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L’alleanza transatlantica ha passato il Rubicone
di Fabrizio Poggi
È vero, Kiev sta gelando, ma non ci sono alternative alla guerra: questa la sostanza delle declamatorie pronunciate dal Segretario NATO Mark Rutte alla commissione affari esteri del Parlamento europeo. Nei fatti, nonostante la catastrofe umanitaria in alcune città ucraine, l’Occidente continua a pompare con armi e soldi la junta nazigolpista, insistendo nel proseguire la guerra.
I combattimenti si svolgono in prima linea, ha detto Rutte, ma la Russia colpisce anche le principali città, attaccando le infrastrutture e lasciando gli ucraini letteralmente al freddo, senza calore, luce e acqua, ha finto di lacrimare Rutte. E mentre racconta che «Donald Trump e la sua squadra stanno facendo ogni sforzo per fermare lo spargimento di sangue», mente consapevolmente, sproloquiando che «gli europei li sostengono», quando, al contrario, Bruxelles e le cancellerie europee fanno di tutto perché la guerra vada avanti. Del resto, si sbugiarda subito, dicendo che la «coalizione di paesi guidata da Gran Bretagna e Francia sta lavorando per fornire forti garanzie di sicurezza, compreso lo stazionamento di truppe sul suolo ucraino dopo l'accordo di pace». Questo, quando tra le poche indiscrezioni filtrate sui due giorni di colloqui ad Abu Dhabi, c'è proprio anche il punto determinante del rifiuto di qualsiasi forza di paesi NATO in territorio ucraino.
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La repubblica degli idioti
di Pierluigi Fagan
Nell’immagine la parte della mia ristretta biblioteca dedicata all’argomento “Democrazia”. Mancano tutti i filosofi politici, gli economisti, altra parte di testi e degli studiosi dei Greci antichi e i testi di storia specie antica che stanno da altre parti. Solo per dire che è un argomento complesso sebbene i più pensino di conoscerlo.
Appena terminata la lettura dell’ennesimo studio dell’argomento nel pensiero politico occidentale (P. Butti de Lima, Democrazia, Le Monnier Università, 2019, dalla scrittura non invitante), ho trovato riferite due posizioni già espresse in pensatori del passato che però mi permettono di commentare.
La prima è formale attiene cioè alla forma del voluminoso contributo di critiche e idee prodotto dalla lunga sequenza di filosofi politici che ne hanno parlato ed è di Machiavelli. Il fiorentino aveva simpatie per il governo popolare, forse poco note e nei Discorsi sentenzia che sino ad allora (ma vale anche per il dopo di allora) gli intellettuali si erano conformati al potere dominante per cui straparlavano contro il popolo tanto quanto erano cauti e servili quando parlavano dei dominanti.
In effetti, la casta intellettuale, spesso non solo è generalmente parte del potere in atto o risente dei suoi condizionamenti (anche gli intellettuali “tengono famiglia”), ma si diletta spesso a parlare di cose che neanche conosce e più spesso si riferisce a concetti astratti o l’uno fa polemica contro l’altro stante che entrambi parlano di cose appese per aria.
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La storia è ripartita (note su Todd)
di Davide Miccione
Sebbene l’edizione in nostro possesso de La sconfitta dell’Occidente (Fazi 2024) di Emmanuel Todd sfoggi in quarta di copertina inarrivabili complimenti da parte di grandi intellettuali e acuti interpreti del nostro oggi (Cardini, Agamben, Carlo Galli e Pino Arlacchi) e sebbene nello specifico Cardini parli di “evento intellettuale”, questo volume ha ricevuto ben poca attenzione dalle principali testate giornalistiche. Poche parole e sbrigative. E del resto, l’intero libro di Todd è una calma, documentata (e per questo ancor più inoppugnabilmente offensiva) demolizione, con punte financo d’irrisione, di ciò che l’uomo medio sedicente colto occidentale pensa del mondo forse da una trentina d’anni a questa parte e certamente dall’inizio del conflitto russo-ucraino. Todd smantella, con una scelta ragionata e un uso implacabile dei dati, quello che pensa l’editorialista unico occidentale delle testate mainstream, il neoatlantista, l’europeista post-industriale ma pre-bellico.
Il libro è molto ambizioso e aleggia tra le pagine un’aria lievemente vaticinante che l’indubbia capacità predittoria di Todd (mostrata ai lettori già alla fine degli anni Settanta profetizzando il collasso dell’Unione Sovietica) lo porta ad assumere. Il testo, nonostante le 354 pagine dell’edizione italiana, è a volte sbrigativo e altre dispersivo passando da questioni fondanti e generali ad altre più legate all’attualità. Del resto l’obiettivo che si pone, la descrizione/spiegazione del declino dell’Occidente è un boccone molto grande da masticare e forse necessiterebbe, per essere ben condotto, di una vocazione teoretica maggiore e di una mole hegelo-spengleriana. Ciononostante rimane un libro imperdibile e di rara ricchezza e intelligenza.
