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Ecomarxismo e Prometeo liberato
di John Bellamy Foster
Nel Prometeo incatenato di Eschilo, Prometeo è una figura rivoluzionaria. Dall'Illuminismo fino ad oggi, la sua sfida al divieto divino di portare il fuoco all'umanità è stata adottata per rappresentare le forze rivoluzionarie presenti nell’umanità. In questo articolo John Bellamy Foster si chiede che cos'è il “prometeismo” e come il termine sia stato usato (e abusato) nelle discussioni su Marx, sulla crisi ecologica e sullo sviluppo umano sostenibile.
In Occidente, la modernizzazione ecologica come modello per affrontare i problemi ambientali è da lungo tempo oggetto di critica da parte degli ecosocialisti e, in generale, degli ecologisti radicali. Al contrario, in Cina, il modernismo ecologico come modo per rimediare ai problemi ambientali gode del forte sostegno dei marxisti ecologici. La ragione che sta alla base di questi approcci divergenti dovrebbe essere evidente. In Occidente, il concetto di modernizzazione ecologica, pur non essendo in sé discutibile come parte di un processo complessivo di cambiamento ambientale, è venuta a rappresentare ideologicamente il modello restrittivo della modernizzazione ecologica capitalista. Secondo questo concetto, i problemi ambientali possono essere affrontati unicamente tramite mezzi tecnologici, all'interno delle consolidate relazioni sociali del capitalismo, in un contesto puramente riformista. Diversamente da ciò, la modernizzazione ecologica socialista, così come immaginata in Cina e in pochi altri stati post-rivoluzionari, è sostanzialmente diversa. Essa richiede una rottura con le relazioni sociali dell’accumulazione del capitale, in modo da rendere possibili le trasformazioni rivoluzionarie nel rapporto umano con la natura, finalizzate alla creazione di una civiltà ecologica orientata allo sviluppo umano sostenibile.Un problema parallelo sorge in relazione alla nozione di “Prometeismo”, un termine ambiguo basato sull'antico mito greco di Prometeo, un Titano che dona il fuoco all’umanità. Nella visione capitalista contemporanea, il mito prometeico è stato trasformato in modo tale da rappresentare la tecnologia e il potere, persino le rivoluzioni industriali.[1]
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La “brutta vittoria della Russia” e la “finis Europae”
di Eros Barone
1. La crisi finanziaria del 2008 e la svolta protezionista
I massimi rappresentanti della politica internazionale non si peritano di affermare a chiare lettere che la guerra in Ucraina, così come il conflitto israelo-palestinese e, più in generale, i venti di guerra che soffiano impetuosi nel periodo che stiamo vivendo, costituiscono un ‘turning point’ di portata storica non solo sul terreno della definizione dei confini territoriali, ma anche nel senso che gli esiti delle guerre in corso potrebbero contribuire a delineare il volto del futuro economico mondiale. Si tratta, per l’appunto, delle cause materiali dei conflitti militari, ossia degli interessi economici che muovono i conflitti militari contemporanei, in Ucraina e nel resto del mondo.
Orbene, per comprendere questo determinante ordine di cause occorre partire da una grande svolta, che da diversi anni caratterizza la politica economica degli Stati Uniti d’America: la crisi finanziaria del 2008. 1 In quella congiuntura critica gli americani si sono resi conto, infatti, che stavano importando molte più merci di quante ne riuscissero a esportare, e che così stavano accumulando un ingente debito verso l’estero, non solo pubblico ma anche privato: un debito potenzialmente insostenibile. Basti pensare che il passivo netto americano verso l’estero è arrivato a 18.000 miliardi di dollari, un primato negativo senza precedenti. Di contro, l’attivo netto cinese verso l’estero è arrivato a 4.000 miliardi, l’attivo netto russo a 500 miliardi, e così via. Sennonché il problema è che il creditore può utilizzare il suo attivo per cominciare ad acquisire il capitale del debitore. In altre parole, l’Oriente può iniziare a comprare aziende occidentali, ponendo in atto quel fenomeno che Marx definisce come “centralizzazione del capitale” in un nucleo ristretto di grandi imprese. Tale tendenza è tipica del capitalismo; la novità è però che, questa volta, si tratta di grandi imprese orientali.
Dinanzi a questa nuova tendenza, di una potenziale centralizzazione capitalistica nelle mani dei grandi creditori orientali, dal 2008 in poi l’amministrazione americana ha compiuto una svolta: non più verso il libero scambio globale ma verso un protezionismo sempre più unilaterale e aggressivo.
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La Siria un anno dopo Assad: il Terroristan della CIA
di Davide Malacaria
Un anno fa la caduta di Assad e l’ascesa al potere di al-Jolani, attuale presidente della Siria. Così Kevork Almassian sul Ron Paul Institute ricorda quel regime-change iniziato nel 2011. Una nota che spiega perché l’ex terrorista sia stato accolto a braccia aperte da Washington e dall’Occidente. “Cominciamo con la cronologia”, scrive, “perché già solo questa fa pensare che fin dall’inizio si è trattato di un’operazione di intelligence”.
“Abu Mohammed al-Jolani era in una prigione gestita dalla CIA in Iraq – Camp Bucca – insieme a un altro nome familiare: Abu Bakr al-Baghdadi. Entrambi furono rilasciati all’inizio del 2011. ‘Per una singolare coincidenza’ è proprio allora che inizia la guerra per il regime-change in Siria. Nel giro di poche settimane al-Baghdadi diventa il capo di quello che diventerà l’ISIS e al-Jolani attraversa il confine con la Siria per fondare Jabhat al-Nusra – ufficialmente la filiale di al-Qaeda nel mio Paese”.
