Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 756
L’Europa in preda al panico per la strategia statunitense di stabilità con la Russia
di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com
Alastair Crooke parla della più recente strategia per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump che critica il tentativo degli Stati Uniti di ottenere il primato mondiale definendolo un fallimento
Le amministrazioni statunitensi elaborano periodicamente una Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) (il presidente Donald Trump ne ha redatta una durante il suo primo mandato). Per lo più, questi documenti delineano una versione idealizzata della politica estera e della sicurezza di un’amministrazione e non hanno grande importanza pratica, a causa di ciò che viene tralasciato: gli interessi politici ed economici consolidati degli Stati Uniti; il profondo consenso in politica estera supervisionato dalla classe dirigente dello Stato di sicurezza profonda; e le politiche sostenute dal collettivo dei grandi donatori.
Tuttavia, questo NSS pubblicato di recente si legge in modo piuttosto diverso, attribuendo un distintivo tono “America First” alla politica estera degli Stati Uniti, evitando l’egemonia globale, il “dominio” e le crociate ideologiche, a favore di un realismo pragmatico e transazionale incentrato sulla protezione degli interessi nazionali fondamentali: sicurezza nazionale, prosperità economica e predominio regionale nell’emisfero occidentale.
Gli Stati Uniti, quindi, “non sosterranno più l’intero ordine mondiale come ‘Atlante’ e si aspettano che l’Europa si faccia carico di una parte maggiore dei propri oneri di difesa”, afferma l’NSS.
Critica la precedente ricerca del primato globale da parte degli Stati Uniti definendola “un fallimento” che ha finito per indebolire l’America, e definisce la politica di Trump come una “correzione necessaria” alla posizione precedente. Accetta quindi l’orientamento verso un mondo multipolare.
Due obiettivi chiave della politica estera sono stati sfumati anziché radicalmente riformulati.
In primo luogo, la Cina viene declassata da “minaccia primaria” e “minaccia progressiva” a concorrente economico (Taiwan è considerata uno strumento di deterrenza).
Riguardo alla Russia, si legge:
- Details
- Hits: 521
Asset russi: congelati o rubati?
di Francesco Cappello
L’Unione Europea medita di rubare i soldi russi in un prestito di riparazione miliardario per finanziare la guerra e salvare dal default l’Ucraina oltre che per sabotare il piano di pace di Trump. La BCE sembra pporsi. Medvedev minaccia ritorsioni anche belliche
Nel 2024, l’Unione Europea ha sequestrato e congelato gli asset russi quale misura di pressione nei confronti della Federazione Russa, arrivando a bloccare circa 300 miliardi di euro di riserve della Banca Centrale Russa. Il grosso è custodito da Euroclear, la camera di compensazione con sede a Bruxelles, che detiene la quota più ampia degli asset russi. Il Regno Unito trattiene circa 8 miliardi di sterline (10,6 miliardi di dollari) congelati nel sistema finanziario britannico, il resto negli USA e in altri paesi G7. Oltre alle riserve sovrane, esistono anche asset privati russi congelati (conti, titoli, proprietà). Il loro valore è molto inferiore rispetto ai 300 miliardi sovrani, ma comunque significativo: si tratta dei risparmi di migliaia di cittadini russi colpiti dalle sanzioni Carnegie. l’UE utilizza già i profitti generati da questi asset; discutono ora allegramente se impiegare anche il capitale. Gli Asset sequestrati possono generare più di 3 miliardi di extra profitti annui.
La confisca del capitale è però assai problematica perché significherebbe espropriare direttamente beni di uno Stato sovrano, operazione vietata dal diritto internazionale. Gli asset di una banca centrale all’estero godono infatti di immunità sovrana. Viceversa, i profitti non sono protetti allo stesso modo essendo considerati ricavi prodotti nel territorio europeo e quindi soggetti alle leggi europee.
Oltre alla Russia, anche la Libia di Gheddafi, il Venezuela, l’Iran e la Corea del Nord hanno subito, in passato, il congelamento dei loro asset nelle banche occidentali. Anche il Myanmar, in alcuni periodi, ha visto misure simili e durante il regime di Saddam Hussein, molti beni esteri furono congelati, soprattutto dopo l’invasione del Kuwait e le sanzioni internazionali. Si tratta di azioni legate a sanzioni internazionali per motivi politici o altre questioni geopolitiche.
Il congelamento di asset internazionali è legale se basato su risoluzioni delle Nazioni Unite. Queste misure sono quindi considerate legittime quando sono adottate in conformità con il diritto internazionale e le risoluzioni ONU. Possono perciò sorgere delle controversie legali, soprattutto se un paese ritiene che il congelamento sia ingiustificato o violi i suoi diritti sovrani
- Details
- Hits: 634
Rutte ha chiarito chi vuole la guerra (e chi si adopra per mettervi fine)
di Fabrizio Poggi
«Anche se l’Ucraina ricevesse garanzie di sicurezza, senza concessioni da Mosca avremmo altre guerre»: precetti della fede, quelli snocciolati dall'estone Kaja Kallas per il rosario del Corriere della Sera, secondo cui «l’ostacolo alla pace è solo la Russia». Dunque, starnazza la “ministra” degli esteri UE, se «non ci fossero concessioni da parte russa, avremmo altre guerre, magari non in Ucraina ma altrove» e lacrima poi sulla corona di spine del catechismo liberale, secondo cui «C’è un aggressore e c’è una vittima» e dimentichiamoci pure dei trent'anni di politiche USA-NATO-UE che hanno portato al 2022. È questa la catechesi del liberalismo: “c'è un aggredito e c'è un aggressore”; tutto il resto non esiste. Clausewitz, ricordava Lenin, si batteva contro il pregiudizio per cui sia possibile «separare la guerra dalla politica dei relativi governi, classi, come se sia possibile guardare alla guerra semplicemente come a un attacco che viola la pace, dopo di che si ripristina quella pace interrotta dalla guerra. Si sono azzuffati e poi hanno fatto pace... Ogni guerra è indissolubilmente legata a quell'ordine politico da cui è scaturita». E, nel caso specifico, in occidente se ne sono individuati gli strumenti ben consapevoli nei nazi-nazionalisti ucraini, la cui centuria di comando, come ha dichiarato il Ministro degli esteri russo Serghej Lavròv, da gruppo combattente «ideologicamente carico e alimentato dall'ideologia nazista, si è oggi trasformato in un'organizzazione criminale, impantanata nella corruzione, che sta trascinando con sé i propri sponsor» euro-atlantisti; e anche, guarda un po', i loro megafoni acquartierati nei media e nei vari cosiddetti Istituti di politica.