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Daniela Cremona, Biografia di una rivista
«Quaderni piacentini» e il Sessantotto
di Stefano Nutini
Daniela Cremona, Biografia di una rivista. «Quaderni piacentini» e il Sessantotto, a cura di Gianni D’Amo, Calendasco, Le Piccole Pagine, 2025
È stato pubblicato di recente un libro prezioso sui «quaderni piacentini» (le minuscole sono filologicamente d’obbligo); ne è autrice Daniela Cremona, è intitolato Biografia di una rivista. «Quaderni piacentini» e il Sessantotto ed è pregevole sotto molti aspetti. Vediamoli subito, per chiarire per quali motivi ne raccomando l’uso e la lettura. Innanzitutto l’impianto, che è quello di un’accuratissima lettura dall’interno della rivista, che ne ricostruisce la storia materiale, organizzativa, redazionale, oltre ovviamente a quella politica e culturale: una trattazione che non trascura né i tragitti, i contributi e le esperienze dei singoli collaboratori né il contesto in cui il periodico si situò (qui affrontato concentrandosi sulla prima serie, quella autogestita, dal 1962 al 1980). Credo che si possa affermare tranquillamente che nessun’altra rivista di quegli anni abbia avuto un’attenzione paragonabile allo studio paziente che l’autrice le ha dedicato. Merito indubbio di Daniela Cremona, prematuramente scomparsa nel 2012, che ne fece oggetto della sua tesi di laurea nel 1995, oltre che della rilevanza del periodico, che Rossana Rossanda ha persuasivamente definito «certo non l’unico, ma per molti versi il più significativo del ‘68 innovatore». Altri motivi d’interesse della trattazione sono a mio parere la grande cura documentaria, che non esclude puntuali prese di distanza critica su alcune posizioni emergenti, e la capacità d’individuare, lungo il percorso della rivista, gli articoli e le congiunture più rilevanti e dirimenti, riassumendoli e problematizzandoli. Proverò ad adottare la medesima disposizione, prendendo spunto, per quanto segue, da alcuni di questi “tornanti”.
I «quaderni piacentini» nascono, come non poche altre esperienze politico-culturali di provincia, tra i tardi anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, da collettivi o da esperienze personali che dapprima si “mettono alla prova” nell’organizzazione di “cineforum” o cicli di dibattiti (e qui il pensiero corre all’esperienza del “lavoro culturale” di Bianciardi, rispetto al quale Daniela Cremona lamenta giustamente la singolare incomprensione da parte dei «quaderni piacentini»).
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Dall'illusione umanitaria alla resistenza necessaria: il momento critico del Sud globale
Rong Jianxin per Wenhua Zongheng intervista Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya*
Il 20 gennaio 2026 ha segnato il primo anniversario dell'insediamento di Trump. Tre giorni prima, lo stesso Trump ha minacciato di imporre dazi doganali a otto paesi europei, annunciando che le aliquote sarebbero aumentate progressivamente al 10% e quindi al 25% fino al raggiungimento di un accordo relativo all'"l'acquisizione completa e totale della Groenlandia da parte degli Stati Uniti". Medvedev ha commentato ironicamente che "rendere l'America di nuovo grande" (MAGA) equivale a "rendere la Danimarca di nuovo piccola e l'Europa di nuovo povera". Una verità che, secondo lui, "anche gli idioti hanno finalmente capito".
Come dovremmo interpretare sistematicamente gli interventi internazionali ad alta frequenza e intensità del primo anno di presidenza Trump? Con tre anni ancora davanti, come evolverà l'ordine internazionale?
In questa intervista, Matteo Capasso e Walaa Alqaisiya docenti presso l’Istituto di Studi sul Medio Oriente all’Università del Nord-Ovest in Cina sostengono in modo incisivo che l'ordine mondiale del secondo dopoguerra, le istituzioni internazionali e persino i valori “umanitari” alla base di questo sistema sono sempre stati strumenti per la ricerca del profitto imperialista e non qualcosa caduto in obsolescenza sotto Trump. Dalle campagne contro terrorismo e droga fino al premio Nobel per la pace, questo frame ha permesso all'interventismo americano di prosperare a livello globale: Gaza e il Venezuela di oggi non sono che versioni evolute dell'Iraq e della Siria di ieri. Tuttavia, a differenza delle nazioni europee che ancora si aggrappano alle speranze di un ordine internazionale, gli Stati Uniti in declino hanno riconosciuto con anticipo la legittimità ormai vacillante di queste armi morali, scartandole in modo deciso per perseguire invece il consolidamento interno e affermare l'egemonia esterna.
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Crisi del fronte euro-atlantico: chi comanda e chi striscia
di Matteo Bortolon
Se nel 2025 le azioni compiute dall’amministrazione Trump hanno suscitato scalpore, l’alba del nuovo anno ha visto un crescendo rossiniano: attacco al Venezuela, tremebonda attesa di ulteriori bombardamenti all’Iran, e infine il proposito di prendersi la Groenlandia, con l’annuncio di nuovi dazi agli alleati che si oppongono all’acquisizione di essa. Tale minaccia pare rientrata, ma il clima resta molto teso.
È stato un incipit convulso, in cui Trump ha dispiegato appieno il suo talento per gesti eclatanti che polarizzano e attirano clamore, buttando a mare con ruvida noncuranza inveterate consuetudini diplomatiche foderate di ipocrisia. Fra gli aspetti principali si è visto un riassetto dei rapporti fra Usa e paesi europei di inedita significatività e risonanza mediatica, che pare sempre sul punto di arrivare a un punto di non-ritorno. La questione su cui interrogarsi è se tali politiche abbiano una reale consistenza e progettualità o siano mera successione di tatticismi ad alta intensità mediatica senza una reale prospettiva.
Il caso della Groenlandia – Trump vuole impadronirsene, a suo dire per motivi di sicurezza, allegramente noncurante del fatto che si tratta del territorio di un paese sovrano – è solo il culmine di un anno di attriti coi vertici europei, che da parte loro oscillano fra insofferenza e umilianti sottomissioni.
