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La trappola dell'Afghanistan, 180 anni fa
Uno scritto di Friedrich Engels
a cura di Eros Barone
«Non è affatto una bizzarria pubblicare questo testo di Friedrich Engels sull'Afghanistan, scritto nell'estate del 1857 per la New American Cyclopœdia.» Così Valentino Parlato presentava tale testo in un suo articolo di dieci anni fa. E proseguiva dichiarando di essere convinto che sull'Afghanistan dominasse ancora una clamorosa ignoranza della sua storia e della sua geografia. Giova allora ricordare che dopo il disastroso intervento militare sovietico nel paese, un prestigioso generale dell'Urss ebbe a dire: «Se avessimo letto Engels, mai e poi mai ci saremmo imbarcati in questa avventura».
Sarebbe stato opportuno consigliare la lettura di questo scritto del “Generale” a tutti quelli che, nel corso di questi ultimi 180 anni, hanno voluto intervenire in Afghanistan, ma è noto che la storia è una maestra severa quanto inascoltata. Del resto, in Afghanistan dai tempi di Engels a oggi assai poco è cambiato: l'unico cambiamento rilevante è la diffusione della coltura del papavero da oppio, di cui oggi l'Afghanistan è il maggior produttore mondiale, mentre i maggiori importatori sono i paesi dell’Occidente capitalistico, ‘in primis’ gli Stati Uniti. Sennonché la lettura dello scritto engelsiano sarebbe stata utile ed istruttiva, al netto del livello culturale ed intellettuale dell’attuale responsabile della Farnesina, anche per gli altri responsabili del governo italiano.
* * * *
Afghanistan: vasto paese dell'Asia, a nord-ovest dell'India. In una direzione si estende tra la Persia e le Indie, nell'altra tra l'Hindukush e l'Oceano Indiano. In passato comprendeva le province persiane del Khorasan e del Kohistan, oltre che le regioni di Herat, Belucistan, Kashmir, Sind e una considerevole porzione del Punjab.
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No al green pass: inefficace contro il virus, utile solo a distrarre, dividere e reprimere i lavoratori
di Tendenza internazionalista rivoluzionaria
Come mesi fa siamo stati contrari al decreto Draghi che ha stabilito l’obbligo di vaccinazione per il personale sanitario, e abbiamo difeso gli infermieri che si sono opposti ad esso; così ora siamo contro il green pass in quanto strumento di propaganda inefficace nel contrasto del Covid-19, e utile soltanto a deviare l’attenzione dell’opinione pubblica e a scaricare sui singoli (in primo luogo sui proletari scettici sul vaccino, spaventati, disinformati o più semplicemente impossibilitati a vaccinarsi) la responsabilità e i costi in termini repressivi dei disastri prodotti da stato e padroni, prima e durante la fase pandemica. Disastri che sono indissolubilmente connessi al modo di produzione capitalistico, al caotico aggrovigliarsi delle sue contraddizioni e alla sua natura devastatrice e predatoria, fondata sulla massimizzazione dei profitti a discapito di qualsiasi tutela della collettività, ivi compresa la salute e la vita dei lavoratori e, con essi, dell’intera specie umana.
La pandemia/sindemia da covid-19 è infatti il prodotto di una serie di fattori predisponenti tutti riconducibili ai meccanismi del capitalismo, e per questa ragione ci siamo fin dall’inizio battuti per metterne in luce le cause (ciò di cui pressoché nessuno si occupa), e per sostenere l’auto-difesa della propria salute da parte dei lavoratori.
In coerenza con questo inquadramento della pandemia, dal febbraio 2020 ci siamo battuti contro padroni e padroncini, proprietari e direttori di case di cura in testa che, mettendo il profitto al di sopra della salute e della vita delle persone, volevano tenere tutto aperto, una pretesa che ha provocato migliaia e migliaia di morti – bestia chi non li vede, o li mette tra parentesi.
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Green Pass: la guerra tra poveri che distrae dalle falle di uno Stato
di Alessia Diana
Un tampone negativo, un certificato di guarigione o l’essersi fatti somministrare la seconda dose di uno dei quattro vaccini a disposizione: saranno questi, a giorni, i criteri secondo cui si deciderà chi potrà tornare a vivere una vita quanto più vicina possibile a quella condotta prima del marzo 2020. L’introduzione dell’obbligo di possedere la Certificazione Verde per accedere a gran parte delle attività e manifestazioni che caratterizzano l’antica socialità ormai è una realtà tanto imminente quanto poco chiare sono le informazioni su come l’essenzialità del nuovo lasciapassare si estenderà di qui a pochi mesi. In un momento di fortissima instabilità economica e sociale, un provvedimento del genere, già di per sé terreno florido per lunghe discussioni di carattere giuridico, sanitario e politico è stato accolto, come prevedibile, in maniera assolutamente non uniforme.
Se c’è infatti chi ha reagito alla decisione del governo in modo favorevole, non sono mancate violente proteste. Non prevedere la possibilità di una reazione del genere da parte di una cittadinanza che nell’ultimo anno e mezzo ha vissuto un clima di tensione che non si sperimentava da decenni sarebbe equivalso, del resto, a sperare in un’utopia. Dopo quasi diciotto mesi da quando parole e concetti come quello di quarantena, di saturazione degli ospedali e di fasce di colore per le restrizioni sono entrate a far parte del quotidiano, la tensione ha trovato una nuova e ben più pericolosa valvola di sfogo.
