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Il bluff della ripresa e il triste primato dei mercati
di Alfonso Gianni
Può anche darsi che si tratti di una coincidenza, ma sono in molti a dubitarne, a partire dagli stessi editorialisti del Sole 24 Ore. Sta di fatto che molti indicatori economici sembrano improvvisamente indicare, a un mese esatto dalle elezioni europee, prospettive più rosee. L’ipotesi più semplice, in fondo neppure troppo maliziosa, è che si voglia spargere ottimismo sulle possibilità che la crisi si stia esaurendo, proprio per contenere gli effetti di un diffuso euroscetticismo.
Ecco dunque affastellarsi una serie di dati che volgono al meglio. L’economia tedesca pare di nuovo riprendere energia, con conseguente vantaggio per i paesi che ormai fanno parte del suo specifico bacino economico e del suo sistema produttivo allargato, dalla Polonia, ai Paesi bassi, fino all’Austria. La Spagna ha sorpreso molti commentatori con una crescita nel primo trimestre del 2014 superiore a quella dei sei anni antecedenti. Persino la martoriata Grecia ha avuto successo nella collocazione di titoli di Stato. Anzi la domanda è stata sette volte superiore all’offerta. Anche il Portogallo è tornato con buoni risultati a finanziarsi sul mercato internazionale.
In Italia si suonano le trombe perché Fitch, dopo Moody’s, ha confermato il rating BBB+, ma con un outlook stabile. Si aspetta ora cosa dirà la terza sorella, Standard&Poor’s, ma il suo responso sul rating del nostro paese avverrà solo dopo la prova elettorale, il 6 giugno. Niente di che, ma c’è chi tira un respiro di sollievo, specialmente il nostro nuovo Presidente del Consiglio.
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Ritornare a crescere stabilizzando il debito
Sergio Cesaratto
Nonostante l’esperienza di 6 anni di crisi e le molte false promesse da parte dei governi che si sono succeduti non sembra vi sia ancora piena consapevolezza nel dibattito politico della gravità della situazione e della inadeguatezza delle politiche economiche proposte in piena continuità con le passate e fallimentari ricette. Questo anche nella sinistra che da anni è puntello, per forza o per amore, di queste politiche.
Nel recente DEF si ammette che la crescita italiana sarà assai debole nel 2014 (punto otto si dice, per evitare di anteporre la parola zero), peccando probabilmente di qualche ottimismo. Le previsioni per gli anni successivi sono più rassicuranti (si sale dall’1,3% del 2015 all’1,9% del 2018), ma la giustificazione economica di tanto ottimismo è ridotta al balbettio di una paginetta in cui non si dimostra da dove tale ripresa dovrebbe provenire – a parte il generico richiamo a una generale ripresa dell’economia globale. Né grandi rassicurazioni provengono dagli effetti delle “riforme strutturali” illustrati nell’allegato Piano Nazionale di Riforme che in un crescendo rossiniano mostra effetti cumulativi sul Pil in aggiunta allo “scenario base” che vanno dal +0,8% nel 2015 sino al +2,4% nel 2018. Le stime degli effetti delle “riforme” sono ottenute con metodi piuttosto opinabili e nella maggior parte dei casi le passate previsioni sono state non solo smentite, ma rovesciate come dimostrato da un prezioso e certosino lavoro condotto da Maurizio Zenezini dell’Università di Trieste pubblicato da Economia e società regionale (13/2 2013), una rivista legata all’IRES-CGIL veneta, dedicato a “Le riforme e l’illusione della crescita”.
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Costanzo Preve e Diego Fusaro
Esempi di un marxismo bifronte?
di Jacopo E. Milani
Le riflessioni di Costanzo Preve e Diego Fusaro pongono indubbiamente le premesse di un percorso originale. Esse portano all’attenzione della scena culturale italiana il pensiero di Marx, attualizzandolo e interpretandolo come filosofo idealista, seguace di Hegel e superatore di Fichte, fondatore di un sistema di pensiero e di un’ideologia che rimette al centro della storia un attore collettivo – la classe o, nel caso di questi ultimi epigoni di Marx, la comunità – che supera il ruolo di quella borghesia che ha rivoluzionato il sistema politico ed economico creandone uno proprio, su base individualistica, finalizzato a un’infinita accumulazione di ricchezze: il capitalismo.
Preve, nel suo Elogio del Comunitarismo (Controcorrente edizioni, 2006), evidenzia i passaggi che hanno portato il capitalismo a essere dominante dopo il crollo dell’Urss, con il trionfo del sistema di mercato e la sua riorganizzazione su scala mondiale, attraverso la globalizzazione e la delocalizzazione produttiva. Per rendere efficiente e solido il progetto, Stati Uniti e Paesi europei hanno adeguato l’offerta politica, rimodellando le proposte elettorali: niente più partiti ideologicamente fondati nel secolo scorso ma nuove formazioni in linea con il neoliberismo.
