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Nel pozzo del nostro debito
di Guido Viale
Ora si comincia a parlare di default (fallimento) come esito - o come soluzione - del debito pubblico italiano. La discussione assume aspetti tecnici, ma il problema è politico e merita approfondimenti sui due versanti. Dichiarare fallimento imboscando dei fondi, è truffa. Ma è truffa anche se una condizione insostenibile viene protratta oltre ogni possibilità di recupero; in particolare, per spremere quelli che si riesce a spennare con la scusa di rimettersi in sesto, prima di dichiarare che «non c'è più niente da fare». Proprio quello che l'Unione Europea e i suoi governi (e non solo la Bce) stanno chiedendo a Grecia, Portogallo e Irlanda, ma forse anche all'Italia.
C'è chi, senza escludere il default, vede una soluzione alla crisi del debito nell'uscita dall'euro. Il problema, vien detto, non è tanto il debito pubblico quanto il debito estero; in cui si riflette la perdita di competitività del paese, costretto dalla propria inflazione e dalla minore "produttività" a finanziarsi all'estero per importare più di quanto esporta. L'uscita dall'euro consentirebbe un recupero di competitività attraverso la svalutazione - oggi resa impossibile dalla moneta unica - riequilibrando così, con maggiori esportazioni, i conti con i paesi che, come la Germania, possono evitare di rivalutare la loro moneta e perdere competitività proprio grazie all'appartenenza all'eurozona. L'aumento delle esportazioni produrrebbe, sostiene per esempio Alberto Bagnai, «risorse sufficienti a ripagare i debiti, come nel 1992. Se non lo fossero - aggiunge - rimarrebbe la possibilità del default ... come hanno già fatto tanti paesi che non sono stati cancellati dalla geografia economica per questo». Ma una svalutazione - posto che l'uscita dall'euro sia praticabile - basterebbe a riequilibrare la bilancia dei pagamenti dell'Italia, o quella di altri paesi dell'eurozona in difficoltà? In altre parole, costando il 15 o il 20 per cento in meno le auto della Fiat prodotte con il metodo Marchionne - a cui forse Bagnai attribuisce eccessiva credibilità - potrebbero ancora sottrarre consistenti quote di mercato alla Volkswagen? O costando il 15 o il 20 per cento in più l'Italia cesserebbe di importare turbine eoliche dalla Danimarca e pannelli fotovoltaici o impianti di cogenerazione dalla Germania, mettendosi finalmente a produrli in proprio?
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L'11/9 agirono tanti servizi
Paolo Sidoni intervista Giulietto Chiesa
L’11 settembre? Un grande fenomeno mediatico capace di instillare la paura a più di due miliardi di persone. Grazie a quella «paura» è stato possibile portare avanti la politica di aggressione degli USA in Medio oriente e in Afghanistan negli anni successivi. E’ quello che pensa Giulietto Chiesa, giornalista di lungo corso e tra i più attivi e ascoltati esperti «non allineati» dell’11 settembre. Il suo film «Zero» è tra i principali documentari dedicati all’attacco alle Twin Towers. Che, secondo lui, fu voluto da frange deviate di molti servizi segreti: americani, arabi, israeliani, pakistani…
Secondo il giornalista Giulietto Chiesa gli attentati dell’11/9 sarebbero stati una «false flag operation» , opera di spezzoni di diversi servizi segreti internazionali. L’obiettivo? Creare una tale shock emotivo nell’opinione pubblica mondiale che avesse giustificato l’intervento militare in Medio Oriente. Giulietto Chiesa è un noto giornalista italiano (a lungo corrispondente da Mosca de «L’Unità» e de «La Stampa») che si occupa in prevalenza di guerre e globalizzazione. È stato parlamentare europeo fino al 2009 e fondatore di Megachip – Associazione per la democrazia nell’informazione. Ha curato alcune pubblicazioni nelle quali la versione ufficiale degli attacchi viene completamente smentita. Da una sua inchiesta è stato realizzato il video documentario «Zero, inchiesta sull’11 settembre», presentato al Festival del Cinema di Roma il 23 ottobre 2007. «Storia in Rete» lo ha intervistato.
È difficile districarsi tra le varie teorie che individuano dietro i fatti dell’11 settembre un complotto dell’allora amministrazione Bush. Qual è in sintesi il quadro che lei si è fatto?
«Io non perdo tempo a districarmi tra le teorie. Sono stato tra i primi a vedere che la versione ufficiale faceva acqua da tutte le parti. I fatti non collimano con la vulgata del 9/11 Commission Report. A dieci anni di distanza diverse domande sono diventate certezze. Non è andata così come ci hanno raccontato. All’11 settembre hanno partecipato spezzoni di diversi servizi segreti, tra cui la CIA, l’FBI , il Mossad, i servizi sauditi e pakistani. Ci sono gli estremi per incriminare diversi cittadini americani come partecipanti attivi. Li si dovrebbe chiamare a testimoniare sotto giuramento».
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Tra tecnocrazie monetarie e speculazione
Sergio Bruno
L’austerità è un’arma spuntata contro gli attacchi dei predoni della finanza. E la cessione di potere alla Bce non ci salverà. Riflessioni sul da farsi, a partire dalla lunga estate pazza
I parte. La politica in Europa, succube di tecnocrazie e professionisti della speculazione
Mi impensierisce, in questi giorni di follia internazionale, la confusione mentale di molti di quelli che, sulla grande stampa quotidiana, hanno da dire qualcosa su quanto accade e su cosa bisogna fare. Se il problema del governo è quello dell’agire subito e con decisione, non vi è molto da capire. I margini di tempo e di discrezionalità sono talmente ristretti che non resta che fare, ma subito, il meno peggio, e farlo senza credere nelle favole di chi dice che sia possibile praticare nell’immediato politiche che concilino austerità e sviluppo. Una ricetta per lo sviluppo a breve non l’ha nessuno. Ora è come quando si combatte strada per strada in una città che si pensava felice e ben fortificata. Prima bisogna salvarsi. Ma chi non è coinvolto nei combattimenti, chi ha a che fare con il pensare strategico, dovrebbe riflettere sulle origini lontane e sulle sequenze di eventi e decisioni da cui da ultimo è derivata la falla, al fine di costruire, da domani, un futuro più sensato.