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O’Connor: tra Marx e Polanyi per unire "rosso" e "verde"
di Bollettino Culturale
Con l'articolo intitolato “Capitalism, Nature and Socialism. A Theoretical Introduction”, pubblicato nel 1988 nel primo numero della rivista “Capitalism, Nature, Socialism” e che potete leggere in italiano nel libro “La seconda contraddizione del capitalismo. Introduzione a una teoria e storia dell’ecologia” edito da Ombre Corte e con un’ottima introduzione di Jacopo Nicola Bergamo e Emanuele Leonardi, James O'Connor presenta per la prima volta la sua teoria della “seconda contraddizione del capitalismo”, considerata fino ad oggi da numerosi analisti come una delle tappe più importanti nel tentativo di elaborare un marxismo sensibile alle tematiche dell’ambientalismo. O'Connor specificherà ulteriormente la sua proposta teorica ed empirica nella raccolta di testi che compongono il libro “Natural Causes: Essays in Ecological Marxism” pubblicato dieci anni dopo, nel 1998.
A differenza di John Bellamy Foster che vede Marx come un pioniere dell'ecologia, James O'Connor sostiene che nell'opera di Marx manca un'analisi del legame tra capitalismo ed ecologia, non venendo considerata l'ormai onnipresente distruzione ambientale nella sua teoria dell'accumulazione capitalista e nel suo progetto politico di socialismo. Con la teoria eco-marxista della "seconda contraddizione", O'Connor cerca di risolvere ciò che identifica come un buco del pensiero marxiano. Afferma che un'analisi completa e adeguata del capitalismo non può essere soddisfacente se non include i sistemi naturali e il loro ruolo specifico nella produzione di valore e plusvalore, nonché nell'accumulazione di capitale. Inoltre, l'autore si propone di costruire una “teoria generale” che tenga conto dei legami tra: l'accumulazione di capitale, le tendenze del capitalismo a vivere crisi economiche ed "ecologiche" e i movimenti e le lotte sociali.
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L’arte di governare nel torbido. Due ipotesi su Green Pass e (assenza di) obbligo vaccinale
di Wolf Bukowski*
Se «non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire: non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore», dice Mario Draghi. Dunque per lui chi non si vaccina non è semplicemente un untore, ma un assassino.
Ora, secondo ogni logica, se il capo dell’esecutivo ha notizia che ci siano degli assassini in giro, deve ordinare ai birri di metterli in ceppi. Fuori dalla metafora odiosa a cui il primo ministro ci costringe, è chiaro che a un tale livello di allarme – che i governanti vi credano o meno non è dirimente – dovrebbe conseguire un obbligo vaccinale generalizzato, con esenzioni esclusivamente di ordine medico. Le note che seguono sono per spiegarmi perché ciò non avvenga.
Vorrei però in premessa fosse chiaro, anche a chi ha il vizio di leggere in fretta o di travisare a favor di social, che non sto auspicando l’obbligo vaccinale. In generale non lo auspicherei in nessun caso, e anzi ritengo siano le forzature in tal senso a generare diffidenza e sospetti. Quello dell’obbligatorietà rimane però un argomento sensato da dibattere; ciò che invece è sciocco negare è che esista uno specifico dei vaccini, perché i loro eventuali effetti collaterali colpiscono una persona che non ha contratto la malattia, e che magari non l’avrebbe mai contratta in vita sua. Ogni paragone da twitter con i farmaci – «Anche i farmaci che prendi potrebbero avere effetti a lungo termine che non conosci!» – è destituito di ogni fondamento, perché i farmaci curano, bene o male, e spesso con effetti collaterali, patologie già insorte; quindi il bilancio tra costi e benefici di un farmaco si fa sul corpo della stessa persona.
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Marx e Masoch
di Leo Essen
I
Nel capitolo XXIV – il penultimo – del primo libro del Capitale Marx parla della (cosiddetta) accumulazione originaria e dice che, visto che l’accumulazione del capitale presuppone il plusvalore e il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, ma questa a sua volta presuppone la presenza di masse considerevoli di capitale e forza lavoro nelle mani di produttori di merci; visto tutto ciò, dice, questo movimento sembra aggirarsi in un circolo vizioso, dal quale gli economisti (Marx cita Adam Smith) escono soltanto immaginando un’accumulazione «originaria» - Smith la chiama appunto «previous accumulation»; una (cosiddetta) accumulazione originaria, dice, precedente l’accumulazione capitalistica, e che non sia il risultato del modo di produzione capitalistico, ma il suo punto di partenza.
Nell’economia politica, dice Marx, questa accumulazione originaria ha suppergiù la stessa parte che in teologia ha il peccato originale: Adamo dette un morso alla mela e così il peccato piombò sul genere umano. Se ne spiega l’origine, dice Marx, narrandola come un aneddoto – come un mito.
Per l’economia politica il punto di ingresso nella storia non ha storia.
L’economia politica distende il circolo in una linea retta. Ora tutto si svolge in modo naturale. Solo che, non potendo il capitalismo essere uscito dalle mani di un capitalista, si deve far retrocedere la sua nascita ad un tempo mitico, naturale, eterno, e far sbucare il capitalismo da un presunto stato di innocenza.
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Green pass e obbligo vaccinale – Contraddizioni insanabili del capitalismo nella frattura pandemica
di City Strike
Premessa metodologica
Quella che segue non è la nostra posizione sul dibattito in corso su green pass, vaccini ecc., ma una serie di note sulle contraddizioni che da questo dibattito emergono. Per noi non ha senso inseguire la cronaca quando ogni giorno vengono alla luce novità vere o presunte che spesso rendono il quadro generale incomprensibile. Non ci interessa, quindi, contrapporci con qualcuno, collocarci in qualche schieramento, strizzare l’occhio a chissà quale soggetto.
