno negli Stati Uniti. C’erano dimostrazioni e c’erano progetti politici e c’erano proteste come a Bloombergville. Ma, erano in gran parte ignorate. Non c’era davvero nulla su vastissima scala, nulla che realmente avesse un impatto significativo. E adesso, improvvisamente, questo gruppo di persone in un parco ha fatto esplodere qualche cosa di straordinario. Come lo spieghi, allora, dato che sei stato impegnato in OWS dall’inizio, ma anche nelle precedenti azioni contro l’austerità?
Yotam Marom – Ebbene, la prima risposta è: non ho idea , nessuno ne ha. Ma posso fare delle congetture. Penso che ci siano delle cose che si devono considerare con attenzione quando ci sono momenti come questi. Una sono le condizioni: disoccupazione, debito, sfratti, i molti altri problemi che deve affrontare la gente. Le condizioni sono vere e sono brutte, e non si possono simulare. Un altro tipo di base per questo tipo di cosa è quello che fa la gente che organizza per preparare momenti come questi. Ci piace fantasticare su queste insurrezioni e sugli importanti momenti politici – ci piace immaginare che vengano fuori dal nulla e che sia necessario solo questo – ma queste cose accadono se c’è dietro uno sforzo organizzativo enorme che viene fatto ogni giorno, in tutto il mondo, in comunità che sono realmente emarginate e che affrontano attacchi bruttissimi.
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Il valore sonante del potere
di Maria Turchetto
La nuova edizione di Il capitale finanziario di Rudolf Hilferding è una vera strenna, di cui sono grata alla casa editrice Mimesis (pp. 544, euro 28). Non certo per il gusto erudito e nostalgico di riavere un classico del marxismo ormai introvabile e citato di seconda e terza mano, ma perché la poderosa opera di Rudolf Hilferding merita davvero, più che una rilettura, una nuova lettura, come suggeriscono nell’introduzione Emiliano Brancaccio e Luigi Cavallaro, curatori di questa edizione. Una lettura - scrivono - che aiuti «a produrre un altro testo che (…) sposti di piano quello immediatamente pervenutoci da Hilferding, facendo apparire nuovi oggetti teorici su cui lavorare».
L’indicazione richiama esplicitamente la lezione di Louis Althusser (non a caso del resto il titolo dell’introduzione è «Leggere Il capitale finanziario»), cui i curatori si rifanno anche quando sostengono che il «nucleo del paradigma marxista», da cui oggi si può ben ripartire anche se non è in voga tra i bocconiani, consiste «nel titanico risultato di aver gettato le basi per una teoria scientifica della storia: una teoria che, si badi bene, non ha nulla a che vedere con la visione teleologica e destinale che afflisse certe sue volgarizzazioni dottrinali».
Per dirla tutta, la «visione teleologica e destinale» della storia è stata ben più che una vulgata ad uso delle accademie sovietiche e delle scuole di partito. Era lo «spirito del tempo» dell’Ottocento e di buona parte del Novecento, che Marx aveva faticosamente trasceso ma attraverso il quale veniva (e viene ancora) interpretato. L’idea che il destino del capitalismo sia predicibile permea perciò anche l’opera di Hilferding e ne costituisce la principale debolezza: è la sua predizione di un percorso spontaneo dall’anarchia all’organizzazione pianificata dell’accumulazione sotto la direzione di un «capitale unificato», preludio della transizione al socialismo.
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Scenari possibili dopo la crisi globale1
Domenico Mario Nuti2
1. La nuova crisi globale: déjà vu
La crisi globale iniziata nell'estate 2007 è senza dubbio “la più seria crisi finanziaria che abbiamo visto dagli anni „trenta in poi, se non da sempre” (Merving King, Governatore della Banca d‟Inghilterra, Sunday Times, 9/10/2011). E non solo questa crisi non è ancora finita. Non solo si sono verificate e ci si attendono ancora, dopo timidi parziali inizi di ripresa, nuove ricadute o “double dips”, soprattutto nella zona dell‟euro nel primo semestre del 2012 (compresa l'Italia al -0,5% per tutto l‟anno, secondo le previsioni dell‟OCSE di novembre 2011 (OECD, 2011a), o al - 1,6% secondo la Confindustria; come del resto la Grecia e il Portogallo rispettivamente al -3% e al -3,2%). Quel che è peggio è che alla fine del 2011 il ciclo economico del 2007-20?? si trova in esattamente la stessa, identica posizione dell‟estate 2007, con le stesso tipo di forze all‟opera e lo stesso meccanismo malefico innescato di nuovo, ma su una scala maggiore e in una forma molto più grave.
