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sinistra

La rivoluzione cubana: un esempio storico e attuale che l’imperialismo americano vuole cancellare

di Eros Barone

Milioni di persone in tutto il mondo considerano la rivoluzione cubana un esempio importante di sovranità, resistenza e solidarietà internazionale. Si può discutere il giudizio sul percorso di Cuba, ma un fatto rimane inoppugnabile: la rivoluzione ha infranto le catene del dominio straniero che avevano ridotto l’isola, secondo la ben nota espressione, a un “bordello dell’emisfero occidentale”. Con la sua rivoluzione Cuba ha invece dimostrato al mondo intero che anche una piccola nazione può opporsi al potere imperialista senza arrendersi o sottomettersi.

Così, per oltre sessant’anni, gli Stati Uniti hanno tentato di spegnere il fuoco acceso dalla rivoluzione cubana con tutti i mezzi possibili. Strangolamento economico, isolamento diplomatico, complotti per assassinare i leader, campagne di destabilizzazione, sanzioni interminabili, tentativi di invasione: una terribile panoplia il cui impiego aveva ed ha il fine di costringere Cuba ad accettare la dipendenza e la sottomissione. Eppure Cuba ha resistito. E in effetti – come riconosce l’Unesco e. insieme con essa, tanti osservatori obiettivi - nonostante le enormi difficoltà il socialismo cubano (poiché questo è il nome dell’esempio evocato nel titolo del presente articolo) ha raggiunto conquiste sociali che rimangono fuori dalla portata di ampie fasce della popolazione persino nei paesi capitalistici più ricchi.

Anche in questo caso, un ‘excursus’ storico fondato sul confronto delle modalità di intervento dell’imperialismo romano e di quello americano può essere illuminante.

In comune i due imperialismi hanno la duplice tattica di aggredire militarmente un popolo per poi offrirgli protezione. In particolare, proprio questo è un caposaldo dell’imperialismo romano, che si è evoluto nel corso dei secoli attraverso specifici istituti giuridici e diplomatici. Ma i Romani, a differenza dell’attuale amministrazione americana, evitavano di apparire come aggressori immotivati. Essi infatti spesso si inserivano nelle dispute tra due popolazioni confinanti su richiesta di una delle due parti e, alleandosi con il più debole, dichiaravano guerra al più forte, legittimando l’intervento come ‘bellum iustum’ per proteggere un alleato o ristabilire un rapporto di equilibrio. In sostanza, la pressione militare posta in atto veniva spinta fino al punto di costringere il nemico alla resa incondizionata, nota nel diritto romano come ‘deditio in fidem’. In tal modo, una volta sconfitti e sottomessi, i popoli vinti consegnavano ostaggi, armi e territori, contando completamente sulla “buona fede” del vincitore. Invece di sterminare o ridurre in schiavitù tutti i vinti, Roma trasformava i nemici in ‘socii’ (alleati) o clienti e, attraverso il ‘foedus’ (un trattato di alleanza), offriva protezione militare e stabilità in cambio di sottomissione alla politica estera romana, fornitura di truppe ausiliarie per l’esercito e pagamento di tributi o erogazione di risorse.

Il carattere essenzialmente predatorio e brigantesco del decadente imperialismo americano, dovuto alla pressione della caduta del saggio di profitto e alla natura fittizia di gran parte del capitale accumulato negli Stati Uniti, prescinde invece del tutto da qualsiasi legittimazione giuridica, mentre si fa forte di una barbarica legittimazione religiosa che ripristina in forma capitalistica e finanziaria, attraverso l’intervento di una plutocrazia tanto cinica quanto anarchica, il ‘modus operandi’ del feudalesimo e mira a creare nella propria sfera di intervento le condizioni non di un predominio relativo e negoziabile, ma di un dominio assoluto e unilaterale. Al contrario, l’imperialismo romano, combinando abilmente l’assoggettamento con l’integrazione e realizzando la sintesi tra il ‘bellum iustum’, la ‘deditio in fidem’ e il ‘foedus’, trasformò gradualmente le popolazioni indipendenti in alleate, poi in sudditi e, infine, in cittadini integrati nella macchina imperiale: fu questa modalità di intervento, politico-militare e insieme giuridico-istituzionale, che garantì a Roma secoli di egemonia.