Al-Jolani e la sua rete sono identificati come terroristi, c’è anche una taglia che pende sulla sua testa, ma “per oltre un decennio, mentre gli Stati Uniti radevano al suolo intere città in Iraq e Siria per combattere il ‘terrorismo’, per qualche oscuro motivo non hanno mai trovato il tempo o le coordinate per colpire seriamente al-Jolani o la sua struttura di comando”. Ciò perché al-Jolani combatteva “contro un governo che Washington aveva deciso che doveva scomparire: lo Stato siriano di Bashar al-Assad”.
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La UE alla prova dei mercati semi-chiusi
di Claudio Conti
Le contraddizioni strutturali dell’Unione Europea – nel brusco passaggio dal rappresentare la sponda orientale dall’alleanza subordinata con gli Usa con aspirazioni imperialiste autonome a insieme “involontariamente indipendente” perché ormai al limite del core business statunitense – stanno venendo fuori piano piano.
La Commissione Europea (di fatto il “governo” della UE) deve questa settimana esplicitare concretamente cosa significhi la parola d’ordine “Comprate europeo”, includendola nell’Industrial Accelerator Act (Atto per l’Acceleratore Industriale), immaginato per garantire che miliardi di euro in contratti di appalto fluiscano verso produttori dell’UE in settori che vanno dalle turbine eoliche ai sistemi informatici.
Un’indicazione che contraddice apertamente la “legge scolpita nella pietra” secondo cui il mercato e solo il mercato deve ormai regolare le scelte dei soggetti pubblici (quelli privati lo hanno fatto così bene da aver compromesso la continuità industriale di molti produttori continentali).
Il problema è che questa “legge”, immaginata come faro e giudice delle scelte politiche nazionali quando la “globalizzazione” sembrava trionfante e il mercato mondiale appariva muoversi quasi senza ostacoli, è difficile da rispettare nel nuovo quadro internazionale. Anzi, impossibile.
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Quando la “competitività” diventa sabotaggio: la controffensiva fossile contro il Green Deal
di Mario Sommella
Il Green Deal non sta arretrando per una banale “stanchezza naturale” della politica europea. Sta arretrando perché una parte dell’industria fossile e chimica, assistita da consulenti di altissimo livello e favorita da un asse politico sempre più spostato a destra, ha scelto una strategia di logoramento scientifico, chirurgico, transatlantico.
La mappa del sabotaggio: quando la competitività diventa un passe-partout
Il bersaglio principale di questa offensiva è la direttiva europea sul dovere di vigilanza nelle catene del valore, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). Una norma nata per imporre alle grandi imprese un obbligo strutturato di prevenzione e riparazione dei danni ambientali e delle violazioni dei diritti umani lungo l’intera filiera, insieme alla richiesta di piani di transizione climatica coerenti con gli obiettivi europei.
Dopo l’entrata in vigore nel 2024, la CSDDD è diventata uno dei simboli più concreti del Green Deal nella sua versione “materiale”: non solo target climatici e dichiarazioni di principio, ma responsabilità legale e costi reali per chi inquina o tollera abusi fuori dal perimetro europeo.
In questo quadro si colloca la macchina di influenza attribuita a Teneo e alla rete di aziende riunite nella cosiddetta “Tavola rotonda per la competitività”.
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USA, la nuova rotta dell’impero
di Fabrizio Casari
In un documento di 33 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale, la Casa Bianca disegna il riposizionamento USA sulla scacchiera globale e segna il passaggio di fase del suo ruolo. L’intento è di aggiornare e aggiustare quanto ormai non più procrastinabile. I cambiamenti strategici intervenuti in questi ultimi 3 anni mettono gli Stati Uniti nell’impossibilità di mantenere una posizione dominante così come consolidatasi dal 1989 attraverso un impero unipolare a trazione anglosassone che rappresentava l’Occidente collettivo, il cui comando politico era nelle mani di USA e GB e la cui espressione militare era la NATO.
Un cambio di strategia che offre una lettura del mondo e delle sue problematiche diversa da quella che l’ha preceduta, ma che si deve anche a un quadro economico e sociale statunitense che mai come ora si trova vicino al collasso, con l’impossibilità di sostenere economicamente un modello imperiale a espansione continua, per sua intrinseca natura dispendioso e non redditizio, in un mondo con invece un protagonismo sempre più marcato delle economie emergenti.
Il cambio di strategia non è privo di un ragionamento economico a sostegno. Se si prova a valutare il volume degli investimenti USA nelle “primavere” nell’Est europeo e in Medio Oriente e lo si contabilizza, si scopre che l’assetto politico più favorevole non si è tradotto quasi mai in grandi miglioramenti nella bilancia commerciale USA. La maggiore influenza territoriale e militare non ha prodotto una dinamica economica favorevole.
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La ricompensa dei servi (sciocchi)
di Gianandrea Gaiani
Quanto clamore per le dure critiche espresse nei confronti degli europei da Donald Trump e dagli Stati Uniti nel nuovo documento di Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, pubblicata dalla Casa Bianca.
Di tale documento si sono già occupati su Analisi Difesa sia Giacomo Gabellini che Giuseppe Gagliano, per cui non staremo a riproporne i contenuti se non per commentare il ruolo dell’Europa. Trump ha di fatto ribadito il disprezzo per la classe dirigente europea, o almeno per gran parte di essa, come aveva già fatto il vicepresidente JD Vance lo scorso anno alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco.
L’Amministrazione Trump denuncia le “aspettative irrealistiche” dei leader europei sulla guerra in Ucraina, cioè siamo così creduloni da ritenere che gli ucraini possano vincere quella guerra che proprio gli statunitensi della precedente amministrazione Biden e i britannici ci hanno imposto di continuare a sostenere perché avrebbe logorato la Russia.