Infatti la crisi globale corrente iniziava nell‟agosto 2007 come crisi bancaria negli Stati Uniti, in seguito all‟accumulazione nei bilanci delle banche di titoli “tossici” che incorporavano prestiti immobiliari a mutuatari resi insolventi dalla loro disoccupazione, dall‟aumento dei tassi di interesse e dallo scoppio della bolla immobiliare. L'espansione di questi mutui, nonché di mutui al consumo tramite altri prestiti e carte di credito, era stata facilitata dalla de-regolamentazione finanziaria: ad esempio, l'abolizione nel 1980 della "Regulation Q‟ che proibiva alle banche di pagare interessi sui depositi a vista, e nel 1999 della legge Glass-Steagall, che prima separava le attività di credito al dettaglio e di investimento delle banche. Più in generale questi sviluppi erano incoraggiati dal predominio dell‟ideologia iper-liberale che dagli anni novanta si diffondeva negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nell‟economia globale.
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Prof. Monti, dopo Berlino dove si va?
di Sergio Cesaratto
Caro Prof. Monti,
la sig.ra Merkel dopo il colloquio con Lei era assai scossa. Spesso non apprezziamo il Suo eccessivo aplomb, ma in quella conferenza stampa ci ha fatto piacere, suonava persino ironico. Il colloquio era stato preceduto da una Sua intervista a Die Welt, un importante quotidiano tedesco di stampo conservatore, in cui Lei aveva espresso concetti che, se non del tutto condivisibili, mostrano tuttavia, finalmente, un’Italia con la schiena un po’ più dritta in Europa:
“Sono convinto che i rischi per il mio Governo non vengano dall’Italia. [Da dove dunque? Domanda l’intervistatore] Dall’Europa. Il problema è … che l’Unione Europea, malgrado questi sacrifici, non ci viene incontro, in termini di una riduzione del tasso di interesse. I sacrifici fatti dagli italiani pagheranno in tre, cinque, dieci anni, per i nostri figli. E purtroppo constatiamo che questa politica in Europa non gode del riconoscimento e apprezzamento che le spetta obiettivamente. Se gli italiani nel prossimo futuro non vedranno i risultati della loro disponibilità per le riforme e il risparmio, sorgerà –come già si profila - una protesta contro l’Europa e anche contro la Germania quale promotore dell’intolleranza Ue, e contro la Banca Centrale. Chiedo agli italiani sacrifici onerosi – ma li posso chiedere se si profilano dei vantaggi».
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Narrazioni e psicoanalisi. Sui “Racconti analitici” di Freud
di Daniele Giglioli
Non c’è bisogno di coltivare una speciale dedizione alla teleologia, alla mistica della pienezza dei tempi, o magari all’ottimismo evoluzionista secondo cui una cultura riesce sempre a produrre al momento giusto gli anticorpi contro le tendenze degenerative che la minano, per salutare l’arrivo in libreria dei Racconti analitici di Sigmund Freud (progetto editoriale e introduzione di Mario Lavagetto, note e apparati di Anna Buia, traduzione di Giovanna Agabio, “Millenni” Einaudi, 805 pagg, 85 euro) come una circostanza estremamente felice. In un contesto come quello presente, dominato dalla un tempo stimolante ma ormai stucchevole confusione categoriale tra fiction e non-fiction, sempre a rischio di annacquare ogni differenza all’insegna di una generica narratività che tutto pervade e nulla spiega (saggi che si leggono, purtroppo, “come romanzi”; romanzieri che si improvvisano storici, e viceversa; onnipresenza dello Storytelling in ogni ambito della comunicazione e della prassi sociale), il Freud proposto da Lavagetto invita invece a coltivare la sottile e necessaria arte del distinguo. Tra sapere e raccontare, letteratura e scienza, invenzione e scoperta esistono reti infinite di nessi e implicazioni, che bisogna pazientemente districare, non annegare in una melassa incommestibile.
