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La sete di vendetta di Magistratura e Comune di Roma
A cinque anni di distanza torna il fantasma del 14 dicembre
Militant
Passato dalla storia all’oblio delle cronache, il 14 dicembre del 2010 continua a mietere vittime e continua ad alimentare sfoghi repressivi da parte della Magistratura capitolina. In mattinata sono giunte le richieste di condanna per gli organizzatori di quella manifestazione, culmine di un ciclo di lotte che vide quell’autunno quale uno dei momenti di più alta conflittualità degli ultimi anni nel nostro paese. Agli organizzatori di quella manifestazione oggi viene chiesta una media di tre anni e otto mesi ciascuno, una richiesta che avviene al di là degli eventi di Piazza del Popolo, certificando la volontà repressiva di una Magistratura politica e tutt’altro che “rossa” come qualcuno la vorrebbe dipingere da anni. Tra i colpiti anche diversi appartenenti al nostro collettivo.
Quel 14 dicembre non esplicitava solamente un rifiuto verso quel particolare governo, il governo “forzaleghista” che tramite la compravendita dei voti in Parlamento continuava la sua miserevole vita politica. Quella manifestazione certificava anche una volontà politica, quella di rompere con la logica liberal-liberista degli accordi parlamentari, della trasversalità politica, del rifiuto di ogni democrazia reale, effettiva, a scapito di una politica “di palazzo” prona ai voleri della UE. Dinamica che di lì a poco avrebbe portato al golpe “suave” europeista, con la sostituzione di Berlusconi con Monti, la lettera della BCE di Draghi, il pareggio di bilancio in Costituzione, la riforma delle pensioni e l’abolizione dell’articolo 18 con le leggi Fornero. Una serie di controriforme sociali che partirono proprio dalla dismissione di un governo non più capace di adeguare la politica ai dettami liberisti della UE.
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'Europa2020' contro la povertà? Combatte tutto tranne la povertà
di Deanna Pala
La povertà in Italia e nell’Eurozona è in costante aumento. Niente di nuovo. È la naturale conseguenza delle politiche economiche delle Unione Europea: più tagli la spesa pubblica più diminuisce il reddito delle famiglie che sono costrette a diminuire i consumi aggravando la disoccupazione.
Questo è facilmente comprensibile ai bambini ma non ai Commissari Europei che, a proposito di bambini, si ostinano a far entrare le formine dentro la sfera tramite un buco che ha però una forma diversa.
Così credono che tagliando la spesa pubblica e abbassando i salari si possa magicamente creare crescita.
Contro la povertà l’Unione Europea istituisce nel 2010 la strategia Europa 2020 –piattaforma europea contro la povertà e l'emarginazione che ha l’obiettivo di lottare contro la povertà e l'esclusione sociale, riducendo del 25% il numero di europei che vivono al di sotto della soglia nazionale di povertà facendo uscire dalla povertà oltre 20 milioni di persone entro il 2020.
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Jacopo Simonetta
In una conferenza del 1928 (pubblicata nel 1930) John Maynard Keynes si lasciò andare ad una “profezia”: Quali saranno le possibilità economiche dei nostri pronipoti? Poiché quei pronipoti siamo noi e Keynes è stato certamente uno dei maggiori economisti, penso che sia interessante rileggere quelle pagine.
In sintesi, il nostro sostiene che dall'antichità fino al 1.700 circa ci fu solo un’alternanza di periodi migliori e peggiori, ma non un sostanziale progresso a causa della mancanza di importanti miglioramenti tecnologici e dell’incapacità ad accumulare capitale.
Per l’accumulo di capitale Keynes aveva un’idea precisa: cominciò con l’aumento dei prezzi e dei profitti che seguirono la massiccia importazione di oro ed argento dal Nuovo Mondo durante il XVI secolo.
In particolare per l’Inghilterra, Keynes indica l’inizio dei tempi moderni con il 1580. Data in cui Drake consegnò alla Regina Elisabetta un carico di oro (rubato agli spagnoli che lo avevano saccheggiato in Perù), tale da permettere alla sovrana di saldare il debito ed finanziare le prime compagnie coloniali.
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Tesi sull’Isis e l’Occidente
L’Isis è antioccidentale?
by Miguel Martinez
1) E’ un’affermazione autoreferenziale, vittimista, consolatoria ed esaltante solo per chi ha la sventura di sentirsi “occidentale”.
2) Cosa sia l’Islam, nessuno lo sa.
Cosa sia “l’islamismo” moderno, la cui forma più estrema è il califfato di Raqqah, è già più facile dirlo.
3) L’islamismo militante è universale. Affermare divisioni geografiche o razziali negherebbe alla radice il senso del loro impegno. Oriente e Occidente sono la stessa cosa, perché affermare la dualità sarebbe negare Dio stesso, sarebbe la bestemmia suprema.
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Pietà l’è morta
E anche l’onestà intellettuale del giornalismo italiano
di Nico Macce
Per comprendere il ruolo di disinformazione che hanno i nostri media prendo due esempi freschi freschi.
Il primo è un raffronto tra gli attacchi brutali della polizia messicana contro gli insegnanti in lotta (qui e qui le informazioni del caso) e l’omicidio di Nemtsov a Mosca, un presunto oppositore di Putin. Se digitate “Messico e insegnanti” su Google, appaiono pagine della sinistra radicale. Ciò significa e conferma ciò che ho potuto constatare in questi giorni, ossia che sui media, di un fatto così importante e di sangue non c’è traccia. O molto, molto poco e senza alcuna riflessione politica, quasi fosse un fatto di cronaca, di delinquenza comune in un paese democratico a prescindere.
