Il dito e la luna. Considerazioni su Green Pass, libertà e prospettiva
di Julia Page
secondo una prospettiva rivoluzionaria
un altro mondo sta apparendo
l’attacco va minuziosamente preparato
non più dominanti e dominati ma forza contro forza
si può sentire lo strappo sonoro
scorrere il sangue la nuova vita che arriva
C’è una scena, ne La spada nella roccia, in cui il povero Semola, appena incoronato re, prova a scappare dalla chiesa: ogni volta che apre una porta, però, viene travolto dalle grida della folla ed è costretto a richiudere il portone e a cercare un’altra via di fuga. Nell’aprire un qualunque social network o entrando in qualunque bar, la sensazione, in questo afoso luglio 2021, è più o meno la stessa – solo che, al posto di «Evviva Re Artù!», si sente strepitare da tutte le parti «Il Green Pass è una merda!», alternato a «Spero che ti intubino la nonna!». Non si esimono nemmeno i timidi mediatori, quelli del «Mi sono vaccinato, ma…», che vengono però generalmente maciullati dall’inspiegabile livore che accende invece le opposte fazioni. Allora noi, per evitare di rovinare delle preziose amicizie (che comunque non abbiamo), abbiamo bevuto il caffè e siamo tornati – da vaccinati – nelle piazze contro il famigerato Green Pass. “Tornati”, esatto, perché tra le piazze di sabato e quelle degli ultimi mesi, dalle “No Mask” e “No Lockdown” alle “Io Apro” che abbiamo già avuto modo di analizzare, intercorrono elementi di continuità, non solo per la composizione che le ha attraversate, ma anche e soprattutto per il loro portato discorsivo. Partiamo da qui, allora, per provare ad ampliare il discorso, ché si sa: quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito…
La composizione e le forme organizzative
Se non avessimo saputo di trovarci in una manifestazione contro il Green Pass, aggirandoci per Piazza del Popolo, sabato, avremmo probabilmente pensato di essere finiti in mezzo alla proiezione in un cinema all’aperto di un film di Kusturica (senza gli hipster, però). Attempati signori con polo Lacoste e scarpe da barca convivono serenamente con ex sessantottine dal look New Age, attestando solidamente la media anagrafica sulla fascia over 40 – che pur non esclude una presenza giovanile, comunque marginale rispetto al resto della piazza. Una composizione dunque, ancora una volta, estremamente normale: salta subito all’occhio come, paragonata alle piazze dei mesi scorsi, persino l’elemento più “folkloristico” – quello della gente vestita da marmotta, degli sciamani e dei santoni – che sembrava ergersi ad emblema della “follia” dei No Vax sia andato scemando fino a scomparire quasi del tutto. Una composizione, peraltro, che sembra essere comune a tutte le piazze d’Italia, fatta eccezione per il primato romano in termini di presenza di organizzazioni neofasciste. Mentre Casapound aveva annunciato la sua presenza senza rendersi però riconoscibile, Forza Nuova si è prepotentemente e senza inibizioni posta alla guida delle tremila persone presenti in Piazza del Popolo, mettendo a disposizione l’unico megafono di tutta la piazza, lanciando i cori («giornalista terrorista» era il più gettonato) e partendo in corteo, incanalando di fatto la massa di gente verso un obiettivo ben preciso: la Rai (che «è censura, è dittatura» cit.).