Nessuno ne era più consapevole di Freud. I suoi rapporti con la letteratura, che Lavagetto indaga dai tempi di Freud la letteratura e altro, sono stati molteplici, complessi, fecondi ma anche tormentati. Era convinto che il poeta arriva per sue vie là dove lo scienziato a volte stenta a metter piede. Possedeva una vasta cultura letteraria, una memoria infallibile, una felicità di espressione e di costruzione narrativa che hanno pochi uguali: sotto il profilo della bellezza, molte sue opere, a cominciare dall’Interpretazione dei sogni, potrebbero stare senza disagio nel canone della migliore letteratura del Novecento. Non è lì però che Freud voleva collocarle. La storia di quei rapporti è anche la storia, appunto, di un disagio, di una diffidenza, di una tentazione e di una resistenza. Letteratura e scienza pretendono alla verità, e può capitare che vi arrivino per percorsi simili, ma non sono e non devono essere la stessa cosa, pena il decadere della psicoanalisi – secondo una maligna battuta di Krafft-Ebing, che aveva appena ascoltato una conferenza del giovane Freud – allo statuto di “favola scientifica”.
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David Cameron, il nuovo protagonista dello shakespeariano servo Oswald
di Riccardo Achilli
Spiace doverlo dire ai tanti euro-fanatici, che affollano le borghesie macellaie dei Paesi europei, ma la scelta di Cameron di bocciare l'idea di una Tobin Tax è del tutto logica e coerente con una strategia resa esplicita già da mesi, da quando cioè il governo britannico si oppose al tentativo di regolamentazione dei mercati finanziari europei portato avanti dalla Commissione, e successivamente rigettò la proposta di revisione dei trattati europei, rompendo proprio sul rifiuto di vedersi imporre nuove regole restrittive sui servizi finanziari. La strategia di Cameron, o meglio dei poteri finanziari che gli stanno dietro, e che oramai reggono le sorti dell'economia britannica, fra le più finanziarizzate del mondo, è quella di affondare sistematicamente ogni tentativo di imbrigliare i movimenti finanziari, ivi compresi quelli speculativi ed over the counter. Poiché la City rappresenta, per capitalizzazione, il quarto più grande operatore borsistico mondiale ed il più grande in Europa, è chiaro che l'opposizione del suo governo a qualsiasi ipotesi di regolamentazione o fiscalizzazione delle transazioni finanziarie diventa determinante.
D'altra parte, in questo caso Cameron ha anche ragioni tecniche da vendere: non ha senso imporre la Tobin Tax soltanto sui mercati finanziari europei, perché ciò non farebbe altro che spostare le transazioni finanziarie meramente speculative, cioè sganciate da qualsiasi attività produttiva o reale, verso altre piazze offshore che non abbiano tale tassa. Mentre penalizzerebbe le transazioni finanziarie a destinazione produttiva (aumenti di capitale effettuati da imprese industriali sui mercati borsistici e finalizzati a maggiori investimenti, utilizzo di strumenti derivati per finalità meramente protettive di investimenti produttivi o transazioni commerciali di beni) ampliando il gap competitivo delle imprese europee rispetto a quelle extra europee.
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Dalla crisi di plusvalore alla crisi dell'euro
di Guglielmo Carchedi
Data la rapida sequenza degli avvenimenti, questo articolo sarà regolarmente aggiornato
Aggiornato all’11 Gennaio 2012
I. Una delle caratteristiche della crisi finanziaria scoppiata nel 2007 - e ancora irrisolta - è il suo intreccio con la crisi dell’euro. In sintesi, la tesi di questo articolo è che la crisi dell’euro è la manifestazione nella eurozona della crisi dei derivati. Questa, a sua volta, affonda le sue radici nella caduta secolare del tasso medio di profitto nei settori produttivi degli USA. Questa tesi è stata sviluppata in Dietro e Oltre la Crisi.1 Questo articolo prosegue su quella linea di indagine. A tal fine, sarà necessario riprodurre alcuni argomenti già presentati in Dietro e Oltre la Crisi, ma solo quelli strettamente necessari e in versione accorciata.
Consideriamo, per incominciare, i settori che producono beni materiali negli USA che per approssimazione possono essere considerati come rappresentanti di tutti i settori produttivi.