I diplomatici europei paiono sempre più sfiduciati. Se a inizio 2025 ci si chiedeva angosciosamente se fosse la fine della NATO adesso si arriva a dire che “Il nostro sogno americano è morto”, come ha riferito un diplomatico dell’UE a Politico; “Donald Trump lo ha ucciso.”
Come siamo arrivati a tutto questo?
Un nuovo sceriffo in città”
Chi pensava che l’agenda America First della nuova amministrazione fosse più una posa elettorale ad usum populi che qualcosa di reale ha ricevuto segnali esplosivi.
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L’eclissi della Polis: anatomia della deriva autoritaria globale
di Lavinia Marchetti
Di fronte alla storia, il potere ha gettato la maschera. Non siamo più di fronte alle rassicuranti finzioni del contratto sociale, né alle promesse teleologiche del progresso liberale, molti hanno finalmente capito come funziona il diritto, sia internazionale, sia interno: a favore di pochi, ovvero di coloro che lo stabiliscono.
Ciò a cui assistiamo, dall’Ucraina a Gaza, dai centri di detenzione dell’ICE negli Stati Uniti fino alle piazze italiane, è la rivelazione della natura necropolitica del potere moderno. La deriva autoritaria è l’esito logico di un sistema che, sentendosi minacciato dall’estinzione o dalla perdita di egemonia, reagisce divorando i propri stessi principi.
Il primo scricchiolio: il covid
Come osservava Franco “Bifo” Berardi, la pandemia è stata sia un evento sanitario globale, sia un collasso psichico globale, una “psicodeflazione” che ha preparato il terreno per una nuova forma di controllo. Il virus ha mostrato l’impotenza della politica tradizionale e ha aperto la strada a uno stato di eccezione permanente.
Abbiamo accettato la sospensione delle libertà in nome della nuda vita, ma una volta passata l’emergenza virale, il meccanismo non si è arrestato; si è semplicemente trasferito sul piano bellico. La guerra russo-ucraina e la devastazione di Gaza purtroppo non sono semplici anomalie, ma la manifestazione di quella “guerra perpetua” che Michel Foucault individuava come il sottostrato nascosto delle istituzioni politiche.
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L’Angelo della storia e il peso della memoria
di Emilia De Rienzo
C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. Per Walter Benjamin, questo angelo incarna la condizione tragica della storia stessa. “L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi”.
L’immagine è potente e straziante: l’angelo vorrebbe fermarsi, “destare i morti e ricomporre l’infranto”, ma una tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro. Quella tempesta che noi chiamiamo progresso. Le ali, impigliate nel vento che spira dal paradiso, non possono più chiudersi. L’angelo è trascinato via mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo.
La memoria come trasformazione
In questa visione di Benjamin, l’unica forma di redenzione possibile viene dalla memoria. Ma non da una memoria inerte, commemorativa, che si limita a custodire il dolore come una reliquia.
Benjamin ci chiede qualcosa di più radicale: ricordare per trasformare il presente. Il passato non è qualcosa di concluso, sepolto dietro di noi. È l’altra faccia del presente stesso.
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La vera "rottura" sancita a Davos
di Pepe Escobar
Qualunque cosa stiano tramando i Barbari, ciò che conta è che la Cina è già entrata nella fase successiva....
Davos 2026 è stato un caleidoscopio demente. L'unico modo possibile per sguazzare nel fango era indossare le cuffie e ricorrere alla Band of Gypsys che infrangeva le barriere sonore e affogava una serie di eventi francamente terrificanti, tra cui un collegamento Palantir-BlackRock connection, Big Tech incontra Big Finance; il “Master Plan” per Gaza; e l'acuta scombussolazione nello sfogo sfrenato del neo-Caligola, qui nella versione di 3 minuti.
Poi c'è stato quello che i frammentati media mainstream dell'Occidente hanno eretto come un discorso visionario: il mini-opus magnum del primo ministro canadese Minister Mark Carney, completo di – cos'altro – citazione di Tucidide (“I forti fanno quello che possono, e i deboli soffrono quello che devono”) per illustrare la “rottura” dell'“ordine internazionale basato su regole”, che era già un Morto che non cammina da almeno un anno.
E come non ridere dell'idea estremamente ricca di una lettera di 400 milionari e miliardari “patrioti” indirizzata ai capi di stato di Davos che chiedono di più “giustizia sociale”. Traduzione: sono terrorizzati – in modalità Paradiso Paranoico – dalla “rottura”, in realtà dal crollo avanzato dell'ethos neoliberista che li ha arricchiti in primo luogo.
Il discorso di Carney è stato un astuto e sensazionalistico espediente per – nella tesi – seppellire l'“ordine internazionale basato su regole”, in realtà l'eufemismo del momento, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, per indicare il dominio totale dell'oligarchia finanziaria anglo-americana.
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Venezuela, la riforma degli idrocarburi sfida l’assedio
di Geraldina Colotti
Caracas. David Paravisini, classe 1944, è considerato uno dei massimi specialisti di geopolitica energetica del Venezuela bolivariano. Come costituente ed esperto di idrocarburi, le sue analisi sono state fondamentali per comprendere la transizione da un’industria petrolifera “meritocratica”, subordinata agli interessi transnazionali, a una PDVSA “popolare e strategica”. Gli abbiamo chiesto di commentare le scelte annunciate dalla presidente incaricata Delcy Rodriguez, che governa dopo il sequestro del presidente Nicolas Maduro e della first lady Cilia Flores, compiuto dalle truppe speciali statunitensi con l’attacco del 3 gennaio.