Sosterrò, lungo queste linee, che
(a) le politiche di austerità sono non solo inutili per combattere gli attacchi speculativi, ma dannose, nel senso che giocheranno a favore di nuovi attacchi;
(b) l’idea degli eurobonds non ha alcuna rilevanza nel combattere e nel prevenire gli attacchi speculativi. Gli eurobonds vanno invece usati, insieme ad altri strumenti e in un contesto di bilancio federale e di politica industriale europei, per indurre una nuova fase di sviluppo (ma non penso a qualcosa di genericamente “keynesiano”);
(c) esiste una strada maestra per rispondere agli attacchi speculativi, che è quella di fare della Bce un soggetto prestatore di ultima istanza, non solo nei confronti delle banche ma anche degli stati, come con chiarezza e argomentazioni convincenti è stato indicato indipendentemente e in forme leggermente diverse, proprio in questi caotici giorni, da Paul de Grauwe e da Daniel Gros (www.voxeu.org).
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Le cinque grandi ruberie al tesoretto italiano
di Paolo Berdini
C'è un'immensa cassaforte con cui sanare il Paese ma che nessuno vuole aprire. Nella fauci dei poteri forti gettiamo ogni anno il valore di una finanziaria
La manovra economica approvata dal Senato non taglia gli sperperi della spesa pubblica. All'ultimo istante sono state risparmiate anche le prebende della casta parlamentare e nonostante quanto emerge dall'inchiesta sul sistema Sesto San Giovanni - e cioè il gigantesco intreccio tra l'uso della spesa pubblica e dell'urbanistica contrattata per fare cassa a favore delle lobby politico imprenditoriali - né la maggioranza né l'opposizione hanno posto all'ordine del giorno il prosciugamento del fiume di denaro pubblico che sfugge ad ogni controllo democratico. Il "sistema Penati" sta lì a dimostrare che esiste una gigantesca cassaforte piena di risorse che non viene neppure sfiorata dai provvedimenti economici in discussione in Parlamento: lì c'è un grande tesoro che permetterebbe di non tagliare lo stato sociale e risanare il paese.
Il tema del taglio al malgoverno urbano tornerà sicuramente all'ordine del giorno perché tra qualche mese ricomincerà la grancassa del «non ci sono i soldi» e - complici le autorità europee - ripartirà la rincorsa per tagliare i servizi, tagliare le pensioni, vendere le proprietà pubbliche. Vale dunque la pena riprendere il prezioso suggerimento di Piero Bevilacqua su queste pagine (28 agosto), ragionare sulle possibilità di rovesciare i canoni del ragionamento fin qui egemone per interrompere una volta per tutte la grande rapina dei beni comuni, delle città e del territorio.
Il denaro pubblico viene intercettato dalle lobby politico-imprenditoriali attraverso sei grandi modalità.
La prima riguarda le opere pubbliche. Il volume degli investimenti pubblici nei grandi appalti è pari a circa 20 miliardi di euro ogni anno. Appena pochi mesi fa un giovane "imprenditore" (Anemone) con il fiume di soldi guadagnato in generosi appalti offerti dalla cricca Bertolaso ha potuto permettersi di contribuire all'acquisto di una casa per l'ignaro ministro Scajola: quasi un milione di euro.
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Quali soluzioni alla crisi?
di Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci
La BCE: da banca straniera a banca sovrana - L’articolo di Guido Tabellini pubblicato su Il Sole-24 Ore lo scorso 14 luglio ci apparve come uno spartiacque nelle posizioni sulla crisi europea sinora prevalenti sul più autorevole quotidiano finanziario nazionale, e una crepa fra quelli che, per comodità, possiamo definire gli economisti bocconiani, quelli per capirci del “rigore di bilancio espansivo”
Rifacendosi implicitamente ad avvertimenti che erano stati da tempo avanzati dagli economisti del Levy Institute ben prima che cominciassero a far capolino fra gli economisti normalmente più accreditati (si fa per dire, naturalmente), Tabellini affermava che la solvibilità dei debiti sovrani è legata alla presenza di una banca centrale volta sostenerli. Le analisi del Levy avevano, per esempio, falsificato le tesi assai popolari di Reinhart e Rogoff che fissavano una soglia del 90% del rapporto debito/Pil oltre il quale un default si faceva assai probabile senza specificare che i casi studiati erano tutti di paesi che avevano rinunciato alla piena sovranità monetaria - come hanno fatto molti paesi europei a favore della BCE che è a tutti gli effetti, per ciascuno di essi, una banca straniera (l’euro è per ciascuno di essi una moneta straniera). Tabellini suggeriva dunque, con apprezzabile franchezza, che l’Europa deve decidere se la BCE è causa o soluzione del problema. Il disegno che Tabellini – confermato in successivi interventi e sostenuto anche da pregevoli interventi di Pierpaolo Benigno– sembra suggerire è che: a) l’Unione Monetaria Europea (UME) si doti di una politica fiscale comune che, per cominciare, non può che consistere nel trasferimento di quota dei debiti sovrani a una istituzione europea che emetterebbe i famosi Eurobonds per rifinanziare i debiti trasferiti; b) la politica monetaria agisca in maniera cooperativa alla politica fiscale sostenendo i titoli del debito sovrano, operando dunque come tradizionalmente hanno agito le banche centrali degli stati sovrani.1 A noi sembra che soprattutto l’attribuzione piena alla BCE del ruolo di prestatore di ultima istanza sia chiave nello sdrammatizzare la crisi del debito nei paesi periferici europei, senza dover creare quella “transfer union” tanto temuta dai tedeschi.
Da ultimo, lo scorso 8 agosto, la BCE è in effetti intervenuta a sostegno dei debiti sovrani di Italia e Spagna, ma come è stato osservato, troppo poco e troppo tardi. Il risultato è che i differenziali nei tassi sui titoli decennali dei due paesi rispetto agli analoghi titoli tedeschi si sono mantenuti attorno a 300 insostenibili punti, e che in poche settimane la BCE si troverà in pancia qualche centinaia di miliardi di titoli sicché la sua azione sarà prontamente arrestata dall’irritazione di qualche politico tedesco.
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Refrain
Elisabetta Teghil
Fino a vent'anni fa, le grandi imprese funzionavano con un sistema di produzione integrato che impiegava migliaia di operai in sedi gigantesche.