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Cinque domande sulla crisi
a cura di Sandro Mezzadra e Toni Negri
L’approfondimento della crisi, con le sue devastanti conseguenze sociali, continua a spiazzare consolidati paradigmi interpretativi. Ne risultano non soltanto la bancarotta della scienza economica mainstream, ma anche inedite sfide per quanti hanno continuato in questi anni a praticare in forme originali la critica dell’economia politica. In questione, sempre più chiaramente, ci sembra essere proprio il rapporto tra le categorie economiche e le categorie politiche. Per aprire la discussione all’interno del sito di UniNomade abbiamo rivolto cinque domande ad Andrea Fumagalli, Christian Marazzi e Carlo Vercellone. Presentiamo di seguito le risposte di Andrea e di Christian, in forma di dialogo. Carlo ha svolto alcune riflessioni sull’insieme dei temi da noi proposti: le si possono leggere in conclusione.
Pensate che davvero i mercati non abbiano una leadership latente, qualcuno che suggerisca le operazioni da fare? Questo fuori da ogni teoria del complotto, ma semplicemente dentro l’analisi di ogni meccanismo di decisione, che prevede momenti di unificazione cosciente e non semplicemente condensazioni di spontaneità.
Andrea Fumagalli: le grandi società finanziarie hanno un comportamento che possiamo definire da oligopolio collusivo. Il loro scopo è fare plusvalenze. In questa fase, le plusvalenze più elevate sono ricavabili dallo scambio dei derivati Cds, in particolare quelli relativi al rischio di default privato e pubblico. La natura collusiva dell’oligopolio finanziario viene garantita dall’intermediazione svolta dalle società di rating. A partire dalla crisi dei sub-prime (fine 2007), si è assistito ad un ulteriore processo di concentrazione nei mercati finanziari. Ecco alcuni dati.
Se il Pil del mondo intero nel 2010 è stato di 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo surclassa: il mercato obbligazionario mondiale vale 95 mila miliardi di dollari, le borse di tutto il mondo 50 mila miliardi, i derivati 466 mila miliardi.
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Il colpo di stato di Mario Monti
Paolo Becchi
Il governo Monti è destinato a «passare alla storia» più di quanto non lo sia il decennio berlusconiano appena trascorso. Ciò che, infatti, è avvenuto con il conferimento dell’incarico ad un tecnico di Bruxelles non è stato che un "coup d’état" deciso da «poteri forti» in parte estranei al nostro Paese e guidato dal presidente della Repubblica.
Certo non un colpo «alla sudamericana», un golpe, con tanto di ingresso di fucili e militari nell’emiciclo del Parlamento. «Colpo di Stato», del resto, non indica di per sé un rivolgimento violento, quanto un’«esecuzione che precede la sentenza», come lo definì il libertino Naudé, che coniò l’espressione a metà del Seicento.
Cosa significa? E cosa è accaduto in Italia, in questi mesi? Semplicemente quello che tutti (o quasi) si ostinano a negare. È accaduto che, con una manovra di palazzo, è stata realizzata la transizione costituzionale dalla Seconda alla Terza repubblica, da un sistema politico bipolare ad un ridimensionamento del potere dell’Assemblea a favore del presidente della Repubblica, dal parlamentarismo ad un presidenzialismo ancora da definire nei suoi contorni istituzionali, ma di fatto già all’opera con questo «governo del presidente». Non vi è infatti alcun dubbio sul fatto che il capo dello Stato da «custode della Costituzione» si è trasformato in guida politica dello Stato.
Si doveva, ovviamente, iniziare con l’eliminazione di Berlusconi, il quale - a dispetto delle apparenze - è stato in Italia colui che ha compiuto, e parimenti portato alla sua dissoluzione, il potere parlamentare: mai il nostro Parlamento era stato più potente e, nel contempo, più bloccato. Il rovesciamento di questo potere è cominciato con un tentativo di erosione dall’interno: Gianfranco Fini. Si è poi tentato con l’assalto alla vita privata del capo del Governo, ma anche questo si è rilevato insufficiente.
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Stato*
di Mario Tronti
Il discorso sullo Stato segue al discorso sul partito. La fase, cioè l’oggi, li stringe in un abbraccio: che si vorrebbe mortale e che bisognerebbe rendere vitale. Del resto, questo è un tempo in cui tra ciò che si vuole e ciò che si deve, vale la regola dell’incomunicabilità. Tra Stato politico e partito politico, in mezzo troviamo la crisi strutturale della politica moderna. Questo è il Grund, oscuro, del problema. Oscuro, perché non pensato, semplicemente dato, accettato, subìto. Crisi dei fondamenti, non della politica in generale, come se ne parla genericamente, appunto oggi, ma della politica secondo quanto il Moderno ne aveva offerto di teoria e di pratica, di pensiero e di esperienza. Politica che fa società, intervento soggettivo che tiene insieme un’oggettività, che da sola non sta insieme, quella complexio oppositorum degli individui liberi, che la modernità ha gettato sul campo di guerra della storia umana.