- Details
- Hits: 730
L’elefante nella stanza. La Repubblica in vendita, la Stampa a rischio chiusura
di Sergio Cararo
John Elkann, il boss del gruppo finanziario Exxor, ha deciso entro gennaio 2026 di chiudere il quotidiano La Stampa e di vendere Repubblica e gli altri media del gruppo Gedi (Huffington Post, le radio Deejay, Capital, La Sentinella del Canavese). I vertici di Gedi lo hanno comunicato ai giornalisti de La Repubblica e confermato anche al comitato di redazione de La Stampa.
Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.
La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipato al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessato all’acquisizione de La Stampa.
Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exxor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.
Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale.
- Details
- Hits: 610
L’euro-cleptocrazia non crede davvero alla guerra con la Russia
di comidad
Cos’è peggio per il sionismo in termini di comunicazione? Che si possa criticare liberamente Israele, oppure associare la propria immagine a quella di Maurizio Gasparri? La risposta dovrebbe essere ovvia, eppure il sionismo ufficiale ha dato il suo pieno appoggio al DDL Gasparri, che da un lato identifica l’antisionismo con l’antisemitismo, ma dall’altro lato identifica la difesa del sionismo con la faccia di esponenti della fintocrazia, cioè personaggi privi di una propria consistenza, e che si accreditano solo in quanto cheerleader del potente di turno. Il fatto che la politica non abbia più iniziativa propria ma si muova solo per sollecitazioni lobbistiche, comporta l’impossibilità di produrre una propaganda narrativamente coerente, e quindi il ripiego su spot pubblicitari ad hoc. In questi spot si verifica però uno strano rovesciamento della logica pubblicitaria: non è più il testimonial dello spot a trasmettere la propria credibilità al prodotto, ma è il prodotto a dover accreditare il testimonial, con l’effetto scontato di deteriorare ulteriormente l’immagine di entrambi. Una sorta di suicidio iconografico.
Anche il contenuto dello spot è un controsenso pubblicitario; visto che è diventato impossibile parlare bene del prodotto, allora si vorrebbe impedire di parlarne male. Gasparri ha trovato emuli e imitatori anche all’interno del PD. D’altra parte c’è nella cosiddetta “sinistra” una tradizione di politicamente corretto che ha aggirato e raggirato la mitica certezza del diritto, inventando i reati d’odio.
- Details
- Hits: 810
Non ingenua, non impreparata. Perché la nostra classe politica è proprio stupida?
di Oscar Monaco
Riprendo il dibattito lanciato da Clara Statello sul canale YT Polivox e provo a dire la mia.
La classe politica italiana è stupida. Non ingenua, non impreparata: proprio stupida. Non è un giudizio morale e la stupidità non è un incidente, è una funzione. Alcune società hanno bisogno di dirigenti intelligenti; altre, non avendone più alcun bisogno, finiscono per selezionare dirigenti stupidi in modo del tutto naturale.
Capisco benissimo, e condivido, la tesi secondo cui una parte cruciale della mediocrità della nostra classe dirigente deriva dalla perdita di sovranità nazionale e dall’inserimento dell’Italia come periferia obbediente dell’impero americano. È vero: un Paese che non decide nulla non ha bisogno di decisori. Ma questo, da solo, non spiega tutto. Se fosse solo un problema di subordinazione, allora tutti i Paesi che vivono nella stessa condizione, o peggiore, avrebbero classi dirigenti altrettanto grottesche. E invece no.
Il caso della Germania è illuminante: in politica estera Berlino è probabilmente vincolata almeno quanto Roma, se non di più. Eppure negli ultimi decenni ha espresso dirigenti tutt’altro che stupidi, da Merkel in giù, indipendentemente dal colore politico. Questo perché ha mantenuto una struttura produttiva complessa, che costringe la politica a pensare, capire, negoziare, pianificare. Quando hai intere filiere industriali da difendere, la politica non può essere un dopolavoro per influencer. Naturalmente, anche la Germania è ormai ben avviata sulla strada dell’italianizzazione, con la deindustrializzazione accelerata, l’erosione delle sue certezze economiche, la crescente dipendenza energetica e militare.
- Details
- Hits: 871
Potenza e impotenza contemporanee
Lotte senza rivoluzione
di Maurizio Lazzarato
Come mai tutte le mobilitazioni di massa degli ultimi trent’anni non sono riuscite a produrre e stabilizzare nuovi rapporti di forza, né a inventare forme di organizzazione capaci di passare alla controffensiva?
È questa la grande domanda a cui prova a rispondere Maurizio Lazzarato. Secondo l’autore, la causa va ricercata nella scomparsa dall’orizzonte politico dell’idea stessa di rivoluzione. Per questo, sostiene, «siamo incapaci di definire la natura della macchina di potere Capitale-Stato che ci domina e di cogliere le diverse forme di conflitto che occorrerebbe organizzare per distruggerla».
Oggi pubblichiamo la prima parte della sua analisi.