La "nuova economia" ha ridotto le dimensioni degli impianti nei paesi occidentali attraverso le delocalizzazioni ed il subappalto: le prime in paesi dove le condizioni di lavoro sono schiavistiche, le seconde resuscitando forme, che non pensavamo più di vedere, di forte sfruttamento.
Le delocalizzazioni delle grandi fabbriche e lo sviluppo di unità di produzione in subappalto, hanno raggiunto l'obiettivo di aggirare la resistenza operaia e di costruire un nuovo rapporto con il lavoro e con le lotte sociali. Nell'ambito dei contratti lavorativi è stata introdotta ogni forma di individualizzazione, come quelle del salario e dei premi, nello sforzo, riuscito, di dissuadere gli operai/e da ogni tipo di azione collettiva. E questo comincia dalla procedura di assunzione dei lavoratori/trici che mira ad accertare la docilità dei/delle candidati/e. Questo spiega la scelta frequente, tutta nuova e diversa dal passato, di ricorrere a ragazze-madri.
Gli operai/e sono , nella quasi totalità pagati/e a salario minimo e viene fatto loro capire che non devono aspettarsi di fare carriera. Gli orari sono molto variabili, i gruppi di lavoro non si conoscono. Le lavoratrici/i vengono reclutate/i ad interim, per breve periodo, ed il rinnovo è in funzione del loro comportamento sul lavoro, nel quale devono dimostrare disponibilità e lealtà verso l'impresa. Non esercitano più un lavoro con un suo linguaggio, una sua cultura, i suoi modi di trasmissione tra anziani/e e nuovi/e, ma una sorta di opera puntuale legata ad un progetto.
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Crisi del debito: cosa dovrebbe fare il governo
Fabio Petri*
In questi giorni non trovo sui quotidiani o sui siti internet, anche ‘alternativi’, interventi che suggeriscano proposte concrete alternative a quelle del governo, in grado di fronteggiare la crisi corrente del debito italiano, e che non consistano di proposte perché l’Europa e la BCE cambino politica. Nessun altro sembra osare fare quello che prova a fare Sbilanciamoci ogni anno, indicazioni concrete per una manovra di bilancio alternativa (purtroppo la manovra alternativa di Sbilanciamoci per quest’anno è stata superata dagli eventi, anche se varie buone idee in essa vanno mantenute). Critiche alla politica della BCE e alla non volontà europea di creare un vero governo europeo in grado di fare politiche fiscali e monetarie efficaci non mancano; ma su cosa il governo italiano potrebbe e dovrebbe fare adesso, subito, non trovo granché. Quello che sembra emergere anche dagli interventi di economisti non allineati è che le soluzioni si trovano solo a livello di politiche europee; in Italia, sembrerebbe, si può fare molto poco a parte stringere la cinghia, se l’Europa non aiuta; al massimo distribuire in modo un po’ più equo le sofferenze. (Il PD sembra essere del tutto su questa lunghezza d’onda, a giudicare ad esempio dalla timidezza delle reazioni di Stefano Fassina alle proposte governative, nell’intervista sul Fatto Quotidiano del 6 agosto.) Ma è davvero così, o vi è in alcuni una autocensura che porta a non indicare cosa si potrebbe fare di alternativo perché lo si ritiene politicamente impossibile? Sono sempre stato contrario a che non si enuncino affatto delle proposte solo perché si pensa che non vi sia lo spazio politico perché quelle proposte siano seriamente considerate. Almeno una parte delle persone finisce per non rendersi conto che delle alternative ci sono, e che magari col loro sostegno politico potrebbero avere una chance. Vorrei sollecitare coloro che hanno ben più competenze di me (che sono economista teorico) su questioni di debito pubblico e di stato di salute dell’economia italiana a provare a indicare molto concretamente cosa sarebbe necessario fare – per quanto radicale – per uscire da questa crisi del debito pubblico italiano senza far aumentare la disoccupazione e la povertà a livelli vertiginosi, assumendo una scarsa volontà dell’Europa di aiutare.
Provo a cominciare io, ma, conscio dei miei limiti, solo pour encourager les autres.
Il problema centrale del rientro da un debito pubblico elevato è noto: se lo stato o le amministrazioni locali aumentano la pressione fiscale o riducono la spesa pubblica, fanno diminuire la domanda aggregata inducendo una riduzione delle entrate fiscali che può ridurre di molto la riduzione del deficit pubblico.
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La Grande Crisi, l’Unione europea e la Sinistra
Felice Roberto Pizzuti
Per un'applicazione più "rigorosa" delle vecchie regole la Sinistra è inutile. Serve invece se c'è del nuovo da tentare, per rilanciare in Europa una crescita ricca di equità e di democrazia sociale
1. Quella che stiamo vivendo da 3-4 anni è una fase di transizione storica caratterizzata dalla grande crisi globale esplosa nel 2007-2008, tuttora in corso e di cui ancora non si vede quale sarà la via d’uscita. Come in altre grandi crisi, essa riguarda non solo le modalità assunte dal sistema economico-finanziario - che nel trascorso trentennio è stato caratterizzato dall'affermarsi del neoliberismo e della globalizzazione -, ma anche i valori culturali, sociali e politici che in questo periodo si sono affermati e il senso comune formato dalla diffusione di quei valori nell'opinione pubblica.
L’Unione europea e la Sinistra sarebbero, potenzialmente, in una condizione ideale per dare un contributo positivo al superamento della crisi, ma – almeno finora – ciò non sta accadendo; anzi, per certi versi, si sta verificando il contrario.
2. Nonostante la crisi appaia, per il modo in cui si manifesta, di natura essenzialmente finanziaria, le sue cause strutturali vanno individuate in contraddizioni reali che continuano ad essere sottovalutate o negate dalle visioni economiche e politiche ancora dominanti. Anche nell’opinione pubblica si avvertono segnali di smarrimento e insofferenza, ma - a conferma del complessivo disorientamento dei tempi - non s’intravedono le capacità di una loro canalizzazione politica in senso progressivo.
