Ci voleva la Flotilla per capire che Israele è ripugnante
di Salvatore Cannavò
La missione della Global Sumud ha svelato i crimini del governo Netanyahu anche ai chi fino a oggi non voleva vedere
Mancano solo il conte Dracula e i nazisti del XXI secolo a condannare il ministro israeliano Ben Givr e la sua parata aggressiva, con tanto di camicia nera, a uso del suo elettorato contro gli attivisti e le attiviste della Flotilla portati in Israele dall’esercito di Tel Aviv. Per il resto le parole di condanna di quelle immagini che tutti abbiamo visto provengono da ogni angolo dello spettro politico. Dalla tribuna più autorevole, la presidenza della Repubblica italiana, che ha ha parlato di «trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo a opera di un ministro del governo di Israele», fino alla presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri che, in modo congiunto nel corso del vertice con il premier indiano, Modi, hanno guardato il video e definito «inaccettabile ed esecrabile» quanto fatto da Israele nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla. «Non so che altri termini poter utilizzare per quello che è accaduto…» ha detto Tajani. «È una violazione dei diritti di ogni persona anche perché [gli attivisti] non sono terroristi, né persone che hanno commesso dei reati. Sono stati presi illegittimamente fuori delle acque di Israele, non erano armati, non avevano intenzioni violente. Poi uno può essere più o meno d’accordo sull’iniziativa, ma non è perché uno è d’accordo o meno che si possa fare quello che è stato fatto. Non è successo davanti alle acque di Israele o davanti alle acque di Gaza. È successo vicino Cipro e questo per noi è una violazione del diritto internazionale, ma soprattutto siamo indignati per quello che abbiamo visto nel video».
E addirittura gli Stati uniti prendono le distanze: «La flotilla è stata una stupida bravata, ma Ben Gvir ha tradito la dignità della sua nazione. Atti spregevoli», ha scritto su X l’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee.
Israele, insomma, sembra averla fatta grossa anche perché a condannare Ben Givr sono stati lo stesso Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri israeliano che, sostanzialmente, hanno rimproverato il loro ministro, colono e fascista, di aver provocato una situazione «che non serve a Israele». Ma è proprio così, si tratta di una resipiscenza, di una svolta negli atteggiamenti occidentali e di Israele? Qualcosa che potrebbe mutare, se non la situazione sul campo, almeno il clima politico?
Se così fosse si tratterebbe di un successo esclusivo della Flotilla che, nel silenzio della politica occidentale e nelle infamie e umiliazioni subite – risuonano ancora le parole pronunciate dal presidente del Senato Ignazio La Russa sulla «fortuna» di essere catturati: proprio il partner ideale per Ben Givr – ha tenuto il punto centrale di questa missione: accendere i riflettori su Gaza e, ovviamente, su Israele, sull’occupazione e la violenza esercitata, non più solo a Gaza ma ormai anche nel sud del Libano.
Questa natura della missione viene spesso dimenticata e accantonata da un’informazione alla ricerca del gossip e del falso – come ad esempio l’assenza di beni di conforto per Gaza o i presunti legami con Hamas o il terrorismo islamico – mentre si tratta esclusivamente di dare sostegno, materiale ma anche politico e ideale, alla condizione palestinese. Che fosse così lo si è visto chiaramente con la prima missione, anch’essa spazzata via con le armi e i soldati da Israele, che ebbe il grande merito di rendere la situazione della Striscia un’emergenza mondiale e di attivare una mobilitazione che non si era più vista da anni. Tanto che non è un caso se la buffonata trumpiana del Board of Peace – di cui non si hanno notizie e da cui nulla di concreto è venuto per i palestinesi – sia emersa proprio dopo il clamore generato dalla Sumud Flotilla e dalla generosa solidarietà attivata da quelle barche. La Flotilla quindi è finora servita, e si tratterà di trarne con la dovuta attenzione e intelligenza tutte le lezioni nelle iniziative dei prossimi giorni e settimane.
Ma non bisogna ovviamente illudersi sulla sostanza. Le parole di condanna a Israele, mosse dall’evidente brutalità ostentata dal ministro guerriero e dalla necessità di prenderne le distanze, non è l’anticamera di un cambio di politica generale. Certamente non di Israele che continua a rivendicare l’assalto alla Flotilla, stavolta anche con colpi di fucile, sia pure non letali, sparati contro gli attivisti, come una legittima difesa da azioni terroristiche. Confessando così che è la stessa esistenza in vita de palestinesi, oggetto di iniziative di solidarietà, a rappresentare per lo Stato ebraico una minaccia esistenziale. Quale modo più esplicito di dichiarare la sostanza del sionismo israeliano nel tempo presente e il potenziale annullamento di un intero popolo che questo persegue?
