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La crisi e la Transizione III – Lavoro e capitale

Il tema del potere della conoscenza nell’atto produttivo

di Sergio Bellucci

None Deep DreamIn innumerevoli dibattiti di questi anni, di fronte alle analisi sulle trasformazioni del lavoro indotte dalle tecnologie digitali che si stavano producendo, sono stato invitato ad analizzare, a livello globale, lo sviluppo del mondo del lavoro. Si obiettava che, alla riduzione degli occupati operai nel mondo occidentale, corrispondesse un aumento dell’occupazione operaia nel mondo, attraverso i processi di delocalizzazione che molte imprese, grandi e piccole, stavano determinando.

Il processo, come provavo a spiegare, era solo “temporaneo” e non strutturale. Non solo, ben presto, meno di due/tre decenni, le innovazioni più avanzate avrebbero raggiunto anche i territori più lontani e l’impatto, dovuto alla riduzione dei costi delle tecnologie, vantaggioso anche in condizioni di iper-sfruttamento. L’esperienza della più grande fabbrica del mondo, la cinese FOXCON, con la massiccia sostituzione di lavoratori vivi con robot introdotta già dal 2012 e proseguita negli anni successivi non era che una avvisaglia di fenomeni ben più robusti e strutturali. Le stesse ondate di ritorno dei processi di delocalizzazione, spinte a volte da scelte politiche come dimostrano l’esperienza della presidenza Trump, accelerano i processi di distruzione del lavoro vivo, riducendo il lavoro nelle aree disagiate del mondo, ma favoriscono l’installazione di impianti produttivi sempre più automatizzati che producono effetti marginali nel ricco occidente che si vorrebbe avvantaggiare.

Talvolta occorre tralasciare il dito e guardare la luna.

Industria 4.0 storia significato innovazionerid

Quella che andava osservata, in realtà, era la natura nuova della potenza delle tecnologie digitali, potenza che traslava dall’aumento della potenza della “mano” – caratteristica delle tecnologie dell’era meccanica – alla potenza del cervello – caratteristica di quelle dell’era digitale -. Non l’unico processo che attraversava in quegli anni il capitalismo mondiale, ma quello “strutturale” perché lavorava sulla modalità di estrazione del valore. Una traslazione, quella prodotta dal capitalismo che incontrava la potenza digitale, che avrebbe cambiato, in pochissimi anni, il quadro dei rapporti tra capitale e lavoro proprio sul terreno strategico al centro del loro conflitto: quello del possesso e del controllo della conoscenza contenuta nell’atto produttivo.

Non è questo il luogo per una ricostruzione storica di questo rapporto conflittuale che, per semplificazione, può essere riassunto nel processo, insito nella produzione capitalistica, di riduzione del tempo di lavoro vivo, necessario per produrre una merce, o nel suo minor pagamento, con la riduzione del salario reale pagato. Lavoro di ricostruzione che andrebbe fatto per analizzare le forme concrete che la sussunzione reale ha assunto nei vari periodi di sviluppo della produzione capitalistica e le conseguenze sociali e politiche che ne sono derivate.

Il dispiegarsi della tendenza alla sussunzione reale, per diversi decenni, contribuì all’aumento del lavoro vivo all’interno della società e veniva salutata come effetto positivo da entrambi le parti della “barricata”. Il processo veniva definito dagli studiosi ricorsività tecnologica: per un posto di lavoro eliminato dall’introduzione di una nuova tecnologia nella produzione, si producevano due posti di lavoro nell’industria che produceva la nuova tecnologia. Da un lato il capitale trovava nuove occasioni per la sua riproduzione e, dall’altro, l’aumento dell’esercito dei salariati avrebbe dovuto produrre – attraverso processi progressivi di produzione di consapevolezza di sé e quindi di lotte politiche oltreché sindacali – alla creazione di “una società di liberi produttori associati”[1]. Questo era il motivo per cui i “capitalisti” investivano in nuovi impianti e i “lavoratori” sentivano tale investimento come una garanzia per il loro futuro: l’aumento della richiesta di lavoro avrebbe non solo assicurato un posto, ma consentito di “contrattare” condizioni di lavoro migliori, sia in termini di salario e orario, sia in termini di diritti sociali e individuali. E in prospettiva a creare la massa critica di persone che potevano produrre il cambiamento della società intera.