Nel Moderno, la politica viene prima dello Stato, Machiavelli prima di Hobbes. La politica fonda lo Stato, come strumento di ordinamento della libera associazione degli individui, a quel punto anche attraverso il diritto. Stato non è polis, non è Impero, nemmeno è potere secolare distinto da potere ecclesiale, non è più quello il problema. Stato è solo Stato moderno. Questo è un punto da tenere fermo. L’invenzione moderna dello Stato va vista, e va messa, dentro l’età modana delle scoperte, geografiche e scientifiche, spaziali e culturali. E dentro la storia moderna del soggetto, o dentro la storia del soggetto moderno. È il grande individuo, il macroantropos, una singolarità inedita, sovraindividuale, artificio giuridico mondano e al tempo stesso Deus mortalis, a cui il singolo vero può affidare la sicurezza, altrimenti sempre in pericolo, della propria vita e dei propri beni. Una nascita graduale, in crescita esponenziale, man mano che si amplia lo spazio della sovranità, locale e sociale, dal territorio alla nazione, dai ceti alle classi, dal Principe al Leviatano e, attraverso le rivoluzioni, dalla monarchia assoluta alla monarchia costituzionale, dallo Stato liberale allo Stato democratico.
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Consumare di notte
di Piero Bevilacqua
Scriveva Marx, ai suoi tempi, che nella società capitalistica i paesi industrialmente più avanzati indicano agli altri il proprio avvenire. Chi è più avanti nello sviluppo anticipa trasformazioni e fenomeni che anche gli altri, più indietro nel processo di modernizzazione capitalistica, conosceranno qualche decennio più tardi.
Questa analisi-profezia, che ha resistito gagliardamente alla prova del tempo, sembrava essersi appannata nella seconda metà del XX secolo, quando un capitalismo incarnato e imbrigliato nelle culture e nelle istituzioni nazionali, sembrava dare a ciascun paese un proprio Sonderveg, come dicono i tedeschi, un proprio originale sentiero. I paesi europei, ad esempio, col loro solido welfare, si distinguevano dagli Usa e sembravano capaci di contenere e filtrare i fenomeni più dirompenti che in quel paese facevano da avanguardia. Ma questo scarto è durato poco e, sotto la furia del pensiero unico – che nell’ultimo trentennio ha visto capitolare molti antichi presidi nazionali di costume e di cultura – lo sguardo anticipatore di Marx ha acquistato un nuovo e lucente smalto.
Oggi abbiamo la possibilità di osservare sul nascere, e per così dire in vitro, come si afferma e diventa generale tale tendenza, chi sono i soggetti che la promuovono, quali motivazioni la sostengono. La proposta del governo italiano in carica di prolungare l’orario di lavoro dei negozi è, a dispetto delle apparenze, un sontuoso cavallo di Troia che nasconde nella pancia alcuni fenomeni già all’opera nelle “società più avanzate”.
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Regalo di Natale
I derivati sui titoli di stato come arma di distruzione di massa
Antonio Pagliarone
Il 21 dicembre il Governatore della BCE Mario Draghi ha confezionato un bel pacco dono di 489 miliardi di euro, garantiti dallo stato, destinati a 523 banche europee in difficoltà corredandolo con lustrini dorati da un tasso di interesse dell’1% per tre anni. Si è finalmente realizzato il sogno di quei keynesiani del nuovo millennio che chiedevano a gran voce l’intervento della BCE perchè acquistasse quei titoli di stato divenuti tossici, veri e propri virus che hanno impestato il sistema. In realtà il regalo natalizio di Draghi assomiglia moltissimo al famoso intervento della Fed americana che si è accollata i titoli tossici legati ai mutui subprime per 1,45 trilioni di dollari senza essere riuscita tutt’oggi a smaltire questa montagna di sterco. Invece di farlo direttamente, la BCE ha però messo le sue succursali nelle condizioni di operare una sorta di quantitative easing (creazione di moneta) per dare una boccata di ossigeno al sistema finanziario europeo, rinviando - solo di qualche mese - l’inevitabile crash che investirà tutta l’eurozona. Gli ingenui keynesiani si illudono che tali immissioni di “liquidità” possano spingere gli istituti bancari a rilanciare il credito alle industrie ed ai privati affinché possa essere riavviata una nuova fase di crescita dell’economia reale e dei consumi. Ma sono stati presto delusi. Infatti nel 2012 le banche dovranno rifinanziare poco più di 800 miliardi di debiti mentre i governi 1700 miliardi e allo stesso tempo dovranno sostenere le banche stesse. Le banche acquistano titoli di stato finanziando i governi e questi a loro volta devono finanziare le banche. E’ un cul de sac dal quale non se ne esce.