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Le imprese non creano il lavoro
di Frédéric Lordon*
Non passa giorno senza che il governo francese dichiari fedeltà alle strategie economiche più liberiste: «politica dell’offerta», tagli alla spesa pubblica, stigmatizzazione degli «sprechi» e degli «abusi» nella previdenza sociale. Tanto che il padronato esita sulla condotta da tenere. E la destra confessa il proprio imbarazzo davanti a un tale livello di plagio…
Bisogna aver esagerato con gli alcolici, che ci fanno sembrare sinuose tutte le strade, per vedere, come fa il coro quasi unanime dei commentatori, una svolta neoliberista nel «patto di responsabilità» di François Hollande (1). Senza innalzare troppo gli standard della sobrietà, la verità richiama piuttosto una di quelle affascinanti immagini di Jean-Pierre Raffarin (2): la strada è dritta e la discesa è ripida – molto ripida (e i freni non funzionano). In effetti, l’ossimoro del tornante rettilineo non fa che approfondire la logica del quinquennio, manifestatasi sin dai primi mesi. Una logica debole, che lascia trasparire strategie di disperazione e rinuncia. Le antiche propensioni al tradimento ideologico si mescolano con i calcoli smarriti del panico quando, avendo abbandonato del tutto il progetto di riorientare le disastrose politiche europee, e di conseguenza qualunque possibilità di ripresa, per salvarsi dal naufragio totale si vede solo la zattera della Medusa: «l’impresa» come provvidenza, cioè… il Movimento delle imprese di Francia (Medef) come scialuppa di salvataggio. Trovata geniale, mentre si sta per essere ingoiati dai flutti: «La sola cosa che non è stata tentata, è dar fiducia alle imprese (3)». Che bella idea! Dar fiducia alle «imprese»... Come ostaggi che danno fiducia ai rapitori e si gettano nelle loro braccia, senza dubbio convinti che l’amore chiama indubbiamente amore – e disarma le richieste di riscatto.
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La Comune della cooperazione sociale
F.Tomasello intervista Antonio Negri sulla metropoli
(Domanda). Ormai diversi anni fa, alcuni tuoi scritti riguardanti l’oggetto di questa intervista sono stati raccolti in un testo il cui titolo, Dalla fabbrica alla metropoli, rimanda all’adagio secondo cui la metropoli sta alla moltitudine come, una volta, la fabbrica stava alla classe operaia. Vorrei oggi parlare con te di cosa le trasformazioni, i movimenti e la crisi globale di questi anni ci dicono rispetto all’analisi della metropoli intesa come griglia analitica attraverso cui è possibile rileggere e interpretare molte categorie di lettura del presente. Recentemente – in particolare nell’intervento Per la costruzione di coalizioni moltitudinarie in Europa – hai fatto cenno all’esigenza di sottoporre a verifica critica alcune categorie consolidate dell’esperienza post-operaista: vorrei chiederti anzitutto se ritieni che anche questo schema di lettura del rapporto fra metropoli e moltitudine debba essere sottoposto a verifica e aggiornamento.
(Risposta). Ci troviamo oggi di fronte a una situazione completamente aperta per quanto riguarda la metropoli: per questo credo che il discorso vada sottoposto a verifica, ma continuerei comunque a insistere sul tema metropoli-fabbrica, pur senza interpretarlo in modo lineare. Evidentemente la metropoli è qualcosa di radicalmente diverso dalla fabbrica, è un luogo di produzione che va analizzato in tutta la sua specificità, ma è altrettanto vero che essa è il luogo di produzione per eccellenza.
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Sorridete, siete sorvegliati
di Tonino D’Orazio
Diventa sottile il filo che separa la fantascienza, o la scienza vera, dalla realtà, quella sconosciuta. In ogni film di quel tipo il canovaccio è sempre uguale: il dittatore, megalomane dichiarato che vuole governare il mondo, e i metodi sempre più robotici e brutali per riuscirvi. Lo sviluppo delle macchine-uomo, se non degli uomini-macchine. Il falso ideologico? E’ che c’è sempre un uomo, un eroe, un individuo che riesce a vincere. Siamo quindi tranquilli e tranquillizati che il dittatore non ce la farà mai.
C’è oggi una attività scientifica frenetica in molti settori, di macro e di micro conoscenze, di nano tecnologie, di fughe in avanti, che sfugge anche ai cittadini che cercano di seguirla, pur tenendo conto dell’ignoranza complessiva sul suo sviluppo e sulla sua direzione e persino degli strumenti critici di decodificazione necessari. Dico direzione perché questa parola rappresenta regole e quindi democrazia. Libertà individuale e privacy, se si può ancora sperare, perché l’elemento chiave è che tutto si svolge “per il nostro bene” e con il nostro consenso, spesso ignaro o dolcemente estorto, se non addirittura tramite il libero mercato “della paura”, molto efficace e ridondante dopo l’11 settembre nord americano.