Il documento statunitense parla apertamente di una “’progressiva erosione della civiltà europea”. L’Europa “rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni o meno” se le tendenze attuali non verranno invertite, riferendosi soprattutto a immigrazione selvaggia, crollo demografico, perdita delle identità nazionali e della fiducia collettiva a causa del dirigismo della Ue.
Trump ha perfettamente ragione in proposito ma, a dire il vero, non mi pare che in termini di immigrazione e sicurezza le città americane stiano meglio di quelle europee, considerato che lo stesso Trump le ha definite dei “campi di battaglia”.
L’agenda europea – ha detto il vice segretario di Stato Christopher Landau – è “contraria agli interessi americani” e la “burocrazia non eletta, antidemocratica e non rappresentativa dell’Ue a Bruxelles persegue politiche di suicidio di civiltà”.
Anche questa affermazione appare condivisibile nella sua seconda parte mentre l’affermazione “l’agenda europea è contraria agli interessi americani” tradisce l’aspettativa padronale tipica dell’atteggiamento statunitense nei confronti delle “colonie”.
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Una strategia per un mondo che non esiste più
di Giuseppe Gagliano
La nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, pubblicata nel novembre 2025, è un testo che pretende di essere una bussola per i prossimi anni, ma finisce per somigliare più a una dichiarazione d’intenti ideologica che a un vero manuale di sopravvivenza in un mondo complesso e frammentato. Dietro il linguaggio solenne, le celebrazioni dell’“America forte” e i toni autocelebrativi, si intravede una potenza che fatica a riconoscere i propri limiti e a convivere con la fine della propria supremazia indiscussa.
Il documento parte da un atto d’accusa contro le élite del dopo guerra fredda: avrebbero inseguito il miraggio di un dominio planetario permanente, sacrificando industria nazionale, classe media e credibilità internazionale. Per rimediare, la nuova linea propone un ritorno alla “priorità degli interessi nazionali” e al rifiuto di istituzioni e vincoli sovranazionali. Ma, invece di produrre una vera ricalibratura, questa svolta rischia di diventare solo una versione più dura e più chiusa dello stesso universalismo americano: la convinzione che la sicurezza degli Stati Uniti coincida con l’ordinamento del mondo secondo criteri stabiliti a Washington.
Sovranità come parola magica
La parola chiave della nuova dottrina è “sovranità”. Sovranità dei confini, del mercato interno, del sistema energetico, delle filiere industriali, perfino del discorso pubblico, visto come minacciato da potenze straniere, piattaforme digitali e organizzazioni internazionali. Non è solo una preoccupazione legittima, dopo decenni di delocalizzazioni e dipendenze strategiche: è una vera ossessione.
Ogni fenomeno viene ricondotto alla stessa matrice: migrazioni di massa, accordi commerciali, organismi multilaterali, intese sulla tutela del clima, tutto sarebbe un modo per indebolire l’identità e la sicurezza statunitensi.
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La Sinistra Negata 07
La Sinistra Negata e gli Anni ’90
A cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate)
Parte prima: quale sinistra rivoluzionaria?
1. UN’ESPRESSIONE SCOMODA
È difficile negare che l’uso dell’espressione “sinistra rivoluzionaria” susciti oggi un certo imbarazzo. Di solito, chi oggettivamente si colloca nella “sinistra rivoluzionaria” preferisce usare termini come “movimento”, “movimento antagonista”, “movimento comunista”, e cosi via.
Noi stessi lo preferiamo. Questa rivista si è però proposta, fin dal primo numero, di scrollarsi di dosso tabù e reticenze, verificando nell’intreccio fra passato e presente (che è il nostro modo di intendere la “storia”) la validità di concetti cui non intendiamo rinunciare solo perché il potere lo vorrebbe.
Uno di questi concetti è appunto quello di “sinistra rivoluzionaria”. Tentiamo, allora, di esaminarlo con franchezza, evitando soprattutto di rapportarlo a un grumo ideologico o a una sequela di dogmi.
Nei punti precedenti de La sinistra negata abbiamo già precisato, in riferimento al passato, quale sia l’unica “sinistra rivoluzionaria” che riteniamo abbia saputo autenticamente radicarsi nella società italiana, incidendo profondamente nel suo tessuto e conferendo al marxismo un volto inedito e “moderno”: quella che nasce dalla nuova composizione di classe degli anni Sessanta, trova un’espressione teorica d’alto livello nei Quaderni Rossi, cresce nelle lotte operaie e studentesche del 1968-71, si consolida nei gruppi extraparlamentari della prima metà degli anni ’70, intuisce e precorre l’emergenza di un nuovo proletariato precario, e giunge al proprio momento massimo di scontro e di rottura col movimento del ’77.
Altre “sinistre rivoluzionarie” sono esistite intorno a questo filone, oscillando però tra il grottesco (con la pletora dei vari partitini “marxisti-leninisti”, uno più caricaturale dell’altro), la tragedia (con l’epopea dapprima truce, poi solo vergognosa delle BR) e la più totale confusione (con la “lunga marcia dentro le istituzioni” di DP, finita in un punto più arretrato di quello da cui aveva preso le mosse).