Lo avevamo già visto a settembre, nella piazza No Mask: mettendo a disposizione il know-how di chi una piazza è abituato ad attraversarla, Forza Nuova, a Roma (che, lo specifichiamo, rappresenta sempre un’anomalia in termini di radicamento di gruppi neofascisti), è riuscita a mettersi alla testa di una composizione altrimenti acefala in termini di organizzazione – convocata e strutturata, cioè, solo attraverso il tam-tam dei gruppi Whatsapp, Telegram e Facebook. Tuttavia, la presenza costante e continuativa di Castellino & co. da settembre ad oggi, pur se unita a questa loro capacità di coordinare e gestire la piazza, non li ha in alcun modo consacrati a interlocutori privilegiati della composizione, talmente magmatica e fluida nel corso di questi mesi da riuscire difficilmente a sedimentare delle reti effettive. Basti pensare ai ristoratori di “Io Apro”, balzati all’onore delle cronache per alcuni mesi (anche grazie all’uomo-marmotta che scimmiottava lo sciamano di Capitol Hill) e completamente assenti dalla piazza di sabato. Questo dato – proprio quello dell’“orizzontalità” delle forme organizzative – è forse quello più interessante di queste mobilitazioni, nonché quello che accomuna le piazze completamente diverse che si sono succedute sui temi più svariati negli ultimi tempi, dal No Green Pass al Black Lives Matter nostrano: la predisposizione all’attivazione, la “mobilitabilità”, viene innescata individualmente sulle piattaforme social (Instagram per i più giovani, Facebook per i più stagionati, con un ruolo sempre più centrale di Telegram per entrambi), rimodulando nettamente il ruolo – e di conseguenza, le potenziali modalità organizzative e il loro rapporto con questo “spontaneismo” – di interlocutori politici strutturati, istituzionali o meno.
Quale libertà? (Ovvero il dito che indica la luna)
Il mantra era sempre lo stesso: «Libertà, libertà». Ancora una volta, libertà di fare cosa, non ci è dato saperlo. Ma in realtà, è proprio sul tema della “libertà” che tutto il dibattito inerente vaccini e Green Pass si sta animando. Nel marasma delle liti al bancone (anche quello virtuale) che cercano di definire se sia più importante la libertà di tornare a fatturare o la libertà di bersi uno spritz, sembra che ci siamo dimenticati tutti di porci la domanda più importante: ma questa libertà – e attenzione, parliamo tanto di quella sbandierata dai No quanto quella dei Sì – che tipo di libertà è?
Da qualunque verso la si guardi, in effetti, questa libertà sembra muoversi comunque all’interno di una cornice delineata dall’assunto (concettualmente palindromo) «la mia libertà finisce dove inizia la tua»: una libertà, dunque, ontologicamente neoliberista, che sembra realizzare la profezia di thatcheriana memoria per cui «non esiste la società, esistono solo gli individui». Proprio per questo le due libertà – quella di non essere limitati dal Green Pass e quella di tornare a vivere (e per “vivere” intendiamo il classico “produci-consuma-crepa”) senza il rischio del contagio – pur essendo apparentemente contrapposte, toccano, nella loro più profonda essenza, la stessa corda: la libertà di tornare alla normalità. E siccome lo sappiamo, noi, che “la normalità era il problema”, questo tipo di libertà non potrebbe essere più lontana dal concetto – tutto da ragionare, a nostro avviso – di “libertà comunista” – che meriterebbe un intero discorso a parte, ma che, così, di primo acchito, ci sembra avere molto più a che fare con un gesto di rifiuto della normalità, e non invece con una sua spasmodica ricerca (scriveva Quello Lì, «io sono quello e tutto quanto mi sta intorno è il contrario di quello che io sono. Sopportarlo non si può, combatterlo si deve»).
Dunque dobbiamo chiederci: che margini di politicizzazione in chiave antagonista potranno mai esserci in un dibattito che innesta le sue stesse radici nell’ordine del discorso neoliberista? Temiamo nessuno – se per “politicizzazione” intendiamo l’individuazione delle potenziali soggettività di avanguardia e un conseguente processo di controsoggettivazione; se, invece, per “politicizzazione” intendiamo la cronaca e l’opinionismo, ci vediamo al bar.
In altre parole, compagni e compagne: il Green Pass non ci salverà dalla pandemia e non istituirà la dittatura, e la vaccinazione non incarna né un mostruoso dispositivo totalizzante di assoggettamento allo Stato, né un rinnovato e lodevole slancio etico della popolazione (speriamo nessuno si offenda nel sapere che quasi tutti si sono vaccinati banalmente per ridurre le probabilità di prendersi il Covid, o per andare in vacanza, e non invece per tutelare i vostri nonni).