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Il regime del salario 2
Naspi, ovvero del triste tramonto del welfare
di Lavoro Insubordinato
C’era una volta il progetto di mettere al lavoro l’intera società italiana senza eccezioni e senza possibilità di sottrazione. Nel 2001 l’allora ministro Maroni in un celebre libro bianco proponeva una «società attiva e una nuova qualità del lavoro». Dopo quasi 15 anni di lotte e di resistenze quel progetto sembra oggi realizzarsi grazie al nuovo regime del salario che il governo Renzi sta progressivamente instaurando. Sarebbe perciò quanto mai sbagliato leggere le politiche del lavoro del nuovo governo come la trovata estemporanea e vagamente populista di un decisionista allo sbaraglio. Non si tratta nemmeno della truffa di un giocoliere più abile di altri. Non basta cioè denunciare l’ingiustizia o la furbizia dell’imbonitore, affinché i truffati si rendano conto dei loro diritti violati. Tutte queste misure sono invece il compimento di un processo e pretendono di registrare lo spostamento dei rapporti di forza che è oramai avvenuto all’interno della società italiana ed europea. Il regime del salario che il governo sta imponendo mira a stabilire le condizioni grazie alle quali la coazione del lavoro investa anche il non lavoro, stabilendo una paziente disponibilità a una nuova occupazione, in altri termini all’occupabilità. Questo regime del salario non punta a una salarizzazione dell’intera società, non fa cioè corrispondere un salario certo a un lavoro sicuro, esso stabilisce piuttosto le basi di un’incertezza generalizzata che investe tanto il salario quanto il reddito, facendo di quella stessa incertezza il solo e unico criterio di giustizia.
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In each other we trust
Coniare alternative al capitalismo
di Jerome Roos
Nello scorso marzo si è svolta la conferenza MoneyLab ad Amsterdam, organizzato dall’Institute of Network Cultures. Dopo il workshop svoltosi il 20 gennaio al Goldmiths College di Londra e l’incontro di metà febbraio nell’ambito del progetto D-Cent, sempre a Londra, è questo il terzo appuntamento europeo sul tema delle monete digitali. Riportiamo in anteprima in italiano (grazie alla traduzione di Lorenzo Fé) un articolo di Jerome Roos, animatore della Roar Magazine (qui nella versione originale), che descrive ciò di cui si è discusso ad Amsterdam. Ricordiamo che sul tema delle monete digitali e in particolare sulla proposta della Moneta del Comune e della creazione di una Istituzione finanziaria del Comune, Effimera sta organizzando un incontro internazionale a Milano il prossimo 21-22 giugno. Ringraziamo Jerome per la pubblicazione.
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Oltre dio e lo stato, è il denaro che comanda. È ancora possibile immaginare delle alternative?
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Il mondo scopre Piketty, l'economista superstar
di Marc Tracy
Thomas Piketty non è solo il brillante economista che riscrive la storia della disuguaglianza degli ultimi secoli; ma un fantastico narratore, ora di estrema attualità
Mercoledì sera, nell'ascensore che portava giù all'auditorium da 400 posti presso la City University del New York Graduate Center, un uomo di mezza età che sembrava un economista si vantava così con una coppia di persone di mezza età che sembravano economisti: «io in realtà ho visto per la prima volta Pikettygià nel 2001. Un posticino al Village. Suonava "Capitalismo Patrimoniale", versione acustica, e Emmanuel Saez è uscito per il bis».
Sto scherzando, naturalmente. Ma non si può evitare di essere presi alla sprovvista nel vedere quale accoglienza da rockstar abbia ricevuto Thomas Piketty, un economista francese, da quando il suo libro "Il Capitale nel XXI secolo " è stato pubblicato nella sua traduzione in inglese il mese scorso.
Se il mondo dei giornali e riviste di centro-sinistra fosse una stanza, non si potrebbero far oscillare le braccia lì dentro senza urtare una recensione del libro di Piketty (quasi certamente positiva).
Paul Krugman sulla New York Review of Books e nella sua rubrica.
Matthew Yglesias su Vox ("Puoi darmi il ragionamento di Piketty in quattro punti chiave?").
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Renzi e Valls: bilancio in ordine
Marco Assennato
Qui l’unico che proviamo a sezionare accomuna lo stivale e l’esagono, e cerca regolarità istituzionali tra le sorti probabili del governo di Matteo Renzi e le avventure e tribolazioni del prode Manuel Valls. Si potrebbe iniziare dal profilo: politico per entrambi, decisamente piantato nelle malferme tradizioni nazionali, francese e italiana. Entrambi sostanzialmente subordinati al Presidente delle rispettive Repubbliche, seppure è vero: in un caso la faccenda è perfettamente legittima, essendo appunto la Francia una Repubblica Presidenziale, nell’altro caso invece si tratta dell’ennesimo tournant italiano, che ha richiesto una repentina, fulminea e non discussa, interpretazione presidenzialistica dell’istituto del Capo dello Stato, in una Repubblica che la sua vecchia Carta Costituzionale vorrebbe ancora parlamentare.