Tra i principali motivi economici della crisi globale vanno schematicamente ricordati: il peggioramento tendenziale della distribuzione del reddito iniziato negli anni ’80 nei paesi più sviluppati e il conseguente squilibrio tra la sostenuta dinamica delle capacità d’offerta e l’inadeguatezza della domanda, determinata anche dal contenimento della spesa pubblica (in particolare di quella sociale); la finanziarizzazione dell'economia, espressione significativa dell’autonomizzazione della logica del profitto rispetto all’economia reale e ai rapporti sociali e, allo stesso tempo, strumento per sopperire in modo effimero (le “bolle”) alla carenza strutturale della domanda;
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Empiria ed economia
Giancarlo Lutero
Qualche anno fa Giorgio Ruffolo scrisse un agile libricino intitolato Cuori e denari. C’è un passo di quell’opera davvero pregnante per un discorso inerente lo statuto dell’economia politica e delle sue vestali, le discipline quantitative come l’econometria e la statistica applicata: “Chi l’ha detto che l’economia è senza cuore? Lo ha detto – con parole sue – Thomas Carlyle, forse in un momento di malumore. La battezzò dismal science, scienza triste, scienza tetra. Nessuno avrebbe rivolto un’accusa del genere alla matematica. O alla fisica. O alla paleontologia. Il fatto è che la matematica si occupa di simboli astratti. La fisica di oggetti inanimati. La paleontologia di scheletri remoti. L’economia si occupa di uomini. É vero che alcuni economisti si sono sforzati di trapiantarla, l’economia, nella grande serra delle scienze esatte, dalla giungla intricata delle scienze sociali. Ma non si può dire che abbiano avuto successo. Per loro, lo statuto definitivo dell’economista resta affidato a una vita futura: se saranno stati dei buoni economisti, saranno accolti nel paradiso dei fisici; se cattivi, nell’inferno dei sociologi. Nel loro tempo, dovranno adattarsi al purgatorio. La ragione essenziale di quel fallimento sta nel fatto che la “mela” di cui gli economisti si occupano non è una mela newtoniana, che obbedisce nella sua caduta a leggi imprescrittibili. É una strana mela, una mela che pensa. E che, cadendo, può cambiare opinione e percorso. Per questo le predizioni degli economisti sono così fallibili.” Si deve a Keynes l’immagine della mela pensante, che riesce a cogliere tutte le contraddizioni irrisolte in cui si agita ancor oggi la scienza economica (i suoi paradigmi teorici dominanti così come i suoi codici empirici). Essa è divenuta sempre più formalizzata e tecnica, ma nonostante questo sforzo sembra essere sempre più invisa all’opinione pubblica, soprattutto in tempi di crisi economica. Forse c’è una diffusa percezione, a torto o a ragione, del ruolo ideologico di sostegno ai poteri dominanti in cui la teoria economica e l’econometria sono state precipitate da molti dei suoi “agenti” interessati.
È nota la battuta dell’econometrico Edward Leamer il quale affermava che “le stime econometriche sono come le salsicce: è meglio non assistere alla loro preparazione”. Uno dei più grandi e brillanti econometrici viventi, David Hendry, si chiede in un suo famoso lavoro se l’econometria sia alchimia o scienza: il suo interesse per le questioni metodologiche è culminato nel poderoso volume scritto con la storica Mary S. Morgan The foundations of econometric analysis in cui si ripercorrono le tappe di quell’ambizioso progetto di fondazione empirica dell’economia che è stato la creazione dell’Econometric Society.
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Il monopolio dell'economista
Guido Viale
La trasmissione l'Infedele di lunedì, dedicata da Gad Lerner alla manovra economica e al problema del debito pubblico, induce ad alcune riflessioni. Tralascio gli interventi di apologia dell'evasore-imprenditore (a cui Arzignano ha dedicato un monumento) e quello sul suo ispiratore - il governo Berlusconi - affidata a un sottosegretario addestrato a schivare le domande. Tralascio anche quello di Maurizio Landini che ha spiegato che se siamo a questo punto è il meccanismo che ci ha portato fin qui a dover essere cambiato.
Oltre a loro erano presenti un (ex) banchiere, autore di una proposta sensata di imposta patrimoniale, un giornalista economico che sa radiografare con cura i bilanci aziendali e un economista che è una delle migliori voci nel campo dell'analisi finanziaria a livello internazionale: tutti e tre fortemente critici non solo nei confronti del governo Berlusconi e delle sue manovre, ma anche - in parte - delle politiche dell'Unione Europea.
La prima riflessione è questa: il tratto caratteristico della nostra epoca è non solo il fatto che i governi dell'Occidente hanno lasciato - anzi, affidato - alle banche e all'alta finanza il governo dell'economia e, con esso, quello della vita di miliardi di persone, ritrovandosi poi del tutto impotenti di fronte al loro strapotere; ma anche il fatto che l'interpretazione e - direbbe Vendola - la "narrazione" di quel che succede è stata affidata, in forma pressoché monopolistica, agli economisti; che sono tutti, keynesiani o liberisti, adepti di un'unica scuola, di un'unica religione, di un'unica ossessione: la "crescita". Arte, storia, letteratura, filosofia, scienze della natura e della terra possono essere piacevoli diversivi. Ma quando si giunge al dunque - che fare? - l'unica verità che conta è la loro.
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Allegramente Verso il Baratro*
Sergio Cesaratto
"Il debito del Sud: cause culturali?"
Nel maggio 2010, pochi giorni prima di leggere la stessa frase da Wolfgang Munchau sul Financial Times, ho confrontato la situazione europea alle famiglie di Tolstoj descritte da Anna Karenina: "le famiglie felici sono tutte uguali, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo". Così gli europei del centro sono simili, ma ogni paese della periferia è infelice a modo suo. Nel mio commento, pertanto, mi riferisco principalmente all'Italia.
Qual è l'origine dell'enorme debito pubblico italiano (120% del PIL, o giù di lì)? La storia è abbastanza vecchia. Come noto, l'Italia è stata ammessa nella Unione Monetaria Europea (UEM) nel 1997, nonostante un debito pubblico/PIL ben al di sopra del limite previsto dal trattato di Maastricht del 60%. Con una manovra economica attuata in extremis, l'allora governo di centrosinistra di Prodi raggiunse l'altro obiettivo del disavanzo pubblico, il deficit/PIL inferiore al 3% (anche l'attesa dell'ammissione nell'unione monetaria è stata d'aiuto con la riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico). Ufficialmente l'Italia è stata lasciata entrare in quanto, altrimenti, anche il Belgio sarebbe stato escluso. Una verità più probabile è che la Francia non voleva lasciare l'Italia - un forte concorrente manifatturiero - libera di lasciar svalutare la lira nei confronti dell'euro, mentre lei stava firmando un patto col diavolo. Il diavolo, la Germania, si procurava una seconda opportunità - dopo lo SME - per liberarsi di un concorrente fastidioso e della sua liretta sempre svalutabile.