Quel che ci interessa è provare a fornire elementi di riflessione su come si affrontano le discussioni.
La complessità delle questioni che affronteremo nel testo pensiamo sia nota ai nostri lettori, la possibilità di essere fraintesi è quindi elevata.
Il testo è correlato da note che riteniamo essenziali per comprenderlo e non appesantirne la lettura. Devono perciò essere considerate come parte integrante dell’analisi e chiediamo quindi la pazienza di leggerle.
Al contempo, questo è un testo che trascura diverse questioni sulle quali occorrerebbe un approfondimento che a volte non è alla nostra portata perché mancano dati coerenti su cui fondare l’analisi, mentre in altri casi, non abbiamo le competenze per poterci esprimere.
Tuttavia, quello che leggerete di seguito pensiamo sia riassumibile in poche righe: crediamo nelle risposte collettive alle sfide che ci si presentano. Crediamo che il sistema in cui abbiamo vissuto e in cui viviamo non sia strutturalmente in grado di rispondere ad esse, se non amplificando le fratture sociali interne e verso l’esterno. In queste fratture i rivoluzionari devono intervenire non per inseguire rivolte più o meno estese, ma per sviluppare coscienza di massa dei problemi reali.
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Su un capolavoro di F. Engels (La situazione della classe operaia in Inghilterra) e una onesta ricerca sui “morti per disperazione” nell’Amerika di oggi
di Luca Bistolfi
“Morti per disperazione”: uno studio e un classico fanno riflettere sul sistema capitalistico. Che non aumenta il benessere, ma esalta disparità e dolore
Questo bell’articolo di L. Bistolfi (che francamente conosciamo poco, o nulla) stabilisce un accostamento interessante tra il massimo capolavoro (forse) di Federico Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra (al 1844), appena ripubblicato da Feltrinelli – un libro da leggere e da rileggere ! -, e un’onesta ricerca di due accademici statunitensi su tre flagelli che imperversano negli Stati Uniti di oggi, e spingono i più disperati, in genere proletari o proletarizzati, verso la morte: l’alcool, la droga, il suicidio.
In tempi come questi, fatti di messaggi brevi, con tempi di lettura minimi e cronometrati (2, 5, 8 minuti), invitare alla lettura di libri e allo studio, ed in particolare allo studio dei nostri classici, è controcorrente. Lo sappiamo bene. E nondimeno invitiamo, incitiamo i frequentatori di questo blog a leggere i libri indispensabili (quello di Engels è tale) e, se si ha tempo, anche quelli utili a comprendere gli implacabili antagonismi del capitalismo.
* * * *
Bisogna elevare un grande plauso alla recente pubblicazione per i tipi di Feltrinelli della Situazione della classe operaia in Inghilterra, l’opera di Engels che lasciò ammirato Marx e che di fatto segnò l’inizio del loro sodalizio umano e politico. Un lavoro denso e preciso edificato sulla stampa e sulle relazioni delle commissioni dell’epoca e sulla diretta osservazione dell’autore, che schiude le porte dell’inferno sulla terra mostrando con spietatezza la realtà dei lavoratori e delle lavoratrici, bambini inclusi, a mezzo dell’Ottocento.
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La morbilità capitalista e la crisi globale
di Murray Smith, Jonah Butovsky e Josh Watterton - [*1]
Lo sconvolgimento sociale del 2020-21 potrebbe segnare una grande svolta nella storia mondiale. L'emergenza sanitaria globale causata dal Covid-19 e la crisi economica ad essa associata hanno prodotto effetti sociali e politici estremamente dirompenti e di vasta portata. Anche prima dell'inizio della pandemia - va notato - l'economia mondiale era già sull'orlo di una grave recessione, vacillando dopo una prolungata - e notevolmente tiepida - ripresa dalla Grande Recessione del 2008-09. Dopo diversi decenni di crescita lenta, questo era tutto ciò che era in grado di offrire: austerità e persistenti problemi di redditività nella sfera del capitale industriale, dove si producono valore e plusvalore. La recessione è stata poi notevolmente amplificata dai lockdown (totali o parziali) imposti dagli stati nazionali alle industrie, ai servizi pubblici e alle piccole imprese. Come risultato di questo processo, sono stati raggiunti livelli di disoccupazione e contrazione economica che rivaleggiano con quelli visti nella Grande Depressione del 1930.
Come affrontare questa crisi globale "combinata" avvenuta tra il 2020 e il 2021? Con poche eccezioni, le risposte che vengono date dai media aziendali, degli strati manageriali professionali, delle élite politiche e da molti economisti appaiono notevolmente uniformi. Coerentemente con la maggior parte delle valutazioni convenzionali circa i problemi attuali dell'umanità, questo evento viene visto come se fosse un fenomeno naturale: ecco che improvvisamente e «misteriosamente» è apparso un virus stranamente infettivo e subdolo ... Di fronte a questa emergenza, si comincia a fare un gran parlare delle decisioni e delle azioni consapevoli degli individui (professionisti della salute, politici, dirigenti d'azienda e giornalisti dei grandi media) in reazione ad essa. Questo serve a minimizzare il ruolo decisivo giocato da quelle potenti forze strutturali sociali che istigano, sfruttano e determinano la forma e la grandezza della crisi.