In compenso, già poche ore dopo l’omicidio di Nemtsov, oppositore liberaldemocratico del governo Putin, un tempo eltsiniano, che sembra fatto apposta per creare instabilità in Russia, la fanfara mediatica si è messa in moto subito, a schiocco di dita, orientando subito l’opinione pubblica verso una responsabilità del governo russo. Che ti fa domandare seriamente: ma avevano già pronto il coccodrillo?
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Le inge-Renzi della NATO
Comidad
La notizia della partenza alla fine di febbraio del reggimento S.Marco per le manovre davanti alle coste della Libia è stata diffusa dai media con molto fragore di fanfare militar-patriottiche. Questi toni enfatici risultano piuttosto fuori luogo se si considerano gli infausti precedenti.
Il caso dei due fucilieri di Marina, Girone e La Torre, entrambi provenienti dal S.Marco, e impegnati in un'oscura missione "anti-pirateria" a bordo di una nave mercantile nell'Oceano Indiano, non dovrebbe essere considerato un auspicio molto favorevole ad ulteriori imprese del genere. Tanto più se si osserva che, a distanza di tre anni dai fatti, ancora non è stata fornita da alcuno, neppure dalle autorità indiane, una versione della vicenda che possa vantare uno straccio di senso compiuto. Ed ancora di più se si considera che i "pirati dell'Oceano Indiano" sono un po' come l'ISIS, cioè fantasmi della falsa coscienza e della cattiva coscienza "occidentali", mostri mediatici di identità artificiosa ed incerta, a cui si attribuiscono inoltre legami con il jihadismo di marca somala. La situazione per il reggimento S.Marco assume risvolti persino inquietanti, in quanto anche l'impresa renziana in Libia, come già era accaduto per quella anti-pirateria nell'Oceano Indiano, sta incassando l'ambiguo imprimatur della NATO, pronto tanto a benedire le tue iniziative militari, quanto a lasciarti nei guai che ne derivano. Il segretario generale della NATO, il norvegese Jens Stoltenberg, si è spinto anche oltre, estendendo la propria benedizione al governo Renzi, celebrandone presunti successi economici, che sarebbero dovuti ovviamente alle "riforme" messe in atto dallo stesso governo.
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L’ucraina nel baratro? Colpa del comunismo
di ilsimplicissimus
E’ quando la narrazione si fa stenta e penosa che comincia ad avvertirsi la parola fine, il limite della fiction nella quale siamo immersi, l’incipiente rottura di un canone che non può più essere sostenuto: anche un’informazione e una comunicazione ossessivamente basate sulle reazioni associative ed emotive invece che sul vero -falso, alla fine deve trovare un qualche ambiguo compromesso con la realtà. Così ad esempio il presidente del comitato norvegese del Premio Nobel per la pace è stato rimosso e degradato al rango di semplice membro per essere stato lo sponsor dell’operazione che assegnò ad Obama il prestigioso premio.
Ma anche un rapporto del congresso Usa è costretto ad ammettere che dall’11 settembre fino ad oggi sono stati spesi dai soli Stati Uniti più di 1600 miliardi di dollari per la cosiddetta guerra al terrorismo provocando la bellezza di oltre 350 mila morti, una proporzione rispetto alle 2974 vittime dell’attentato alle torri e al Pentagono che fa impallidire Kappler e rende le decapitazioni dell’Isis un fatto da dilettanti.
Si tratta però di strappi ancora minimi su una trama che viene tenuta assieme con colla ideologica e rattoppi a colore: non siamo certo alla fine anche se ci si avvia al capitolo conclusivo. Per cui anche le notizie più evidenti non scalfiscono la tesi dell’eccezionalità Usa o vengono seppellite sotto i detriti che questa produce.
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La Lega Nord: altri utili idioti del Capitale
Diego Fusaro
In tempi confusi, occorre chiarezza. Anche a costo di ripetere ovvietà. Ma, come sapeva Hegel, il noto spesso non è conosciuto. Cercherò, dunque, di chiarire in poche righe, necessariamente impressionistiche, il mio punto di vista sulla Lega Nord. Come ha giustamente ricordato Sebastiano Caputo, della manifestazione leghista svoltasi sabato scorso a Roma si possono analizzare numerosi aspetti. Personalmente, non sono tra coloro che gridano ossessivamente “fascista!” per delegittimare a priori l’interlocutore. Da Socrate ho imparato che si dialoga con tutti, senza esclusioni. Se si rifiuta il dialogo, si ha perso in partenza. Il fascismo è un’esperienza morta e sepolta nel 1945. Gridare continuamente “fascista!” di fronte a ogni interlocutore che non ci piace ci pone in una condizione analoga al cospetto di quel medico che diagnosticasse come peste ogni forma di malattia. Male agli occhi? Peste retinica. Male al cuore? Peste cardiaca. E così via, di scemenza in scemenza. Non c’è limite alla stupidità, purtroppo.