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La resa della Cop a Belem
di Carmen Storino
Un disastro. La Cop30 non ha fissato la fine dei combustibili fossili mentre il rialzo delle temperature va velocemente verso un raddoppio, ha continuato a monetizzare le foreste senza arrestarne l’erosione, rimandando ogni sforzo ulteriore alla Cop 31, in uno dei Paesi campioni del business fossile: la Turchia
La COP30 di Belém è nata con aspettative enormi. Prima conferenza a tenersi alle porte dell’Amazzonia a dieci anni dall’Accordo di Parigi, avrebbe dovuto segnare un nuovo inizio per le politiche climatiche. È stata definita la COP della verità e del coraggio ma l’assenza degli USA prima, così come i passi indietro sulla transizione energetica e le iniziative decise come non vincolanti durante e dopo, hanno trasformato il negoziato in un gioco al ribasso pieno di contraddizioni e promesse disattese, in una condizione dove il limite di 1,5 °C è già stato raggiunto e superato. Evidentemente, gli ultra-ricchi del pianeta, sulla scia delle nuove affermazioni di scettiscismo climatico di Bill Gates, trovano opportuno allinearsi alle posizioni del re Trump, che platealmente afferma: “Drill baby, drill”. Forse ritengono che loro saranno in grado di salvarsi dal collasso sociale che potrà provocare il cambiamento climatico, nei loro residence di ultralusso o forse anche in nuovi rifugi su Marte da raggiungere sui razzi di Elon Musk, lasciando i poveri, colpevoli di esseri poveri, all’inferno sulla Terra.
Nel seguito, con uno sguardo critico proviamo a mettere in fila le cose sull’accaduto e sul perché le COP continuano a inciampare sull’unica cosa realmente rilevante: la certezza di un phase-out veloce dai combustibili fossili.
La COP alle porte dell’Amazzonia
“Portare la COP nel cuore dell’Amazzonia è stato un compito arduo, ma necessario”, ha affermato il Presidente brasiliano Lula nel discorso di apertura dei lavori della COP30. Non aveva tutti i torti. Ma i prezzi spropositati per una camera di hotel e la carenza di alloggi disponibili a prezzi accessibili hanno trasformato i negoziati sul clima in un evento d’élite sul quale si è alimentato il business degli alloggi. Così, mentre Lula parlava di investimenti strutturali che “potranno essere conservati dagli abitanti”, la scelta di svolgere la COP30 a Belem è risultata quantomeno contradditoria per i residenti e totalmente non inclusiva rispetto ai delegati provenienti dai Paesi più poveri.
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‘De Russophobia’
di Alba Vastano
““La russofobia, come dimostrato in modo convincente in quest’opera, non è un’emozione spontanea, ma uno strumento di pressione politica, di giustificazione dell’aggressione, di sostituzione di concetti e di deformazione della memoria. Diventa una comoda giustificazione, sia per i tentativi revisionisti di falsificare i risultati della seconda guerra mondiale, sia per la censura attiva della cultura russa contemporanea” (Marija Zakharova)
Stralci di alcuni punti della Risoluzione del 27 Novembre del Parlamento europeo testo sulla posizione dell’Ue, sul piano proposto e l’impegno dell’Ue a favore di una pace giusta e duratura per l’Ucraina
‘Il Parlamento europeo: Considerando che l’obiettivo dell’UE rimane una pace giusta e duratura/ che la Russia dimostra costantemente di non avere alcun interesse a conseguire la pace/ esorta l’Ue e i suoi Stati membri ad assumere maggiore responsabilità per la sicurezza nel continente europeo/ ribadisce che la pace non può essere raggiunta cedendo all’aggressore, bensì fornendo un sostegno risoluto e costante all’Ucraina e dissuadendo in maniera adeguata la Russia dal ripetere tale aggressione in futuro. Sottolinea che qualsiasi accordo di pace deve obbligare la Russia a risarcire appieno l’Ucraina per tutti i danni materiali e immateriali da essa causati …e che la Russia e i suoi alleati rispondano appieno, a norma del diritto internazionale, del reato di aggressione e dei crimini di guerra commessi contro l’Ucraina e il popolo ucraino/ribadisce, data l’attuale volatilità della sicurezza in Europa, l’importanza di mantenere la presenza militare della Nato e degli Stati Uniti lungo il fianco orientale come elemento cruciale per garantire la stabilità della regione….’.
Non sarà una pace giusta per due oggettive motivazioni: perché l’aggettivo giusta legata al sostantivo pace è una forzatura, un nonsense. Può avvenire una pace ingiusta? Che senso avrebbe? E, motivazione fondamentale, perché non è credibile nella sostanza, in quanto sarà solo un accordo travestito da finto pacifismo fra i leader dell’Ue e Usa per sanzionare economicamente la Russia e censurarne ogni aspetto della cultura.
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Contro il riarmo dell’Europa. Il tempo è ora!
di Guido Viale
«Il vecchio continente […] deve reagire, a cominciare da una vera Unione della Difesa, costruendo un’Unione federale e difendendo l’Ucraina». Così, in un’intervista di Repubblica a Daniel Cohn Bendit, che conclude: «Spero che gli storici futuri (ma ci saranno? ndr) potranno dire: “L’Europa ha vinto contro il mondo del male, ossia gli Usa, la Russia e la Cina”» (e tutto o quasi l’ex Terzo mondo, ndr). Cioè, “buoni”, l’Europa; e “malvagi”, tutti gli altri. È il punto di approdo di una deriva che ha portato molto lontane tra loro vite che più di mezzo secolo fa si erano trovate accomunate nelle lotte del ’68 e dei primi anni ’70. Una distanza cresciuta nel corso degli anni ma resa ancor più profonda con l’esplosione della guerra in Ucraina: un percorso analogo a quello di Adriano Sofri, di cui sono stato e sono amico ed estimatore della sua intelligenza e della sua onestà intellettuale; come lo ero e sono di Daniel Cohn Bendit. L’esito obbligato di quelle derive è la militarizzazione della società in vista della guerra: calda, fredda o ibrida, locale o globale, convenzionale o nucleare; chi può dirlo?
Ma affidare la ricostituzione di un’identità libealdemocratica europea alle armi, alla sua militarizzazione, là dove hanno fallito la politica istituzionale, il mercato, la finanza, l’euro, il vantato primato ambientale e quel simulacro di transizione che è stato il Green Deal significa consegnare il destino dei popoli europei agli Stati maggiori delle forze armate e all’industria delle armi.