* * * *
Come analizza le misure adottate oggi dalla presidente incaricata Delcy Rodríguez?
Per analizzare l’operato del governo nell’assenza temporale del Presidente Nicolás Maduro – dovuta a un sequestro che viola tutte le leggi e le convenzioni internazionali -, e che oggi è guidato dalla vicepresidente Delcy Eloína Rodríguez, bisogna inquadrarlo nel contesto di un attacco brutale degli Stati Uniti volto a dissolvere il governo. L’obiettivo era annullare la Costituzione e le leggi della Repubblica nel disordine e nel caos per appropriarsi delle risorse.
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Immaginare nuove lotte contro l'imperialismo fossile e algoritmico
Giuseppe Molinari intervista Christian Marazzi
Nell'intervista che pubblichiamo oggi Christian Marazzi riesce, come sempre, a mettere ordine nel caos sistemico che stiamo attraversando e ad aprire piste di ragionamento e ipotesi politiche finora inesplorate.
Partendo dalle mosse di Trump – dall'imperialismo fossile che abbiamo visto in azione con l'attacco al Venezuela – Marazzi analizza come queste operazioni militari servano tanto a lanciare messaggi politici quanto ad accaparrarsi le risorse energetiche necessarie allo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale. Ed è proprio su questo aspetto che si concentra una parte dell'intervista: togliendo la patina di determinismo tecnologico che spesso avvolge questi discorsi, Marazzi guarda alle contraddizioni intrinseche allo sviluppo dell'IA.
Come ci ricorda, guardando alla storia dello sviluppo capitalista, lo scoppio delle bolle – dettate da un rapace impulso alla sovrapproduzione – hanno paradossalmente avuto, come effetto, la socializzazione e una maggiore democraticizzazione delle infrastrutture: è successo con le ferrovie nell'Ottocento e con le fibre ottiche legate alle dot-com all'inizio del secolo. Lo scoppio di queste bolle ha aperto possibilità inedite di accesso collettivo a beni e servizi prima privatizzati.
Marazzi individua delle piste di ricerca davvero importanti da approfondire, a partire dalla possibilità che nuove lotte possano, a partire da queste contraddizioni, portare a un utilizzo disintermediato e non subordinato alla logica della produttività distruttiva.
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Come riconoscere i lacché dell'imperialismo
di Pablo Baldi
La contraddizione principale dei nostri tempi è quella tra masse popolari che lottano per la pace e guerra imperialista. Non perché sia l’unica contraddizione, ma perché è la contraddizione che influenza tutte le altre. Ad esempio la contraddizione presente nella società iraniana tra clero al potere e una popolazione sempre piú laica esiste, ma non può essere pienamente compresa senza considerare il ruolo della borghesia compradora imperialista che usa i diritti civili come pretesto per fomentare una rivolta armata contro la Repubblica Islamica. Un’analisi che non includa i vantaggi materiali che il crollo della Repubblica Islamica porterebbe all’impero non ci permetterebbe di capire l’enorme copertura mediatica riservata nei nostri Paesi al conflitto conservatori-progressisti (presente in ogni paese, in ogni villaggio e spesso all’interno delle famiglie) e il sostegno occidentale alla fazione progressista che, guarda caso, è anche quella che spinge per la “normalizzazione” dei rapporti con l’Occidente, ossia una sottomissione alle potenze imperialiste.
Le scelte che prendiamo devono essere nette e le nostre azioni devono esserne conseguenti. Il nesso tra teoria e pratica è la stella polare di ogni marxista: la nostra pratica quotidiana deve basarsi su una comprensione olistica delle contraddizioni strutturali del capitale globalizzato di cui i conflitti armati e le guerre economiche-commerciali sono un’espressione locale. La contraddizione sta nel fatto che la crisi strutturale (de-industrializzazione, finanziarizzazione, proletarizzazione della piccola e media borghesia, compressione dei salari, aumento del costo della vita, crescente competitività dei Paesi Asiatici e via dicendo) non vengono risolte strutturalmente perché ciò è possibile soltanto con un’ economia pianificata volta al miglioramento delle condizioni di vita delle masse popolari. E quindi la riproduzione di questo sistema in putrefazione viene inseguita dai grandi monopolisti del capitale finanziario con guerre volte a preservare il potere del dollaro (in particolare tramite la vendita del petrolio in dollari) e contenendo la pacifica ascesa cinese che mette in discussione questo potere.
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Europei, da alleati a clientes degli Stati Uniti
di Mireno Berrettini
Come il declino relativo dell’Occidente trasforma il rapporto transatlantico in una gerarchia di dominio
Dalla crisi dell’ordine egemonico del 1945 al «revisionismo» statunitense. Mentre il sistema internazionale scivola verso nuovi equilibri, la relazione tra Stati Uniti ed Europa abbandona la finzione della parità istituzionale, per farsi apertamente transazionale. Sotto la pressione della competizione globale con Russia e Cina, i dossier Ucraina e Groenlandia rivelano la nuova postura di Washington: «egemone revisionista» che riduce gli alleati a semplici vassalli.
* * * *
In un quadro della politica globale sempre più attraversato da crisi frequenti e di crescente intensità, tale da rendere evidente come il sistema internazionale si stia assestando su nuovi equilibri, anche una delle relazioni più granitiche della politica mondiale sta progressivamente perdendo la propria funzione di riferimento in termini di stabilità e continuità.