Tornando a Cuba, occorre sottolineare che Raúl Castro non è certamente un criminale, benché l’amministrazione trumpista cerchi di raffigurarlo come tale. Il fratello di Fidel Castro è invece un rivoluzionario che ha dedicato la sua vita alla lotta contro la dittatura, la dominazione straniera e lo sfruttamento capitalistico a Cuba. L’emissione di un mandato d’arresto da parte della magistratura degli Stati Uniti nei suoi confronti non è altro che un atto di arroganza imperialista da parte di uno Stato che da più di sessant’anni cerca di soffocare la rivoluzione cubana attraverso blocchi, sabotaggi, guerra economica, propaganda, tentativi di invasione e aggressione politica permanente.

D’altronde, l’ipocrisia del governo statunitense è davvero sconfinata. Una potenza che ha invaso paesi, organizzato colpi di Stato, armato forze reazionarie e distrutto intere società in difesa dei propri interessi geopolitici, ora cerca di presentarsi come la paladina della “giustizia” e della “democrazia”. Una tale potenza rivendica l’autorità morale quando si tratta di Cuba socialista; una potenza fondata in gran parte sul “sistema-Epstein” ha l’impudenza di tentare di impartire al mondo lezioni su “giustizia” e “democrazia”. Sennonché Raúl Castro, assieme a Fidel Castro, a Ernesto Che Guevara e a migliaia di rivoluzionari cubani e latino-americani, appartiene a quella generazione che ha trasformato Cuba da Stato fantoccio al servizio delle imprese multinazionali e degli interessi mafiosi americani in un paese indipendente che ha garantito assistenza sanitaria, istruzione, alfabetizzazione e dignità a milioni di persone comuni. Questa è la vera ragione per cui Cuba è nel mirino dell’imperialismo americano da decenni. Donald Trump e il ‘milieu’ ultrareazionario che lo circonda rappresentano il volto più aggressivo dell’imperialismo americano contemporaneo, laddove l’ossessione per Cuba nasce da un anticomunismo viscerale e non ha nulla a che vedere con i “diritti umani”. Cuba è nel mirino perché rappresenta un esempio storico di resistenza: un piccolo Paese che ha resistito al potere degli Stati Uniti ed è sopravvissuto. Agli occhi degli esponenti dell’amministrazione imperialista di Washington è semplicemente un esempio detestabile e attrattivo da cancellare.

La campagna contro Raúl Castro non è quindi indirizzata contro un singolo individuo, ma è un attacco all’intera legittimità storica della rivoluzione cubana. Il suo scopo è quello di criminalizzare e demonizzare la lotta antimperialista stessa, cancellando la lunga e sanguinosa storia di violenze, aggressioni e dominio di cui gli Stati Uniti sono, ad un tempo, il frutto e il seme in America Latina e nel resto del mondo. Di conseguenza, quando alla minaccia di un intervento militare seguirà l’aggressione armata si potrà misurare con esattezza il grado e lo spessore della solidarietà e del sostegno che i cosiddetti Brics, a partire dalla Russia e dalla Cina, avranno offerto a Cuba socialista, poiché, se i governi dei paesi che fanno parte di questa alleanza non muoveranno un dito e si limiteranno ad una deplorazione puramente formale, l’attacco americano sfocerà in un bagno di sangue e segnerà, dati i rapporti di forza, non solo la fine dell’esperienza cubana e l’assoggettamento di questo Paese da parte dell’egemone, ma anche la definitiva rivelazione della vera natura, competitiva e non alternativa, di quello schieramento internazionale e della sua pretesa di creare un ordine mondiale multipolare.

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