Sia come sia, l'origine dell'enorme debito pubblico italiano dovrebbe risalire al 1970 (come pro-memoria, il "miracolo economico" italiano si è avuto tra il 1958-1963, l'Italia è tradizionalmente una economia guidata dall'export, anche se non nella stessa misura della Germania, e ha ancora il secondo più grande settore manifatturiero in Europa, dopo la Germania).
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Qualche esercizio di scenario
di Riccardo Achilli
Introduzione
I dati occupazionali di agosto 2011 mostrano che, negli USA, non si è creato alcun posto di lavoro, contro una previsione su base mensile di 60.000-75.000 nuovi posti. E' la prima volta dal 1945 che la crescita occupazionale degli USA è nulla. Tale dato non è a beneficio dei collezionisti della statistica, o delle curiosità generate dalla presente fase recessiva. In realtà segnala la prosecuzione di una fase recessiva che sembra essere priva di via d'uscita. Le sciocchezze a proposito di “jobless recovery”, ovvero, in italiano, di ripresa senza lavoro, messe in campo da molti economisti e giornalisti economici, sono, per l'appunto, sciocchezze. Vediamo perché si tratta di sciocchezze, e che conseguenze il continuo peggioramento del mercato del lavoro potrà avere sul capitalismo globale, e qual è la strategia di uscita dalla crisi che il capitalismo sta mettendo in campo, aiutandoci con qualche considerazione di fatto, e pervenendo ad alcuni scenari possibili.
Alcuni dati di fatto e di scenario internazionale
Negli USA, il tasso di disoccupazione “reale”, ovvero comprensivo anche degli effetti di scoraggiamento nella ricerca di una occupazione non computati nel tasso ufficiale, è pari al 10,6%, mentre oltre il 12% della popolazione vive con meno del 40% del reddito mediano (fonte: Ocse). Nell'Unione Europea, il tasso di disoccupazione ufficiale raggiunge il 10,1%, più dell'8% della popolazione vive in condizioni di grave deprivazione materiale ed il 23% della popolazione è a rischio di caduta nella povertà (fonte: Eurostat).
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Sciopero generale e lotta sul debito. Ipotesi al lavoro
Raffaele Sciortino
I fans sono accontentati: Napolitano vuole l’approvazione della manovra bis del governo, e subito. Per tranquillizzare i mercati, of course. Come per l’affaire libico, con il cavaliere e tutto il governo in estrema difficoltà l’autorevole supplente entra in campo a supporto dei veri mandanti: il comitato di consulenza Draghi&Monti celere a recapitare a Roma i messaggi congegnati a Francoforte e Bruxelles. Il tutto in vista di quel “governo tecnico” di emergenza nazionale -su cui l’opposizione avrebbe ancor meno voce in capitolo- perorato dalla finanza internazionale che ha già allungato le mani sulla nuova preda. Quando si dice “credibilità” sui mercati...
Sciopero, malgrado tutto
Che la situazione italiana stia precipitando lo segnala proprio lo sciopero generale proclamato dalla Cgil. Ha sorpreso un po’ tutti, probabilmente la sua stessa base, dopo la firma apposta sotto l’accordo infame del 28 giugno che ha blindato la rappresentanza sindacale contro ogni minima spinta autonoma dal basso e contro la stessa Fiom. Ora Camusso prende atto che con la manovra si passa alla cancellazione definitiva non solo dell’articolo 18 sulla licenziabilità ma della valenza dei contratti nazionali e di ogni rappresentanza formale che non sia alla Bonanni, per dirla in breve: da servi e/o utili idioti. Certo, la gabbia se l’è preparata la stessa Cgil, ma adesso brucia.
Uno sciopero malgré soi, dunque. Vi è costretta per la durezza delle misure contro i soliti noti senza che il governo abbia voluto o saputo offrire la minima contropartita, anche solo simbolica, in termini di “sacrifici equi”.
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La morte definitiva (e la prossima vita) di Keynes
James K. Galbraith
Trascrizione, con il gentile permesso dell’autore, del discorso di apertura di James K. Galbraith al quindicesimo congresso annuale “Dijon” sull’economia post-keynesiana, alla Roskilde University presso Copenhagen, Danimarca, il 13 maggio 2011.
È per me ovviamente un grande privilegio essere qui in questo ruolo e specialmente in occasione del settantacinquesimo anniversario della pubblicazione della Teoria Generale.
Due anni fa, come forse ricorderete, la nostra professione godette di un momento di fermento. Economisti che si erano costruiti la carriera sull’attenzione all’inflazione, le aspettative razionali, gli agenti rappresentativi, le ipotesi di efficienza dei mercati, i modelli dinamico-stocastici di equilibrio generale, le virtù della deregolamentazione e delle privatizzazioni e della Grande Moderazione, furono costretti dagli eventi a tacere temporaneamente. Il fatto di aver avuto torto in modo assurdo, cospicuo e in alcuni casi addirittura riconosciuto, impose persino un po’ di umiltà ad alcuni. Un intellettuale statunitense di vertice in politica legale, compagno di viaggio della Scuola di Chicago, annunciò la sua conversione al keynesismo come se fosse una notizia.
L’apogeo di tale momento fu la pubblicazione sull’edizione domenicale del New York Times del saggio di Paul Krugman ‘Come gli economisti si sono sbagliati’. E in esso, ho notato, Krugman ha ammesso, cito, che:
“… alcuni economisti hanno contestato l’assunto del comportamento razionale, messo in discussione il credo che ci si possa fidare dei mercati finanziari e additato la lunga storia di crisi finanziarie che hanno avuto conseguenze economiche devastanti. Ma nuotavano controcorrente, incapaci di fare molti passi in avanti contro una pervasiva e, in retrospettiva, stupida compiacenza.”
E devo dire, guardando a questo uditorio, che sarebbe corretto essi sono stati più che soltanto alcuni ed è un piacere essere con voi.
Attenendosi alla prassi convenzionale, Krugman non ha fatto il nome di quasi nessuno. Perciò, in un saggio di risposta intitolato ‘Chi erano, comunque, quegli economisti?’ ho descritto il lavoro dimenticato, ignorato e negato della seconda e terza generazione largamente nella tradizione, anche se non interamente, di Keynes che l’ha detta giusta.