Il rapporto tra Stati Uniti e gli attori europei sta scivolando progressivamente da una logica basata su regole comuni, istituzioni condivise, consultazioni continue e sostanziale prevedibilità, a una logica spiccatamente transazionale, fatta non tanto di mera competizione, quanto dell’esternazione delle gerarchie, della definizione di priorità strategiche asimmetriche e di un crescente disciplinamento politico.
Il rapporto transatlantico, che certamente nel passato non è stato scevro da momenti di frizione, si trasforma così da relazione perno delle identità e dell’agire politico tanto nordamericano quanto europeo, condotta secondo una grammatica consolidata e formalmente paritaria, a un rapporto disarmonico in cui prevale una gestione selettiva e apertamente unilateralista degli interessi e delle priorità da parte statunitense.
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Carney vs Trump: la brutalità della Politica e la brutalità esoterica
di Davide Malacaria
L’articolo di Philip Pilkington, al quale abbiamo dedicato una nota pregressa, merita un approfondimento, che s’intreccia con il discorso del premier canadese Mark Carney a Davos, tanto acclamato nel mondo e al quale abbiamo dato meritato spazio, dal momento che riconosceva come l’Ordine basato sulle regole fosse fittizio e sia finito.
Nel riprendere il discorso di Carney abbiamo accennato a come questi abbia lanciato il guanto di sfida a Trump, sollecitando le potenze medie a statuire alleanze tra di esse, diversificate e pragmatiche, per creare una rete che dia a ciascuna le risorse e la capacità di resistere alla coercizione dell’Impero.
In realtà, l’ex governatore della Banca d’Inghilterra e attuale premier del Canada ha parlato in nome e per conto della madrepatria: al di là delle note altisonanti, era un invito alle potenze medie a creare rete con Londra e, di fatto, porsi sotto la sua tutela.
Può apparire velleitario, ma non lo è, basta osservare come Londra abbia di fatto gestito la “coalizione dei volenterosi” europei nel corso della guerra ucraina, modello che sta tentando di rilanciare in grande stile potendo contare sulla residuale anglosfera, che la leadership albionica ritiene gli possa dare agio di approcciarsi all’agone globale come una sorta di grande potenza.
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Zelensky, la nuova ancella di Trump
di Barbara Spinelli
È successo già una volta, che i governi est europei furono usati da Washington contro la Vecchia Europa per meglio scardinare l’ONU, violare il diritto dei popoli, invadere l’Iraq senza autorizzazioni internazionali e senza prove sulle armi di distruzione di massa.
Saddam fu ucciso appena estratto dal rifugio sotterraneo: la morte fu cruenta e degradante come quella di Gheddafi e Bin Laden nel 2011. L’Est europeo ricevette l’etichetta che da allora lo nobilita: Nuova Europa. Quella Vecchia era rugosa, infida. Si era allineata dopo l’11 settembre, invadendo l’Afghanistan con gli Usa (partecipazione tiepida secondo Trump), ma Parigi e Berlino dissero no all’occupazione dell’Iraq.
Stavolta è un altro governo dell’Est a denunciare la Vecchia Europa, saltellando con zelo ancillare attorno a Trump: l’Ucraina di Zelensky. Ancora più nuovo dei Nuovi Europei, partecipa alle danze intente – non da oggi – a sfaldare l’Ue pur ricavandone onore e denaro: “Invece di divenire una potenza davvero globale, l’Europa rimane un caleidoscopio bello ma frammentato di piccole e medie potenze… Invece di difendere la libertà nel mondo ha l’aria sperduta e cerca di convincere Trump a cambiare. Non cambierà”.
Sono ignorati i 19 pacchetti di sanzioni anti-russe approvate dall’Ue in difesa di Kiev, è dimenticato l’assenso di Biden alla distruzione dei gasdotti North Stream per mano ucraina.
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Vertice di Abu Dhabi: perché tanta segretezza delle tre delegazioni?
di Fabrizio Poggi
Poco o nulla è trapelato sui risultati della due-giorni di colloqui a Abu Dhabi tra le delegazioni russa, americana e ucraina. Già questo è un dato da non sottovalutare: generalmente, quando ci si sbilancia in dichiarazioni e slogan altisonanti, significa che c'è poco di concreto. Questa volta, in attesa del prossimo round di incontri previsto per il 1 febbraio, la cautela mostrata da tutte le delegazioni infonde una pur flebile speranza di avanzamento su una strada concreta.
Così, il portavoce presidenziale russo Dmitrij Peskov ha dichiarato che il Cremlino valuta positivamente l'inizio di negoziati costruttivi sulla questione ucraina. «Non direi che ci sia stata cordialità; è difficilmente possibile in questa fase» ha detto Peskov, anche se, invece, pare che un rappresentante della delegazione americana si sia lasciato andare a un inverosimile «C'è stato un momento in cui tutti sembravano quasi amici. Ho provato un senso di speranza». Un po' troppo ottimista.
Ma, in generale, ha detto ancora Peskov, «Tutto è andato come ci aspettavamo... Sarebbe un errore aspettarsi che i contatti iniziali siano altamente produttivi. Ci sono questioni complesse all'ordine del giorno... Ma se vogliamo ottenere qualcosa attraverso i negoziati, dobbiamo parlare in modo costruttivo» e, soprattutto, come si conviene in un negoziato serio e realistico, ha sottolineato che Moskva non discuterà pubblicamente gli argomenti sollevati in questi incontri. In sostanza, ha detto ancora, «questa è la posizione costante del nostro presidente, che la questione territoriale, che fa parte della formula di Anchorage, è ovviamente di fondamentale importanza per la parte russa».