Ma sarebbe stupido attardarsi in lacrimoni tristi per il declino di quella Carta, stiracchiata di qua e di là da almeno un ventennio, e comunque sostanzialmente in ritardo sulla dinamica politica almeno dagli anni settanta del secolo scorso.
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L’armata dei sonnambuli, di Wu Ming
Consigli (o sconsigli) per gli acquisti
Militant
L’immaginario culturale consente la costruzione di quella specifica cornice politica nella quale inserire gli avvenimenti di questo mondo, dargli un senso e una prospettiva anche se non pienamente coscienti di tutto il loro portato. Nell’epoca della modernità politica, un qualsiasi contadino analfabeta, un operaio con la licenzia media o un qualunque manovale sfruttato e apparentemente “ignorante”, non avrebbe avuto troppe difficoltà a definirsi e collocarsi socialmente. Non era automatico definire la propria posizione politica o immaginare le soluzioni per la propria liberazione, ma erano immediatamente riconoscibili le condizioni del proprio sfruttamento. Queste figure percepivano chiaramente il proprio ruolo nel mondo. Il proprio ruolo di subalterni. Se qualcuno avesse ancora voglia di leggersi le testimonianze riportate in uno dei principali libri italiani del ‘900, Il mondo dei vinti, quella massa di contadini senza nome aveva ben chiara, molto più chiara di oggi, la propria condizione di sfruttati: da una parte i lavoratori, chi si alzava la mattina ancora immerso nel buio, dove persino il pane era un lusso, e tirava avanti fino a sera, giorno dopo giorno fino alla morte; dall’altra i padroni, cioè chi traeva profitto da questo lavoro.
Bene, se oggi raccogliessimo le stesse testimonianze, chiedendo le medesime cose non già al contadino illetterato, ma al laureato precario, abituato a ragionare su di sé e sul mondo che lo circonda, fervido lettore di quotidiani e libri, difficilmente avremmo lo stesso genere di risposte.
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Il ritorno dell’insicurezza sociale
di Robert Castel
(cfr. l'introduzione di Gianvito Brindisi)
Vivere l’insicurezza sociale equivale a trovarsi alla mercé di ogni minimo rischio dell’esistenza: una malattia, un incidente, un’interruzione del lavoro, un imprevisto nel corso della vita possono spezzare il fragile equilibrio della quotidianità e far precipitare nella disgrazia, se non addirittura nella rovina. Su scala storica, questa insicurezza sociale è stata la condizione ordinaria di quello che un tempo era detto il popolo. «Vivere alla giornata», dispiegare sforzi costanti per arrivare a «sbarcare il lunario», sfiancarsi al fine di «guadagnarsi il pane»… Sono stati questi, nel corso dei secoli, i problemi quotidiani di quanti non avevano che il frutto del proprio lavoro per vivere o per sopravvivere. Nessuna provvista, nessuna proprietà, nessun gruzzoletto: tutti i giorni la domanda imperiosa su come si presenterà il domani. L’insicurezza sociale è questa impossibilità di securizzare l’avvenire, poiché la padronanza di questo avvenire dipende da condizioni che ci sfuggono.
Tale insicurezza sociale, che per lungo tempo ha tessuto di una trama nera la storia popolare, è stata infine combattuta e sconfitta grazie alla costituzione di uno zoccolo di risorse, di uno zoccolo che dà consistenza al presente e consente di prendere in carico l’avvenire: si tratta della sicurezza sociale. Questo zoccolo di risorse è stato in origine predisposto fondamentalmente in relazione al mondo del lavoro, poiché era la vulnerabilità della condizione del lavoratore ad alimentare principalmente l’insicurezza sociale. Ma da quando abbiamo fatto il nostro ingresso nella cosiddetta «crisi», vale a dire dai primi anni Settanta, l’insicurezza sociale è tornata.
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La “dittatura del presente” e l’idealità perduta
Riflessioni in dialogo con Gustavo Zagrebelsky
di Roberta De Monticelli
Poche parole, accese e nette, di critica di metodo e di merito del programma di riforme (e del modo in cui ci si è arrivati) che dovrebbe fare dell’attuale governo un “governo costituente”. Pubblicate sul sito di “Libertà e giustizia”. Vi hanno aderito costituzionalisti di grande rilievo e molti altri cittadini. Perché ha sollevato tanta riprovazione e tanta irritazione, al punto che non si sono lesinate parole sprezzanti e toni ultimativi?
Perché quelle parole implicavano un “discorso sui fini”. Non l’accettazione passiva del discorso sui mezzi, che va sotto le etichette di “governabilità” e “stabilità”, ma la messa in questione dei fini (governabilità di cosa e per cosa?). E non va bene. E’ contro la “dittatura del presente”. Gustavo Zagrebelsky sembrava già prevedere gli episodi di intolleranza alla critica che sarebbero seguiti, e che del resto permeano il dibattito pubblico italiano, quando scriveva la breve, serrata meditazione Contro la dittatura del presente – Perché è necessario un discorso sui fini (Laterza – La Repubblica, aprile 2014).