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Il punto sulla crisi e sui suoi possibili sbocchi
Vincenzo Comito
Premessa
Nonostante che il fenomeno della crisi in atto sia stato esplorato in tutte le direzioni e continui costantemente a esserlo, permangono molti punti controversi sulla sua origine, sulla sua stessa definizione e sulla sua natura di fondo, nonché conseguentemente sulle vie di salvezza, if any.
In ogni caso, sono ormai passati diversi anni dallo scoppio della crisi e nessuno sembra avere a livello politico delle idee adeguate, nonché la capacità e la volontà per uscire fuori dai guai.
Una definizione della crisi
Manca intanto apparentemente una qualche espressione definitoria che sintetizzi la sostanza del fenomeno in atto e questo appare piuttosto sorprendente. Al momento delle sue prime manifestazioni si è parlato di crisi del sub-prime; successivamente, man mano che essa si apriva nuove strade, si è tentato di appiccicargli qualche altra etichetta, quale “crisi sovrana”, “crisi finanziaria” o anche “crisi del credito”, ecc., ma nella sostanza sembrerebbe mancare a oggi, almeno sui media occidentali, una definizione chiara e convincente.
Dobbiamo andare in Asia per trovarne una che sembri plausibile; in tale angolo del mondo si parla chiaramente di “crisi atlantica” (Padis, 2010), di un fenomeno cioè che riguarda essenzialmente la parte più sviluppata del pianeta.
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Il Tarlo della Libia. Riflessioni e domande di un esodante
Ennio Abate
davvero,
meglio qualunque cosa piuttosto che rimanere, a colui
io non ho nulla da dire». Così Gotama, il Budda.
Ma anche noi, che non più ci occupiamo dell’arte della pazienza
ma piuttosto dell’arte dell’impazienza, noi che tante proposte
di natura terrena formuliamo, gli uomini scongiurando
a scuoter da sé i propri carnefici dal viso d’uomo, pensiamoche a quanti,
non molto abbiamo da dire.
(B. Brecht, La parabola di Budda sulla casa in fiamme, in Poesie 1933-1956, p. 189)
Ricordo le discussioni quando Barack Obama e Hillary Rodham Clinton si contendevano la candidatura presidenziale. Alcune femministe invitavano ad appoggiare Hillary perché era donna, altre afroamericane invitavano ad appoggiare Obama perché era di colore. Il tempo ha dimostrato che lassù in alto non contano né il colore della pelle né il genere.
(supMarcos, Terza Lettera a Don Luis Villoro nello scambio su Etica e Politica, luglio-agosto 2011)
[Il seguente contributo è stato inviato da Ennio Abate anche al sito Nazione Indiana. Poichè non è stato ancora pubblicato, lo facciamo noi, considerata l'"incandescente" attualità dell'argomento]
Cari/e amici/che di Nazione Indiana,
circa sei mesi fa qualcuno s’illuse che la guerra in Libia sarebbe stata “lampo”.1 (E l’Afghanistan? E l’Irak?). Ecchè - si diceva, si scriveva, anche su NI - «lasciamo che il rais bombardi quelli che lui chiama i ribelli?». Si sospendano, orsù, «le questioni di principio». Tacciano i cacadubbi di turno pronti a ricordare che «i droni americani stanno facendo stragi quotidiane di civili in Afghanistan». Che patetici quelli che vedono negli insorti dei «pupazzi eterodiretti dal Capitale Globale o dai vertici del complotto demoplutopippoquiquoqua».
E basta - si diceva, si scriveva - con ‘sto Valentino Parlato, deplorevole esempio di «una “sinistra” che sta sempre coi [dittatori] più deboli» (perché, invece, c’è da stare subito, senza se e senza ma, con quelli forti).
Riflettiamo. So che nessuno di voi avrebbe stretto la mano a Gheddafi neppure quand’era stato pur riaccolto in cima, tra i Potenti.
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La crisi e i suoi derivati
di Vladimiro Giacchè
Chi adopera youtube è probabile che conosca già il geografo e sociologo inglese David Harvey, per via di un’animazione sulla crisi del capitalismo che ha avuto grande successo (oltre un milione e duecentomila visualizzazioni) e che da qualche tempo è stata anche tradotta in lingua italiana. Rispetto a quel video, il libro più recente di Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, tradotto quest’anno da Feltrinelli (il titolo originale era un po’ meno immaginifico: The enigma of capital and the crises of capitalism), con le sue oltre 300 pagine, ha il difetto di non poter essere passato in rassegna in dieci minuti. Ma il linguaggio di Harvey non è meno chiaro sulla carta stampata di quanto sia su video. E il suo testo riesce ad introdurci con grande semplicità alle modalità di funzionamento della società capitalistica e alle sue crisi. Con un occhio particolare, ovviamente, a quella in corso. Che per Harvey, come tutte le crisi, sta svolgendo la sua funzione di riconfigurare il capitalismo permettendogli di continuare a sussistere. Ossia di far ripartire l’accumulazione del capitale, momentaneamente ingolfata (a causa di un eccesso di capitale che non riesce a valorizzarsi adeguatamente).
“Le crisi” – dice Harvey – “servono a razionalizzare le irrazionalità del capitalismo; di solito conducono a riconfigurazioni, a nuovi modelli di sviluppo, nuove sfere di investimento e nuove forme di potere di classe… Durante una crisi come quella che stiamo vivendo attualmente, è sempre importante tenere a mente questo fatto. Dobbiamo sempre domandarci che cos’è che viene razionalizzato e qual è la direzione in cui procede la razionalizzazione, poiché questo definisce non soltanto la maniera in cui usciremo dalla crisi, ma anche le future caratteristiche del capitalismo”.
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Dove va il welfare italiano
Francesco Ciafaloni
Il sistema pensionistico è quello che determina la vita e la morte delle persone. Si tratta insomma del più rilevante tra i temi politici. Andrebbe affrontato con rispetto e cautela e non con il disprezzo e la superficialità delle discussioni attuali
Si discute di bilanci e di sviluppo, di tagli ai servizi e all'assistenza, di sostenibilità del sistema pensionistico, di linee sindacali. Ci sono però aspetti demografici, pensionistici, assicurativi che saranno certo notissimi ai potenti che decideranno realmente chi colpire e chi difendere, e come, e in che prospettiva agire, ma che mi sembrano assenti dalla discussione pubblica.