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Geopolitica dell'Europa
di Pierluigi Fagan
L’immagine si riferisce alla cometa Shoemaker-Levy 9 che nel 1993 venne frammentata in 21 pezzi per poi schiantarsi su Giove. Con la sua enorme massa, la gravità di Giove, esercitò pressione attrattiva sulla cometa disgregandola, la pressione differente su sue singole parti era più forte delle forze di coesione interna dell’oggetto astrofisico.
Europa è un concetto geo-storico, una articolata propaggine subcontinentale dell’Eurasia. La sua geografia è stata ragione principale della sua evoluzione storica. Nel dopoguerra, anche per superare le spinte al conflitto interno tra popoli ed entità statali che hanno prodotto impetuosi fiumi di sangue per secoli e secoli, superamento necessario visto quello che Europa aveva combinato per ben due volte (due guerre “mondiali” e visto che il mondo non ruotava, né avrebbe mai più ruotato intorno all'Europa), in Europa si creò un mercato comune. Si pensò che l’interdipendenza commerciale interna avrebbe creato una rete che legasse tra loro soggetti altrimenti abituati a confliggere l’un con l’altro.
Ancora prima di fare il mercato comune, Europa aveva prodotto qualche tentativo di limitata azione comune, ad esempio su “carbone e acciaio” o sull’energia atomica, più tardi creando il CERN o l’ESA. Europa avrebbe potuto e forse dovuto, continuare su questa strada di cooperazione. Frazionata in una pletora di staterelli dalla dimensione media che è la metà della dimensione media di uno Stato nel mondo, era chiaro che le componenti di Europa sarebbero state sistematicamente troppo piccole per competere con i nuovi giganti del mondo (USA, Cina, India, Russia etc.).
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Come il Sud Globale sta smantellando la supremazia del dollaro
di Suleyman Karan*
“L’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: vie marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e supporto a quadri per la risoluzione delle controversie… Abbiamo partecipato ai rituali e in gran parte evitato di denunciare il divario tra retorica e realtà… Questo patto non funziona più. Sia chiaro: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione“.
Primo Ministro canadese Mark Carney, discorso speciale al World Economic Forum (WEF), Davos 2026
L’era della supremazia globale indiscussa del dollaro si sta sfilacciando ai bordi. Quello che una volta era un pilastro della finanza e del commercio globale è ora un dominio conteso, mentre un numero crescente di Stati cerca alternative alla valuta a lungo utilizzata per imporre i diktat occidentali. La centralità del dollaro USA nelle transazioni transfrontaliere e il suo ruolo di valuta di riserva mondiale non sono più garantiti – e questo cambiamento non è più teorico.
Per decenni, il dollaro ha funzionato come mezzo di scambio universale, riserva di valore e unità di conto. Ma questi vantaggi sono arrivati a costi elevati. La dipendenza del sistema dalle politiche di un singolo Stato e la sua affidamento alle conversioni intermedie hanno generato strati di rischio e attrito. Oggi, questi rischi sono diventati ostacoli all’espansione del commercio globale. E mentre le economie emergenti guadagnano fiducia e peso, Washington è costretta a cedere il suo trono monetario.
Il dollaro regna ancora, ma la sua presa si sta allentando
Il dollaro continua a dominare le transazioni transfrontaliere, sia nei conti correnti che nei mercati finanziari. Rimane una riserva di valore affidabile sia per gli investitori istituzionali che per i privati.
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L’abissalità della crisi europea
di Gabriele Guzzi
Per gentile concessione dell’editore vi proponiamo l’introduzione di Eurosuicidio. Come l’Unione Europea ha soffocato l’Italia e come possiamo salvarci, di Gabriele Guzzi (Fazi, 2025).
L’Europa sta vivendo, ormai da decenni, una crisi che appare definitiva. Il crollo demografico, la stagnazione economica, la caduta della partecipazione politica: tutto sembra indicare l’esaurimento di un’epoca. Questi segnali si sono manifestati in modo drammatico a partire dallo scoppio della guerra in Ucraina e della crisi in Medioriente. L’insignificanza geopolitica, l’incapacità di farsi portavoce di un interesse specificamente europeo, la totale apatia dinanzi al collasso del modello produttivo e sociale: nessuno si aspettava una tale pochezza e inconsistenza delle istituzioni continentali.
La tesi centrale di questo libro è semplice: la crisi che stiamo vivendo oggi non è fortuita. Non è un incidente della storia. È l’esito logico e coerente di scelte strutturali compiute fin dalle origini dell’Unione Europea. La causa della crisi dell’UE è l’UE stessa. Non ci sono innanzitutto nemici esterni: il problema è la struttura istituzionale, monetaria, politica ed economica che gli europei stessi hanno costruito. Se questi difetti non verranno rapidamente e radicalmente corretti, il destino del continente sarà quello di precipitare verso uno stato di crescente insignificanza economica e marginalità internazionale.
Il primo compito che si prefigge questo libro, perciò, è di proporre una nuova interpretazione dell’UE. Questo implica un salto di consapevolezza e l’uscita dallo stato di minorità intellettuale in cui la cultura politica italiana è confinata. Significa abbandonare i miti consolatori – l’ideologia della generazione Erasmus, i buoni sentimenti, un europeismo di maniera – per affrontare di petto la realtà dei fatti. La necessità di questa nuova consapevolezza si fa d’altronde sempre più urgente man mano che la situazione internazionale diventa più estrema. È evidente, infatti, che l’UE è oggi un’istituzione del tutto incapace di rappresentare adeguatamente le esigenze di sicurezza e pace dei principali paesi europei.