Questa è la storia del ‘900. I differenti spartiti eseguiti – strategie differenziate, ipotesi politiche e statuali diverse, costituzioni di partiti nazionali o internazionali – possono essere inseriti, sinteticamente, all’interno di questa ricapitolazione. Rivoluzioni, conflitti sindacali, vie nazionali al socialismo, compromessi social-democratici, tutti giocavano sul processo in atto caratterizzato dalla quantità e qualità della sussunzione reale, dando per scontata la sussunzione formale: il lavoro esisteva solo in quanto “salariato”, cioè alienato dalla possibilità di produrre direttamente ciò che era necessario alla propria esistenza, ma scambiato in relazione al tempo e alla mansione in cambio di una quantità di denaro più o meno pattuita. In questo quadro, anche se molti hanno perduto la percezione della loro condizione “salariata” (pensandosi come “imprenditori di loro stessi”) in realtà sono elementi di un ciclo che li vede come salariati, direttamente o indirettamente.

 

La rivoluzione digitale

I processi introdotti dalla potenza delle tecnologie digitali sono ancora agli albori, ma stanno producendo già trasformazioni epocali alle quali gli schemi del passato stentano ad adattarsi. Non solo i saldi occupazionali nel pianeta non possono tranquillizzare chi vuole comprendere le tendenze in atto, ma le novità introdotte pongono nuovi terreni di conflitto tra capitale e lavoro. Terreni inesplorati che il capitale vorrebbe ricondurre all’interno dello schema classico, un processo che non è detto che il “lavoro” debba dare per scontato o addirittura agevolarne l’esito.

Certo, sia far convogliare queste novità all’interno dello schema tradizionale del lavoro, sia lavorare per impedire al capitale di inglobare queste nuove forme di lavoro, presuppone analisi nuove, capacità di intervento e di conflitto ancora non sperimentate. Tutto questo obbliga sia a cambi di logica nella azione politica sia la possibilità di produzione di una capacità di conflitto in grado di ipotizzare fuoriuscite dallo schema del capitale stesso.

Questa necessità di cambiamenti nelle strategie di liberazione del lavoro e dell’umano sono necessarie tanto più in una fase come questa in cui il capitale tende alla sua finanziarizzazione finale – quella realizzabile attraverso un processo di smaterializzazione definitiva, sganciandosi da qualsivoglia autorità di pseudo-controllo o di governo – come l’emersione della fase delle criptovalute sta dimostrando. Quasi nessuno, a livello politico, sta provando a comprendere la potenza delle nuove strutture digitali che sottostanno alla nascita delle criptovalute. La tecnologia della Blockchain, infatti, rappresenta una nuova e più profonda discontinuità tecnologica anche rispetto alla rivoluzione digitale di questi ultimi 20-30 anni. Il salto che ha compiuto la società umana con Internet rischia di essere solo l’antipasto di una cena nella quale le portate che verranno servite saranno difficili da digerire per gli assetti sociali e politici costruiti nel ‘900.

Il tema, quindi, è con quale propensione si affronta la partita che si sta giocando. Quale deve essere lo schema di gioco da attuare: il catenaccio, con l’idea di non prendere un altro goal – in una partita che si sta già rovinosamente perdendo – o un 4-3-3, nella speranza di invertire le sorti dello scontro? Da questa scelta dipendono anche la qualità e la scelta del gruppo dirigente, dei programmi e dei conflitti necessari.

 

Ricorsività digitale

Che la rivoluzione delle tecnologie digitali fosse di una “qualità” nuova era, a ben vedere, evidente fin dall’inizio. La sua potenza non risiedeva esclusivamente in un aumento esponenziale della capacità di sussunzione reale del ciclo capitalistico. Quello che veniva a mutare erano, progressivamente, le allocazioni dei “saperi produttivi” con uno smarcamento sempre più grande tra il sapere del lavoro vivo e quello inglobato nelle macchine. Chi lavorava nei settori della produzione immateriale, ove la digitalizzazione aveva una più alta capacità di trasformare la produzione, si accorse immediatamente del cambiamento in atto e, in alcuni casi, della trasformazione generale che avrebbe provocato nell’intera produzione.

