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lantidiplomatico

Russia e Iran nel mirino della guerra esistenziale della Coalizione Epstein allargata all’Ucraina

di Alex Marsaglia

“C’è preoccupazione reciproca per la pericolosa diffusione del conflitto al Mar Caspio”, così il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov lo scorso 24 Marzo ha chiuso la telefonata con il suo omologo Abbas Araghchi. Una telefonata che ha fatto immediatamente seguito ai bombardamenti della Coalizione Epstein ai porti iraniani sul Mar Caspio e all’attacco di droni ucraini alle infrastrutture del Turkish Stream e del Blue Stream avvenuti tra il 17 e il 19 Marzo in un crescendo di preoccupazione condivisa da Iran e Russia.

La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova Venerdì 20 evidenziava proprio il pericolo di estensione territoriale di un conflitto che si stava paurosamente saldando con quello ucraino a partire dai grandi mari eurasiatici: “questa importante baia del Caspio è un fondamentale nodo commerciale e logistico, che viene attivamente utilizzato per garantire il commercio russo-iraniano, anche di prodotti alimentari. Sono stati danneggiati gli interessi economici della Russia e di altri Stati del Caspio, che sostengono i collegamenti di trasporto con l’Iran attraverso questo porto. Il Mar Caspio è sempre stato percepito dai paesi della regione e dalla comunità internazionale come uno spazio sicuro di pace e cooperazione. Le azioni sconsiderate e irresponsabili degli aggressori minacciano di trascinare gli Stati del Caspio in un conflitto militare”.

L’attacco americano-sionista ai porti del Caspio è stato portato avanti contemporaneamente a una serie di attacchi ucraini nel Mar Nero con droni e missili a navi commerciali, porti e petroliere.

Le principali arterie energetiche e commerciali russo-iraniane nelle ultime settimane vengono ormai prese di mira sistematicamente dalla Coalizione Epstein, allargata all’Ucraina. L’ultimo colpo è avvenuto nella notte del 24 Marzo quando uno sciame di oltre 300 droni ucraini si è alzato, sorvolando i paesi del baltico, per attaccare le piattaforme di esportazione del petrolio russo nel porto di Ust-Luga. I danni, secondo la Reuters, sarebbero rilevanti avendo intaccato notevolmente le capacità russe di esportazione del petrolio degli Urali (vedi immagine satellitare). Il coordinamento strategico ucraino con l’attacco dell’asse americano-sionista all’Iran è evidente, poiché colpisce direttamente le capacità russe di rifornimento all’interno di quella che si profila essere la più grave crisi di mercato dei prodotti petroliferi di sempre. I guadagni russi derivanti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz infastidivano notevolmente l’Occidente; persino Kaja Kallas e Von der Leyen nei giorni scorsi avevano evidenziato il problema e l’Ucraina è prontamente intervenuta come braccio armato della Coalizione Epstein in Europa per risolverlo.

Tutto questo mentre Trump millanta qualunque cosa, in un delirio schizofrenico che risulta ormai poco credibile non solo agli iraniani e ai russi, ma anche agli stessi mercati del petrolio che infatti si sono stabilizzati da giorni sui 100 $ al barile e puntano al rialzo, e anziché la de-escalation si sta ottenendo l’esatto opposto: nessuna credibilità statunitense nelle trattative di pace che costituisce la principale condizione per sedersi al tavolo. Con che faccia quindi chiedere all’Iran e alla Russia di trattare? E infatti, l’Iran non ci pensa più, mirando unicamente a colpire il più duramente possibile il nemico nella sua proiezione di potenza per scacciarlo il più lontano possibile. Di qui l’annientamento delle basi americane nel Golfo, i continui colpi alle portaerei che faticano ad avvicinarsi alle coste iraniane e l’abbattimento di una serie di caccia. Il tutto mentre il delirio trumpiano arriva ad annunciare l’operazione di terra nell’isola di Kharg, da lanciare presumibilmente a mercati chiusi, data l’incertezza e la pericolosità dell’operazione.

Infatti, contrariamente ai proclami di Washington l’Iran non ha perso capacità di lanciare attacchi, e nemmeno ha perso il controllo del territorio, anzi sembra stia guadagnando efficacia persino nelle capacità difensive e offensive. Lanciare un contrattacco in un momento simile sembra una follia, ma gli Stati Uniti con lo Stretto di Hormuz chiuso nella loro guerra esistenziale non hanno il tempo dalla loro parte.

Non siamo solo all’escalation, ma siamo dentro a una guerra a tutto campo con l’impiego di tutte le forze a disposizione degli schieramenti e ci troviamo di fronte a un pericolosissimo allargamento del conflitto. Come in ogni guerra esistenziale i contendenti si giocano tutto ciò che hanno, mettendo ogni risorsa a rischio e inserendo gli obiettivi più pericolosi nel mirino (inclusi quelli nucleari) pur di salvarsi.

Non si tratta più di operazioni militari limitate al raggiungimento di obiettivi regionali e scopi contingenti, ma di guerra vera in cui entra in gioco la sopravvivenza stessa dei contendenti. In molti Stati filo-occidentali del sud-est asiatico è iniziato il contingentamento dei carburanti nelle stazioni di rifornimento e con le catene di approvvigionamento interrotte il fattore tempo entra in gioco in maniera preponderante. Tra questi nei prossimi giorni potrebbero rientrarvi pure Taiwan, Giappone e Corea del Sud con tutti i rischi di estensione del conflitto amplificati.