Vi si legge un’articolata risposta in 11 punti o brevi capitoli, corredata da alcuni testi da Platone, Aristotele, Norberto Bobbio, Tzvetan Todorov, Pierre Rosanvallon, Luciano Canfora e Marc Augé, oltre a una raccolta di dati “I numeri della post-democrazia” e a una “Cronologia degli ultimatum” a cura di Giulio Azzolini).
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Euro, quelli che il “declino parte da lontano”
di Alberto Bagnai
Poveri euristi!
Glielo ha detto in faccia perfino Frits Bolkestein, uno degli artefici del Mercato Unico: “L’Unione monetaria è un esperimento fallito”. È successo a Roma, il 12 aprile, al convegno di a/simmetrie, dove 500 persone e un consistente drappello di imprenditori, sindacalisti e politici (Alemanno, Boghetta, Crosetto, Fassina, Messina, Salvini) hanno preso atto di questo certificato di morte e delle sue motivazioni: nel Nord Europa non esiste alcuna volontà di dar seguito a un progetto federale, al famoso “più Europa”, all’unione politica, per il semplice motivo che i contribuenti del Nord, istruiti da anni a ritenere che la crisi sia colpa del Sud, non hanno alcuna voglia di metter mano al portafoglio per contribuire a sanare gli squilibri europei in modo solidale. Certo, il vicepresidente della Bce, Vitor Constancio, ha detto che in realtà la colpa di questo disastro è dell’atteggiamento irresponsabile delle banche del Nord. Ma questo, ovviamente, è un altro paio di maniche: l’elettore va dove propaganda vuole, e al Nord sono degli esperti nel settore…
Poveri euristi, ottusi seguaci di un progetto fallimentare e mortifero!
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Effetto Stranamore
Come ci stanno convincendo ad accettare un'altra guerra mondiale
di John Pilger
L’altro giorno mi sono rivisto il Dr. Stranamore. L'avrò visto forse una dozzina di volte, rende bene il concetto delle notizie senza senso. Quando il maggiore Major T.J. “King” Kong va “in punta di piedi con i Rooskies” e vola con il suo bombardiere nucleare B-52 verso un obiettivo in Russia, lascia al Gen. "Buck" Turgidson il compito di rassicurare il Presidente.
- “Dovremo essere i primi a sparare” - dice il generale - " e ne potremo ammazzare massimo 10- 20 milioni, non di più".
- Il Presidente Merkin Muffley : "Non mi farete passare alla storia come il più grande genocida dopo Adolf Hitler ."
- Generale Turgidson : "Forse potrebbe essere meglio, signor Presidente , se Lei fosse più interessato al bene del popolo americano che a come Lei sarà ricordato nei libri di storia "
Il genio del film di Stanley Kubrick è che ha rappresentato con precisione la follia e i pericoli della guerra fredda. La maggior parte dei personaggi sono basati su persone reali e maniaci veri. Oggi non c’è niente che equivalga a Stranamore, perché la cultura popolare ormai guarda quasi esclusivamente dentro la propria vita interiore, come se l'identità personale fosse lo spirito della morale dominante e la satira, quella vera, supera la realtà; ma i pericoli restano gli stessi. L'orologio nucleare è rimasto fermo a cinque minuti a mezzanotte e sventolano ancora le stesse "false flag" con gli stessi obiettivi dettati dallo stesso "governo invisibile", come spiegò Edward Bernays, l'inventore delle pubbliche relazioni, quando descriveva cos'è la propaganda moderna.
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Alcune riflessioni sull’euro
di Andrea Baranes
L’Euro è sbagliato quindi fuori dall’Euro?
L’Euro è sbagliato. Tiene legate insieme economie diversissime per forza economica, tassi di inflazione, competitività e produttività, senza che nell’UE esistano meccanismi di riequilibrio o compensazione efficaci. In breve, l’Italia si ritrova una valuta troppo forte, la Germania troppo debole rispetto a quelli che sarebbero i fondamentali delle rispettive economie. La Germania può esportare grazie a una moneta sottovalutata, l’Italia e gli altri Paesi della periferia europea vedono al contrario i propri conti con l’estero peggiorare sempre di più.
Non potendo aggiustare i cambi, tali squilibri si risolvono sui costi di produzione, e tra questi, principalmente sul costo del lavoro. Semplificando, se non puoi svalutare la moneta devi “svalutare” stipendi e diritti di lavoratrici e lavoratori per tornare competitivo. Negli slogan del governo, la soluzione passa dalla diminuzione del cuneo fiscale, ovvero diminuire il costo del lavoro agendo sulla leva fiscale. In realtà, essendo tale intervento del tutto insufficiente, l’unica strada è un calo degli stipendi e un aumento della precarietà.