Intermezzo: la fantomatica “ambivalenza” e l’inchiesta
Li vediamo già, gli sguardi confusi: ma come, ma questi non erano quelli che dicevano che bisogna sporcarsi le mani, che bisogna ricercare l’ambivalenza anche laddove nessuno andrebbe mai a guardare, quelli del «ceto medio in crisi di mediazione»? Sì, tranquilli, siamo sempre noi. Crediamo pure, però, che il concetto di “ambivalenza” non sia un contenitore vuoto, una parolina magica da appiccicare qua e là. Gli spazi di ambivalenza, intesi come incarnazione delle contraddizioni, si definiscono piuttosto man mano in base ai rapporti di forza esistenti, i quali però, a loro volta, non se ne stanno fermi lì, monolitici e immutabili, ma cambiano, si definiscono, si rimodellano in base all’andamento delle fasi. Di conseguenza, gli spazi di ambivalenza non godono di vita eterna: come si aprono, allo stesso modo si chiudono.
Non tenere a mente questa sottigliezza rischia di condurci verso due diversi ma speculari errori: da un lato, quello della feticizzazionedell’ambivalenza, quella di chi vede un potenziale di rottura in ogni comportamento “non ortodosso” se non addirittura folkloristico, finendo per svuotare il concetto della sua forza dirompente (in poche parole, se l’ambivalenza sta ovunque, l’ambivalenza non sta da nessuna parte). Dall’altro lato, invece, rischiamo di investire su contraddizioni se non chiuse, sicuramente in fase di chiusura. Nel caso specifico di cui stiamo parlando (ma non è l’unico), la grande contraddizione, lo spazio di ambivalenza, si era sicuramente aperta nel 2013 con il fenomeno dei Forconi (se non addirittura prima, nel 2010/2011, a ridosso dell’inizio della crisi): un fenomeno entro cui si iniziavano a coagulare le istanze di un ceto medio proletarizzato dalla crisi e si cominciavano ad udire i primi vagiti del populismo. Ma oggi, nel 2021, assistiamo allo scemare del potenziale dirompente di quella contraddizione: lo scorgiamo nello sfascio del Movimento 5 Stelle, nella “normalizzazione” della composizione delle piazze di cui abbiamo detto fino ad ora.
Attenzione: questo vuole forse dire che in piazza ci fossero solo trogloditi e fascisti? Ma certo che no. Ma non essere trogloditi e fascisti vuol dire automaticamente essere un soggetto potenzialmente rivoluzionario? Ahinoi, no – anche perché altrimenti il nostro soggetto di riferimento sarebbe, in poche parole, il povero Pierluigi Bersani, o un qualunque sincero democratico medio.
E ancora: quindi in quelle piazze non serpeggia un malessere da analizzare, potenzialmente interessante e comune ad altre fette di composizione? No, tutt'altro. Ma se non vogliamo diventare i ricercatori scalzi della sociologia spiccia, non possiamo fare inchiesta banalmente per trovare i nessi causali che definiscono lo sfruttamento o la condizione di miseria della vita operaia, perché non è lì che si può ricercare l’emergere della controsoggettività. Che altro non vuol dire, in fondo, se non guardare alle soggettività in prospettiva, non nella contingenza. Ebbene, guardando in prospettiva, se pure decidessimo che quelle piazze rappresentano uno spazio di agibilità, cosa sedimenterebbero? Che tipo di soggettività? Che tipo di rottura?
Bene guardare a cosa si muove nel ventre della bestia, e altrettanto bene agire un piano nel “presente” (diverso dalla contingenza, che puzza di emergenzialità); male restare incastrati nella cronaca, e altrettanto male farsi catturare dal tempo.
La luna
Ormai si usa un po’ come intercalare, ma questo suo abuso non rende meno vero l’assunto per cui «la pandemia ha accelerato processi già in atto». Tuttavia, bisogna prestare attenzione a non espungere del tutto la sua “eccezionalità”: in quanto elemento imprevedibile, la pandemia segnerà uno spartiacque ineludibile. Ci sarà un “prima” e un “dopo”, ma non solo a livello temporale – per cui probabilmente ci vorranno anni – ma anche e soprattutto a livello di linee di tendenza e di sviluppo del capitale. E noi, in quanto militanti, dobbiamo sempre mantenere quello che abbiamo più volte definito lo “sguardo strabico”: un occhio al presente e uno alla prospettiva – o, in questo caso, alla luna.
Ecco, allora, forse la domanda giusta da porci – anziché cincischiare sulle scelte vaccinali del prossimo – dovrebbe essere: qual è la prospettiva del post-pandemia?