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Chi garantisce per i “soldi russi” da girare all’Ucraina? Nessuno…
di Dante Barontini
L’impressione di essere guidati – come Unione Europea e governanti nazionali – da un branco di incompetenti per quanto riguarda le questioni strategiche era già fortissima. Appena temperata dalla insana fiducia instillata nelle opinioni pubbliche circa la loro capacità di controllare le questioni economiche e finanziarie, ben rappresentate dai vincoli inseriti nei trattati che definiscono il “pilota automatico” dell’austerità sui conti pubblici.
Ora anche questa deve crollare davanti all’evidenza.
Sentiamo tutti i giorni che i vertici europei stanno da tempo pensando di sequestrare i fondi russi depositati in banche europee, per una cifra sempre un po’ ballerina ma stabilmente sopra i 140 miliardi per quanto riguarda il solo Belgio, e forse 210 in totale, o di più. Soldi che verrebbero utilizzati per sostenere la guerra dell’Ucraina contro la Russia e, se poi ne avanzano, anche per la ricostruzione dei territori che resteranno a Kiev.
Dal punto di vista commerciale e legale, si tratta di un vero e proprio furto che – fra l’altro – mette in discussione la “difesa della proprietà privata” nell’area del pianeta che più ha fatto di quest’ultima l’unica “libertà” che conti. Per non parlare del rischio che altri paesi, resi edotti dal comportamento piratesco dei poteri europei, portino via i loro soldi verso porti più sicuri (in Europa sono depositati soldi e beni di circa 90 paesi).
Ma, si potrebbe dire, cosa volete che sia un furto davanti a una guerra e ai suoi orrori…
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Criticare Israele è antifascismo, di Stefano Bartolini
di Il Pungolo Rosso
La critica è sempre vitale, necessaria. L’ipercritica, la critica per partito preso, è quasi sempre, invece, stucchevole, vuota. Certi sfaccendati, ad esempio, ci criticano perché su questo sito diamo spazio all’anti-sionismo che proviene dalle fila degli ebrei. Questi stolti non ne comprendono l’impatto, che è particolarmente pericoloso per lo stato sionista perché ne contesta la pretesa – abusivissima – di essere il vero tutore e rappresentante degli ebrei.
Per questa ragione ospitiamo volentieri questo scritto, anche autobiografico, dello storico Stefano Bartolini, così come a suo tempo costruimmo la nostra critica della ideologia di stato del “giorno della memoria” affidandola in larga parte a intellettuali ebrei anti-sionisti.
Dossier “No alla memoria a senso unico”, 1. Introduzione
La soluzione che Bartolini ipotizza per la guerra infinita in Palestina tra la forza occupante e il popolo palestinese non è la nostra, ma questo non toglie valore alla sua testimonianza che suona interessante e autentica. In giorni in cui destra e PD fanno a gara nel tacitare tramite l’azione repressiva dello stato ogni critica allo stato genocida di Israele, è giusto rivendicare che la critica ad Israele è antifascismo, critica del fascismo democratico di Israele, o della sua democrazia fascista. Non è tutto, si capisce, ma è giusto. (Red.)
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Israele e la guida al genocidio tecnologico
di Davide Malacaria
“È ormai chiaro che le atrocità orribili non appartengono al passato; i crimini di guerra possono essere commessi dagli eserciti moderni utilizzando l’intelligenza artificiale e altre tecnologie più avanzate”. Così Hossam Shaker su Middle East Eye, e il riferimento è a Gaza, “dove Israele sta consumando un genocidio, una pulizia etnica, una distruzione di massa e una campagna di carestia, senza che ciò abbia ripercussioni sulle proficua cooperazione con le democrazie occidentali e i ‘paladini dei diritti umani’”.
“L’esperienza accumulata da Israele è ora a disposizione del mondo: una guida pratica per commettere un genocidio nel XXI secolo, la cui sfida essenziale è come far sì che il mondo conviva con un genocidio trasmesso in diretta sui nostri dispositivi mobili”.
“Gli sforzi dei media e della propaganda devono essere al servizio della strategia di aggressione adottata […] L’obiettivo non è quello di ‘conquistare i cuori e le menti’, ma di distrarre l’opinione pubblica dall’orrore in corso e di scoraggiare la compassione verso le vittime palestinesi”.
“Questa strategia di offuscamento richiede che Israele si faccia promotore di iniziative specifiche”. Anzitutto attraverso campagne diffamatorie contro gli organismi internazionali che ne denunciano i crimini, nel tentativo di delegittimarli e ridurli al silenzio, com’è avvenuto per la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Penale Internazionale o, con più successo, con l’Unrwa. In tal modo, Israele “ha ottenuto i vantaggi strategici e tattici auspicati, minando al contempo le basi della vita del popolo palestinese e il diritto al ritorno dei rifugiati”.
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Gaza: perché malgrado il “cessate il fuoco” il genocidio continua
di Roberto Iannuzzi
L’enclave palestinese sembra tragicamente destinata a rimanere un distopico laboratorio di sperimentazione israelo-americana, in un labirinto di macerie e disperazione apparentemente senza uscita
“Il cessate il fuoco rischia di creare la pericolosa illusione che la vita a Gaza stia tornando alla normalità. Ma […] il mondo non deve lasciarsi ingannare. Il genocidio israeliano non è finito”.
A pronunciare queste parole è stata Agnès Callamard, già relatrice speciale dell’ONU, attualmente alla guida di Amnesty International.
Un parere analogo lo ha espresso lo storico israeliano Raz Segal, professore di studi sull’Olocausto e sui genocidi presso la Stockton University, nel New Jersey.