Ecco spiegata austerità, perdita di diritti, aumento della disoccupazione. Con l’austerità diminuisce la spesa pubblica ma soprattutto si ha un aumento della disoccupazione, il che porta lavoratrici e lavoratori ad accettare condizioni di lavoro peggiori, permettendo all’Italia di recuperare almeno in parte il gap di competitività con il centro dell’UE e la Germania in particolare.
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Il fascino discreto della crisi economica
Intervista a Joseph Halevi
Con Joseph Halevi iniziamo un ciclo di interviste ad economisti ed economiste sulla perdurante grave crisi economica. Benché la crisi abbia messo in discussione il pensiero economico dominante negli ultimi 30 anni, ci sembra che sia mancato finora a sinistra un dibattito appropriato che provasse a mettere a fuoco le determinanti del crollo e le prospettive future.
In ciò ha avuto un ruolo anche il “Manifesto” stesso, che ha ormai eliminato l’uso di alcune chiavi di lettura del presente, finendo a concentrarsi solo su certi aspetti della crisi (la questione ambientale, i beni comuni). Proviamo quindi a smuovere le acque, intitolando l’ iniziativa “Il fascino discreto della crisi economica”, prendendo spunto da un articolo di Fernando Vianello e Andrea Ginzburg pubblicato su “Rinascita” nel 1973. Benché gli scriventi abbiano una prospettiva teorica diversa dagli autori di quell’articolo, l’intenzione è di rendere omaggio alla tradizione eterodossa italiana (chi scrive si è laureato a Modena, in cui hanno insegnato sia Vianello che Ginzburg), oggi marginalizzata.
Halevi è docente di economia presso la University of Sidney ed è stato per anni collaboratore del “Manifesto”. I suoi interessi di ricerca coprono l’economia politica, le teorie della crescita e del commercio, l’Asia ed il pensiero marxiano e post-keynesiano.
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"Esistere forte" di Stefano Scrima
di Daniele Baron
Il libro di Stefano Scrima, da poco edito, Esistere forte. Ha senso esistere? Camus, Sartre e Gide dicono che…, Ed. Il Giardino dei Pensieri, Bologna 2013, ha già nel titolo lo stigma che ci consente di decifrarne la chiave di lettura: la domanda sul senso dell’esistenza ne è al centro. Essa viene affrontata in un percorso che si articola in una serie di piccoli saggi (alcuni già apparsi in rivista) e si concentra principalmente su tre autori: Sartre, Camus e Gide. Si aggiunge ad essi poi la presenza a scopo didattico di brevi biografie degli autori trattati e del riassunto delle loro opere principali: ciò rende fruibile l’opera di Scrima sia a chi conosce già gli autori tematizzati sia a chi li affronta per la prima volta.
L’aspetto apparentemente frammentario, che può risultare dalla forma scelta, cela una coerenza di fondo dell’interrogazione di Scrima sul senso dell’esistere, una sostanziale unitarietà di discorso. Parimenti, pare a prima vista che ci si occupi solo di un periodo circoscritto, di un fenomeno e fermento culturale datato, quello dell’esistenzialismo francese e dei suoi prodromi, di un’epoca ormai superata, mentre la lettura dell’opera ci rende sensibile il fatto che le tematiche affrontate dagli autori francesi sopra citati sono ancora più che mai attuali.
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Oltre il 12 aprile
Dare identità al nostro blocco sociale e un volto al nemico
Mauro Casadio*
Abbiamo scelto di “far abbassare la polvere” dopo la manifestazione, gli scontri e l’acceso dibattito che c’è stato sul 12 Aprile per fare una valutazione della situazione più oggettiva, più distaccata. La scelta nasce dall’esigenza di gettare uno sguardo più lungo e più profondo sugli eventi che attraversiamo, altrimenti si corre il rischio di seguire la via indicataci dalla cultura egemone, la quale basa tutto sugli eventi e la loro rappresentazione, ma che il giorno dopo rapidamente vengono dimenticati e rimpiazzati da altri eventi che seguiranno esattamente la stessa parabola e conclusione.
Per fare questa operazione di “cultura” politica non si può prescindere dalla dinamica di come si è arrivati al 12 Aprile. Balza agli occhi di tutti e si impone nelle valutazioni politiche il confronto con le giornate del 18 e del 19 Ottobre, ma non possiamo fare questo confronto se si prescinde da come si sono prodotte quelle giornate e quali conseguenze hanno avuto già dal giorno dopo.
Quelle giornate sono state l’effetto di almeno cinque mesi di confronti e relazioni che sono sfociate in due manifestazioni separate temporalmente ma unite politicamente dall’accampata a San Giovanni fatta tra il 18 al 19, in cui tutte le espressioni di classe e antagoniste, politiche, sociali e sindacali nazionali, si sono sentite in “dovere” di intervenire nei dibattiti e nei diversi momenti di confronto organizzati.