Azzardiamo qua l’ipotesi – tutta da verificare e da mettere a discussione – che ci siano dei processi di ristrutturazione capitalistica, sì, già avviati, ma che proprio dalla pandemia (e dalle enormi iniezioni di investimenti che ne conseguiranno, vedi Pnrr) trarranno linfa vitale.
Sappiamo bene che il capitale si rigenera e sopravvive attraverso il meccanismo necrofago della crisi, ma sappiamo altrettanto bene che, per un verso o per un altro, dalla crisi a un certo punto si esce (prima di precipitare in quella dopo). E la fuoriuscita dalla crisi non è mai lineare, ma segue terreni di accumulazione sempre inediti. Quali saranno, allora, questi nuovi terreni di accumulazione?
Possiamo pensare alla transizione ecologica e alla conseguente ristrutturazione del settore industriale: come si ridefiniranno, allora, i rapporti produttivi e, di conseguenza, i territori? Che effetti avrà sul mondo della formazione, in cui da anni già assistiamo a un investimento corposo sulla formazione “tecnica” a scapito di quella umanistica (con ricadute inevitabili sulle aspettative delle soggettività coinvolte)? E soprattutto, è possibile immaginare un capitalismo davvero greenin termini ambientali? E se sì, come si rimodula il rapporto tra sociale e ambientale?
Oppure possiamo pensare proprio al nostro beneamato “ceto medio”: quanti di noi hanno amici o amiche impelagati nei concorsi della pubblica amministrazione – dagli aspiranti professori ai funzionari comunali, dagli impiegati doganali agli uffici pubblici? Ecco, è possibile allora che il capitale – che sappiamo necessitare disperatamente di quello strumento di mediazione sociale che è il ceto medio – stia cercando di riassorbire i suoi stessi declassati in un nuovoceto medio? E se sì, cosa succede a chi resta fuori? E cosa ne è delle credenze, delle aspettative, delle visioni e delle concezioni delle soggettività coinvolte in questo processo di ristrutturazione?
E infine, sul livello macroscopico, avremo un ritorno dello Stato a spese di un neoliberismo incancrenito e che ha ampiamente dimostrato di avere dei punti deboli? E se, come sosteneva Schmitt, le cose non tornano mai davvero come erano prima, a quali forme di neostatalismo andiamo incontro?
Queste sono solo alcune delle migliaia di questioni che si potrebbero porre. L’importante, però, è distogliere lo sguardo dal dito, dare un’occhiata alla luna e al cielo circostante. E ricordare che «noi non abbiamo bisogno di andare verso il popolo. Perché noi veniamo dal popolo».










































Comments
Leggendo il vostro testo si ha l’impressione che la tesi fondamentale sia che la pandemia costituisca un episodio eccezionale che si inserisce in un processo di ristrutturazione del capitale per fronteggiare la sua crisi del suo sistema di riproduzione. In quanto tale non ne determinerebbe gli indirizzi futuri, tuttalpiù ne accellerebbe alcuni elementi.
Se ne deriva che gli elementi di contraddizione che la pandemia produce siano in qualche modo relativi e fondamentalmente svincolati o funzionalmente gregari al modo in cui il capitale tenta di ristrutturarsi (da studiare e capire)…e che produrrà le reali contraddizioni nel post pandemia…
Tale considerazione, che invita a concentrarsi sul post e non sulla miserevole cronaca attuale verrebbe rafforzata dalla inconsistenza dei modi e dei tipi di “insofferenze” emerse in seguito alle conseguenze pandemiche ed alla gestione della stessa da parte degli stati. Ciò visibile nelle manifestazioni degli ultimi tempi, nella rissosa lotta tra si-green pass no-green pass, vax e no vax; accomunati dalla rivendicazione comune della libertà dell’individuo in lotta contro la confinante umanità per riprodurre i propri interessi ed il proprio diritto alla vita, intesa come necessaria guerra antisociale di tutti contro tutti (insita nelle relazioni sociali proprie del rapporto di capitale come sistema di riproduzione della vita umana…direi così, più che frutto dall’assuefazione alla sua forma neo-liberista).