* * * *
È molto più facile condurre analisi geopolitiche, descrivere l’equilibrio di potere tra gli Stati e i loro grandi spazi, che comprendere le ragioni dell’impotenza politica dei movimenti che si è manifestata dagli anni Settanta in poi. Non che non ci siano state formidabili mobilitazioni di massa contro il capitalismo e lo Stato. Anche recentemente, le rivolte della Generazione Z nel Sud del mondo o contro il genocidio dei palestinesi sono certamente espressione di potenza.Vincent Bevins, un giornalista statunitense, nel libro If We Burn: The Mass Protest Decade and the Missing Revolution, afferma che tra gennaio 2011 e la fine del 2019 ci sarebbe stato un ciclo di lotte senza precedenti nella storia del capitalismo, superiore persino a quello dei movimenti del ’68. L’opera analizza i movimenti che hanno scosso, e talvolta sconvolto, le strutture politiche e istituzionali di dieci paesi (Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Turchia, Brasile, Ucraina, Hong Kong, Corea del Sud e Cile) a partire dal 2008.
- Details
- Hits: 825
Le Big Tech sono i nuovi Sovietici. Ora viviamo in un’economia pianificata
di Yanis Varoufakis
Gli entusiasti del libero mercato non hanno nulla da festeggiare e molto da rimpiangere. Ma ci vorrà un’anima coraggiosa tra loro per guardare in faccia la realtà. Proprio come i marxisti filosovietici continuarono a negare il fallimento dell’esperimento sovietico per molti anni dopo il 1991, così gli ideologi del libero mercato si rifiutano di ammettere che il capitalismo ha generato una forma di capitale – il capitale cloud – che ha sostituito i mercati con qualcosa che risale al passato sovietico. Nel processo, ha ucciso il capitalismo.
* * * *
I cosiddetti Magnifici Sette delle Big Tech sono sulla bocca di tutti. Le esorbitanti valutazioni azionarie di Google, Meta, Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon e Tesla suscitano un misto di stupore e paura. I loro investimenti da mille miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale spingono alcuni a prevedere un futuro roseo e altri a temere l’impoverimento dell’umanità, la disoccupazione e persino i licenziamenti. In questo frastuono travolgente, è facile perdere di vista il quadro generale: un nuovo tipo di capitale sta uccidendo i mercati, l’habitat del capitalismo.
All’inizio, il capitalismo era sostenuto dalla fede nei mercati competitivi. Nella fantasia liberale, guidata da Adam Smith, fornai, birrai e macellai lavoravano in mercati così spietati che nessuno riusciva a guadagnare più del minimo indispensabile per mandare avanti le proprie piccole attività a conduzione familiare. Questo, a sua volta, ci forniva il pane quotidiano, la birra e la carne.
Poi arrivò la seconda rivoluzione industriale e i conglomerati il cui potere di mercato avrebbe fatto piangere di gioia Smith. Questa era l’era delle grandi imprese e dei “baroni ladri”. E così fu creata un’altra fantasia – neoliberista – per giustificare le nuove grandi bestie che ora monopolizzavano quasi tutti i mercati rilevanti. Joseph Schumpeter, ex ministro delle finanze austriaco che aveva fatto dell’America la sua casa, fu il più efficace sostenitore del nuovo credo. Il progresso, sosteneva, è impossibile nei mercati competitivi.
- Details
- Hits: 829
La responsabilità globale della Cina del XV Piano Quinquennale in un mondo in subbuglio
di Zhou Shucheng*
Il testo, traduzione rimaneggiata di un articolo della rivista Zhongguo Jingji Baogao ‘Rapporto sull’economia cinese’ (2025 n. 16), è significativo tanto per quello che dice quanto per quello che tace.
A essere sottaciuta (sotto la dizione anodina: ‘ostacoli lungo il percorso’) è evidentemente tutta l’esperienza maoista, gli strappi e le accelerazioni del Grande Balzo in Avanti e della Rivoluzione Culturale (scatenati dal sospetto che in uno sviluppo pianificato dalle alte sfere della tecnocrazia alle masse popolari non rimanesse che un ruolo da formiche operaie), a essere esaltata è un’economia mista pubblica e privata ma interamente sottoposta alla direzione centralizzata statale e con un accesso al benessere ‘graduato’, prima i ceti urbani poi quelli contadini, in un rovesciamento del primo decennio delle riforme; il modello è quello dell’imborghesimento graduato di tutto il popolo anziché la sua proletarizzazione in senso maoista, il mito è quello del consumismo, a fondamento dello sconfinato mercato interno, confortato da redditi sufficienti a sorreggerlo.
A essere esaltata è insomma la concezione olistica della società ben diretta dall’alto, preoccupata di assicurare in parallelo con lo sviluppo economico una crescita sociale che lo sostenga e se ne compiaccia. Difficile non sentire riecheggiare in sottofondo l’antica formula di Giovenale: ‘panem et circensens’.
Impressionante l’ammissione di essere un ‘paese ritardatario’, qualifica data dal grande capitalismo internazionale, solo per la certezza di potersene liberare presto, quando la Cina si sentiva all’avanguardia proprio perché non faceva parte né si commisurava ai due blocchi del capitalismo statunitense ed europeo e del revisionismo sovietico. Ora si ambisce a sconfiggere il nemico sul suo stesso terreno invece che a imporre un terreno diverso.
- Details
- Hits: 550
Nuova strategia Usa e chi non vuol capire
di Giorgio Ferrari
A proposito della nuova strategia degli Stati Uniti e le reazioni che ha suscitato
L’accoglienza riservata da quasi tutti gli organi di stampa italiani, sopratutto quelli di area esplicitamente democratica, al documento della Casa Bianca (National security strategy 2025) è stata – a mio modo di vedere – ipocrita e anche miope.
Di tutto il suo contenuto, quello che viene posto in risalto è l’attacco all’Europa, omettendo di citarne o banalizzandoli, molti altri aspetti niente affatto irrilevanti.
Ho già espresso il mio punto di vista su Trump (https://www.labottegadelbarbieri.org/la-retorica-del-male-assoluto-e-il-tracollo-della-democrazia/) ma ritengo utile riportare un brano del mio intervento perché mi sembra assolutamente pertinente all’argomento di cui si discute oggi.