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Strage di Stato
di Sandro Arcais
Quella che segue è una mia presentazione ragionata del libro di Pasquale Bacco e Angelo Giorgianni, Strage di Stato. Le verità nascoste della Covid-19. Un libro che chiaramente vi consiglio di leggere
Il testo e i loro due autori possono essere contestualizzati nell’odierno conflitto che dilania il capitale statunitense, e quindi più latamente occidentale.
Grosso modo tale conflitto lo possiamo tratteggiare in questo modo:
– Il capitalismo della manifattura tradizionale (chimica, petrolio, agroindustria, grande distribuzione tradizionale, tabacco, ecc.)
– Il capitalismo della grande finanza, dell’informazione, dei dati, della biotecnologia, dell’high tech, ecc.
Il primo capitalismo ha aperto e condotto quella lotta di classe per l’egemonia culturale iperliberista che è partita alla fine degli anni Sessanta e ha trionfato in tutto l’Occidente, con sacche di resistenza sempre più flebile, incerta, spaesata e isolata in Europa. Grazie al fenomeno delle fondazioni, questo capitalismo ha imposto l’ideologia neoliberista del libero mercato, del libero movimento dei capitali, della deregolamentazione, della privatizzazione, dello stato minimo, delle tasse minime e del taglio alle tasse dei ricchi, del pareggio di bilancio, dell’austerità, del welfare privato per chi può e del welfare pubblico di sussistenza per i poveri, dell’individuo imprenditore di se stesso, ecc. Questo è il capitale trionfante degli anni Ottanta-Novanta-primi Duemila.[1]
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Perdere è una questione di metodo
di Elisabetta Teghil
Sono venuta a esplorare il relitto.
Le parole sono propositi.
Le parole sono mappe.
Sono venuta a vedere il danno che è
stato fatto
e i tesori che sono rimasti. […]
Siamo, sono, sei
per viltà o per coraggio
quell’uno che torna sempre
a questa scena
portando un coltello, una macchina
fotografica
un libro dei miti
nel quale
i nostri nomi non compaiono.
Adrienne Rich
<Alla fine degli anni ’70 i capitalisti ritrovano capacità offensiva e avviano un nuovo ciclo storico neoliberista. Quaranta anni più tardi la questione sembra ormai definitivamente risolta, hanno fatto tabula rasa del passato. La via tracciata sembra senza ritorno. E’ stata intaccata l’idea stessa di sinistra non solo sulla fattibilità dei suoi progetti ma sul futuro stesso di cui era portatrice. Un sentimento di vuoto, come la perdita di una certezza. Una sorda disperazione che paralizza.>*
A guardare alla quasi totalità delle rivendicazioni e delle lotte dell’oggi ci troviamo di fronte ad un panorama sconfortante e non perché siano poche rarefatte e discontinue, ma perché improntate a modalità assolutamente dissociate dalla realtà che abbiamo di fronte.
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Lo scenario internazionale e il ruolo dei comunisti
di Marco Pondrelli
Il 24 luglio Marx21 ha organizzato un seminario di analisi della situazione mondiale. Il dibattito è stato introdotto dalla relazione del Direttore del sito che rappresenta una sintesi dell’analisi politica e delle prospettive dell’Associazione Marx21
Non è semplice trovare un momento da cui partire per analizzare la politica internazionale del post-’89. Uno spunto per capire le linee strategiche teorizzate negli Stati Uniti dopo il crollo dell’URSS è dato dal libro di Zbigniew Brzezinski (la Grande Scacchiera) pubblicato nel 1997. In quest’opera, che partiva da alcuni articoli pubblicati negli anni precedenti, l’ex Segretario di Stato poneva le premesse teoriche della strategia statunitense nel XXI secolo. La tesi di fondo qui espressa è che per mantenere l’egemonia mondiale è necessario il controllo del continente euroasiatico.
Brzezinski non inventava nulla, prima di lui molti autori avevano affrontato questo tema, in particolare ne vanno citati due: Mackinder e Spykman. Il primo nel tentativo di rafforzare l’imperialismo inglese definisce l’Eurasia come il continente che unisce Asia, Europa e l’Africa del Nord (il confine non è il mediterraneo ma il deserto), per garantire l’egemonia dell’Impero britannico è necessario che non nasca in questo continente nessuno Stato egemone, questo perché, grazie allo sviluppo delle vie di comunicazione a partire dalle ferrovie, il dominio di questo continente garantirebbe oltre al predominio terreste anche quello marittimo emarginando il ruolo inglese. Spykman pur essendo morto nel 1943 può essere considerato il teorico del contenimento sovietico, non casualmente il suo allievo più brillante fu proprio Brzezinski.
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La Cancel Culture e il Woke Capitalism
di Giovanna Baer
I valori progressisti come strumento di branding delle imprese, il “radicalismo sociale” e il “radicalismo economico”
Il 7 luglio dello scorso anno un gruppo di giornalisti, scrittori e docenti universitari (e fra loro alcune delle più celebrate menti del dibattito civile americano, fra cui Noam Chomsky) ha pubblicato su Harper’s Magazine un documento condiviso dal titolo A letter on justice and open dibate (“Una lettera sulla giustizia e la libertà di dibattito”) (1) che ha fatto molto discutere. La lettera parla di una dinamica esplosa sulla scena pubblica americana solo in tempi recenti, ma i cui effetti – secondo i firmatari – rischiano di paralizzare l’esercizio del libero pensiero. Le istituzioni culturali statunitensi stanno in effetti affrontando un momento di dura prova. Le proteste per la giustizia razziale di Black Lives Matter e in generale dei movimenti che chiedono una maggiore uguaglianza e inclusione sociale sono riuscite a ottenere grandi risultati (per esempio la riforma dei Corpi di polizia), ma hanno anche “intensificato una nuova serie di atteggiamenti morali e di impegni politici che tendono a indebolire le nostre norme sulla libertà di espressione e di tolleranza delle differenze in favore del conformismo ideologico”. Il libero scambio di informazioni e idee, la linfa vitale di una società liberale, sta diventando ogni giorno più ristretto, sostituito, secondo i firmatari, dall’intolleranza verso i punti di vista opposti, il facile ricorso alla pubblica gogna e all’ostracismo, e la tendenza a dissolvere questioni politiche complesse in un’accecante certezza morale.