Ciò detto, la Lega Nord sempre più si sta rivelando composta da un manipolo di utili idioti al servizio di sua Maestà il Capitale. Ed è per questo che deve essere criticata senza riserve. Nessun fascismo, dunque, ma solo la vecchia patologia del servilismo verso il nesso di forza capitalistico. PD e Lega si rivelano le due facce della stessa medaglia: due opposti in solidarietà antitetico-polare, direbbe Lukács.
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Fuga dall’austerità
Christian Marazzi
Nulla ci rende umani quanto l’aporia: quello stato di intenso disorientamento in cui ci troviamo quando le nostre certezze vanno a pezzi». Così inizia il libro di Yanis Varoufakis, Il Minotauro Globale (Asterios Editore, traduzione di Piero Budinich, Trieste 2015). Il ministro delle finanze greco si riferisce al settembre del 2008, i giorni della crisi della Lehman Brothers e di un’intera epoca, quella del capitalismo finanziario. Ma lo stato di aporia non si è certo dissolto, lo stiamo vivendo in questi giorni di negoziazione tra la Grecia e l’Unione europea, giorni di «guerriglia semantica» se non fosse per la posta in gioco, la conquista di un margine di tempo per avviare quel processo di ricostruzione interno di cui il popolo greco ha drammaticamente bisogno. Di cui tutti noi abbiamo bisogno, se è vero che l’esperimento Syriza, quell’essere «dentro e contro» il sistema monetario e finanziario europeo, rappresenta il primo tentativo di «verticalizzare» i movimenti, di far transitare bisogni, rivendicazioni, aspirazioni dai luoghi concreti e sofferti in cui si esprimono all’unico piano istituzionale adeguato, quello europeo in cui si gioca la partita decisiva. Vecchia tattica per una nuova strategia, e l’avvio, per quanto estenuante, convince.
Oltre il crack
Il Minotauro Globale è un saggio di macroeconomia marxista, scritto per essere letto oltre gli ambienti accademici, risultato di un lungo percorso iniziato con l’economista Joseph Halevi con un primo articolo pubblicato nel 2003 dalla Monthly Review, poi confluito, con la collaborazione di Nicholas Theocarakis, in un libro accademico intitolato Modern Political Economics. Varoufakis cerca di rispondere alla domanda «cosa è realmente accaduto?», ponendo al centro della sua analisi lo squilibrio fondamentale che ha determinato, storicamente, forme diverse di governamentalità geopolitico-finanziaria. «La mia risposta evocativa è: il crack del 2008 ha avuto luogo quando un animale chiamato il Minotauro globale è stato ferito in maniera fatale. Finché governava il pianeta, il suo pugno di ferro era implacabile, il suo dominio spietato».
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Se il capitale colonizza le parole della sinistra
Carlo Formenti
Perché e come il capitale è riuscito a trasformare certi concetti di sinistra in altrettanti “cavalli di Troia” per la penetrazione dell’ideologia liberista nelle masse? Questo il tema di un articolo di Alessandro Zabban sul sito “il Becco”.
Il crescente successo di parole come condivisione, sharing, mutualismo, consumo collaborativo, ecc. – strettamente imparentate con il vocabolario della sinistra “benecomunista” – alimenta illusioni in merito alla presunta capacità dei movimenti sociali di esercitare egemonia culturale nei confronti di certi settori imprenditoriali (in particolare di quelli più innovativi, legati alla produzione di piattaforme, applicazioni e servizi per l’economia di Rete).
Niente di più falso, scrive l’autore dell’articolo, il quale, sposando gli argomenti di Luc Boltanski ed Ève Chiappello (cfr. “Il nuovo spirito del capitalismo”, ed. Mimesis) – non lontani da quanto io stesso scrivevo tre anni fa nel mio “Felici e sfruttati” – rovescia completamente la prospettiva: vero è che il capitale è stato capace di appropriarsi, deformandoli, dei valori della contestazione sessantottina e post sessantottina, trasformandoli in strumenti per dividere i lavoratori e sbarazzarsi delle “rigidità” che stato sociale, diritto del lavoro e organizzazioni sindacali imponevano all’accumulazione capitalistica.
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Nani, ballerine e servi
Fabrizio Marchi
Nani, ballerine e servi conclamati. Sto naturalmente parlando della quasi totalità dell’attuale classe politica che governa (per conto terzi…) direttamente o indirettamente questo paese. Lo sapevamo già ma il voto di ieri alla Camera sul (mancato) riconoscimento dello Stato di Palestina lo conferma ancora una volta, qualora ce ne fosse stato bisogno.
Unica eccezione - va doverosamente registrato – quella del M5S, cioè l’unica forza politica, pur con tutte le sue strutturali contraddizioni, che ha chiesto il riconoscimento immediato dello Stato palestinese, senza se e senza ma, come si suol dire.
Il partito unico che ci governa (ivi compresa la Lega Nord e il cespuglio “rosafuxia” alla “sinistra” del PD, cioè Sel) i cui esponenti fingono di litigare nei vari talk-show, non è stato neanche capace di votare quella che di fatto sarebbe stata poco più di una mozione di intenti (ma con un suo valore simbolico) e che non avrebbe comunque comportato nessuna ricaduta concreta sulla realtà della cosiddetta “crisi” israelo palestinese, cioè l’occupazione neocoloniale e razzista a cui è sottoposto da decenni il popolo palestinese da parte dello stato di Israele e di tutti i suoi governi, nessuno escluso.