In questo processo, mostreremo perché l’Italia sia stata il paese che ha pagato il prezzo più alto: come ci era stato detto dai più importanti economisti internazionali, noi eravamo il paese che peggio si conciliava con il modello che si stava ponendo alla base dell’UE.
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L'ideologia del postmodernismo
di Ludwig Fleischer*
Il termine postmodernismo ricorre continuamente: nei dibattiti filosofici, nei circoli accademici, o sulle labbra del nostro nemico politico. Tuttavia, solo di rado è chiaro che cosa si intenda davvero con questo concetto. Proprio questa vaghezza ha permesso a ideologi reazionari come, per esempio, Jordan Peterson1, di elevare il concetto di "postmodernismo" a parola d'ordine di una battaglia politica. In una totale distorsione della realtà, egli sostiene che ciò che molti vivono come un decadimento culturale sia dovuto al predominio di un "neomarxismo postmoderno".
Al contrario, vedremo che l'ideologia postmoderna non solo è ostile al marxismo, ma può quasi essere considerata il suo esatto opposto, e che viene utilizzata consapevolmente dalla classe dominante per privare la classe operaia della propria visione del mondo. Nel contesto storico attuale, il postmodernismo rappresenta l'ideologia dominante più adeguata. È l'unica corrente di pensiero capace di articolare gli interessi della classe dominante e, allo stesso tempo, di presentarsi come teoria progressista, soprattutto nelle università. Proprio per questo il postmodernismo va compreso innanzitutto nel suo rapporto con il marxismo.
Nel seguito delineiamo alcune delle posizioni centrali della filosofia postmoderna e ne mettiamo in luce l'opposizione al marxismo. Inoltre, affrontiamo il modo in cui i postmodernisti trattano la questione di genere, poiché è proprio in questo ambito che il loro distacco dalle analisi materialistiche e la loro funzione di stabilizzazione del sistema emergono in maniera particolarmente esemplare.
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Una battaglia che è nell’interesse di tutti
di Nico Maccentelli
Questo articolo de Il Riformista, indecente e fascista, è rappresentativo di ciò che sta avvenendo in Italia: la negazione della libera espressione. Secondo questi aedi della democratura occidentalista, NATO, UE, USA, che non si capisce più bene chi è contro chi, pseudo-democratici fascisti contro pseudo-democratici fascisti, servi delle varie consorterie, non si può avere un’opinione divergente sul Venezuela, sul conflitto in Ucraina, sulla Palestina, sull’Iran: parte la gogna mediatica e spasso sanzioni, perquisizioni o peggio e vieni bollato a seconda per putiniano, antisemita, amico dei dittatori e degli ayatollah…
È piuttosto evidente che la macchina del fango e le pressioni che fanno personaggi come la Picierno e Calenda su chi ospita iniziative del tutto legali e legittime, hanno lo scopo di zittire ogni critica, ogni opinione diversa, ogni iniziativa politica che metta in discussione la loro visione del mondo: un Occidente collettivo che ha il diritto di fare guerre, colpi di mano fino al genocidio come a Gaza.
La democrazia che la partitocrazia bipartisan decanta è morta. O meglio: quel poco di democrazia che c’era è morto, poiché il sistema democratico nei paesi capitalisti può avere tutti i partiti che si vuole, ma i media dominanti intervengono sul consenso e il dissenso, falsificano, creano narrazioni indiscutibili, occultano. Una vera democrazia di popolo dovrebbe avere tutto il sistema mediatico statalizzato e non in mano a veri pescecani della finanza, distribuito orizzontalmente tra le parti sociali.
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La rinascita delle Pantere Nere vista dall’America Latina
di Alejandro Valenzuela Torres*
La morte di Renee Nicole Good, avvenuta il 7 gennaio 2026, ha scatenato proteste a livello nazionale contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) negli Stati Uniti. A Philadelphia, questo contesto ha portato alla ricomparsa pubblica del Black Panther Party for Self-Defense, che, il giorno dopo l’omicidio, ha manifestato davanti al Municipio portando armi da fuoco – che sostengono siano legali – e svolgendo azioni sociali come la distribuzione di cibo alle famiglie vulnerabili.
La presenza del gruppo ha generato sostegno nelle comunità e, allo stesso tempo, ha suscitato l’allarme degli esperti sul rischio di un’escalation di violenza.
Il movimento è guidato da Paul Birdsong, nato nel 1986, che si è radicalizzato politicamente dopo l’omicidio di George Floyd nel 2020. Birdsong si presenta come presidente nazionale del gruppo, afferma di essere stato istruito dai sopravvissuti del movimento originale e aderisce a una tradizione di Black Power, nazionalismo nero e antimperialismo. Il gruppo, con meno di cento membri attivi, combina un’estetica armata e disciplinata con programmi comunitari ispirati alle Pantere Nere storiche.
La rinascita di gruppi che ora si identificano come Pantere Nere in diverse città degli Stati Uniti non può essere interpretata come un gesto folcloristico o come una nostalgia identitaria.
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Impero, l’ultima speranza dei folli
di Alessandro Volpi*
Gli Stati Uniti sono ormai, in maniera strutturale, una realtà aggressiva che non può sopravvivere senza una politica imperiale. In altre parole, non possono più evitare una crisi devastante se non si trasformano, a tutti gli effetti, in un impero, superando persino la fase imperialista.