Segal ha affermato che i leader israeliani continuano a proferire dichiarazioni dall’intento chiaramente genocidario.
Un rapporto dell’UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development) ha rilevato che Israele ha causato nella Striscia “il peggior collasso economico mai registrato”.
Il PIL pro capite nell’enclave palestinese è crollato a 161 dollari l’anno, meno di 50 centesimi al giorno. Uno dei più bassi al mondo. Oltre il 92% degli edifici residenziali è stato distrutto e danneggiato.
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Dall'Occidente in crisi al modello cinese: la via socialista nel XXI secolo
di Giambattista Cadoppi
Paolo Botta: Cos’è lo stato. Capitalismo, socialismo e democrazia nel XXI secolo. Rogas, 2025, Prefazione di Thomas Fazi. € 19.70
Il poliziotto del mondo potrebbe essere occidentale, ma il maestro del mondo, come è stato per millenni, risiede ancora in Oriente.
Andrew Hughes (2008)
Il saggio di Paolo Botta “Che cos’è lo stato” analizza con grande lucidità la crisi strutturale del capitalismo contemporaneo e la ridefinizione dello Stato come attore centrale nella regolazione dei processi economici, sociali e tecnologici del XXI secolo. L’autore sviluppa una prospettiva originale che intreccia critica marxiana, analisi geopolitica e riflessione sulle nuove forme di socialismo, ponendo particolare attenzione all’esperienza cinese come paradigma alternativo alla crisi occidentale.
Questo saggio si configura come un'opera di fondamentale importanza per la comprensione delle dinamiche socio - politiche contemporanee. L'autore non si limita a commentare l'attuale crisi dello Stato - nazione, ma procede a una ricognizione teorica radicale dei concetti di Potere, Politica e Stato. Il risultato è una tesi audace e ben argomentata: lo Stato non è affatto in declino, ma ha semplicemente rimodulato la sua sovranità e il suo protagonismo, spesso nascondendoli dietro le narrazioni ideologiche della globalizzazione e del neoliberismo. L'intero impianto logico, che culmina nell'analisi della strategia statale, compresa quella sulle diverse forme di socialismo, è di un rigore ammirevole e di una pertinenza ineguagliabile.
I. Il decostruzionismo metodologico: superamento dei falsi miti. Il fraintendimento dello Stato e il Mito antistatalista
Il punto di partenza è la critica al mito anti - statalista che ha dominato il dibattito occidentale dal Trattato di Maastricht in poi.
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Voti di sfiducia. Sul malessere contemporaneo della scuola
di Andrea Cengia, Mino Conte, Massimiliano Tomba
Ogni tanto scuola e università lanciano alcuni segnali di malessere. Il più recente riguarda alcuni studenti che si sono rifiutati di sostenere l’orale della maturità. Ripensando con la giusta distanza temporale quell’accadimento è possibile ricollocarlo in un discorso più ampio di questioni che riguardano il mondo della scuola, la sua storia, la sua funzione e i sempreverdi propositi di riformare la riforma precedente. Le fonti giornalistiche hanno riportato le motivazioni addotte da alcuni di questi studenti in merito al loro rifiuto di sostenere l’intero arco della prova di maturità, in particolare il colloquio orale pluridisciplinare. Alcuni di loro hanno affermato di non essersi trovati a proprio agio «a seguire le regole e ad affrontare la scuola come gli altri». Altri hanno sostenuto che «un’intera carriera scolastica rischia di essere oscurata da tre prove svolte in pochi giorni», per poi aggiungere «i voti non definiscono il valore di una persona». Poche settimane dopo è seguita una pronta contromossa del Ministero volta a scongiurare nuovi casi del genere. Questione chiusa dunque?
Il nostro discorso vorrebbe spostare l’attenzione su altri aspetti, scivolati in secondo piano rispetto all’impatto mediatico generato dal gesto di queste studentesse e studenti. Troppa attenzione è stata posta sui voti. Si è detto: certo i voti non sono cosa piacevole, né per gli studenti né per i docenti che li devono dare; sarebbe meglio fare senza voti. E ancora: i voti, ad un certo punto, devono essere dati, ci siamo passati tutti, basta lamentarsi. Ai tempi del Sessantotto, ricorderete, le pressioni studentesche per il “voto politico” o meglio per il “18 politico”, finirono con l’introdurre una distorsione del diritto allo studio, sacrosanto, mutandolo in diritto tout court alla laurea. La contestazione del voto “di profitto” ha una sua storia, che tocca parimenti il sistema scolastico, e che passa anche dal j’accuse donmilaniano. L’Eldorado di un mondo dell’istruzione senza voti e mai giudicante è ben presente ancora oggi nell’immaginario pseudo emancipativo di chi vede in queste consuetudini la condensazione di ogni male, il sadismo divenuto istituzione, l’arbitrio del potere.
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Attualità della pianificazione
di Roberto Lampa, Matteo Gaddi, Nadia Garbellini
Produttività e competitività non sono parametri naturali, indicano modelli che hanno mostrato di essere ingiusti e inefficaci. Bisogna invece sceglire collettivamente cosa e come produrre
Produttività e competitività vengono spesso presentate come categorie neutrali, semplici strumenti tecnici per interpretare le prestazioni dell’economia. Questa presunta neutralità è però una costruzione ideologica: serve a trasformare scelte politiche in vincoli oggettivi e a spostare sulle lavoratrici e sui lavoratori il peso degli squilibri macroeconomici.