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La macchina del consenso al servizio dei potenti
di Lelio Demichelis
Ieri c’era la propaganda, oggi ci sono le spinte gentili con cui gli architetti delle decisioni ci indirizzano nel prendere le decisioni “giuste” per chi comanda
Oligarchia. Ma anche élite, aristocrazia, tecnocrazia. Concetti ovviamente diversi ma molto simili negli effetti che producono contro la democrazia. Ma sempre più con il nostro consenso. Dalla Repubblica dei filosofi di Platone alle tecnocrazie europee al governo autoreferenziale di Renzi – passando per le analisi di Mosca, Pareto, Michels, Wright Mills, Lasch e arrivando a Canfora e Zagrebelsky – questa sembra purtroppo la legge ferrea del potere.
Perché anche l’oligarchia ha una propria macchina del consenso per sé. Efficientissima. Collaudata per secoli. Si veste di egemonia e di dominio. Indossa spesso una maschera democratica o si declina virtuosamente in classe dirigente o in neoborghesia. Si legittima incessantemente e agisce attraverso una sorta di foucaultiana microfisica di poteri e saperi oligarchici. Ed è biopotere.
Scriveva nel 1928 Edward Bernays (nipote di Freud e consulente di governi e di grandi imprese, grande teorizzatore e produttore di propaganda) che la manipolazione consapevole e intelligente delle opinioni e delle abitudini della gente ha un ruolo importante e necessario soprattutto in una democrazia, per dare ordine al caos.
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L’eterno ritorno della crisi
di Christian Marazzi
In questi giorni sui due maggiori giornali economico-finanziari, l’Economist e ilFinancial Times, sono apparsi articoli su quello che gli economisti chiamano losquilibrio fondamentale, quella situazione in cui alcuni paesi importano eccessivamente mentre altri esportano anch’essi eccessivamente, utilizzando però i ricavi di queste esportazioni non per investire al loro interno, bensì per finanziare i deficit e i debiti dei paesi importatori. E’ precisamente questo squilibrio fondamentale che, a partire dagli anni ’80, ha portato gli Stati Uniti a gonfiare l’indebitamento pubblico e, soprattutto, quello privato attraverso quella ingegneria finanziaria ipertossica che, nel 2008, ha fatto esplodere la bolla dei subprime, innescando una crisi globale senza precedenti. Uno squilibrio simile lo si è avuto in Europa con i surplus della bilancia commerciale tedesca e con l’indebitamento pubblico e privato delle economie cosiddette periferiche, uno squilibrio anch’esso fondamentale che ha portato alla crisi dei debiti sovrani e a tutto quello che ne è seguito, ossia le tristi misure d’austerità che non hanno fatto altro che aumentare i debiti pubblici.
Sembrava che nel corso di questi anni di crisi lo squilibrio si fosse attenuato, come dimostrato dalla riduzione del deficit commerciale americano. E invece le cose stanno altrimenti, con l’Europa che ha un surplus commerciale trainato dalle esportazioni soprattutto tedesche (verso gli USA, ma anche verso la Cina e la Russia), e una Cina che, seppur in perdita di velocità, continua comunque ad esportare più di quanto importa, ma soprattutto con questi paesi che, invece di investire al loro interno, continuano a preferire gli investimenti speculativi dei loro risparmi all’estero.
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La scesa in campo di Landini e la sinistra italiana
di Fabio Vander
L’intervento di Maurizio Landini in forma di intervista al «Fatto quotidiano» di domenica 22 febbraio, è importante, ma richiede da subito approfondimenti e precisazioni.
Importante che si muova qualcosa a sinistra. Era il segnale che molti aspettavano. Dopo aver passato autunno e inverno con mobilitazioni di piazza (manifestazione del 25 ottobre, sciopero Cgil-Uil, sciopero “sociale”, mobilitazioni pro-Grecia di Tsipras, ecc.), era evidente che mancava il precipitato politico di tutto ciò. Non si riusciva mai ad arrivare al punto. L’assenza della sinistra sulla scena politica italiana si è fatta sempre più grave. L’intero panorama politico del Paese ne ha risentito e ne risente. Il successo di Renzi è anche se non soprattutto conseguenza di questo. Cioè del combinato disposto del fallimento della sinistra interna al PD, quella di Bersani, che nel 2013 ha perso l’ennesima sfida elettorale, come della inesistenza della sinistra radicale, per colpa di Vendola e Ferrero, di Sel e di Rc.
Come prevedibile non era con le manifestazioni di piazza che si poteva surrogare alla mancanza della sinistra. Né con iniziative “dal basso” come la raccolta di firme per un referendum contro la legge Fornero sulle pensioni. Anche qui puntualmente fallita. La cosa è passata anzi sotto silenzio. Non sarebbe invece il caso di parlarne? La lezione andrebbe imparata. E invece si sente dalla Camusso ventilare la proposta di raccolta di firme contro lo Jobs Act ed eventualmente un altro referendum.
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Si Salvini chi può
di ilsimplicissimus
Una cosa mi ha sorpreso in questa domenica mattina: che non si riesce a trovare un giornale, un sito, un blog della cosiddetta area di sinistra dove non si dica, si ribadisca, si gridi “Mai con Salvini”. Dove cioè non venga enfatizzato ciò che dovrebbe essere ovvio. E’ come se negli anni ’70 L’Unità o Paese Sera se ne fossero usciti con un titolo “Mai con Almirante” che avrebbe sconcertato i militanti del Pci dando rilievo di sconcertante novità a qualcosa di scontato.