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Verso la “Grande trasformazione”
di Costantino Ragusa
Considerazioni intorno alla digitalizzazione della Natura e dei corpi tutti nel nuovo mondo cibernetico che si va imponendo come nuova e unica realtà possibile
Dopo ormai più di un anno dalla dichiarazione dello stato di emergenza pandemico che ha interessato gran parte del pianeta, seppur in modo decisamente diverso, soprattutto nel “Sud del mondo”, si fa più chiaro il nuovo corso che il sistema vuol dare agli eventi e alla nuova società che si appresta a predisporre.
È infatti giunto il momento di considerare gli eventi di cui siamo stati testimoni, nostro malgrado, in una prospettiva storica più ampia. Se i poteri che governano il mondo hanno deciso di cogliere il pretesto di una pandemia, a questo punto non importa quanto vera oppure simulata possa essere, per trasformare da cima a fondo i paradigmi del loro governo degli uomini e delle cose, ciò significa che quei modelli erano ai loro occhi in progressivo, inesorabile declino e non erano ormai più adeguati alle nuove esigenze.
Uno dei tratti distintivi del fascismo in Italia e in Germania era la sua insofferenza per gli scomodi vincoli imposti alla classe dirigente dalla democrazia e dal liberalismo politico. Tutto questo doveva essere spazzato via per consentire una guerra lampo di “modernizzazione” accelerata.
Vediamo lo stesso spirito rinascere negli appelli di Schwab per un “governo agile” in cui afferma che “il ritmo dello sviluppo tecnologico e una serie di caratteristiche delle tecnologie rendono inadeguati i precedenti cicli e processi decisionali”. Scrive: “L’idea di riformare i modelli di governance per far fronte alle nuove tecnologie non è nuova, ma l’urgenza di farlo è molto maggiore alla luce del potere delle tecnologie emergenti di oggi… il concetto di governance agile cerca di abbinare l’agilità, la fluidità , flessibilità e adattabilità delle tecnologie stesse e degli attori del settore privato che le adottano”.
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Note sul tardo eurocentrismo
di Achille Mbembe
Achille Mbembe sulla decolonizzazione delle arti e dei saperi nell’attuale “tardo eurocentrismo”
Quando si considera la storia recente del pensiero critico, due eventi maggiori invitano alla riflessione. Primo, l’Europa non è più il centro di gravità del mondo. Come ho scritto nell’introduzione a Critica della ragione nera, questa è «l’esperienza fondamentale della nostra epoca»1. Questo cambiamento non significa che l’Europa non ha più alcuna influenza sul funzionamento del mondo, né che ora dovremmo metterla da parte. Ma l’Europa non può più nutrire l’illusione di poter dettare il corso del mondo. Questo vale non solo per l’economia o per il potere militare e tecnologico, ma anche nel campo della cultura, delle arti e delle idee.
In secondo luogo, c’è un chiaro pericolo che, in risposta a questa svalutazione storica, a questa eclissi, alcune persone, dall’estrema destra all’estrema sinistra, siano state attratte o dal nichilismo o dall’eccesso ideologico (o da entrambi), ovvero da ciò che chiamo “tardo Eurocentrismo”, un Eurocentrismo che è ancora più rancido e aggressivo, ancora più sordo, cieco, e vendicativo che nel passato. Si tratta, in effetti, di una forma di follia.
Cronologicamente, il tardo Eurocentrismo è l’erede diretto di due manifestazioni precedenti, ugualmente reazionarie. Originariamente, c’era l’Eurocentrismo primitivo, il tipo associato alle conquiste imperiali, alle occupazioni militari, e allo sfruttamento dei territori coloniali2. Successivamente, a partire dagli anni Cinquanta del Novecento è sorto un Eurocentrismo anti-terzomondista, in contrapposizione ai nazionalismi anticoloniali.
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Epidemia Covid: i temi in discussione, le certezze e quanto non è ancora chiaro
di Luigi Ambrosi
Questa gestione della epidemia Covid vede intrecciarsi nelle motivazioni aspetti sanitari, politici ed economici ciascuno dei quali cerca di porsi come prevalente. Quello meno analizzato, ma che potrebbe rivelarsi prevalente, è quello economico, e non legato principalmente agli utili di Big Farma.
Aspetti economici
La tesi è che la drammatizzazione della epidemia permetta e giustifichi un massiccio intervento finanziario degli Stati, attraverso la stampa di denaro dal nulla e l'indebitamento, come sostegno ad una economia capitalistica agonizzante già prima della comparsa del Covid, e sopravvissuta alla crisi del 2008 solo con continue iniezioni di denaro dal nulla (quantitative easing). La riprova dovremmo averla nelle prossime settimane di agosto a partire dagli USA e a ridosso del vertice finanziario del 26-28 agosto di JACKSON HOLE e della scadenza dei sussidi ai lavoratori ed alla economia USA (1 settembre): una drammatizzazione degli effetti delle varianti Delta o Lambda o altro che sia da giustificare nuovi lockdown e misure restrittive e soprattutto un nuovo massiccio intervento finanziario del Governo USA (seguito poi a ruota dalla Unione Europea) a sostegno delle aziende anche decotte e dei consumi : questa sarebbe la prova del peso decisivo che ha l'aspetto economico/finanziario in questa gestione dell'epidemia. Insomma, l'emergenza sanitaria vera o artefatta e le varianti aiutano le elite a far pompare denaro a sostegno del capitalismo in crisi, rinviandone il crollo: la finanziarizzazione dell'economia occidentale accelera.