Per ripensare un’alternativa occorre quindi innanzitutto smontare questi concetti che, sotto una veste tecnico-contabile, reggono l’architettura del capitalismo contemporaneo. In particolare va preso atto che quest’ultimo, dallo shock seguito alla scelta di Richard Nixon, nel 1971, di far saltare il sistema di cambi fissi basati sul dollaro americano in vigore dalla fine della Seconda guerra mondiale, si è caratterizzato per la fortissima apertura commerciale e finanziaria. Solo questa mutazione profonda delle economie di mercato ha posto al centro della scena i concetti di produttività e competitività, dato che in una simile configurazione del capitalismo la crescita economica è stata indissolubilmente legata ai surplus commerciali (neomercantilismo) e finanziari (differenziali dei tassi d’interesse).
Tuttavia, l’ennesima riconfigurazione dei mercati cui stiamo assistendo suggerisce che non si trattava certo di caratteristiche naturali delle economie capitaliste. In questo senso, assumere invece quelle specifiche caratteristiche istituzionali come date una volta e per tutte (e, quindi, insistere aprioristicamente su produttività e competitività) diviene un errore grave per un buon economista, e diventa imperdonabile per un economista «eterodosso» o «progressista».
L’ideologia della produttività
L’indicatore canonico della produttività – il valore aggiunto reale per ora lavorata – viene utilizzato come se misurasse l’efficienza fisica del lavoro. Quest’equivalenza, tuttavia, è un artificio teorico derivato da un impianto concettuale costruito esplicitamente per servire una visione dell’economia centrata sulla massimizzazione del profitto.
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Lenin tra Negri e Quadrelli
di Compagno Alceste
Introduzione
Per molti autori e filosofi contemporanei che si definiscono “hegelomarxisti” ed esaltano questa tradizione contro le “degenerazioni del postmoderno” pongono i pensatori del “Marxismo classico” (Marx, Engels, Lenin e Mao) come inconciliabili rispetto alla teoresi del “pensiero postmoderno” e della sua filosofia: un percorso che parte dalla disputa tra Badiou e D&G1 e continua con le critiche di Preve e Fusaro come anche con scritti polemici come quello di “organi senza corpi” di Žižek2). Rispetto ai poststrutturalisti, la rottura sembra inevitabile, inconciliabile. La differenza, secondo questi pensatori, resta uno specifico riferimento concettuale e teorico nonché dialettico che viene rifiutato nella teoresi anti-hegeliana:
“decostruzione della realtà“ e del concetto di “negativo” contro invece la tangibile e reale “realtà dialettica marxista.”
Eppure, in questa “teoresi postmoderna” sempre si è cercati di riavvicinarsi alle idee marxiane e ai suoi esponenti più illustri. Emblematici sono la pagina e il giudizio che si dà di Lenin nell’Antiedipo:
“Ma appunto, come definire la vera alternativa senza presupporre risolti tutti i problemi? L’opera immensa di Lenin e della rivoluzione russa fu di forgiare una coscienza di classe conforme all’essere o all’interesse oggettivo, e conseguentemente di imporre ai paesi capitalistici un riconoscimento della bipolarità di classe.”
Eppure avvertono esattamente nella frase dopo:
“Ma questo grande taglio leninista non impedì la resurrezione di un capitalismo di Stato nel socialismo stesso, cosi come non impedì al capitalismo classico di aggirarla continuando il suo vero e proprio lavoro sotterraneo, sempre tagli di tagli che gli consentivano di integrare nella sua assiomatica sezioni della classe riconosciuta, rigettando più lontano, alla periferia o in enclavi, gli elementi rivoluzionari non controllati (non maggiormente controllati dal socialismo ufficiale che dal capitalismo)”3.
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Russofobia, guerra e democrazia illiberale
di Angelo d’Orsi
Gli storici di domani faticheranno a darsi una spiegazione e a dare una interpretazione convincente degli avvenimenti degli ultimi anni, nello spazio europeo centro-occidentale, con qualche integrazione d’Oltreatlantico. Tutto appare così assurdo, ingiustificato e ingiustificabile, e la narrazione che ne viene fatta è talmente lontana da tutta la documentazione disponibile, e sovente persino rovesciata rispetto alla realtà accertata dei fatti, che soltanto una lettura in termini di psicologia di massa, e di psichiatria relativamente alle élites potrebbe, forse, fornire qualche chiave di lettura.
In particolare della questione – perché ormai tale è, una questione psicopolitica – russofobia, e al suo persistere e dilagare a dispetto della verità accertata, siamo in difficoltà per darne conto. Secondo i russofobi la russofobia non esiste (o è una invenzione dei russofili indicati come agenti del nemico); ma noi caparbiamente dobbiamo ricordare invece che il sentimento antirusso è antico quasi quanto la Russia stessa e che si manifesta almeno dal momento in cui il Principato di Moscovia cominciò ad affermarsi ingrandirsi e rafforzarsi, tra il Cinquecento e il Seicento (basti citare l’ottimo libro di Guy Mettan, Russofobia. Mille anni di diffidenza, Roma, Sandro Teti Editore). E già prima, fin dal Basso Medioevo, verso i popoli dell’Est europeo, si poteva constatare diffidenza, che a volte sfiorava il razzismo “bianco” come se “quelli di là” bianchi non fossero. In fondo la “civiltà” si concentrava nei territori conquistati da Roma; oltre erano le tenebre, l’oscurità, l’ignoto che fa paura e che non si ha desiderio di conoscere. L’oltre a ben vedere includeva Bisanzio, l’erede di Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente.
In ogni caso era il motto romano «Hic sunt leones», riferito all’Africa, a predominare la coscienza euroccidentale verso l’universo eurorientale; il motto valeva anche per le terre dell’Est, ma a differenza del “Continente nero”, in questo caso era la paura a prevalere.