Il fatto è che Salvini, nel tentativo di costruire la sua Alba Dorata all’italiana e dare legittimità al razzismo più ipocrita e al fascismo orfano dei fasti berlusconiani, dice cose riguardo all’Europa e all’euro che fanno parte della cattiva coscienza della sinistra continentale e italiana, si appropria di temi che avrebbero dovuto essere fin dall’inizio della crisi patrimonio di chi difende il lavoro contro il capitale, il pubblico contro il privato di rapina. E che adesso in molta parte del continente vengono paradossalmente sostenuti da chi difende il capitale e il privato di rapina o di evasione contro l’uguaglianza e il principio di solidarietà. Da chi fa atto di fede negli stessi teoremi neoliberisti illudendosi di poter contrastare il potere neo liberista e ricavarsi una tana al riparo dalle intemperie dell’impoverimento generale. Insomma stantii pasticcini da bar. Così ancora di più quel “mai con Salvini” appare come una excusatio non petita che nasconde e rivela insieme l’accusatio manifesta.
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L’ordine cupo del Califfato
Alessandro Dal Lago
Tutto è cominciato con la guerra che Saddam Hussein, in nome e con i soldi dell’occidente, scatenò contro l’Iran nel 1981. L’esito del conflitto, terminato nel 1988, non fu solo il rafforzamento dei mullah al potere a Teheran, ma la crisi finanziaria dell’Iraq, che, nel 1990 invase il Kuwait, il principale paese creditore. La guerra del 1991, le sanzioni, l’invasione anglo-americana del 2003, la guerriglia e il conflitto tra sunniti e sciiti hanno finito per distruggere lo stato iracheno, spianando la strada all’estremismo sunnita, ad Al-Qaeda e all’Isis.
L’Iraq rappresenta la prova della fallimentare strategia americana nel mondo arabo e islamico dopo il 1989. Se Osama bin Laden è stato il risultato della reazione americana all’invasione russa dell’Afghanistan, il Califfo è la conseguenza diretta dell’appoggio dei neo-cons a chiunque combattesse i cosiddetti «stati canaglia», ovvero l’Iraq e la Siria. Le fotografie del senatore Mc Cain accanto ai ribelli siriani, con cui ha avuto diversi incontri, spiegano meglio di qualsiasi analisi una specialità della politica americana: allearsi con i propri nemici.
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Con la "buona scuola" Renzi ci salva dall'ISIS
Comidad
La propaganda di Renzi è basata su espedienti piuttosto elementari, tra cui il dire ad ognuno ciò che vorrebbe sentire. Per compiacere un po' gli insegnanti prima di rifilargli il bidone, Renzi ha anche dichiarato che bisogna smetterla di dare sempre la colpa agli insegnanti e mai ai ragazzi che non studiano. Con questo generico appello al rigore degli studi, Renzi può rifilare la fregatura, attraverso il solito slogan della "meritocrazia". Basta con l'ugualitarismo fra gli insegnanti, occorre premiare il "merito". Sapere cosa sia il "merito" non è affatto importante. Anzi, l'ineffabilità del concetto favorisce ancora di più la competizione fra i docenti, i quali imparano alla svelta che possono emergere soltanto cercando di mettere nei guai i loro colleghi, magari strumentalizzando allo scopo anche gli studenti, sempre entusiasti di accedere alla sensazione di potere offerta dall'opportunità di inserirsi nelle beghe degli adulti. La metafisica del merito riconduce quindi ad una pratica molto concreta: il mobbing reciproco.
Dalla Scuola pseudo-idillio di venti anni fa, si è passati all'attuale Scuola/inferno, inaugurata dal ministro Luigi Berlinguer con le leggi sulla autonomia scolastica e sullo "Statuto degli Studenti". Gli insegnanti si scannano fra di loro nella speranza di accedere allo staff dirigenziale, al quale si prospetta il futuro privilegio non solo di maggiori guadagni, ma soprattutto di non entrare in classe; oppure si scannano nella vana illusione di essere cooptati nell'Olimpo dell'istruzione para-universitaria.
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Tsipras in formato Pdf
di ilsimplicissimus
Il popolo della sinistra non finisce mai di stupirmi: c’è gente, molta gente, di buona volontà che fa le capriole, scala erte pareti di specchi evoca miraggi da assetati pur di allontanare da sé l’amaro calice della sconfitta di Tsipras, illudendosi che questa è solo una fase iniziale del braccio di ferro con l’Europa. Non si vede perché il governo greco si sia arreso praticamente su tutto sotto il peso ricattatorio della Bce nel momento più delicato per lui e possa invece resistere fra quattro mesi o fra quattro anni quando le medesime forme di pressione ed estorsione saranno di nuovo gettate sul piatto della bilancia: un Paese mantenuto costantemente sull’orlo del default si troverà sempre, per anni e forse per decenni, sull’orlo di scelte impossibili.
La cosa è talmente chiara che viene persino evidenziata da un incidente oscuro e inquietante: il documento con cui il governo Greco ha presentato le sue “riforme” o meglio le sue rese, porta la firma digitale di uno sconosciuto burocrate di Bruxelles, tale Declan Costello ( a volte nei nomi c’è un destino) e non quella del ministro delle finanze di Atene, Varoufakis. In un primo momento un portavoce della commissione Ue ha detto che si trattava di un equivoco perché la firma digitale era solo quella di chi aveva trasformato il file word in Pdf.