In pochi anni l’applicazione di Ford del taylorismo, intesa sia come forma di controllo del ciclo interno alla fabbrica sia come meccanismo di necessaria inclusione, nel processo di consumo, del lavoro, venne ad essere sostanzialmente accantonata dai processi attivati dalla potenza nascente delle tecnologie digitali. Da un alto, infatti, alle singole aziende fu fatta balenare l’idea che la rottura dei confini fisici – dentro i quali la singola azienda era rinchiusa nel meccanismo produzione e consumo e che costituivano i mercati sostanzialmente nazionali – avrebbe consentito di sganciare il proprio destino dal livello dei consumi del proprio territorio. Non importava più che le proprie merci dovessero avere incontrare una capacità di spesa dei propri lavoratori, la rete di vendita mondiale – attuabile per la potenza della rete telematica che il digitale aveva abilitato – consentiva di raggiungere i mercati dell’intero mondo. Qualcuno, in qualche parte del mondo, avrebbe acquistato la merce prodotta. L’unica cosa necessaria era abbattere i costi per essere competitivi. Quindi salari bassi, riduzione delle tasse e capacità di esportare nel mondo in maniera flessibile. Questa tendenza fu rafforzata dalla “trovata” di delocalizzare la produzione in territori ove salari e tutele rappresentavano un ulteriore fattore competitivo.

Tutta l’attenzione era concentrata sulla lotta, quasi sempre vana, contro i processi di delocalizzazione e, in fondo in fondo, sulla speranza che in quei posti, ove improvvisamente si sviluppava un insediamento produttivo, si sarebbero sviluppate lotte in grado di pareggiare le condizioni salariali e di diritti utili a eliminare i dumping sociali.

Ma se il fordismo veniva a perdere la capacità di produzione di un modello sociale, i processi tayloristici non solo non venivano superati ma si estendevano e si generalizzavano come non era mai stato possibile. emergeva, infatti, il taylorismo digitale[2], la forma estrema del processo di taylorizzazione che ingloba, all’interno del software di gestione dei processi produttivi i processi di controllo e definisce le forme possibili della collaborazione e della segmentazione del ciclo. Un processo di ingegnerizzazione del ciclo che riduce drasticamente l’autonomia del singolo lavoratore, smaterializza le forme di controllo all’interno del software, generalizza il processo tayloristico e lo spinge al di fuori delle mura classiche della produzione invadendo le forme delle relazioni umane e predisponendo la capacità di sfruttamento degli scambi relazionali tra individui.

È all’interno di queste novità che emergono forme di lavoro di nuova generazione, forme abilitate dalla natura delle stesse tecnologie digitali e che il capitale tende a inglobare – attraverso la sua classica capacità di sussunzione formale – nel suo ciclo di valorizzazione. Ovvio che la tendenza e la capacità del capitale di trasformare una attività umana capace di soddisfare un bisogno in lavoro salariato – soprattutto in settori e ambiti nuovi in cui la presenza sindacale è storicamente assente – produca lavoro precario, non riconosciuto, sottopagato o addirittura non retribuito. È il caso di quello che chiamai, nel libro E-work, il lavoro implicito. Questa forma nuova di lavoro è alla base delle immense fortune accumulate dalle grandi compagnie globali del digitale. Facebook, Google, Apple, ecc… – le prime 10 società capitalizzate a livello mondiale e che hanno superato in potenza e performance tutte le aziende “materiali” in pochissimi anni relegandole ad un ruolo secondario nello scenario economico mondiale – basano le loro fortune non sull’accumulazione del valore estratto dal lavoro dei propri dipendenti, ma dal valore estratto dal lavoro implicito di circa 4,9 miliardi di esseri umani connessi alla rete.