Tendenze demografiche e loro conseguenze
Tutti parlano dell’allungamento dell’attesa di vita e della necessità di ritardare l’età della pensione per rendere il sistema sostenibile. In genere si replica, giustamente, che bisogna guardare alla lunghezza della vita in buona salute e che, soprattutto per i lavori manuali, dopo i 50 nessuno ti assume più e che alzare l’età di pensione non vuol dire far lavorare più a lungo ma solo pagare più tardi. Ma le cose non stanno proprio così.
È facile scoprire dai siti Istat e Inps che l’attesa di vita delle donne da cinque anni è sostanzialmente ferma: è diminuita per qualche anno, poi è aumentata di nuovo, oltre i livelli precedenti, ma, tendenzialmente, non cresce più. Certo, l’attesa di vita dei vecchi e dei grandi vecchi, oltre i 65 e oltre i 75, è alta. Ma, quelli, in pensione ci sono già, e ci sarebbero anche nell’ipotesi di allungamento.
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Come siamo buone/iI
Elisabetta Teghil
I media hanno diffuso la notizia che Tripoli è stata liberata dai ribelli che ora puntano su Sirte.
Dato che Tripoli è stata occupata dagli inglesi con l'appoggio di truppe francesi e qatariote, mi sono detta, preoccupata," non è che mentre stavo al lago è passata la legge contro la libertà di stampa del centro destra e i media non possono più raccontare la verità?"
Anche perché gli stessi media, diffondono le foto e le immagini degli ascari locali, ben pochi per la verità. Peccato che a fotografarli e a filmarli siano gli uffici stampa occidentali.
Tutto ciò mi ha ricordato l'uccisione di Patrice Lumumba ad opera di congolesi al servizio dell'occidente. Immagini che spero nessuna di voi abbia occasione di vedere, come, purtroppo, è accaduto a me, dove Lumumba è costretto a mangiare la dichiarazione d'indipendenza del Congo. Però non dicono che il filmato era girato da ufficiali belgi. E perché tutto questo? perché Lumumba sarebbe stato comunista. La variante allora di terrorista ora.
Che, invece, il Congo aveva ed ha la sfortuna di essere ricco di materie prime ed erano quelle il vero obiettivo delle multinazionali inglesi, francesi e belghe, è stato, neanche tanto elegantemente, sorvolato, e tante e tanti hanno fatto anche finta di non crederci. Fu mandato al potere un feroce dittatore, Mobutu Sese Seko. Quasi nessuna/o sollevò alcun tipo di problema e Mobutu morì nel suo letto.
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Una cacofonia oscurantista
Joseph Halevi
Una nauseabonda cacofonia condotta al massimo livello di decibel sta investendo da oltre due mesi il paese. Tutti accettano in pieno che è tempo di «duri sacrifici» per pagare i detentori del debito pubblico nazionale, prevalentemente banche ed affini. Lo «scontro» é solo sulla ripartizione dei sacrifici.
Non si ragiona sul fatto che le economie europee hanno ampie capacità produttive eccedentarie. I redditi della stragrande maggioranza dei cittadini europei non sono però a un livello sufficiente ad attivare l'utilizzo normale delle industrie e dei servizi al consumo. Queste imprese investono poco e, se lo fanno, l'investimento é abbinato a piani di ristrutturazione e delocalizzazione. A loro volta le industrie di beni strumentali non ricevono - dalle aziende di beni di consumo - nuovi impulsi a produrre per via dell'eccesso di capacità.
In verità le aziende produttrici di macchinari potrebbero espandere gli investimenti indipendentemente dai settori dei beni di consumo, se vi fossero prolungate ondate di innovazioni tali da coinvolgere l'insieme dell'economia. Non é più così da decenni: su base decennale, il tasso di crescita dell'insieme dei paesi dell'Ocse é andato calando dal 1980, malgrado la rivoluzione nell'elettronica. Il Giappone, fulcro dell'innovazione mondiale, entrò in una stagnazione permanente proprio negli anni '90, quando l'elettronica s'involava, e da allora non é mai riuscito a liberarsi dall'eccesso di capacità produttiva. Le esportazioni lo hanno solo parzialmente aiutato, e in misura decresente, per giunta.
Per l'Unione Europea la strada delle esportazioni nette extraeuropee come mezzo per assorbire l'eccesso di capacità é virtualmente preclusa. Gli Usa non tirano e le loro importazioni provengono essenzialmente dall'Asia; mentre con Cina, Giappone e Corea, l'UE é grandemente deficitaria malgrado l'espansione del suo export verso Pechino.
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La riva più pericolosa
di Massimiliano Piccolo
Quando Karla, nell’intervento del 16 agosto (Tra due rive), definisce “accattivante” e di “spessore” l’editoriale della coppia Negri/Revel su UniNomade del 13 agosto, ci invita a misurare tutta la pericolosità di un pensiero che ha la pretesa di porsi come “nuovo”.
Esso, invece, ha già prodotto effetti negativi e di retroguardia ormai chiari a tutti quelli che non hanno riserve nel riconoscere il livello di debolezza delle contemporanee forze comuniste e anticapitaliste come frutto (anche) degli errori di una parte non trascurabile della cultura politica degli anni Settanta. Questa “riva”, tra le due (l’altra è quella espressa dalla posizione di Dal Lago), dunque, non solo è “accattivante”, ma proprio per questo è anche la più pericolosa, perché più facilmente ascoltata da chi si ritiene su posizioni antagoniste.
Per cominciare: la premessa formulata da Negri/Revel – cioè lo stupore sulla presunta negazione in Italia della relazione tra le “rivolte urbane” e un imprecisato non-luogo (metafisico) della nuova “grammatica geopolitica” dell’ovunque con la crisi economica – sottende implicitamente un giudizio non sufficientemente argomentato. Subito dopo, così, non si prende neanche in considerazione il tema leniniano di come “infondere la coscienza” all’interno di un movimento, ma si recita (a memoria, visto l'autore) il rituale retorico del rifiuto di una prassi d’organizzazione, a prescindere se all’interno o all’esterno del movimento stesso.