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Ucraina: le prove cancellate
di Manlio Dinucci
Di fronte alla dominante narrazione politico-mediatica che fa apparire la Russia bellicista e aggressiva - mentre USA, NATO, UE e Ucraina vogliono porre fine alla guerra - riproponiamo la visione di alcuni brani tratti da puntate di Grandangolo degli ultimi anni. Essi contengono le prove inoppugnabili, cancellate dai “grandi media”, che la realtà è esattamente l’opposto di quella da loro rappresentata. Qui di seguito un filo conduttore della fase preparatoria della guerra, tratto dal libro L’Altra Faccia della Storia edito da Byoblu.
* * * *
Dal 1991, l’anno in cui l’Ucraina diviene repubblica indipendente dopo lo scioglimento dell’URSS, la NATO tesse una rete di legami all’interno delle forze armate ucraine. Contemporaneamente, attraverso la CIA e altri servizi segreti, vengono reclutati, finanziati, addestrati e armati militanti neonazisti. Una documentazione fotografica mostra giovani militanti neonazisti ucraini di UNO-UNSO addestrati nel 2006 in Estonia da istruttori NATO, che insegnano loro tecniche di combattimento urbano e uso di esplosivi per sabotaggi e attentati. È la struttura paramilitare neonazista che entra in azione il 20 febbraio 2014 in piazza Maidan a Kiev, nel corso di una manifestazione politica in cui si confrontano fautori e oppositori dell’adesione dell’Ucraina alla UE.
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L'epoca del Virtue Signalling
di Andrea Zhok
Oggi il Teatro Grande Valdocco di Torino ha negato la sala, preventivamente noleggiata, al prof. Angelo D'Orsi che insieme al prof. Alessandro Barbero e a una pluralità di altri intellettuali avrebbero dovuto dar vita all'evento "Democrazia in tempo di guerra. Disciplinare la cultura e la scienza, censurare l'informazione".
Simultaneamente si è infiammata ulteriormente la polemica per la presenza della casa editrice "Passaggio al Bosco" alla kermesse libraria "Più libri, più liberi" di Roma. Dopo Zerocalcare oggi è la volta di Corrado Augias ad annunciare la propria assenza dalla manifestazione per protesta contro il fatto di aver dato ospitalità a una casa editrice di estrema destra.
Questi due eventi hanno qualcosa di profondo in comune, qualcosa, vorrei dire, di epocale. Per metterlo in evidenza bisogna fare due osservazioni, la prima intorno alla temperie ideologica e la seconda intorno allo stile.
Sul piano ideologico, osserviamo innanzitutto come i posizionamenti di autori come D'Orsi e Barbero da un lato e dell'editore "Passaggio al bosco" dall'altro non potrebbero essere più diversi. Essi hanno una sola cosa in comune: testimoniano di narrazioni divergenti rispetto al conformismo perbenista sedicente "liberaldemocratico" che domina i centri di potere e di informazione in tutta Europa.
Questo conformismo, originariamente nato come frutto del trionfo neoliberale, oggi è ideologicamente immensamente flessibile, annacquato, ma è tenuto assieme, più che da qualche idea definita, dall'identificazione "virtuosa" con le preferenze dei "ceti erogatori di prebende".
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La diplomazia americana tra la Russia e la Cina e la vendetta inglese contro la Germania
di Guido Salerno Aletta*
L’importanza di una ottima capacità di analisi si vede a distanza di tempo, non nella rissa da talk show, dove tutti cercano di prevalere in quell’ora e il giorno dopo dicono il contrario con altrettanta sicumera. Questo articolo, comparso ormai quasi nove mesi fa, su un giornale da noi distante ma obbligato a dare “notizie sicure” agli investitori, altrimenti chiude, conferma questa regola aurea.
Come sempre, ricordiamo che lo spazio “Interventi” è dedicato a quei contributi che risultano utili per la comprensione del mondo a prescidere dalle opinioni degli autori da noi selezionati oppure che si sono proposti. “La verità è rivoluzionaria“, sempre. E’ un criterio epistemologico, oltre che un’affermazione materialista…
Va dato atto a Guido Salerno Aletta, fra le altre cose ex Vice Segretario Generale della Presidenza del Consiglio, di essere uomo libero e di grande esperienza, “una risorsa di questo paese” a prescindere dal governo in carica e dal regime in vigore.
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Nietzsche e il transumanesimo
di Massimiliano Cannata*
Nel ponderoso e impegnativo saggio Nietzsche l’iperboreo (ed. il melangolo), Paolo Ercolani, filosofo dell’Università “Carlo Bo” di Urbino, ricercatore presso il “Dipartimento di scienze dell’uomo” traccia un percorso molto preciso mettendo in guardia il lettore dalla pericolosa prospettiva, alimentata da una significativa schiera di cantori acritici della potenza tecnologica, che vede come attuabile il sogno dell’uomo di ogni tempo: essere immortale. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: Ercolani non è certo un “apocalittico”, conosce bene il digitale, lo adopera nelle sue lezioni quotidiane, se ne serve per rendere più capillare ed efficace il suo insegnamento, frequenta i Social dove instaura un vivace dialogo con colleghi, studenti, fruitori dei suoi scritti. Dove sta allora il problema, verrebbe da dire? Il problema esiste perché viviamo in un tempo ricco di opportunità, come dimostrano le straordinarie applicazioni dell’IT e delle reti neurali: promettono un allungamento della vita, un potenziamento delle capacità diagnostiche, persino la possibilità di regolare il traffico liberandoci da questa “prigione” della modernità, ma non tutto converge verso un reale progresso della condizione umana. Qualcosa non funziona se si guarda all’innalzamento dei rischi fisici e informatici, al generale male di vivere che coglie le generazioni trasversalmente, al solipsismo tecnologico nuova malattia del nostro tempo, all’emersione dell’homo stupidus stupidus, contraltare di quella specie sapiens che sembrava inattaccabile, come ben tratteggiato da un celebre saggio di Vittorino Andreoli (ed. Rizzoli).
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