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I cecchini della libertà
di Lanfranco Binni
Arriva la tempesta. Alla vigilia della prossima crisi finanziaria globale, preannunciata dalla crisi del 2008, la guerra in corso tra poteri finanziari e politici per il controllo delle aree di influenza e di dominio sta accelerando strategie attive di posizionamento degli attori principali su tutti gli scenari. L’iniziativa è agli Stati Uniti e all’Unione europea. Ci sono società da disintegrare, mercati da «liberare», processi «democratici» da imporre con la forza delle armi e con le armi della comunicazione. Il percorso è tracciato dagli anni novanta del secolo scorso: Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, «primavere arabe», Libia, Iran, Siria, Grecia, oggi Ucraina e Venezuela, prossimamente Russia e Cina. Sono soltanto gli scenari principali, ai quali si aggiungono le numerose guerre locali, più o meno “coperte”, in tutto il mondo.
Dagli anni novanta, dopo la caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’Unione Sovietica, lo schema tattico politico-militare è sempre lo stesso, sperimentato e attuato dall’Unione europea a guida tedesca e dagli Stati Uniti nella disgregazione della Federazione jugoslava: in quel caso, il sostegno all’indipendenza della Croazia e della Slovenia, con politiche di divisione e pulizia “etnica” che avrebbero massacrato la multietnica Bosnia Erzegovina, fino all’indipendenza del Kosovo sancita da un referendum secessionista preparato dai bombardamenti della Nato. Le successive aggressioni americane all’Iraq e all’Afghanistan, con la partecipazione attiva dell’Unione europea e della Nato, introdussero il nuovo delitto internazionale delle «guerre umanitarie» a copertura degli interessi della “democrazia” occidentale: risorse energetiche e dominio su aree strategiche da un punto di vista geo-politico. Stati Uniti e Unione europea conducono un gioco di squadra, articolando gli strumenti tattici nel rispetto dei propri interessi economici, talvolta contraddittori.
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La teoria di Marx, la crisi e l'abolizione del capitalismo
Domande e risposte sulla situazione storica della critica sociale radicale
Intervista a Robert Kurz*
Cosa distingue questa crisi dalle precedenti?
Il capitalismo non è l’eterno ritorno ciclico dell’identico, ma un processo storico dinamico. Ogni grande crisi si incontra a un livello di accumulazione e di produttività superiore a quelle del passato. Quindi, la questione della gestibilità o non gestibilità della crisi si pone in forma sempre nuova. I precedenti meccanismi di soluzione perdono validità. Le crisi dell’ottocento furono superate perché il capitalismo ancora non aveva coperto tutta la riproduzione sociale. C’era ancora spazio interno per lo sviluppo industriale. La crisi economica mondiale degli anni ’30 rappresentò una rottura strutturale a un livello di industrializzazione molto più elevato. Essa fu dominata grazie alle nuove industrie fordiste e grazie alla regolazione keynesiana, il cui prototipo furono le economie di guerra della seconda guerra mondiale. Quando l’accumulazione fordista urtò contro i suoi limiti, negli anni ‘70, il keynesianismo sfociò in una politica inflazionaria, sulla base del credito pubblico. La cosiddetta rivoluzione neoliberale, intanto, spostò solo il problema dal credito pubblico ai mercati finanziari. Lo sfondo era una nuova rottura strutturale dello sviluppo capitalista, causato dalla terza rivoluzione industriale della microelettronica. Su questo livello qualitativamente differente di produttività non fu più possibile sviluppare alcun terreno di accumulazione reale.
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Fiscal compact: come stanno veramente le cose?
Leonardo Mazzei
Sono o no una realtà i 50 miliardi annui di sacrifici per i prossimi vent'anni?
Ci vediamo costretti a tornare sul tema del Fiscal compact. Del resto, repetita iuvant. Il fatto è che c'è chi sta lavorando a far credere che il Fiscal compact non sia un problema, come se gli eurocrati di Bruxelles l'avessero messo lì per scherzo, un modo per intimidire ma senza fare sul serio. Purtroppo non è così, checché ne dicano governanti disonesti e giornalisti superficiali.
La cosa è troppo importante per lasciare spazio alle rassicuranti leggende del mainstream, spesso rilanciate a casaccio nel mare magnum del web, magari anche solo per assoluta ignoranza della materia. E' troppo importante perché qui sono in gioco il futuro dell'economia nazionale, le prospettive occupazionali, l'accentuazione del massacro sociale in corso.