Trump ha fatto capire agli alleati europei che l’Atlantismo da Truman in poi (non quello di Roosevelt che era ancora un “patto” anti nazista esteso all’Urss), iniziato con il bombardamento atomico del Giappone e proseguito con la guerra fredda e con la Nato, non gli interessa più di tanto perché è superato dagli eventi storici occorsi negli ultimi 35 anni (caduta dell’Urss) e se l’Europa vuole continuare a mantenerlo in piedi che se lo paghi e, soprattutto, se ne assuma le responsabilità politiche. Queste cose Trump le sosteneva già durante la sua prima presidenza o ci si è dimenticato che il ritiro dall’Afghanistan fu deciso da lui (accordo di Doha del febbraio 2020) e poi effettuato con ritardo da Biden nel 2021? Trump non vuole continuare a finanziare guerre, non perché sia un pacifista, ma perché gli costano molto di più di quanto gli rendano e se ne promuoverà una sarà con la Cina, vero antagonista globale ma soprattutto commerciale, come s’è visto con la guerra dei dazi.
Questa rimodulazione dell’Atlantismo, dopo la pubblicazione del documento della Casa Bianca, è interpretata, a seconda dei casi, come un tradimento; un regalo alla Russia o un tentativo di destabilizzare l’Europa (il più gettonato) e non c’è verso che chi azzarda queste considerazioni le inquadri, con un minimo di realismo, nel contesto internazionale. Ma andiamo con ordine.
- Details
- Hits: 570
L’export cinese (anche con i dazi) fa boom: 3,4 trilioni
di Piero Orteca*
E Pechino batte tutti i record
Certo, il primo a essere quasi stupefatto della performance manifestata dal colosso asiatico è stato lo stesso Wall Street Journal, che ha sparato la notizia “di testa” in prima pagina, accompagnandola con grafici più che eloquenti.
E il motivo è semplice: gli Stati Uniti e l’Europa hanno fatto una vera e propria guerra commerciale contro la Cina per tutto il 2025. È il risultato è stato quello (quasi simmetrico) che si può riscontrare anche nella sfera geopolitica: Pechino si è rifatta con gli interessi, puntando su rinnovate alleanze con i Paesi del Sud del mondo e con i cosiddetti “non allineati”.
Anche se poi, a leggere con attenzione i dati, si scoprono verità insospettabili. Come quella di un’Europa che a parole sproloquia di sacri principi e poi nei fatti, vigliaccamente, corre in Cina a trattare dietro le quinte i sordidi interessi di bottega nazionali. Questo tanto per ricordare di chi stiamo parlando.
Dunque il WSJ titola eloquentemente: “Il surplus commerciale della Cina supera i mille miliardi di dollari, sottolineando il suo predominio nelle esportazioni”. Per poi aggiungere nell’incipit che quest’anno ha superato per la prima volta “un traguardo che sottolinea il predominio raggiunto dal Paese in ogni settore, dai veicoli elettrici di fascia alta alle magliette di fascia bassa. Nei primi 11 mesi dell’anno – prosegue il Journal – le esportazioni cinesi sono aumentate del 5,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 3,4 trilioni di dollari, mentre le importazioni sono diminuite dello 0,6% nello stesso periodo, attestandosi a 2,3 trilioni di dollari.
- Details
- Hits: 595
Gli Stati Uniti dichiarano guerra all'Europa
di Scott Ritter, forumgeopolitica.com
L’amministrazione Trump ha pubblicato il suo tanto atteso documento sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale. È una buona notizia per coloro che auspicano migliori relazioni con la Russia basate sul rispetto reciproco e sulla co-prosperità. È una cattiva notizia per i guerrafondai globalisti che hanno trasformato una partnership transatlantica in una piattaforma di conflitto perpetuo.
* * * *
Nessuna espansione della NATO. Il riconoscimento che la politica di espansione incontrollata della NATO ha danneggiato gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. E una dichiarazione schietta che l’Europa, nella sua attuale traiettoria di scontro con la Russia, rappresenta una minaccia per gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Questi sono alcuni dei principali insegnamenti tratti dalla Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) degli Stati Uniti, recentemente pubblicata. La NSS è un documento fondamentale prodotto dal potere esecutivo degli Stati Uniti che delinea le priorità e le preoccupazioni per la sicurezza nazionale e definisce una strategia ampiamente definita per affrontarle. La pubblicazione della NSS è un requisito legale stabilito dal Goldwater-Nichols Act del 1986 e funge da documento politico fondamentale su cui si basano altre linee guida per l’attuazione, come la Strategia Militare Nazionale degli Stati Uniti, pubblicata dal Dipartimento della Difesa/Guerra.
- Details
- Hits: 661
Svelati i piani di guerra diretta contro la Russia dei Paesi NATO
di Clara Statello
I piani dei “volenterosi” per la guerra in Ucraina
Karl Marx scriveva che la cultura (della classe) dominante interpreta la realtà capovolgendola come in una camera oscura. Tale metafora potrebbe applicarsi alle narrazioni della propaganda dell’EUristocrazia, l’attuale élite europea al potere.
Ad esempio, nei giorni scorsi il capo della diplomazia europea, l’estone Kaja Kallas, ha catturato l’attenzione pubblica con alcune affermazioni che oltre a sfidare la storia, sfidano la realtà.
“Negli ultimi 100 anni, nessun paese ha attaccato la Russia, ma la Russia ha attaccato 19 paesi”.
Si tratta di un capovolgimento palese della storia. Inoltre:
"Se vogliamo prevenire la continuazione di questa guerra, dobbiamo limitare l'esercito della Russia, così come il suo bilancio militare".
Questa affermazione, invece, è fuori dal campo del reale, dal momento che capovolge i rapporti di potenza esistenti. La NATO ha dimostrato sul campo di battaglia di non avere nessuna leva per imporre alcunché alla Russia.
Qualcuno potrebbe ingiustamente pensare che la Kallas abbia perso il contatto con la ragione, ma si sbaglia. La storia non si spiega con la pazzia dei leader politici o dei capi militari. La realtà è ben più complessa (e drammatica).