L’urgenza di intervenire per Washington è evidente, spesso è nemica del lavoro ben fatto e se la strategia di guerra americana appare già sufficientemente confusa, l’emergenza della riapertura di Hormuz promette di incrementare il caos strategico. L’imperialismo in Iran è già ampiamente fuori focus, essendo passato dall’obiettivo del regime change - promosso prima con l’eterodirezione della ribellione pro-Scià e poi direttamente con l’assassinio dei vertici politico-militari e religiosi - all’urgenza di arginare i contrattacchi che hanno colpito al cuore il suo sistema economico, determinando il più grande arresto delle catene di valore di sempre. Insomma, nel giro di poche settimane gli imperialisti sono passati dal giocare in modalità offensiva al doversi difendere: il focus dei loro attacchi non è più scelto da loro. E questo è già un ribaltamento della situazione sul campo.

La guerra regionale scatenata dall’Iran contro i vassalli americani ha letteralmente fatto saltare per aria il cartello petrolifero dell’Opec (vedi immagine 1) riducendo la competizione per i mercati globali a un testa a testa diretto tra Russia, Stati Uniti e Canada (immagine 2). Di qui la pericolosità di un attacco diretto alle piattaforme petrolifere russe: gli Stati Uniti sono abituati a giocare sporco e hanno iniziato a muovere la pedina ucraina in tale direzione, anche se questo implica chiaramente l’innesco del conflitto diretto di portata non più solo regionale, ma mondiale. Solo a fine Febbraio il Presidente russo Putin annunciava di avere prove dei tentativi ucraini di sabotare segretamente le linee del Blue Stream e Turkish Stream, a oggi, dopo un mese, si gioca ormai a carte scoperte e quelle aree sono terreno dello scontro diretto. L’obiettivo imperialista nella sua guerra esistenziale è divenuto altrettanto chiaro dopo la chiusura di Hormuz: colpire duramente la capacità russa di approvvigionare i mercati energetici mondiali, dunque annientare il concorrente, espropriarlo se possibile e imporsi con la violenza. L’ossessione del capitale, che ricerca la concentrazione, alimenta la fame di risorse dell’Impero che apre nuove guerre e scatena i suoi vassalli. Resta valida l’espressione brutale della coscienza egoista americana pronunciata da Bush: «il modo di vita americano non è negoziabile», non c’è nulla da negoziare effettivamente e l’Iran è il primo Stato del Sud Globale ad averlo capito, così come «la militarizzazione della mondializzazione è l’espressione di questa coscienza egoista», «non è il prodotto di una deriva passeggera dell’amministrazione di Washington» e «gli alleati subalterni della triade sono decisamente allineati sul piano di Washington di controllo militare del pianeta»1. L’Iran ha lavorato duramente negli ultimi decenni per fronteggiare una guerra esistenziale, consapevole di essere sempre stato nel mirino, indipendentemente dall’alternarsi delle amministrazioni a Washington. La Russia di Putin ha intrapreso questa strada, anche se con maggior titubanza, ma l’estensione del conflitto, l’incapacità nelle trattative diplomatiche e la totale assenza di fiducia nell’interlocutore americano si stanno dimostrando le stesse per Russia ed Iran.

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Sempre Samir Amin in merito lanciava un monito in riferimento alla guerra imperialista ammantata di aggettivi democratici e diplomatici: «questo imballaggio inganna solo chi vuol essere ingannato. Per i popoli del Sud esso rammenta semplicemente il permanere della antica tradizione colonialista della “missione civilizzatrice”. L’obiettivo reale ed esclusivo del programma militare del Nord resta il controllo delle risorse del pianeta»2. E non si fermerà davanti alla Russia e al popolo russo, così come non si è fermato dinnanzi al popolo iraniano e alla sua Repubblica ieri e non si è fermato ancor prima davanti ai palestinesi e alla Palestina. Non c’è da credere nei suoi piani di pace, che si chiamino trattative diplomatiche, cessate il fuoco o altisonanti Board of Peace perché «siamo giunti al punto in cui, per aprire nuovi territori all’espansione del capitale bisognerebbe distruggere - in termini umani - intere società. (…) La dimensione creativa dell’operazione rappresenta solo una goccia d’acqua di fronte all’oceano di distruzione che esige. Il capitalismo è entrato nella sua fase senile discendente: la logica che governa questo sistema non è più in grado di assicurare la semplice sopravvivenza di metà dell’umanità. Il capitalismo diventa barbarie, invita direttamente al genocidio»3.


Note

1 S. Amin, La crisi. Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi?, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2009, p. 36

2 Ivi, p. 37

3Ivi, p. 110

Alex Marsaglia: Nato a Torino il 2 maggio 1989, assiste impotente per evidenti motivi anagrafici al crollo del Muro di Berlino. Laureato in Scienze politiche con una tesi sulla rivista Rinascita e sulla via italiana al socialismo, si specializza in Scienze del Governo con una tesi sulle nuove teorie dell’imperialismo discussa con il prof. Angelo d’Orsi. Redattore de Il Becco di Firenze fino al 2021. Collabora per un breve periodo alla rivista Historia Magistra. Idealmente vicino al marxismo e al gramscianesimo. Per una risposta sovranista, antimperialista e anticolonialista in Italia e nel mondo intero.
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