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Bellofiore R. (2020), Smith, Ricardo, Marx, Sraffa. Il lavoro nella riflessione economico-politica, Note bibliografiche
di Giorgio Rodano*
Bellofiore R. (2020), Smith, Ricardo, Marx, Sraffa. Il lavoro nella riflessione economico-politica, Torino: Rosenberg & Sellier, pp. vii+388, € 24, ISBN: 9788878858442
Il titolo del libro è un evidente (ed esplicito) omaggio a uno dei maestri di Bellofiore, Claudio Napoleoni, che negli anni Settanta del secolo scorso aveva scritto un libro quasi con lo stesso titolo, Smith Ricardo Marx. L’oggetto di questo lavoro – a parte il dialogo a distanza col vecchio maestro (che, tra parentesi, è stato anche uno dei miei maestri) – è dunque, in modo immediatamente evidente, il pensiero economico classico, cui viene assimilato, per i motivi che vedremo, anche Piero Sraffa. Ma vedremo che Bellofiore si cimenta anche con le idee e le tematiche di altri importanti protagonisti della storia del pensiero economico, in particolare John Stuart Mill e John Maynard Keynes.
All’origine del volume ci sono vari saggi scritti da Bellofiore tra il 1983 e il 2017 (uno in collaborazione). Per l’occasione essi sono stati rivisti e fusi per eliminare le ripetizioni (non tutte) fino a comporre un filo unitario; anzi – come cercheremo di mostrare (e come del resto suggerisce qua e là lo stesso Bellofiore) – un paio di fili che si rincorrono e si intrecciano per tutte le pagine del libro. Questo si articola in una premessa (in cui vengono sommariamente illustrati i contenuti dei vari capitoli e introdotti i temi principali che li legano), otto capitoli e due appendici. Sono capitoli di grosse dimensioni, ricchi di spunti e di annotazioni, in cui Bellofiore dà conto non solo del pensiero degli autori presi in esame, ma di tutto il dibattito che i vari temi considerati hanno suscitato tra gli studiosi. Il che rende il libro utile per orientarsi su questioni spesso assai intricate, ma lo rende al tempo stesso di lettura a volte piuttosto ardua e faticosa anche per chi, come me, su molte di quelle questioni ha avuto modo, in passato, di misurarsi.
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Intervista a un sorcio / codardo / bamboccione / fascista etc (*)
di Giovanni Iozzoli
– Allora, tu sei uno dei milioni di italiani “renitenti al vaccino”. Cosa hai da dire a tua discolpa?
Innanzitutto, quegli italiani non mi sembra rappresentino una “categoria”. Si tratta di un aggregato informe, di massa, trasversale, interclassista, composto dalle persone più diverse e dalle motivazioni più varie. Io di no vax militanti non ne conosco neanche uno. Il più delle volte stiamo parlando di persone normali che stanno cercando solo di prendere tempo, capire il da farsi – un atteggiamento prudente, umano, quasi mai sbandierato. Io non sono mai andato nelle piazze no vax, non è il mio contesto o il mio lessico, ammetto che sarei a disagio.
– Pensi di meritare gli insulti quotidiani che da settimane arrivano addosso a quelli come te?
Milito da sempre in campi minoritari, sono quindi abituato a sentirmi minoranza. Certo, in questo caso il coro dello stigma, del dileggio, è a reti unificate; una voce compatta che parte dai vertici istituzionali, dal CTS, dagli editorialoni, dai programmi Tv, fino ad arrivare alle mezze calzette delle redazioni, ai nani, alle ballerine, ai cantanti, che pur di esserci metterebbero la faccia su qualsiasi campagna di Stato, anche la meno commendevole. Stupisce e addolora l’epiteto di “fascisti” che arriva dal “mio” campo. Chiaro che accetto ogni critica e ogni dialogo, ma se qualcuno mi dà del fascista gli allungo un cazzotto e amen.
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Le lettere scarlatte della Bce
di Matteo Bortolon
Dieci anni fa, il 5 agosto 2011 un paese europeo in difficoltà per la crisi del debito sovrano riceveva una Lettera da parte del governatore della BCE controfirmata dal vertice della sua Banca Centrale nazionale. Tale comunicazione rimase segreta per un po’ di tempo, ma i suoi contenuti segnarono l’evoluzione successiva della sua politica economica, in direzione di una decisa austerità gradita ai vertici delle istituzioni comunitarie.
Ma certo! L’Italia, la famosa lettera di Draghi-Trichet!
E invece no. Parliamo della Spagna di Zapatero.
Lo stesso giorno i governi di entrambi i paesi ricevettero una comunicazione assai simile; nel caso dell’Italia le voci di essa circolarono finché a fine settembre 2011 vennero confermate dal Corriere che pubblicò lo scoop sul suo sito. Il popolo spagnolo lo seppe solo quando l’oramai ex primo ministro la pubblicò in un suo libro, e venne infine desecretata dalla stessa BCE. Oggi la si legge comodamente sul sito istituzionale.