- Details
- Hits: 509
Per Kiev l’ora delle “decisioni irrevocabili”, ma al contrario…
di Dante Barontini
Si sta arrivando al dunque. In Ucraina e anche in Europa. Il cosiddetto “vertice di Londra”, che ha riunito ancora una volta Starmer, Macron, Merz, il polacco Tusk (i sedicenti “volenterosi”) e Zelenskij ha prodotto l’ennesimo esercizio di scrittura.
I cinque hanno preso il “piano in chissà quanti punti” di Trump (molte le versioni circolanti, dunque meglio attendere la versione vera) e hanno cancellato le parti che a loro non piacciono, scrivendone altre. Se questo potesse avere un qualche effetto pratico per lo sviluppo delle trattative di pace, la cosa avrebbe un senso. Ahinoi, è però l’esatto opposto.
Pretendere – a questo punto, con la situazione creata sul terreno – che la Russia torni indietro e acconsenta che Kiev entri nella Nato, magari pagando anche “riparazioni di guerra”, è peggio che wishful thinking: è solo un ostacolo a serie trattative di pace.
Ma stiamo arrivando al dunque, dicevamo. La guerra, per l’Occidente euro-atlantico, è già persa. Washington – che sotto le presidenze “neocon” (sia repubblicane che “democratiche”) aveva spinto per allargare la Nato fino all’ultimo centimetro disponibile, provocando così la dura reazione russa – ha intenzione di togliere le tende al più presto per dedicarsi ad altri scenari. La nuova “strategia di sicurezza nazionale” è esplicita e l’intervista di Trump a POLITICO l’ha ribadita in modo come sempre molto trash.
- Details
- Hits: 727
America Latina, il ritorno del condor
di Fulvio Grimaldi
https://www.youtube.com/watch?v=WoxOFLfrTcY&feature=youtu.be
https://youtu.be/WoxOFLfrTcY
Anni ’70, non solo Pinochet
Chi era in giro negli anni 70, e credo che siamo in parecchi visto l’invecchiamento della popolazione, si illuminerà al ricordo degli Inti Illimani e gli verrà da canticchiare una canzone che parlò al mondo di Ande, di dittatura e di resistenza. Una resistenza che non fece vincere i cileni, almeno non allora, ma che animò e diede scopo a quella di mezzo mondo. La parte nostra di quella resistenza quelli che se ne videro messi in discussione la chiamarono, per esorcizzarla, “anni di piombo”.
Noi invece avevamo capito, anche grazie agli Inti Illimani e all’altro grande cantore di quella rivoluzione, Victor Jara, che il Cile, dopo la Cuba del Che e di Fidel, aveva fatto della lontana - tenuta lontana apposta dalla cosca politico-mediatica - America Latina, terra anche nostra, un cuore e una volontà unica: El pueblo unido jamas serà vencido! Un canto, un grido che ha superato tutte le sconfitte, accompagnato le rivincite, resistito nell’oscurità. Un grido che si oppose agli artigli e al gracidare del “Condor”, operazione kissingeriana che l’ebbe vinta, ma per poco, fino a quando non fu del tutto spennata dal Venezuela di Chavez.
Il Cile, Cuba, ma anche il Portogallo dei colonelli rivoluzionari (i militari non sono necessariamente tutti dei Cavo Dragoni), ci indicarono chi erano i nuovi nemici dell’umanità, quelli che, rimesso in riserva il fascismo, ci stavano di nuovo addosso con i suoi succedanei. Nemici d’oltremare, imbellettati da liberatori, che avevano sostituito i vecchi colonialisti, spompati e debellati dalle rivoluzioni africane e asiatiche. Da noi si erano dati da fare per coltivare nuove classi dirigenti che ci tenessero in riga.
Gli anni della resistenza al Condor di Kissinger, che impiantava ovunque nel subcontinente degli orridi Jack Squartatori in divisa, erano anche quelli del riverbero europeo e noi di Lotta Continua ci demmo da fare per esserci, farlo sapere, provare anche di dare una mano. Aprimmo una sede a Lisbona, quando vi fiorivano i garofani che avrebbero strozzato il tiranno Salazar. Andammo in Cile dove, ucciso Allende, a socialisti e comunisti disorientati diede nerbo il MIR, Movimiento de la Isquierda Revolucionaria, che provò a tenere.
- Details
- Hits: 684
Prefazione a I figli della macchina
di Silvia Guerini e Costantino Ragusa – Resistenze al nanomondo
Autori vari: I figli della macchina. Biotecnologie, riproduzione artificiale ed eugenetica, Asterios editore, 2023
Tutto deve essere continuamente messo in discussione, nel paradigma del laboratorio non possono esistere punti fermi etici, tutto deve essere fluido ed evolversi seguendo la direzione dettata da quello che gli sviluppi tecno-scientifici, sempre più ineluttabili nella loro invasione della realtà, rendono non solo pensabile, ma anche possibile. Agende transnazionali ed élite finanziarie puntano tutto verso la Grande Trasformazione cibernetica e biotecnologica.
Gli apici mortiferi delle tecno-scienze rappresentano delle soglie e delle trasformazioni che nel loro procedere rimuovono il passato e determinano il futuro in un unico universo di senso, riducendo l’etica a mere procedure di contorno.
Ingegneria genetica e tecnologie di riproduzione artificiale si sono incontrate sullo stesso progetto, in quella convergenza delle tecno-scienze che nella riprogettazione e manipolazione del DNA degli esseri viventi vedono il supremo e irrinunciabile campo di intervento per poter mettere in pratica quel vecchio sogno, per noi incubo, di selezione eugenetica. Eugenetica che non è da considerare una deriva funesta, ma il motore e la direzione di sempre delle ricerche genetiche.