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Il dissidio
Giorgio Mascitelli
Le dichiarazioni di Romano Prodi a proposito della situazione libica, ossia che il caos attuale è il prodotto della guerra di quattro anni fa e che quella guerra, alla quale l’Italia si accodò, era rivolta contro gli interessi italiani, non sono affatto da trascurare perché contengono una critica, nemmeno troppo implicita, all’operato di Napolitano, che di quell’intervento fu il regista, vista la manifesta incapacità dell’allora presidente del consiglio Berlusconi di prendere una qualsiasi decisione.
Benché l’uscita del Professore verosimilmente non avesse una finalità polemica, ma fosse volta a riportare i bollenti spiriti di qualche ministro di Renzi a temperature più realistiche, è innegabile che l’intervento in senato di Napolitano, in cui attribuiva la colpa del caos alle debolezze di uno stato libico mai veramente esistito e al troppo rapido disimpegno delle forze vincitrici nel dopoguerra, costituisca una risposta a quelle critiche.
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TTIP contro Commercio Equo e Solidale
Più del 97% degli intervistati di un sondaggio ufficiale dell’Unione Europea ha respinto l’accordo TTIP dopo che Barack Obama e 29 capi di governo dell’Unione europea l’avevano sostenuto lo scorso anno.
TTIP under pressure from protesters as Brussels promises extra safeguards, Guardian, 19 febbraio 2015
I profitti della crescita economica vengono sempre più spesso captati da un ristrettissimo numero di persone – nel 2016 l’1% della popolazione mondiale possiederà più del restante 99% – in grado di manipolare a proprio vantaggio i processi decisionali sempre meno trasparenti delle istituzioni internazionali.
Quello di cui abbiamo bisogno è una società equa e solidale che promuova un commercio, consumo, produzione, finanza equi e solidali. Ossia: più decentramento (autonomia, federalismo), più open source (trasparenza), redistribuzione delle ricchezze mondiali e fine del giogo debitorio, più partecipazione democratica, più giustizia (la legge sia uguale per tutti) e, non ultimo, maggiore senso di responsabilità nei confronti del nostro pianeta e degli esseri viventi che lo abitano.
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Il paradosso dei gemelli
di Alessandra Daniele
Matteo è un cazzaro.
Fa promesse che non potrà mai mantenere, solo per rastrellare più voti che può dove può.
Niente di quello che promette è realizzabile, a parte una riduzione dei diritti, un regresso al secolo passato.
Matteo è un reazionario che si finge un rinnovatore, un pollo d’allevamento che si spaccia per un outsider.
Matteo è telegenico.
Non perché sia bello, è un bamboccio grasso e sudaticcio, ma ha l’aria familiare, sembra un cugino.
La sua prima apparizione televisiva risale a un quiz Mediaset degli anni 80.
Oggi occupa tutti gli spazi televisivi che può per pompare la sua immagine, perché in fondo solo d’immagine consiste.
Matteo è un bulletto.
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Gli squilibri mai corretti e il silenzio dell’Europa
di Luca Ricolfi
Tre cose sembrano chiare, per ora. La prima è che la Grecia non abbandonerà l’euro. La seconda è che l’Europa le presterà altri soldi. La terza è che i politici, greci ed europei, faranno di tutto per nascondere la verità alle rispettive opinioni pubbliche.
La verità, infatti, è indigeribile sia per Tsipras, sia per gli altri governi europei. Per questi ultimi, e in particolare per quelli che hanno dovuto inghiottire le amare medicine (austerità e riforme) imposte dalla Troika, sarà dura spiegare l’ennesimo salvataggio della Grecia. È possibile che le loro opinioni pubbliche non capiscano (o capiscano fin troppo bene), e che in Paesi come la Spagna, il Portogallo e forse anche l’Italia, monti la tentazione di fare come in Grecia, e cresca il consenso ai partiti anti-uro. Per Tsipras, d’altro canto, sarà dura nascondere che il prestito che si accinge a ricevere dall’Europa ha un prezzo politico, e che il suo governo avrà le mani legate più o meno quanto quelli che l’hanno preceduto.
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L'ipocrisia di Bruxelles sui debiti di Atene
di Luigi Pandolfi
A proposito della trattativa tra Atene e Bruxelles ci sono dei “non detti” che, obiettivamente, impediscono un discernimento consapevole della reale posta in gioco. Da più parti è stato sostenuto, a ragione, che la partita è tutta politica, che la stessa travalica i confini della Grecia e rimanda all’attuale modello di costruzione Europea. Tutto vero. Ci sono elementi, tuttavia, che potrebbero corroborare tale assunto? Si, vediamo quali.
In campagna elettorale Syriza aveva rivendicato il diritto della Grecia a chiedere una moratoria sul proprio debito. La tesi era questa: il paese non è più nelle condizioni di sopportare politiche di austerità per garantire la sostenibilità di un debito che per gran parte, ormai, è da considerarsi impagabile. Anziché pretendere ulteriori salassi a danno del popolo greco, le istituzioni Europee farebbero bene, pertanto, a prendere in considerazione l’ipotesi di un taglio del suo valore nominale, ovvero quella di una sua generosa ristrutturazione. Idea peregrina o soluzione plausibile?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare qualche passo indietro, riportando alla luce un paio di passaggi cruciali, illuminanti, di questa vicenda.