Ora la forma del lavoro implicito è di una natura nuova, rispetto al lavoro salariato classico e non è questo il luogo per analizzarne la forma. Il problema che ci dobbiamo porre è come affrontare questa novità dalla parte della barricata del mondo del lavoro: si deve spingere per trasformare definitivamente questa tipologia nuova di lavoro in una articolazione del lavoro salariato o si possono determinare spazi per demercificarne la sua natura? La domanda non dovrebbe avere una risposta scontata anche se il riflesso pavloviano, derivante dagli automatismi creati culturalmente dalla ricorsività tecnologica (maggiori investimenti=maggior lavoro=più capacità di conflitto=migliori condizioni di vita), tenderebbe a spingere per una sua trasformazione in lavoro “classicamente salariato”. Ma le cose non sono così scontate. Al di là delle difficoltà “tecniche”, quello che emerge è una opportunità per “occupare” uno spazio che il capitale tende a sfruttare ma che ha difficoltà a trasformare in mero lavoro salariato. Certo, oggi ne sfrutta la totale deregolamentazione – e quindi la capacità di accumulo enorme di valore su scala globale – ma le difficoltà a rendere questo lavoro “classicamente” sfruttato rende la partita aperta a diversi esiti. È ovvio che, in assenza di una nuova lettura politica e di una nuova capacità di conflitto, il capitale tenderà a sfruttare, questa forma di lavoro nuovo, in maniera indisturbata. Ma la mancata sussunzione formale rende il terreno aperto a diversi esiti. Sta alle forze che guardano oltre il capitalismo individuare nuove forme di conflitto e di liberazione.

D’altronde, l’approccio delle organizzazioni del mondo del lavoro alle trasformazioni digitali sconta una mancanza di cultura e di conoscenza adeguata ai nuovi processi. Si pensi solo al tema europeo della cosiddetta “Industria 4.0”. I governi europei hanno deciso, con l’accordo delle confederazioni del lavoro, di investire ingenti risorse pubbliche per l’introduzione di macchine di nuova generazione. Stiamo utilizzando soldi prelevati, in larga misura, dalle tasche dei lavoratori per finanziare un ammodernamento degli impianti produttivi applicando la stessa logica del ‘900, quella della ricorsività tecnologica: maggiori investimenti corrispondono a nuovi impianti che, se sembrano togliere un po’ di lavoro alla attuale produzione, genereranno più lavoro nei settori nuovi che l’innovazione produce. Stesso schema, ma in un’era diversa. Governanti e sindacati sembrano fermi ai decenni d’oro dell’industria manifatturiera meccanica, quella di inizio del secolo scorso. Stessa cultura, stessa logica, stessi “riflessi automatici”, stesse soluzioni. Solo che i problemi sono altri.

Prendiamo la notizia Ansa del 21 febbraio 2018, nella sezione Ansa-Motori:

<<Taxi-robot costruiti nella fabbrica di Mercedes

Occuperà 1000 persone invece di 25.000 attuali

Si chiama “Factory 56” la prima fabbrica di taxi-robot che sarà costruita a Sindelfingen, dove fin’ora si è montata la classe S di Mercedes. I taxi-robot non saranno solo automobili a guida autonoma, ma saranno anche costruite in modo automatico e digitale, riferisce il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung. Rispetto alla produzione automobilistica, “Factory 56” sarà “più digitale di qualsiasi luogo di produzione prima, flessibile e verde”, ha detto Markus Schaefer, del management board di Mercedes. “I primi esemplari saranno visibili prossimamente nelle strade”, riferisce il quotidiano. La fabbrica di Sindelfingen entrerà in funzione “all’inizio della prossima decade”, informa il quotidiano, e occuperà circa 1000 lavoratori, a fronte degli attuali 25.000 impiegati nello stesso complesso Mercedes, riporta il quotidiano Faz. Nel progetto, che va sotto il nome di “Immagine del futuro 2020”, Daimler ha dichiarato di voler investire tra il 2015 e il 2020 un totale di 2,1 miliardi di euro, “una significativa parte dei quali spetterà a Factory 56”, continua il quotidiano.