Se una banca dovesse acquistare con i nuovi fondi BCE dei titoli di stato a dieci anni al 7% con danaro prestato all’1 % di interesse ne ricaverebbe un utile del 6% ossia una sorta di carry-trade[1], come afferma Mike Whitney, un sussidio diretto della BCE con la speranza che le banche acquistino direttamente i titoli spazzatura dei PIGS (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, i paesi a rischio default).
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La chiusura del cerchio
Elisabetta Teghil
In questa fase neoliberista del capitalismo, lo scontro tradizionale che avveniva per la conquista delle materie prime e la penetrazione nel mercato dei paesi del terzo mondo, oggi investe anche i paesi occidentali.
Questa è la chiave di lettura dell'improvvisa apparizione del debito nel panorama economico dei paesi dell'Europa occidentale.
I paesi più indebitati al mondo, sia in assoluto che in rapporto alla popolazione locale e alla ricchezza produttiva, sono gli Stati uniti e l'Inghilterra.
Allora vediamo che la vicenda- debito è strumentale e fa parte di un unico progetto: svendere l'economia dei paesi così detti indebitati alle multinazionali anglo- americane.
L'obiettivo, per rimanere in Italia, è di appropriarsi delle riserve auree dello Stato e mettere mano ai risparmi delle famiglie, due aspetti che caratterizzano il nostro paese rispetto agli altri, perché alcuni non hanno riserve auree consistenti come quelle italiane e, in altri, le famiglie sono fortemente indebitate e non ci sono risparmi da saccheggiare.
Lo stesso avviene per la casa. Anche in questo campo, in Italia, c'è una grande tradizione rispetto alla proprietà della casa. E anche questa è nel mirino di banche e finanziarie.
Per fare ciò, l'Italia si è dotata di un iperbolico apparato di controllo e, accanto alla guardia di finanza, ha messo su Equitalia, una struttura mastodontica, per mezzi e uomini, per poter raggiungere questo obiettivo.
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Nessuno capisce che cos’è il debito
di Guido Carandini e Paolo Leon
Il premio Nobel Paul Krugman, ha scritto sul New York Times un articolo intitolato "Nessuno capisce cos'è il debito". Intendeva nessun economista della scuola preferita dai conservatori, e il debito cui si riferiva è quello pubblico generato dal disavanzo della spesa statale. Per dimostrarlo ha fatto il seguente esempio. Coloro che aborriscono i disavanzi statali ritengono che possano causare un futuro in cui i cittadini saranno impoveriti dal dover rimborsare il denaro preso a prestito. Quindi paragonano gli Stati Uniti a una famiglia che abbia contratto un mutuo tanto oneroso da condannarla a soffrire gravi difficoltà nel pagamento delle rate mensili. Ma, dice Krugman, si tratta di una analogia falsa per due motivi.
Il primo: le famiglie devono rimborsare il debito contratto ma non i governi, ai quali si impone solo che il debito cresca meno della base fiscale. L'enorme debito contratto durante la seconda guerra mondiale non è mai stato rimborsato ma è diventato progressivamente irrilevante man mano che l'economia Usa cresceva e con essa i redditi soggetti a tassazione.