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Nous sommes Stephan
di (uno pseudo) Alberto Prunetti
Finalmente dopo giorni di attesa sono arrivate le motivazioni della sentenza della Cassazione sul processo Eternit.
Sono 148 lunghe pagine colme di considerazioni giuridiche che i giornali stanno riassumendo con uno strano senso di stupore e meraviglia. Non vedo di che stupirsi. A quanto pare, un minuto dopo aver fatto un fallimento strategico la Eternit non aveva altri obblighi verso il territorio che aveva inquinato per anni. E quindici anni dopo esser scappata all’estero, la multinazionale dell’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny era ormai aldilà del bene e del male e quindi ingiudicabile rispetto alla morte dei suoi lavoratori.
Mi sembra doveroso. Il processo non andava neanche fatto. A saperlo, i manager della Eternit potevano quasi rimanere in Italia. O almeno lasciare le valigie al deposito bagagli.
Una sentenza che farà testo. Ne tenga conto chi sta facendo start-up d’impresa. Gli imprenditori adesso possono ritornare. Tanto più che qui ora si licenzia a nastro, abbiamo asfaltato l’asfaltabile e il nuovo progetto di legge sui reati ambientali pare sia stato rottamato prima ancora di passare sulla Gazzetta ufficiale.
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I “Quaderni neri” e l’etica della lettura
Donatella Di Cesare
Intervengo su questo tema senza molto entusiasmo, perché non ho una particolare predilezione per le polemiche. Da quando ho pubblicato il primo articolo su questo tema (Heidegger, das Sein und die Juden, “Information Philosophie” 2, 2014), e quindi il libro Heidegger e gli ebrei. I “Quaderni neri”, Bollati Boringhieri, Torino 2014, mi sono resa conto della necessità di prendere parte a un dibattito, talvolta anche acceso. E così è stato. In questo periodo non passa d’altronde giorno che in Italia, in Francia, in Germania, in Israele (meno, per ora, negli Stati Uniti), la discussione critica non coinvolga nuove voci e non si estenda a temi ulteriori. L’apice è stato forse il convegno “Heidegger et le juifs” che si è tenuto a Parigi tra il 22 e il 25 gennaio.
Certo, per dibattere, devono essere date le condizioni. Non sembra questo il caso del breve scritto pubblicato da Andrea Zhok, infelice già nel titolo: “La deludente verità dell’antisemitismo di Heidegger”. C’è un antisemitismo la cui verità sarebbe deludente?
Ma torniamo alla tesi di Zhok. Dopo fumose argomentazioni, improbabili traduzioni (Menschentümlichkeit = modo d’essere dell’umanità, Machenschaft = dominio manipolativo), un linguaggio filosofico impreciso (fatale e destinale usati come sinonimi), giudizi sommari e non motivati, si evince la sua tesi nelle ultime righe: “La deludente verità dell’antisemitismo di Heidegger non è nulla di demoniaco ed indicibile, nulla di controverso, ma magari ardimentoso, no, si tratta, mestamente, dell’unica cosa che a un filosofo non si può perdonare: la superficialità”.
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L'accanimento neo-coloniale
di Alessandro Dal Lago
Il vento s’è portato via tutte le sciocchezze dette e scritte per motivare, quattro anni fa, l’intervento Nato in Libia. La disinformazione, le chiacchiere anti-pacifiste dei guerrieri da salotto, l’enfasi nazionalistica e pseudo-umanitaria che spingeva l’allora opposizione di centro-sinistra a premere su Berlusconi per far la guerra al suo ex-amico Gheddafi. E oggi la stessa retorica bellicista prorompe dalle parole di due ministri come Gentiloni e Pinotti. Con la differenza che il bersaglio non è più un dittatore indebolito e destinato prevedibilmente a fare una fine orrenda, ma un nemico in larga parte sconosciuto e che appare ubiquo e capace di mobilitare alleati in mezzo mondo, dal Maghreb all’Iraq.
Naturalmente, per quanto le parole dei due ministri siano state avventate, è impossibile che si siano inventate di sana pianta. È quindi probabile che il nostro governo stia già lavorando per un intervento armato che allontani i tagliagole dalle coste della Libia. Questa volta a soffiare sul fuoco c’è anche Berlusconi, che mira, con la scusa dell’interesse nazionale, a mettere in difficoltà Renzi e a far dimenticare le sue responsabilità nel 2011.
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Te ne accorgi solo dopo 25 anni. Ma nel frattempo sono andati avanti
Il caso delle privatizzazioni italiane
di David Casanova
Siamo giunti, quasi inconsapevolmente, ad un situazione paradossale, venticinque anni fa neppure lontanamente immaginabile. Chi si sarebbe mai immaginato di pagare in toto l'acqua, lo smaltimento dei rifiuti, un'imposta sulla prima casa, addirittura l'illuminazione pubblica!
Dico venticinque anni fa non a caso, dal momento che a inizio anni '90 in Italia le cose cambiano completamente, in maniera oserei dire violenta e repentina sotto la collaudata minaccia della "shockdoctrine" .
Lo scoppio dello scandalo di mani pulite fu detonatore di alcuni provvedimenti politici ed economici di impronta neoliberista che hanno segnato e stanno segnando la vita repubblicana e dei suoi cittadini in maniera indelebile.