I più acerrimi concorrenti della nuova fabbrica diventeranno gli statunitensi di Waymo, la società controllata da Google>>.

Ecco che il processo diviene più chiaro. Non solo il semplice saldo occupazionale, sospinto dalle soluzioni della Industria 4.0, risulta drammaticamente in rosso – la perdita occupazionale è del 96% della forza lavoro, ben al di là delle proiezioni dei più pessimisti analisti sull’impatto dei processi legati all’introduzione della robotizzazione e dell’intelligenza artificiale – ma il risultato della “produzione” – cioè la merce prodotta – produce ulteriore riduzione di lavoro “classico” – sia nella sua forma esplicitamente salariata, sia in quella mascherata da “lavoratore autonomo” – all’interno della società. Ogni macchina automatica sfornata dalla catena, infatti, cancellerà almeno due o tre lavoratori nel mondo dei trasporti urbani, amplificando gli effetti dell’introduzione delle tecnologie di nuova generazione.

Non solo. A ben leggere, infatti, cominciamo a comprendere fino ove si spingerà il conflitto tra vecchia e nuova industria. Nella notizia, infatti, la chiusa sembra promettere una discontinuità più alta: il vero concorrente della nuova modalità di produzione non sarà un altro produttore di auto, ma una delle principali aziende del digitale, Google.

Il bello, si fa per dire, è che siamo solo ai primi vagiti di questa rivoluzione e la risposta non la troveremo nei vecchi, e una volta comodi, schemi con i quali abbiamo affrontato analisi, proposte, conflitti e lotte.

La ricorsività digitale, volenti o nolenti, ha il segno inverso di quella dell’era tecnologica. Ad ogni posto di lavoro cancellato da una macchina intelligente, si somma la fine di un lavoro umano in un altro comparto. Certo, dei lavori nuovi emergeranno, non tutto (almeno al momento) potrà essere automatizzato o reso nelle disponibilità delle intelligenze artificiali. Alcune nuove professionalità saranno necessarie e, infatti, vengono sbandierate ai quattroventi più per tranquillizzare chi le dice che per rasserenare chi è investito al momento. Perché questa è la novità di questa nuova puntata della rivoluzione digitale: non esiste lavoro che non sarà investito dalle forme del digitale che si incarna tra robot e intelligenza artificiale. Commercialisti, avvocati, professionisti, medici, dirigenti di ogni ordine e grado subiranno prima una violenta trasformazione del loro lavoro, attraverso i software intelligenti che integreranno le loro attività, casomai riducendo i costi di assistenti, impiegati, locali, ecc… – cosa che spingerà molti ad investire in questa direzione per aumentare i profitti o reggere la concorrenza – ma che nel giro di un batter di ciglia consentirà di offrire una serie di servizi personalizzati e automatizzati quasi gratuitamente. Il processo porterà ad una riduzione di lavoro anche in categorie oggi sicure delle loro barriere professionali casomai perché difese da ordini professionali. La stessa struttura della pubblica amministrazione non uscirà indenne da una trasformazione profonda della stessa idea di servizi e di competenze che la società intera pretenderà dallo stato.

Il tema, quindi, è racchiuso nella profondità, nella velocità, nella ubiquità dei processi, nel loro carattere esponenziale, e nella difficoltà a produrre proposte che abbiano il tempo di essere veicolate e attuate, prima che lo scenario sia cambiato nuovamente. Si pensi solo al risultato che produrrà l’impatto di questa trasformazione non solo nei saldi occupazionali e nella distribuzione della ricchezza e della capacità della derivante “domanda aggregata” di sostenere la potenza della capacità produttiva, ma nella possibilità che tale transizione non travolga i numeri della stessa struttura di welfare che si è costruita in Europa nel secondo dopoguerra.

Per questo i ritardi che si stanno accumulando sono imperdonabili e che le risposte puramente difensive (anche se comprensibili sul piano umano) risultano non solo inefficaci ma, in qualche modo complici. Complici perché illudono che nell’impossibile ritorno ad una “ratio” – forse mai realmente esistita – si possano ripristinare equilibri che, non solo nessuno, in realtà, sarebbe più in grado di sopportare, ma che sono impossibili da ripristinare per la scala planetaria dei processi in atto.