Il secondo: una famiglia oberata dai debiti deve del denaro a qualcun'altro, mentre il debito degli Usa è in larga parte denaro che è dovuto ai suoi stessi cittadini. È vero che a causa del debito contratto per vincere la seconda guerra mondiale i contribuenti sono stati colpiti da un onere che, in rapporto al reddito nazionale, era assai maggiore di quello attuale. Ma quel debito era anche posseduto dai contribuenti che avevano acquistato i titoli del Tesoro americano e quindi non rese più poveri gli americani del dopoguerra i quali, anzi, godettero del più marcato aumento dei redditi e degli standard di vita mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti. Krugman sostiene dunque che, in determinate situazioni, politiche governative dirette a stimolare la crescita e l'occupazione possono rendere sopportabili aumenti del debito assai superiori a quelli che la saggezza convenzionale ritiene accettabili.
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Devo congratularmi con “Mario Il Grigio”
Aldo Giannuli
Non stupitevi: devo proprio congratularmi con il senatore Monti. Non per la manovra economica (per carità!), che è un disastro: botte da orbi a ceti popolari e medi, diminuzione delle garanzie sociali, grandinata di tasse su immobili e consumi. E tutto senza nessun risultato, nè vicino nè lontano: lo spread continua ad impazzare, il rischio di fare default è intatto, perchè non si sa come sostenere interessi al 7% su un debito arrivato al 120% del Pil, ripresa economica sempre meno vicina e credibilità internazionale al punto di prima: zero. Sotto questo aspetto va detto che il bilancio non potrebbe essere peggiore: avevamo chiamato San Giorgio per abbattere il Drago e il Drago continua a farla da padrone senza neanche filarsi San Giorgio. Dunque non è per questo che ci congratuliamo.
E neanche per la gestione dell’ordine pubblico (che, come dimostrano gli episodi di Torino, Firenze e Roma) resta molto degradato; e neppure per un qualche sussulto di presenza in politica estera dove l’Italia continua a pesare quanto Andorra. Non parliamo poi della struttura del governo fatta con il “nuovo manuale Cencelli” ad uso di logge e curie. Persino il “Corriere della Sera”, primo artefice della candidatura Monti, ha da ridire in proposito.
Un voto scolastico ai primi 50 giorni del Presidente Monti? 3 meno meno ed, aggiungiamo, “per incoraggiamento”.
Ma allora, per cosa ci dobbiamo congratulare?
Ma per la capacità comunicativa, naturalmente! Anzi of course (come direbbe l’anglofono Monti). “Mario il grigio” è un genio della comunicazione e della guerra psicologica, che ha lungamente studiato il suo predecessore surclassandolo.
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Le interessanti giravolte degli antiberlusconiani di tipo A
Leonardo Mazzei
Se anche per «Repubblica» l'Europa non è più il «bene» di un tempo
Ammettiamolo: per certi aspetti il quotidiano Repubblica è una spia davvero interessante.
Repubblica, che nacque già nel 1976 come giornale-partito, è oggi un partito-giornale dai due volti complementari. Da un lato è uno degli organi più importanti delle oligarchie finanziarie, dall'altro è il vero portabandiera di quello che possiamo definire come antiberlusconismo di tipo A*.
Questi due caratteri non sono contraddittori. Al contrario, è proprio grazie all'antiberlusconismo alla Scalfari, se l'uomo delle tante sette semi-segrete che diramano dalla cupola del capitalismo-casinò ha potuto stabilirsi a Palazzo Chigi e presentarsi come Salvatore della patria. Per Repubblica il professor Quisling è questo e altro, ma dal suo insediamento novembrino ad oggi sembra già passato un anno.
Fino a due mesi fa l'Europa era indiscutibilmente il «bene». Un bene assoluto al quale tutto sacrificare. Un bene messo in discussione solo dal male albergante in alcuni paesi viziosi, in primo luogo l'Italia berlusconiana. Se l'Europa era il bene, la Germania era il virtuoso esempio da seguire. Più Europa e più Germania era dunque la ricetta per guarire il malato Italia.
Trapassati nel 2012 tra inni alla crescita e inviti alla speranza, il quadro è improvvisamente cambiato. «L'asse tra il Professore e Nicolas "Ora la Merkel dovrà cambiare linea"» è il titolo dell'odierno articolo a commento dell'incontro parigino di ieri tra Monti e Sarkozy. La Merkel va dunque messa in riga, ben venga di conseguenza il nuovo asse con il ridicolo galletto francese, che fino a qualche mese fa faceva comunella con l'odiato omologo italiano.