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Solo un Leviatano può salvarci
Gianni Ferrara
Non è vero che i mercati hanno espropriato gli stati. È vero, invece, che gli stati hanno abdicato a favore dei mercati. E' ora che tornino, dopo il fallimento dell'Unione così come disegnata dai Trattati
Riflettendo sulla crisi che attraversa l’Europa, Rossana Rossanda pone “agli amici economisti e ai padri e padrini (di battesimo cattolico) della Ue” una domanda evidentemente retorica. Questa: “Non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? E come si ripara?”
A rigore, non sarei tenuto a rispondere. Sia perché non sono un economista e, d’altronde, non sulle dottrine economiche dominanti mi sono formato … ma sulla “critica dell’economia politica”. Sia perché nessun rapporto di parentela culturale e politica avrei potuto avere con i “costituenti” dell’Unione europea e con gli sperticati apologeti dell’Ue. Per di più, un certo impegno di studioso lo ho dedicato alle istituzioni europee, da quello di Maastricht in poi, lasciandone su “la rivista del manifesto” alcune tracce, il cui senso,1 per eleganza, ometto di ricordare. Rossana però, riferendosi alla “costituzione” della Ue, quasi mi impone di intervenire.
Inizio con una constatazione che a me pare del tutto evidente. Un fallimento vero e proprio si è avuto, è avanti a noi. È insieme istituzionale, politico, culturale. Può scadere in un catastrofico default finanziario. È il fallimento dell’Unione europea come disegnata dai Trattati. Ne investe il principio politico, quello del neoliberismo cui questi Trattati si ispirano. È quindi il fondamento su cui si erge l’intero e complesso edificio istituzionale denominato Ue che viene travolto dal default.
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Saccheggiatori di tutto il mondo, unitevi
di Slavoj Žižek
La ripetizione, secondo Hegel, svolge un ruolo storico fondamentale: una cosa che accade solo una volta può essere liquidata come un caso, un evento che avrebbe potuto essere evitato se la situazione fosse stata gestita diversamente; ma il suo ripetersi è sintomo di una dinamica storica più profonda. Quando Napoleone fu sconfitto a Lipsia, nel 1813, si pensò a un caso sfortunato; quando perse nuovamente a Waterloo fu chiaro che il suo tempo era finito. Lo stesso vale per la crisi finanziaria in corso. Nel settembre del 2008 fu presentata da alcuni come un'anomalia che poteva essere corretta con nuove regolamentazioni ecc.; ora che si susseguono i segnali di un nuovo tracollo finanziario è evidente che abbiamo a che fare con un fenomeno strutturale.
Continuano a dirci che stiamo attraversando una crisi del debito e che dobbiamo portare tutti insieme questo peso e tirare la cinghia. Tutti insieme con l'eccezione dei (molto) ricchi: l'idea di tassarli di più è un tabù. Se lo facessimo, si dice, i ricchi non sarebbero incentivati a investire, verrebbero creati meno posti di lavoro e tutti noi ne subiremmo le conseguenze. L'unica possibilità di salvezza in questi tempi difficili è che i poveri diventino più poveri e i ricchi più ricchi. Cosa resta da fare ai poveri? Cosa possono fare?
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Baffi e la crisi di oggi
di Pasquale Cicalese
Kaiserstrasse, 10, Frankfurt. E’ questo l’indirizzo della Banca Centrale Europea, sede del vero governo comunitario, da cui si diramano le direttive per i 17 paesi dell’eurozona.
Mutuata dall’esperienza del dopoguerra della Bundesbank, la Bce ha come scopo statutario unicamente la stabilità dei prezzi, in altri termini la deflazione reale.
Del resto era questo lo scopo dell’asse franco-tedesco quando nel 1972, a seguito della svalutazione del dollaro e del conseguente distacco della divisa americana dall’oro, decisione presa da Nixon nella notte del 14 agosto del 1971, avviò il processo di unificazione monetaria con il Piano Werner.
Lo stesso “asse” franco-tedesco è comunque una boutade storica dacché tutte le decisioni successive al 1972 furono prese dalla Bundesbank, con i francesi illusi di imbrigliare la forza teutonica.
Non fu affatto entusiasta del Piano Werner e del successivo serpente monetario il futuro governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, il quale aveva due preoccupazioni: assorbire la disoccupazione giovanile degli anni settanta stimolando la crescita e sopire la ribellione di massa del proletariato italiano.
La deflazione monetaria insita nei piani egemonici tedeschi sarebbe stata, a detta di Baffi, deleteria per l’economia italiana per un motivo fondamentale. Da Palazzo Koch il governatore assisteva alla deflagrazione dell’apparato produttivo italiano con il progressivo smantellamento delle grandi imprese: il nano capitalismo, trionfante in quegli anni unicamente grazie alla svalutazione e all’evasione fiscale di milioni di “operatori economici”, non avrebbe resistito né alla rigidità monetaria della Bundesbank, né, tantomeno, alla solidità industriale tedesca, se non in una posizione subalterna, unicamente quale subfornitura.
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Parabole (finanz)capitalistiche
di Angelo Locatelli
Sull’isola la vita si trascinava noiosamente giorno dopo giorno.
L’attività economica, del pari, ristagnava.
Robinson Crusoe divideva il suo tempo lavorativo fra la pesca e le faccende di casa (inclusa la lucidatura di 1 moneta d’oro che era riuscito, assieme al fucile, a salvare dal naufragio).
A rompere la monotonia le lunghe chiacchierate con i fedeli pappagalli, Jekyll e Hyde, che a turno (spariva l’uno arrivava l’altro) si appollaiavano sulla sua spalla.
Col tempo a disposizione Robinson, oltre al riassetto domestico, era in grado di assicurarsi giornalmente una cattura di almeno 5 pesci.
Un bel giorno si accorse di non essere l’unico abitante dell’isola.
Scoprì infatti che su questa viveva anche un certo Friday, un essere primitivo che passava il suo tempo ad aggirarsi nella foresta alla ricerca di larve e bacche di cui cibarsi.
Dopo i primi diffidenti approcci Robinson realizzò la totale inoffensività del nuovo venuto, riuscendo col tempo ad infondere nell’altro la medesima confidenza.
Assieme alla crescente simpatia nei confronti del selvaggio crebbe in Mr. Crusoe l’imperativo di tentare di emanciparlo dalla sua grama condizione.
Propose a Friday di occuparsi delle (per lui tediose) faccende domestiche; in cambio avrebbe ricevuto 1 moneta al giorno.
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