 

Oltre la sussunzione formale

In oltre esiste il tema di quale sia oggi il passo giusto da compiere per riprendere il processo di liberazione umana dai vincoli dello sviluppo capitalistico. Occorre ricordare, infatti, che il tema non si risolve puramente attraverso il raggiungimento di un ipotetico punto di sostenibilità ecologica delle attività umane prodotte attraverso la logica di produzione capitalistica e neanche di un riequilibrio nella distribuzione della ricchezza prodotta (temi comunque fondamentali per garantire sia la sopravvivenza della vita sul pianeta sia per impedire processi disgregativi sociali e politici che potrebbero innescare guerre catastrofiche). Il tema che l’umanità ha oggi davanti è quello dell’affrancamento dei processi di orientamento attivo, di assuefazione, di perdita dell’autonomia individuale e sociale, della lotta contro i processi alienazione, potremmo sintetizzare, che rendono l’individuo e le comunità nelle quali è inserito, in realtà succubi di processi di spoliazione della consapevolezza della loro esistenza.

Il processo di trasformazione del lavoro, infatti, è andato di pari passo con quello della costruzione artificiale del senso della vita, una vera novità nella storia umana che, fino alla metà del ‘900, aveva prodotto il senso della propria esistenza in relazione permanente con la cultura popolare del territorio, i fenomeni sociali connessi e le relazioni tra territori. La nascita dell’Industria di senso[3] ha industrializzato tali processi costruendo una macchina planetaria in grado di ottimizzare la costruzione di un senso sociale legato ai modelli di consumo, senso sociale che comporta la costruzione di un modello di con/senso politico di fondo. Il vero Pensiero Unico imperante nel pianeta che sta lavorando per ingoiare le forme del fare, ideologie residue, religioni, culture tradizionali, attraverso la costruzione di un melting pop globale orientato esclusivamente al modello di consumo.

Non è questo il luogo ove affrontare il tema dell’Industria di senso, ma dovremmo comprendere che proprio lo spuntare di ipotesi che, anche se in nuce, contengono processi di alterità dovrebbe destare l’attenzione delle forze della trasformazione. In particolare se tali novità riguardano le forme del ciclo di produzione e del lavoro. Per questi motivi l’affermarsi del lavoro implicito, in questi dieci anni, avrebbe dovuto interessare proprio le forze della trasformazione e ipotizzare la possibilità di immettere lotte in grado di rompere il monopolio della forma salariata del lavoro, forma che contiene il massimo livello di alienazione mai prodotto. Qui andrebbe dispiegata una capacità di conflitto alta e altra – rispetto al presente – di difesa dai tentativi di trasformazione di tale lavoro in lavoro salariato (mal pagato e ipersfruttato come vorrebbe il capitale) ma non per ricondurlo all’interno dello schema novecentesco della contrattazione tradizionale. Alla fine faremmo solo il gioco del capitale, attraverso la trasformazione di potenziale alterità sistemica, in un segmento lavorativo alla fine mal contrattato e mal tutelato.


Note
[1] Questa è la definizione più concreta del comunismo marxiano. La nuova società anelata dal Marx si sarebbe basata direttamente sul lavoro sociale e sia la distribuzione del lavoro, sia la distribuzione dei prodotti del lavoro, non sarebbero state mediate dalla forma merce-denaro. I nuovi rapporti sociali di produzione avrebbero archiviato i vecchi rapporti di proprietà trasformandoli in appropriazione diretta (collettiva) dei mezzi di produzione da parte della società, non mediati dallo stato, che sarebbe cessato di esistere.
[2] Sulla teorizzazione del taylorismo digitale cfr Sergio Bellucci, E-work. lavoro, rete, innovazione, Derive e Approdi, Roma, 2005.
[3] Sergio Bellucci, L’Industria di senso, Sandro Teti Editore, in via di pubblicazione.
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