Il tutto ormai si presenta chiaro e limpido, quasi vetrinizzato: nessun complotto o società segrete da smascherare all’opera in laboratori clandestini. Adesso il segreto è professionale e commerciale in nome delle più alte forme di democrazia avanzata che, sponsorizzata dai più sinceri progressisti, non si arresta più di fronte a nulla. Siamo arrivati all’anticamera di quella che sarà una società geneticamente programmata.
In un’immagine di mondo sempre più polverizzato e poltiglia, con frammenti senza riposo tormentati e sollecitati continuamente dalla rete, tutto si fa surrogato che prende piede ovunque e da nessuna parte. In queste pieghe i tecno scienziati muovono i loro definitivi passi verso il bricolage genetico dove sarebbero quasi inosservati se non avessero anche la pretesa di essere gratificati come salvatori del mondo e salvaguardati nel caso in cui il salvataggio non riuscisse.
- Details
- Hits: 556
Ecomarxismo e Prometeo liberato
di John Bellamy Foster
Nel Prometeo incatenato di Eschilo, Prometeo è una figura rivoluzionaria. Dall'Illuminismo fino ad oggi, la sua sfida al divieto divino di portare il fuoco all'umanità è stata adottata per rappresentare le forze rivoluzionarie presenti nell’umanità. In questo articolo John Bellamy Foster si chiede che cos'è il “prometeismo” e come il termine sia stato usato (e abusato) nelle discussioni su Marx, sulla crisi ecologica e sullo sviluppo umano sostenibile.
In Occidente, la modernizzazione ecologica come modello per affrontare i problemi ambientali è da lungo tempo oggetto di critica da parte degli ecosocialisti e, in generale, degli ecologisti radicali. Al contrario, in Cina, il modernismo ecologico come modo per rimediare ai problemi ambientali gode del forte sostegno dei marxisti ecologici. La ragione che sta alla base di questi approcci divergenti dovrebbe essere evidente. In Occidente, il concetto di modernizzazione ecologica, pur non essendo in sé discutibile come parte di un processo complessivo di cambiamento ambientale, è venuta a rappresentare ideologicamente il modello restrittivo della modernizzazione ecologica capitalista. Secondo questo concetto, i problemi ambientali possono essere affrontati unicamente tramite mezzi tecnologici, all'interno delle consolidate relazioni sociali del capitalismo, in un contesto puramente riformista. Diversamente da ciò, la modernizzazione ecologica socialista, così come immaginata in Cina e in pochi altri stati post-rivoluzionari, è sostanzialmente diversa. Essa richiede una rottura con le relazioni sociali dell’accumulazione del capitale, in modo da rendere possibili le trasformazioni rivoluzionarie nel rapporto umano con la natura, finalizzate alla creazione di una civiltà ecologica orientata allo sviluppo umano sostenibile.Un problema parallelo sorge in relazione alla nozione di “Prometeismo”, un termine ambiguo basato sull'antico mito greco di Prometeo, un Titano che dona il fuoco all’umanità. Nella visione capitalista contemporanea, il mito prometeico è stato trasformato in modo tale da rappresentare la tecnologia e il potere, persino le rivoluzioni industriali.[1]
- Details
- Hits: 681

La “brutta vittoria della Russia” e la “finis Europae”
di Eros Barone
1. La crisi finanziaria del 2008 e la svolta protezionista
I massimi rappresentanti della politica internazionale non si peritano di affermare a chiare lettere che la guerra in Ucraina, così come il conflitto israelo-palestinese e, più in generale, i venti di guerra che soffiano impetuosi nel periodo che stiamo vivendo, costituiscono un ‘turning point’ di portata storica non solo sul terreno della definizione dei confini territoriali, ma anche nel senso che gli esiti delle guerre in corso potrebbero contribuire a delineare il volto del futuro economico mondiale. Si tratta, per l’appunto, delle cause materiali dei conflitti militari, ossia degli interessi economici che muovono i conflitti militari contemporanei, in Ucraina e nel resto del mondo.
Orbene, per comprendere questo determinante ordine di cause occorre partire da una grande svolta, che da diversi anni caratterizza la politica economica degli Stati Uniti d’America: la crisi finanziaria del 2008. 1 In quella congiuntura critica gli americani si sono resi conto, infatti, che stavano importando molte più merci di quante ne riuscissero a esportare, e che così stavano accumulando un ingente debito verso l’estero, non solo pubblico ma anche privato: un debito potenzialmente insostenibile. Basti pensare che il passivo netto americano verso l’estero è arrivato a 18.000 miliardi di dollari, un primato negativo senza precedenti. Di contro, l’attivo netto cinese verso l’estero è arrivato a 4.000 miliardi, l’attivo netto russo a 500 miliardi, e così via. Sennonché il problema è che il creditore può utilizzare il suo attivo per cominciare ad acquisire il capitale del debitore. In altre parole, l’Oriente può iniziare a comprare aziende occidentali, ponendo in atto quel fenomeno che Marx definisce come “centralizzazione del capitale” in un nucleo ristretto di grandi imprese. Tale tendenza è tipica del capitalismo; la novità è però che, questa volta, si tratta di grandi imprese orientali.
Dinanzi a questa nuova tendenza, di una potenziale centralizzazione capitalistica nelle mani dei grandi creditori orientali, dal 2008 in poi l’amministrazione americana ha compiuto una svolta: non più verso il libero scambio globale ma verso un protezionismo sempre più unilaterale e aggressivo.
- Details
- Hits: 584
La Siria un anno dopo Assad: il Terroristan della CIA
di Davide Malacaria
Un anno fa la caduta di Assad e l’ascesa al potere di al-Jolani, attuale presidente della Siria. Così Kevork Almassian sul Ron Paul Institute ricorda quel regime-change iniziato nel 2011. Una nota che spiega perché l’ex terrorista sia stato accolto a braccia aperte da Washington e dall’Occidente. “Cominciamo con la cronologia”, scrive, “perché già solo questa fa pensare che fin dall’inizio si è trattato di un’operazione di intelligence”.