Il tormentone di tangentopoli iniziò a inizio 1992, comportò un enorme shock politico al quale si rispose con i governi Amato (1992-1993) e Ciampi (1993-1994).
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Il controtempo di una prassi radicale
Roberto Finelli
«Insorgenze» di Mario Pezzella per Jaca Book. Il culto del denaro e del profitto. Una sofisticata analisi della società contemporanea
Mario Pezzella è da sempre un intellettuale raffinato e a tutto tondo, di come ormai ne compaiono sempre più raramente. Studioso di filosofia, letteratura, estetica, cinema, traduttore dal tedesco e dal francese, frequentatore dell’impegno politico e civile, ha sempre stretto queste diversità di campi e discipline nell’unità del radicalismo critico, d’ispirazione marxiana. Ricercando con ostinazione e acume vie d’uscita possibili dalla gabbia d’acciaio e dalla regressione, economica, ma, non di meno, morale, psicologica e antropologica indotta dalla diffusione, a piene mani, sulla scena mondiale dell’unica civiltà del «Capitale». Fedele a queste istanze, con una coerenza di percorso che conduce frequentemente alla solitudine e al disconoscimento, Pezzella ripropone oggi la ricchezza della sua riflessione estetico-filosofico-politica nel suo ultimo volume, Insorgenze, pubblicato da Jaca Book.
La tesi fondamentale del libro, di contro a letture solo economicistiche del mondo contemporaneo e presenti ancora in un certo marxismo sempre più residuale, è sulla natura teologica, «spirituale», del capitalismo globalizzato nel quale viviamo. L’anima del capitale è infatti «astratta», immateriale, volta solo al profitto e alla sua accumulazione: alla crescita della sua quantità iniziale di denaro e all’espansione, sempre più ampia, di questo ciclo. Pena la progressiva emarginazione ed espulsione dal mercato a motivo della concorrenza degli altri capitali.
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Unite i puntini
Paolo Cardena
Ve la faccio breve...
Vi ricordate il caso Cipro, nei primi mesi del 2013? Da quelle parti, a quei tempi (ma anche dopo, a dire il vero), il sistema bancario era prossimo al collasso. Come è andata a finire è cosa nota.
Negli ultimi due mesi, le banche della Grecia hanno subìto un deflusso di capitali di quasi 25 miliardi euro. Ed è assai probabile che la fuga di capitali si intensifichi se non si dovesse trovare un accordo sul salvataggio della Grecia
Il sistema bancario italiano è gravato da oltre 300/320 miliardi di euro di crediti deteriorati e quindi di dubbia esigibilità. Questi sono quelli noti.... Tant'è che stanno cercando di creare una bad bank per ripulire i bilanci delle banche gravate da tanto marciume. Ovviamente sarà fatto a carico dei contribuenti.
Come sapete il fisco, da quest'anno, invierà ai contribuenti il mod. 730 precompilato. A mio avviso sarà caos. Perché, ad oggi, il fisco non è in grado di conoscere in anticipo molte spese detraibili sostenute dai contribuenti (ad esempio quelle mediche, oppure quelle per l'istruzione dei figli o altre spese). Quindi, la precompilazione del mod. 730 da parte del fisco sarà assai parziale. Parziale, ad oggi, ma non domani. Perché si ha il fondato sospetto che questa misura (quella del 730 precompilato) altro non è che un provvedimento propedeutico a qualcosa di più incisivo e articolato, come ad esempio l'eliminazione del contante o la feroce diminuzione della soglia di utilizzo del contante.
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Lascia o Raddoppia
di Jacques Sapir
Il governo greco oggi si trova a capo di un conflitto contro l’austerità, rappresentata in Grecia dalla “Troika”, cioè l’unione di FMI, BCE e Commissione europea. Giovedì 19 febbraio il governo greco ha annunciato, nella sua richiesta di proroga dei prestiti europei, la volontà di “collaborare strettamente con le istituzioni europee e con il Fondo Monetario Internazionale” e anche quella di “onorare i suoi obblighi finanziari nei confronti dei suoi creditori “. Si è impegnato a “finanziare pienamente le nuove misure, astenendosi da qualsiasi azione unilaterale che pregiudicherebbe gli obiettivi di bilancio, la ripresa economica e la stabilità finanziaria“, introducendo nel contempo una “flessibilità” che permetta delle “riforme sostanziali” al fine di “ripristinare il tenore di vita di milioni di cittadini greci” [1]. Le parole sembrano essere state progettate al millimetro. In realtà, il governo greco si è impegnato SOLO al mantenimento di un avanzo primario in pareggio, ma non rinuncia alla sua volontà di utilizzare il denaro destinato al pagamento degli interessi e al rimborso del debito per finanziare delle misure di tipo sociale. In realtà, non ci sono cambiamenti sostanziali. Ed è per questo che il governo tedesco ha già annunciato la sua opposizione a questa richiesta.
Da oggi ci troviamo al cuore del problema. La Germania fa della Troika e dell’austerità, l’alfa e l’omega della sua politica, in quanto tali misure garantiscono il suo dominio in Europa. Facendo delle concessioni di pura forma, il governo greco smaschera l’atteggiamento tedesco e fa ricadere sulla Germania la responsabilità di un conflitto. [2] Poiché è improbabile che la Germania ceda su questo punto. In realtà, il governo greco ha teso una trappola alla Germania. Le sue concessioni di pura forma sottolineano la rigidità tedesca.
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