Di qui, il vostro naturale e conseguente disprezzo per le cronache pandemiche attuali che vi spinge non dico a riporre la spada nella roccia ed a chiudervi entro le porte di una cattedrale, ma a lanciare excalibur oltre il presente visto che sarà il post (forse) a proporre un reale antagonismo sociale al capitale.
Non entro nel merito sulle vostre conclusioni sulla fine delle ambivalenze dei movimenti populisti e su quali sbocchi vi aspettavate, mi limito a rilevare che anche quei movimenti erano ed in qualche modo sono il frutto delle contraddizioni capitalistiche e una reazione agli effetti di disgregazione sociale della fase definita “globalizzata” con cui il capitale ha reagito alla sua crisi. Prendere atto che in linea generale sono al momento ricondotti all’ovile, non vuol dire che non siano stati (o potenzialmente possano essere) fattori di contraddizione con le necessità capitalistiche. Tanto più che “la nuova classe media” che si preannuncia sarà frutto di un ulteriore sfoltimento, salarizzazione e/o marginalizzazione dei settori intermedi della società.
Quello, invece, su cui esplicitamente non concordo sulla vostra visione della pandemia (e non solo) è che per certi versi, essa viene considerata una parentesi della storia durante la quale in qualche modo vengono sterilizzate le contraddizioni sociali e del capitalismo…che riprenderanno poi. Si contano interventi degli Stati e dei Governi come in qualche modo provvedimenti “neutrali”, tuttalpiù incongrui e contraddittori (come se l’incongruenza e l’anarchia non fossero dati permanenti delle soluzioni capitalistiche: fatto che non ne sterilizza il segno di classe). La stessa insofferenza a questi provvedimenti viene semplicisticamente relegata a reazione di un ceto medio abbiente desideroso “di farsi una pizza”; movimento di uomini acefali e permeati di inconscio e privilegiato impulso a salvaguardare la propria carcassa ed i suoi vizi consumistici. Obiettivo orrorifico condiviso dall’altra parte di umanità che per lo stesso motivo si vaccina o si dota di green pass. In poche parole una saga di egoistico falso antagonismo ed individualistico conformismo (dal lato no-green pass un po’ meno intelligente dell’opposto rispetto delle “regole”) che non tende al comunismo e non produrrà avanguardie di classe.
Niente male come analisi sul campo. E questo non perché queste prime timide risposte (che poi negli Stati Uniti, in Francia tanto timide non sono) contengano necessariamente le premesse per un movimento ed una soggettività di classe, ma perché, a mio parere, non aiuta a comprendere quello che le determina e soprattutto rischia di interpretarle alla luce di una visione dello sviluppo dell’antagonismo anticapitalista del tutto idealistico dove “comunità” di intenti e trasformazione sociale comunista vengono viste come premesse scolpite negli intenti di chi lotta e non come contraddittorio sviluppo e conquista della “comunità di lotta”. Sarebbe un caso inverso dal malato di immediatismo che guarda il dito e non vede la luna e che si risolve nell’essere da essa stregato senza riuscire a puntare il dito (ammesso che lo sventolamento dello stesso sia utile ad inoculare dosi di coscienza esterna, anche se la siringa senza ago è stata già inventata).
Sta di fatto che a mio parere i provvedimenti presi dagli stati nel corso della pandemia sono perfettamente conseguenti alle necessità capitalistiche, ai tentativi di ristrutturazione precedenti, in corso e futuri. Senza contare che la stessa produzione dell’evento pandemico non può essere semplicemente catalogata come frutto esclusivo della natura matrigna.