Questo fenomeno potrebbe essere descritto da più punti di vista: dall’assolutizzazione del potere federale, in capo al presidente, al monopolio centrale e violento dell’ordine pubblico, alla compressione delle libertà civili, alla creazione di veri e propri rapporti coloniali nei confronti degli ex alleati, e di costante scontro con i nemici, fino alla difesa “armata” della tenuta della moneta e dell’economia.
Il punto su cui vorrei soffermarmi è proprio quest’ultimo, partendo dal dato, a mio parere, cruciale.
Oggi, in questo esatto momento, gli Stati Uniti hanno un debito federale di 38.565 miliardi di dollari, che continuerà a crescere ogni minuto di 7 milioni di dollari e di 10 miliardi al giorno. Ciò dipende da vari fattori, a partire dall’enorme mole di interessi pagati – oltre 1300 miliardi di dollari l’anno – che, a sua volta, dipende dalla difficoltà a trovare compratori e dall’impossibilità di fare acquisti di dollari da parte della Fed, data la debolezza del dollaro.
Dipende poi dal prevalere delle scadenze brevi, scelte dal Tesoro Usa, per far sopravvivere il collocamento del debito stesso perché si “scommette” su una possibile riduzione dei tassi in futuro: una scommessa, in verità, assai difficile da centrare e che produce l’effetto invece di sottoporre il Tesoro Usa a costanti prove con le aste ravvicinate.
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La fine del “mondo basato sulle regole”: il cartello in vetrina e la grande ipocrisia
di Giuseppe Gagliano
Mark Carney a Davos ha fatto una cosa che di solito i leader evitano: ha detto la verità ad alta voce. E la verità è scomoda. L’ordine internazionale “basato sulle regole” non sta scricchiolando: è già finito. Quello che c’era non era un sistema equo, ma una finzione elegante, una scenografia utile finché i più forti rispettavano le regole solo quando conveniva.
Carney lo ammette senza troppi giri di parole: le grandi potenze oggi non hanno limiti reali. Possono usare dazi come armi, catene di approvvigionamento come strumenti di ricatto, infrastrutture finanziarie come leve di coercizione. E mentre i giganti fanno ciò che vogliono, le potenze medie hanno passato decenni a recitare la parte dei bravi studenti dell’ordine globale, fingendo che il sistema fosse giusto, prevedibile, universale.
Qui entra in scena Václav Havel e il suo fruttivendolo. Quello che ogni mattina esponeva il cartello “Lavoratori di tutto il mondo, unitevi”, senza crederci, solo per non avere guai. Nessuno ci credeva, ma tutti facevano finta di sì. Risultato: il sistema reggeva non solo grazie alla forza, ma grazie alla complicità quotidiana di chi partecipava alla menzogna.
Carney dice che i Paesi occidentali hanno fatto esattamente questo: hanno messo il cartello in vetrina. Hanno continuato a invocare il diritto internazionale, il multilateralismo, le regole del commercio globale, pur sapendo che i più forti le violavano sistematicamente. Hanno accettato un doppio standard permanente: rigore per alcuni, indulgenza per altri. Legalità a corrente alternata.
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Gli artigli dell'aquila
di Enrico Tomaselli
Come emerge sia dalla National Security Strategy, che dalla più recente National Defence Strategy, la difesa della residua posizione dominante degli Stati Uniti, e ancor più il tentativo di invertire il declino, richiedono uno strumento militare capace di rispondere adeguatamente alle sfide di questo secondo quarto di secolo. Sfide che provengono non solo dalla crescita di attori globali in grado di competere con gli USA, o di attori regionali indisponibili al ruolo subalterno, ma anche dalle stesse ambizioni statunitensi, e dal modo in cui immaginano strategicamente di perseguirle.
L’enorme problema con cui devono però principalmente confrontarsi, molto probabilmente insormontabile, è strutturalmente connaturato alla natura del sistema statunitense; ciò che in passato, in una fase di ascesa e dominio imperiale, costituiva un vantaggio – cioè una straordinaria capacità industriale, all’interno di un sistema capitalistico – oggi non esiste più, e non solo appare irrecuperabile, ma si è persino trasformato in uno svantaggio.
Quando gli Stati Uniti intervengono nella seconda guerra mondiale, che rappresenterà il passaggio fondamentale per divenire una potenza globale, l’elemento decisivo, capace di spostare gli equilibri di forza sia nel Pacifico che in Europa, è precisamente la capacità di produzione industriale su larga scala. Al tempo stesso, l’ipertrofia della produzione bellica, alimentata da un conflitto di portata pressoché planetaria, porterà alla creazione di quello che il generale Dwight D. Eisenhower, nel suo discorso di addio alla nazione, a conclusione del suo mandato presidenziale, denuncerà come “complesso militare-industriale”. Un blocco di interessi e di potere, che eserciterà un’influenza decisiva sulla politica statunitense, nei decenni seguenti e sino al giorno d’oggi.
Questo blocco, però, ha subito almeno due decisive modifiche strutturali, tra la seconda metà del novecento e i primi anni duemila.
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Barbara Spinelli: La follia bellica Ue e l’arma di Čechov
Giorgio Agamben: Il medioevo prossimo venturo
Ilan Pappé: Sul panico morale e il coraggio di parlare
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto











