“Abu Mohammed al-Jolani era in una prigione gestita dalla CIA in Iraq – Camp Bucca – insieme a un altro nome familiare: Abu Bakr al-Baghdadi. Entrambi furono rilasciati all’inizio del 2011. ‘Per una singolare coincidenza’ è proprio allora che inizia la guerra per il regime-change in Siria. Nel giro di poche settimane al-Baghdadi diventa il capo di quello che diventerà l’ISIS e al-Jolani attraversa il confine con la Siria per fondare Jabhat al-Nusra – ufficialmente la filiale di al-Qaeda nel mio Paese”.
Al-Jolani e la sua rete sono identificati come terroristi, c’è anche una taglia che pende sulla sua testa, ma “per oltre un decennio, mentre gli Stati Uniti radevano al suolo intere città in Iraq e Siria per combattere il ‘terrorismo’, per qualche oscuro motivo non hanno mai trovato il tempo o le coordinate per colpire seriamente al-Jolani o la sua struttura di comando”. Ciò perché al-Jolani combatteva “contro un governo che Washington aveva deciso che doveva scomparire: lo Stato siriano di Bashar al-Assad”.
- Details
- Hits: 514
La UE alla prova dei mercati semi-chiusi
di Claudio Conti
Le contraddizioni strutturali dell’Unione Europea – nel brusco passaggio dal rappresentare la sponda orientale dall’alleanza subordinata con gli Usa con aspirazioni imperialiste autonome a insieme “involontariamente indipendente” perché ormai al limite del core business statunitense – stanno venendo fuori piano piano.
La Commissione Europea (di fatto il “governo” della UE) deve questa settimana esplicitare concretamente cosa significhi la parola d’ordine “Comprate europeo”, includendola nell’Industrial Accelerator Act (Atto per l’Acceleratore Industriale), immaginato per garantire che miliardi di euro in contratti di appalto fluiscano verso produttori dell’UE in settori che vanno dalle turbine eoliche ai sistemi informatici.
Un’indicazione che contraddice apertamente la “legge scolpita nella pietra” secondo cui il mercato e solo il mercato deve ormai regolare le scelte dei soggetti pubblici (quelli privati lo hanno fatto così bene da aver compromesso la continuità industriale di molti produttori continentali).
Il problema è che questa “legge”, immaginata come faro e giudice delle scelte politiche nazionali quando la “globalizzazione” sembrava trionfante e il mercato mondiale appariva muoversi quasi senza ostacoli, è difficile da rispettare nel nuovo quadro internazionale. Anzi, impossibile.
- Details
- Hits: 818
Quando la “competitività” diventa sabotaggio: la controffensiva fossile contro il Green Deal
di Mario Sommella
Il Green Deal non sta arretrando per una banale “stanchezza naturale” della politica europea. Sta arretrando perché una parte dell’industria fossile e chimica, assistita da consulenti di altissimo livello e favorita da un asse politico sempre più spostato a destra, ha scelto una strategia di logoramento scientifico, chirurgico, transatlantico.
La mappa del sabotaggio: quando la competitività diventa un passe-partout
Il bersaglio principale di questa offensiva è la direttiva europea sul dovere di vigilanza nelle catene del valore, la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD). Una norma nata per imporre alle grandi imprese un obbligo strutturato di prevenzione e riparazione dei danni ambientali e delle violazioni dei diritti umani lungo l’intera filiera, insieme alla richiesta di piani di transizione climatica coerenti con gli obiettivi europei.
Dopo l’entrata in vigore nel 2024, la CSDDD è diventata uno dei simboli più concreti del Green Deal nella sua versione “materiale”: non solo target climatici e dichiarazioni di principio, ma responsabilità legale e costi reali per chi inquina o tollera abusi fuori dal perimetro europeo.
In questo quadro si colloca la macchina di influenza attribuita a Teneo e alla rete di aziende riunite nella cosiddetta “Tavola rotonda per la competitività”.
- Details
- Hits: 510
USA, la nuova rotta dell’impero
di Fabrizio Casari
In un documento di 33 pagine sulla strategia di sicurezza nazionale, la Casa Bianca disegna il riposizionamento USA sulla scacchiera globale e segna il passaggio di fase del suo ruolo. L’intento è di aggiornare e aggiustare quanto ormai non più procrastinabile. I cambiamenti strategici intervenuti in questi ultimi 3 anni mettono gli Stati Uniti nell’impossibilità di mantenere una posizione dominante così come consolidatasi dal 1989 attraverso un impero unipolare a trazione anglosassone che rappresentava l’Occidente collettivo, il cui comando politico era nelle mani di USA e GB e la cui espressione militare era la NATO.
Un cambio di strategia che offre una lettura del mondo e delle sue problematiche diversa da quella che l’ha preceduta, ma che si deve anche a un quadro economico e sociale statunitense che mai come ora si trova vicino al collasso, con l’impossibilità di sostenere economicamente un modello imperiale a espansione continua, per sua intrinseca natura dispendioso e non redditizio, in un mondo con invece un protagonismo sempre più marcato delle economie emergenti.
Il cambio di strategia non è privo di un ragionamento economico a sostegno. Se si prova a valutare il volume degli investimenti USA nelle “primavere” nell’Est europeo e in Medio Oriente e lo si contabilizza, si scopre che l’assetto politico più favorevole non si è tradotto quasi mai in grandi miglioramenti nella bilancia commerciale USA. La maggiore influenza territoriale e militare non ha prodotto una dinamica economica favorevole.
- Details
- Hits: 655
La ricompensa dei servi (sciocchi)
di Gianandrea Gaiani
Quanto clamore per le dure critiche espresse nei confronti degli europei da Donald Trump e dagli Stati Uniti nel nuovo documento di Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, pubblicata dalla Casa Bianca.
Di tale documento si sono già occupati su Analisi Difesa sia Giacomo Gabellini che Giuseppe Gagliano, per cui non staremo a riproporne i contenuti se non per commentare il ruolo dell’Europa. Trump ha di fatto ribadito il disprezzo per la classe dirigente europea, o almeno per gran parte di essa, come aveva già fatto il vicepresidente JD Vance lo scorso anno alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco.