Fin dall’inizio della Pandemie le scelte degli Stati sono state legate all’obiettivo di contenere gli effetti sull’”economia” e di renderle compatibili con una ristrutturazione capitalistica in atto. L’ipocrita confinamento sociale si è sempre accompagnato alla massima libertà dell’attività produttiva ed ha riguardato più della metà della popolazione. Messa in conserva questa eccezione al congelamento della “carcassa comune”, il resto è storia di stragi dovute alla distruzione di ogni forma di tutela collettiva della salute, operata scientemente e per effetto della necessità capitalistica in azione da decenni nel distruggere le residue forme di assistenza sanitaria al fine di utilizzare le risorse del taglio allo stato sociale per finanziare gli effetti della crisi finanziaria del capitale. I lokdown sponsorizzati come comunitario intento di preservare la salute, oltre al dato dell’ipocrisia non sono serviti, ovviamente a preservare nulla (e non c’è bisogno di essere “scienziati” per capire che la moratoria alla vita non avrebbe sconfitto il virus, che infatti si è ripresentato al termine di ogni confinamento), mentre nulla è stato fatto per estendere la rete di assistenza domiciliare, praticata come spontanea resistenza di medici e malati, che scopriva in opposizione alla verità ufficiale che l’esperienze passate di cura dell’esperienza della Sars potevano contrastare lo sviluppo fatale della malattia anche con farmaci generici. Folli omeopatici imbecilli? Egoistici e fantasiosi difensori della propria carcassa individuale? Può essere, ma come si fa ad accreditare la svolta vaccinista come neutrale e scientifico rimedio alla salute collettiva?
La perplessità sugli effetti dei vaccini e sullo sviluppo della tecnica capitalistica è venuta anch’essa spontaneamente verificando sul campo quello che le istituzioni sanitarie propagandavano come certo rimedio in grado di riportare in fabbrica gli operai senza pesare su onerose misure di prevenzione, di rendere liberi tutti per “ricominciare”. Ma come si fa a non vedere che questa scelta è intimamente legata alla necessità capitalistica di spostare capitali verso gli investimenti nella tecno scienza medica, cosa che va oltre gli immediati giganteschi profitti di Big Pharma. La produzione di farmaci Ogm era in stand by da anni ed ora ha trovato il pretesto per effettuare una gigantesca ristrutturazione nel campo. Ma sono folli i capitalisti che mettono a rischio la salute di milioni di uomini sottoponendoli ad una disumana sperimentazione di massa a scopo di profitto? Si sono folli, come è folle il meccanismo di funzionamento del capitale basato sulla produzione per la produzione. Ed in questo il “neutralismo scientifico” che arretra o pospone la critica alle “vere contraddizioni capitalistiche” funziona come argine a futuri antagonismi al capitalismo molto meno che lo scetticismo barbaro di un terrapiattista.
In realtà quello che voi vi rifiutate di vedere e che la reazione dei no-green pass è fondamentalmente legata alla sperimentazione pratica di questa gestione della pandemia. “Libertà”, “no alla dittatura sanitaria”, saranno pure parole d’ordine equivoche, ma nella realtà da parte della grande maggioranza del fluido ed eterogeneo movimento che si è espresso significano “ribellione” ad un soffocamento antisociale. Non c’entra nulla al proposito il grido dei liberali traditi alla Angaben e nemmeno la focaultiana descrizione della distopica ed incombente società futura. Che senso ha non vedere che per perpetrare le scelte legate alla Pandemia è necessario un conseguente disciplinamento sociale? E’ lieve, ridicolo rispetto alle rappresentazioni di un nazismo incombente? Sicuramente, ma vi state accorgendo che di fatto il mistificato obbligo vaccinale si sta estendendo ai posti di lavoro, già coinvolge gli insegnanti (senza alcun reale motivo legato alla pandemia, visto che sono vaccinati oltre le soglie di sicurezza dichiarate dalle cosiddette istituzioni scientifiche)?
Il disciplinamento sociale non è un invenzione dei pro-pizza è intimamente legato alla necessità di imporre soluzioni antisociali da parte del capitalismo (sicuramente al momento meno brutale e diretto e senza rinunciare alla forma democratica, che forma è appunto e nasconde una dittatura reale del profitto che esige il controllo sociale con tutti i suoi mezzi, di controllo virtuale e sotterraneo ma anche esplicito e violento alla bisogna).
Non so quali sviluppi avrà questo movimento e metto da conto che ricada su stesso. Ma il problema di come rapportarsi alle “ribellioni” sociali rimane, nella convinzione che senza una rottura spuria e di piazza, mai si compirà un processo di riorganizzazione di un fronte anticapitalistico che probabilmente sarà più simile a una fucina sporca e contraddittoria che ad una tavola rotonda. Da questo punto di vista non si potrà prescindere dall’inevitabile e non disprezzabile necessità di difendere la propria carcassa…premessa e non necessaria negazione all’utilizzo della stessa come comune strumento di coperazione sociale nell’antagonismo al capitale.