“La fonte di ogni diritto risiede originariamente e sostanzialmente nell’intero corpo del popolo”. Così scrivevano i soldati puritani inglesi, anticipando temi della Rivoluzione francese, nel 1647, dopo aver sconfitto il Re in nome del Parlamento. Tale idea sarebbe divenuta secoli più tardi il fondamento di ogni democrazia moderna, ma a quanto pare il dibattito in materia sta regredendo in modo così oltraggioso che la platea di sottobosco politico-giornalistico accetta supinamente – ventre a terra ai poteri dominanti: banche, Ue, grandi aziende – che una istituzione fuori da ogni legittimazione democratica possa determinare l’indirizzo politico di un paese.
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Cosmotecnica e Tecnodiversità
Una conversazione con Yuk Hui
di Enrico Monacelli
«They’re making their last film / and they say it’s the best / and you can help make It / it’s called The Death of the West», cantava Douglas P. in una delle sue filastrocche più famose. Dava voce a un senso di fine che ha accompagnato l’Occidente probabilmente dai suoi esordi. Alla convinzione, più o meno fondata a seconda dei rivolgimenti storici, di vivere in un impero in decadenza.
Questa sensazione si è certamente intensificata in questo anno. Un anno putrido, passato respirando a malapena, alienati dalle nostre funzioni primarie e terrorizzati dall’ombra lunga di imperi lontani. Ricordo come un miraggio le mandibole serrate mentre scrivevo un trionfalistico j’accuse contro Giorgio Agamben all’inizio del primo lockdown, proprio per queste pagine. Rileggendolo alla luce dell’angoscia provata in questi mesi, era chiaramente una richiesta d’aiuto di un buono a nulla davanti alle macerie che gli rotolano contro.
Uno dei pochi antidoti davanti all’idea che tutto stia finendo, almeno per me, è stato leggere Yuk Hui, attento studioso della tecnica e della Cina, del passato della nostra specie e del suo avvenire. Hui è un vero esorcista dei nostri toni apocalittici e uno dei pensatori più affascinanti e intransigenti che ci restano. Qui abbiamo fatto quattro chiacchiere sul suo libro, recentemente tradotto in italiano, Cosmotecnica.
* * * *
Enrico Monacelli: L’edizione italiana del tuo libro, The Question Concerning Technology in China, riporta in copertina una parola strana, specialmente per chi non ha familiarità con il tuo lavoro: Cosmotecnica.
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Le multinazionali rafforzano il controllo sulla nostra dieta
di Navdanja Italia
Il Forum delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari (Unfss) non offre il cambiamento di paradigma che sarebbe così urgentemente necessario per raggiungere la sovranità alimentare, la resilienza climatica e un sistema alimentare più equo. Al contrario, mantiene la stessa struttura di potere e comporta un’ulteriore colonizzazione dei cibi e delle diete locali. Il vertice si sta rivelando come l’ennesimo strumento per rafforzare il controllo su cibo e agricoltura da parte delle multinazionali e dei grandi gruppi finanziari, mentre il ruolo della società civile nella governance alimentare globale risulta estremamente limitato.
Le multinazionali stanno usando il summit per convincerci che le loro soluzioni saranno sufficienti e abbastanza ecologiche, in modo da poter mantenere intatto l’attuale sistema di interessi: il sistema non può essere cambiato, gli interessi privati non devono essere minati ma, al contrario, devono essere sostenuti da fondi pubblici. Trincerandosi dietro il linguaggio della necessità di un cambiamento nelle abitudini alimentari globali, le multinazionali hanno “dirottato” l’Unfss per imporre alimenti artificiali industriali e ultra-processati e una più profonda industrializzazione del sistema alimentare. Il modello dei sistemi alimentari industriali indicato dall’Unfss ci porta ulteriormente avanti sulla strada del collasso dei sistemi planetari, della nostra salute, delle nostre economie e della nostra democrazia.
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Il filo e la tela. Gabriele Serafini: La riproduzione complessiva del capitale
Karl Marx: «Per la scienza non c’è via maestra»
di Eugenio Donnici
La prima sensazione che si avverte nell’approcciare questo lavoro di Gabriele Serafini è quella di farsi trasportare da un fiume di equazioni algebriche, pertanto si è tentati a rinunciare a comprendere il discorso che ha sviluppato, anche perché il linguaggio adoperato richiede una buona capacità di analisi numerica.
Man mano che le correnti si placano e si trova in se stessi la motivazione a superare le turbolenze iniziali, anche i lettori che diffidano della matematica, potrebbero individuare uno sbocco al fluire dei concetti espressi con formule, schemi e successioni numeriche. Del resto, è possibile sperimentare un’interpretazione discorsiva del filo logico che segue l’autore del libro, con le opportune semplificazioni e senza eliminare del tutto i simboli matematici.
Il lettore noterà che in questa breve presentazione della ricostruzione della procedura di trasformazione dei valori in prezzi, ho cercato di estrarre i concetti chiave, in forma sintetica, e di rivolgermi a un pubblico che non faccia parte dei soli addetti ai lavori.
La procedura, com’è noto, ha dato luogo ad una lunghissima diatriba che si è aperta con la pubblicazione del terzo libro de Il capitale, di Marx, a cura del suo amico Engels, il quale, nelle sue Considerazioni supplementari all’opera si è reso subito conto delle innumerevoli interpretazioni e di natura diversa che il volume suscitò nei lettori, sebbene si fosse adoperato nel comporre un testo il più possibile rispondente ai manoscritti rinvenuti. Tant’è che con tono perentorio scrive: «Non c’era altro da attendersi».