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Fase due
di Augusto Illuminati
Il 2012 entrante – calendarizzando al modo di DFW potremmo chiamarlo l’anno di S. Egidio e S. Paolo – coglie i solerti bocconiani in piena attività, piuttosto indifferenti agli schieramenti parlamentari e all’affannoso pressing della società civile, attenti invece alla logica delle istituzioni europee e delle banche. Peccato che sia una logica scombinata e inefficace, il cui unico esito concreto e tutt’altro che trascurabile consiste nell’aver tramortito e sgonfiato le due grandi coalizioni del defunto e presunto bipolarismo, senza aver intaccato i sintomi e ancor meno le radici di una crisi che è di natura ben superiore alla scena nazionale. Allo stesso tempo stampa e opinione pubblica sono stati dirottati dal gossip sessuale berlusconiano all’altalena degli spread, cambiando solo il contenuto dell’infinite jest con cui distrarre l’attenzione dalle manifestazioni sociali della crisi e attenuarne le resistenze per dispersione.
Dell’incipiente trasformazione costituzionale che l’esperienza del governo tecnico sta avviando, sotto il mantello di re Giorgio e con l’accompagnamento del piffero di Scalfari, abbiamo già scritto. Anche se la crisi uscisse fuori controllo, la distruzione della Seconda Repubblica (o sedicente tale) è ormai compiuta, mentre per l’instaurazione della Terza occorrono ancora un paio di condizioni. La prima, che non dipende da Napolitano e Monti e neppure (temo) dalle autorità europee, è che la crisi sia riportata sotto controllo –prospettiva al momento remota–, la seconda che la crisi sia usata per spezzare le ultime resistenze interne al neoliberismo, riorganizzando il mercato del lavoro in modo subalterno ma meno caotico e controproducente (cioè diseconomico e generatore di esplosioni ribellistiche). In questo dovrebbe consistere la Fase Due: ripresa e flessibilità razionalizzata. Mentre però la prima è resa improbabile dalla dilagante recessione europea, frutto della cieca austerità deflazionista del comando finanziario, la seconda resta un obbiettivo praticabile, che avrebbe per primo effetto quello di modificare i rapporti di classe in senso favorevole all’1% (o al 5%) aggravando la recessione per tutti gli altri. Se perfino Monti ha qualche dubbio sui tempi del pareggio di bilancio (lasciando perdere la farsa bi-partisan del suo inserimento in Costituzione, con clausole che in pratica e per fortuna la vanificano) e sul ruolo della Bce, compatto e impavido è invece tutto il governo nell’aggredire il mercato del lavoro e nel foraggiare le banche senza contropartite.
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Governo carnevale, governo quaresima
di Luca Baiada*
È presto per dire se il modello berlusconiano sia davvero tramontato, se si tratti di una scossa, di un’eclissi momentanea, di una metamorfosi. E speriamo che per altri aspetti, non sia invece troppo tardi.
Caduta la prima fila, arrivano i tecnici? In realtà, quasi tutti i componenti del governo Monti sono cresciuti e si sono arricchiti con la protezione politica. Economisti dai mille incarichi, uno più redditizio dell’altro, avvocati da sempre al servizio della classe dirigente, in modo assolutamente trasversale a gruppi e schieramenti, consulenti generosi di consigli a chi sino a ieri comandava di fronte e adesso comanda di profilo o si è messo da parte in attesa di mettersi di traverso. Robusta è la presenza del potere papale, in tutte le sue articolazioni intellettuali, amministrative e gestionali. Si notano persino alacri presenze dell’Università cattolica e della Comunità di sant’Egidio. Alla Cattolica la cultura, mentre il fondatore di una struttura che svolge funzioni di diplomazia parallela, con serie implicazioni geopolitiche, dovrebbe garantire qualcosa sulla bontà, con la benedizione di qualche cuoricino.
La presenza di banchieri è determinante. È possibile che Mario Monti e Corrado Passera occupino quattro posti governativi? No, è peggio, ne hanno cinque. Monti è presidente del consiglio e ministro ad interim dell’economia. Passera è ministro dello sviluppo e ad interim di infrastrutture e trasporti. Ma quest’ultimo ministero deriva dall’accorpamento di due funzioni diverse. L’esito istituzionale e politico è un groviglio preoccupante e centrale nella cifra di tutto il gabinetto. Nell’Italia democristiana si paragonava un grosso affarista a una divinità indiana dalle tante braccia.
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