Per fortuna non siamo i soli ad aver notato la diffusione in rete di alcune interpretazioni rassicuranti sull'applicazione del Fiscal compact. Ecco, ad esempio, come ha reagito su Facebook Marco Passarella, anch'egli evidentemente irritato da certi faciloni:
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Le lotte in Cina, il Manifesto di Confindustria
La mobilità del capitale e quella del conflitto
Clash city workers
Ieri è arrivata dalla Cina la notizia che migliaia di lavoratori di una delle più grande fabbriche di scarpe sono in sciopero dal giorno prima, nel Sud del paese, per il miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro. Ben 60 mila operai della Yue Yuen (gruppo che produce scarpe per Nike, Crocs, Adidas, Reebok, Asics, New Balance, Puma, Timberland), fra cui molti immigrati da altre regioni della Cina, lottano da due settimane per ottenere il riconoscimento della previdenza sociale. La polizia è intervenuta più volte quando i manifestanti hanno cercato di assaltare le vetture dei dirigenti, mentre le grandi multinazionali sono molto preoccupate che lo sciopero possa bloccare l’arrivo delle merci sui mercati occidentali.
Ora, quello che è interessante di questa notizia non è solo che gli operai esistono (anzi: che a livello mondiale gli operai siano la maggioranza dei lavoratori ormai lo dicono anche quei teorici che fino a qualche anno fa li volevano scomparsi e marginali). E non è nemmeno una sorpresa che lottino: come ha dimostrato ad esempio Beverly Silver studiando proprio il caso cinese, “laddove va il capitale segue il conflitto”. Nemmeno la forma di lotta ci colpisce: lo sciopero, condito da assalto al nemico di classe e picchetto alla fabbrica, è ancora un’arma utilissima nelle mani dei lavoratori.
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Esercizi di retorica sul DEF
di Maurizio Sgroi
La retromarcia dell’avanzo primario
Mi sorprendo sempre nel notare il grande consumo di intelligenza e talento che circonda le cose economiche. Cervelli oltremodo eccellenti si cimentano in esercizi astrusi, compilano tabelle e disegnano grafici, al solo fine di convincere qualcuno di qualcosa, in un modernissimo esercizio di retorica.
E poiché questo qualcosa ha a che fare con il denaro, in un modo o nell’altro, ecco che ricevono un’attenzione ormai quasi più a nessuno riservata. Sicché finisce che gli economisti, o i semplici compilatori di tabelle e grafici, diventino delle piccole star.
La seduzione dell’economia è il modo contemporaneo col quale celebriamo l’antica e immutabile seduzione del denaro, a ben vedere.
Ed è comprensibile che tutto ciò, specie in tempi di crisi, germini una pletora di popolazioni economaniache.
Oggidì gli studiosi/esperti/appassionati/doscenti/discenti di cose economiche nel nostro paese è probabile abbiano superato per numero quelli che una volta compilavano formazioni e strategie della nazionale di calcio.
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Slavoj Žižek, Hegel e "Meno di niente"
di Filippo Fiabeschi
Slavoj Zizek è senz’altro un personaggio singolare, acuto, spregiudicato e senz’altro, filosoficamente, “controverso”. Controverso, nel senso che nel panorama filosofico attuale i giudizi sullo sloveno sono quanto meno contrastanti. Chi lo annovera come uno dei più validi e pungenti critici dell’ideologia del nostro tempo vede nelle sue analisi una geniale sintesi di psicanalisi strutturalista (Lacan), marxismo (Lukàcs, Althusser), dialettica idealista (Hegel) e pensiero della differenza e ripetizione di matrice “postmoderna” (Deleuze, Derrida). Chi lo critica, anche aspramente, vede le sue opere come ciarle che disinnescano la critica rendendola una sorta di divertimento colto da “radical chic” di sinistra in cui si alterna la critica sociale alla decostruzione della cultura di massa (film, romanzi, ecc.) senza mai giungere a un vero programma di superameno dell’esistente. Tra i sostenitori di questa tesi vi è anche Diego Fusaro che però sembra non voler distinguere nella sua analisi (comparsa in rete pochi mesi fa) del “fenomeno Zizek” gli aspetti più propriamente speculativi del pensiero dello sloveno dal “personaggio-Zizek” in quanto tale: infatti a più riprese, particolarmente nel passato, il “gigante di Lubiana” (così come viene descritto dalle note sulle copertine delle sue opere) si è lasciato andare ad interviste in cui, più che la sua carica critica nei confronti del capitalismo mondiale, ha mostrato l’intenzione di apparire simpatico (cosa che è indubbiamente), diventando un personaggio pubblico a tutti gli effetti, oscurando di fatto la cosa più importante, cioè il suo pensiero, e attirandosi un’ondata di critiche, spesso ingiustificate, che lo dipingono come “filosofo-pop” o cose di questo genere, concentrando le critiche sulle uscite (talvolta senz’altro di dubbio gusto) del pensatore invece che sulle sue opere mentre un vero grande filosofo, quale Zizek è, ha il diritto e la dignità di essere criticato sul piano speculativo, cosa che nemmeno lo stimabilissimo Diego Fusaro ha fatto nel suo articolo limitandosi ad indicare in Zizek un “disinnescatore” della critica.
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