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Femminismo pro-anti-Marx
di Carla Filosa
E’ ormai consuetudine autodefinirsi marxisti per poi negare, ignorare o voler superare Marx, in nome dell’avanzamento dei tempi o di altri problemi attuali che Marx “non aveva previsto”, ma di cui bisogna parlare per inficiare i cardini della sua analisi. Questo ormai il ruolo che il capitale ha assegnato alla “sinistra” – ignara di sé stessa - per opporre uno stuolo di “progressisti conservatori”, intellettuali e/o politici, ai lavoratori da suddividere con ogni mezzo materiale, legge e sperpero di ideologia come falsa coscienza.
E’ questo il caso anche di Silvia Federici, accademica (insegna filosofia politica all’Hofstra college di Long Island, NY), femminista illuminata e riconosciuta da un sistema grato del servizio antimarxista e anticomunista reso con fervida convinzione, e capace di costruire un plotone di followers con rivendicazioni anche condivisibili, ma poste su categorie e piani sociali purtroppo inoffensivi.
Più precisamente si intende qui commentare e/o “rispondere” – non ad una richiesta mai attivata dall’interessata – ma ad alcuni articoli, in particolare quello del 16.04.2021 su Internazionale 1405 dal titolo “Ve l’avevo detto”, e all’intervista rilasciata al Manifesto (30.01.2020) intitolata “Quello che Marx non ha visto” a proposito di “Genere e Capitale. Per una lettura femminista di Marx”, ultimo suo libro per Derive Approdi.
Basarsi sull’“esperienza delle lotte”, come Federici afferma di partire nella sua disamina, se può appagare una certa rappresentazione soggettiva del fenomeno “femminile”, non va oltre una conoscenza irrazionale del razionale (come Hegel ha insegnato a riconoscere), che non consente cioè l’accesso alla concettualizzazione necessaria della conoscenza, che deve invece individuare le differenze interne specifiche del problema da analizzare.
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Perché sono contrario al greenpass e alla gestione inefficace e criminale della pandemia
di Nico Maccentelli
Ci ho messo molto tempo per prendere posizione. Ho ponderato a lungo, letto le opinioni di tutti, in particolare dei compagni a me vicini. Non ho prestato attenzione a tutti coloro che ho sempre ritenuto complottisti. Ciò che conta per me è l’analisi politica secondo il metodo del materialismo dialettico. Ma è stata proprio questa a farmi capire che numerosi marxisti, anticapitalisti che non scazzano (per dirla alla Giorgio Gaber), non hanno compreso i caratteri e le dinamiche della svolta reazionaria in atto, proprio riguardo l’accelerata che ha avuto con questa pandemia da Covid-19.Ora, per comodità, non anticiperò ciò che ho scritto già da mesi e che è ancora materiale grezzo. Semplicemente mi riferisco al mio primo scritto “Pandemoni e pandementi” su Carmillaonline e ripreso anche su altri siti della sinistra critica. Ma non solo, qui più sotto, in corsivo, ho aggiunto il testo che oggi ho postato sul mio spazio fb.
Ora posso ben dire come il lockdown, i coprifuochi, e ora il greenpass non abbiano avuto alcuna incidenza sul fronte sanitario, ma molto sul piano dell’attacco antiproletario e antiborghese (se intendiamo la borghesia come una classe che ha interessi non volatili e della turbofinanza, ma concreti nel “borgo”), una sorta di guerra sociale del grande capitale nei confronti delle classi popolari e di quella parte del capitale, le PMI, che vessata e colpita deve soccombere di fronte alla forza delle multinazionali e della finanza che stanno amazonizzando, uberizzando e globizzando i vari comparti del terziario: ristorazione, turismo, piccolo commercio e servizi.
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Il dito e la luna. Considerazioni su Green Pass, libertà e prospettiva
di Julia Page
secondo una prospettiva rivoluzionaria
un altro mondo sta apparendo
l’attacco va minuziosamente preparato
non più dominanti e dominati ma forza contro forza
si può sentire lo strappo sonoro
scorrere il sangue la nuova vita che arriva
C’è una scena, ne La spada nella roccia, in cui il povero Semola, appena incoronato re, prova a scappare dalla chiesa: ogni volta che apre una porta, però, viene travolto dalle grida della folla ed è costretto a richiudere il portone e a cercare un’altra via di fuga. Nell’aprire un qualunque social network o entrando in qualunque bar, la sensazione, in questo afoso luglio 2021, è più o meno la stessa – solo che, al posto di «Evviva Re Artù!», si sente strepitare da tutte le parti «Il Green Pass è una merda!», alternato a «Spero che ti intubino la nonna!». Non si esimono nemmeno i timidi mediatori, quelli del «Mi sono vaccinato, ma…», che vengono però generalmente maciullati dall’inspiegabile livore che accende invece le opposte fazioni. Allora noi, per evitare di rovinare delle preziose amicizie (che comunque non abbiamo), abbiamo bevuto il caffè e siamo tornati – da vaccinati – nelle piazze contro il famigerato Green Pass. “Tornati”, esatto, perché tra le piazze di sabato e quelle degli ultimi mesi, dalle “No Mask” e “No Lockdown” alle “Io Apro” che abbiamo già avuto modo di analizzare, intercorrono elementi di continuità, non solo per la composizione che le ha attraversate, ma anche e soprattutto per il loro portato discorsivo. Partiamo da qui, allora, per provare ad ampliare il discorso, ché si sa: quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito…
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