L’Amministrazione Trump denuncia le “aspettative irrealistiche” dei leader europei sulla guerra in Ucraina, cioè siamo così creduloni da ritenere che gli ucraini possano vincere quella guerra che proprio gli statunitensi della precedente amministrazione Biden e i britannici ci hanno imposto di continuare a sostenere perché avrebbe logorato la Russia.
Il documento statunitense parla apertamente di una “’progressiva erosione della civiltà europea”. L’Europa “rischia di diventare irriconoscibile entro vent’anni o meno” se le tendenze attuali non verranno invertite, riferendosi soprattutto a immigrazione selvaggia, crollo demografico, perdita delle identità nazionali e della fiducia collettiva a causa del dirigismo della Ue.
Trump ha perfettamente ragione in proposito ma, a dire il vero, non mi pare che in termini di immigrazione e sicurezza le città americane stiano meglio di quelle europee, considerato che lo stesso Trump le ha definite dei “campi di battaglia”.
L’agenda europea – ha detto il vice segretario di Stato Christopher Landau – è “contraria agli interessi americani” e la “burocrazia non eletta, antidemocratica e non rappresentativa dell’Ue a Bruxelles persegue politiche di suicidio di civiltà”.
Anche questa affermazione appare condivisibile nella sua seconda parte mentre l’affermazione “l’agenda europea è contraria agli interessi americani” tradisce l’aspettativa padronale tipica dell’atteggiamento statunitense nei confronti delle “colonie”.
- Details
- Hits: 434
Una strategia per un mondo che non esiste più
di Giuseppe Gagliano
La nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, pubblicata nel novembre 2025, è un testo che pretende di essere una bussola per i prossimi anni, ma finisce per somigliare più a una dichiarazione d’intenti ideologica che a un vero manuale di sopravvivenza in un mondo complesso e frammentato. Dietro il linguaggio solenne, le celebrazioni dell’“America forte” e i toni autocelebrativi, si intravede una potenza che fatica a riconoscere i propri limiti e a convivere con la fine della propria supremazia indiscussa.
Il documento parte da un atto d’accusa contro le élite del dopo guerra fredda: avrebbero inseguito il miraggio di un dominio planetario permanente, sacrificando industria nazionale, classe media e credibilità internazionale. Per rimediare, la nuova linea propone un ritorno alla “priorità degli interessi nazionali” e al rifiuto di istituzioni e vincoli sovranazionali. Ma, invece di produrre una vera ricalibratura, questa svolta rischia di diventare solo una versione più dura e più chiusa dello stesso universalismo americano: la convinzione che la sicurezza degli Stati Uniti coincida con l’ordinamento del mondo secondo criteri stabiliti a Washington.
Sovranità come parola magica
La parola chiave della nuova dottrina è “sovranità”. Sovranità dei confini, del mercato interno, del sistema energetico, delle filiere industriali, perfino del discorso pubblico, visto come minacciato da potenze straniere, piattaforme digitali e organizzazioni internazionali. Non è solo una preoccupazione legittima, dopo decenni di delocalizzazioni e dipendenze strategiche: è una vera ossessione.
Ogni fenomeno viene ricondotto alla stessa matrice: migrazioni di massa, accordi commerciali, organismi multilaterali, intese sulla tutela del clima, tutto sarebbe un modo per indebolire l’identità e la sicurezza statunitensi.
- Details
- Hits: 513
La Sinistra Negata 07
La Sinistra Negata e gli Anni ’90
A cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina. (Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate)
Parte prima: quale sinistra rivoluzionaria?
1. UN’ESPRESSIONE SCOMODA
È difficile negare che l’uso dell’espressione “sinistra rivoluzionaria” susciti oggi un certo imbarazzo. Di solito, chi oggettivamente si colloca nella “sinistra rivoluzionaria” preferisce usare termini come “movimento”, “movimento antagonista”, “movimento comunista”, e cosi via.
Noi stessi lo preferiamo. Questa rivista si è però proposta, fin dal primo numero, di scrollarsi di dosso tabù e reticenze, verificando nell’intreccio fra passato e presente (che è il nostro modo di intendere la “storia”) la validità di concetti cui non intendiamo rinunciare solo perché il potere lo vorrebbe.
Uno di questi concetti è appunto quello di “sinistra rivoluzionaria”. Tentiamo, allora, di esaminarlo con franchezza, evitando soprattutto di rapportarlo a un grumo ideologico o a una sequela di dogmi.
Nei punti precedenti de La sinistra negata abbiamo già precisato, in riferimento al passato, quale sia l’unica “sinistra rivoluzionaria” che riteniamo abbia saputo autenticamente radicarsi nella società italiana, incidendo profondamente nel suo tessuto e conferendo al marxismo un volto inedito e “moderno”: quella che nasce dalla nuova composizione di classe degli anni Sessanta, trova un’espressione teorica d’alto livello nei Quaderni Rossi, cresce nelle lotte operaie e studentesche del 1968-71, si consolida nei gruppi extraparlamentari della prima metà degli anni ’70, intuisce e precorre l’emergenza di un nuovo proletariato precario, e giunge al proprio momento massimo di scontro e di rottura col movimento del ’77.
Altre “sinistre rivoluzionarie” sono esistite intorno a questo filone, oscillando però tra il grottesco (con la pletora dei vari partitini “marxisti-leninisti”, uno più caricaturale dell’altro), la tragedia (con l’epopea dapprima truce, poi solo vergognosa delle BR) e la più totale confusione (con la “lunga marcia dentro le istituzioni” di DP, finita in un punto più arretrato di quello da cui aveva preso le mosse).
Page 11 of 629

























