Ma nemmeno in Europa si intravedono novità palingenetiche. Non è un’organizzazione di sinistra radicale o dell’associazionismo «pro-Pal» più estremo a dichiarare che «la Flotilla debba essere ritenuta come un vero e proprio luogo profetico poiché testimonia la volontà di non arretrare rispetto alla difesa della dignità e dell’integrità della persona umana» e a chiedere «al nostro Governo e al Consiglio europeo una chiara e inequivocabile condanna dell’atto di pirateria ai danni dei cittadini imbarcati sulla Flotilla e l’applicazione di sanzioni serie e sistematiche nei confronti di Israele a partire dal blocco completo del commercio di armi e, senza esitazione, dei rapporti in campo militare». Si tratta invece delle Acli, l’associazione cattolica dei lavoratori che esprime con poche semplici parole tutto quello che andrebbe fatto e quello che invece non sarà fatto. A partire dal governo italiano.
Da questo punto di vista è molto positiva l’iniziativa che si terrà a Roma alla Città dell’Altra Economia il prossimo 27 maggio, «Justice For Palestine», per rappresentare il milione e 200mila persone che hanno sottoscritto l’appello per bloccare l’accordo tra Ue e Israele: di queste firme 270mila sono italiane. L’iniziativa è promossa dall’Alleanza della Sinistra Europea per i Popoli e il Pianeta (Ela) – European Left Alliance, «un partito politico europeo che unisce i partiti della sinistra verde e femminista impegnati nella difesa del diritto internazionale» e di cui per l’Italia fa parte Sinistra italiana. Ma non si tratta di una questione di sigle o di simboli, quanto della sostanza delle prese di posizione per fermare Israele. Sanzioni, rottura di accordi, isolamento internazionale, boicottaggio, rappresentano le «armi» simboliche per cercare di insistere sugli orientamenti e gli atteggiamenti di un paese – non solo di un governo – che ha deciso di divenire il paria mediorientale nonostante enfatizzi sempre la propria natura democratica. Non basta avere libere elezioni, formare un governo in Parlamento o garantire un funzionamento accettabile della giustizia: occorre anche rispettare le leggi internazionali, porre dei limiti al dominio militare e, più sobriamente, evitare di dare vita a un genocio di carattere storico come quello consumato a Gaza.
Questa svolta oggi appare davvero complessa. Nonostante i suoi consensi siano in progressivo declino, Donald Trump tiene il filo di una politica estera e militare che non sembra cambiare nella sostanza, anche se le forti indecisioni nei confronti dell’Iran caratterizzano le quotidiane dichiarazioni e prese di posizione. Il problema è che i rapporti internazionali sono dominati da un aspetto sempre troppo sottovalutato: l’estrema fragilità economica e finanziaria degli Usa. Un paese dalla debolezza industriale sempre più marcata, con un debito pubblico arrivato al 137% del Pil e che ammonta a ben 40 mila miliardi, un deficit commerciale di circa 1.000 miliardi, che ha bisogno di conservare la centralità della sua moneta per sostenere e non far vacillare il gigante che è ancora. Ma questo oggi sembra possibile solo con una politica di potenza militare per fronteggiare soprattutto il concorrente estremo: la Cina. Paese da cui Trump si è presentato, non casualmente, con toni morbidi e dialoganti proprio perché bisognoso della sua benevolenza. E se l’esito della guerra con l’Iran è avvolto nella totale incertezza, il sostegno Usa a Israele non verrà mai messo in discussione: si tratta di una relazione indistruttibile a meno di profondi cambiamenti nella politica israeliana – si dovrebbe votare a settembre – e in quella statunitense – a novembre ci sono le elezioni di Midterm, che però non incidono direttamente sulla Casa Bianca, ma ne condizionano i poteri.
Si tratta quindi di lavorare ancora molto in profondità per incidere sulla situazione di guerra mediorientale e sulle condizioni di vita a Gaza. Dove i paesi occidentali stanno accumulando record di vergogna morale inusitati e mai registrati prima. E oltre all’assenza di condanna di Israele, va anche ricordato che se un essere «spregevole» come Ben Givr ha fatto quello che si è visto, è anche perché la Flotilla è stata infangata in ogni modo possibile, a partire dal governo italiano. Ma in realtà si tratta di un problema secondario. Mentre ci indigniamo, e siamo avvolti dall’ira, per il modo in cui sono stati trattati i volontari e le volontarie della Global Sumud Flotilla, non possiamo nemmeno per un attimo dimenticare qual è il vero crimine commesso da Israele e dai suoi alleati: quelle tende strappate di Gaza, quei campi profughi accanto alle case sventrate, la fame e l’assenza di cure cui il tanto decantato Occidente, così orgoglioso delle sue «radici ebraiche e cristiane», assiste senza muovere un dito.











































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