
Un eccezionale cronista della seconda guerra mondiale
di Eros Barone
Cari Compagni, sì, Compagni,
perché è un nome bello e antico che non dobbiamo lasciare in disuso; deriva dal latino “cum” e “panis” che accomuna coloro che mangiano lo stesso pane. Coloro che lo fanno condividono anche l’esistenza con tutto quello che comporta: gioia, lavoro, lotta e anche sofferenze.
Mario Rigoni Stern, messaggio inviato il 20 gennaio 2007, in occasione del Convegno Provinciale dell’ANPI di Treviso.
La figura di Mario Rigoni Stern (1921 – 2008), nato ad Asiago e definito uno dei più grandi scrittori da Primo Levi, è legata indissolubilmente a quel capolavoro della narrativa basata sulle memorie di guerra che è Il sergente nella neve (sottotitolo: Ricordi della ritirata di Russia). Il racconto, scritto tra il 1944 e il 1945 e pubblicato nel 1953, si divide in due parti, Il caposaldo e La sacca, e narra le vicende dell’autore, sottufficiale degli alpini, impegnato sul fronte russo e successivamente nella terribile ritirata dell’inverno 1942-1943. La prima parte descrive la guerra di posizione, scandita dai riti caratteristici della vita militare: il rancio, la posta, gli sfoghi nostalgici tra i commilitoni sui paesi di provenienza, il cameratismo, la pulizia delle armi. Spiccano i volti di tanti compagni che via via si andranno sempre più assottigliando, ognuno còlto in un particolare atteggiamento o attraverso un’espressione dialettale, come Giuanin, la cui ricorrente domanda: «Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?», è il leitmotiv del libro. In questa parte del racconto, accanto alla descrizione del paesaggio, la pianura russa dominata dal “Generale inverno”, più severo e incombente che mai, prendono spesso risalto squarci di altre realtà, come quella lontana e familiare delle vallate alpine e quella della stessa terra russa, quale si indovina sotto il manto uniforme della neve, e tanto simile all’altra nel mondo contadino che la popola.
Quando giunge l’ordine della ritirata, quel microcosmo militare fatto di cose povere e di sentimenti semplici diviene quasi oggetto di un assurdo rimpianto: «Dalla trincea sentivo i passi degli alpini che si allontanavano. Erano vuote le tane. Sulla paglia che una volta era il tetto di un’isba giacevano calze sporche, pacchetti vuoti di sigarette, cucchiai, lettere sgualcite: sui pali di sostegno erano inchiodate cartoline con fiori, fidanzati, paesi di montagna e bambini».
La seconda parte è interamente dedicata all’atroce ritirata dei reparti italiani, circondati dai russi, a cui quelli tentano di sfuggire rompendo l’accerchiamento con interminabili marce e assalti disperati. Ora ogni uomo è solo con sé stesso in una lotta per sopravvivere che sembra non aver mai termine e in cui la morte gli cammina al fianco: «Ma quando finisce? Alpi, Albania, Russia. Quanti chilometri? Quanta neve? Quanto sonno? Quanta sete? È stato sempre così? Chiudevo gli occhi ma camminavo. Un passo. Ancora un passo». I villaggi abbandonati si susseguono ai villaggi presi, le fughe si succedono l’una dopo l’altra nell’inferno ghiacciato delle notti, a quaranta gradi sotto zero; i compagni d’arme cadono quasi senza emettere un gemito, fino a Nikolajevka, il 26 gennaio 1943.
E proprio nel fuoco di quella durissima battaglia il sergente, stremato braccato e affamato, entra in un’isba e, prima ancora di avere il tempo di capire, scorge dei soldati russi seduti a tavola. Come in sogno, una donna gli offre da mangiare e, in silenzio, senza che nessuno dica o faccia qualcosa, tutti si concentrano nella consumazione del cibo: «Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini». Qui Mario Rigoni Stern sembra evocare, descrivendo questo straordinario incontro fra soldati russi e soldati italiani in un’isba, l’archetipo, a un tempo simbolico e reale, del ritorno nel ventre materno, che è lo spazio/tempo situato prima della storia e oltre la storia, dove tacciono le armi e gli odi e dove dunque può avvenire la scoperta, nel silenzio profondo, sacrale, che accompagna il pasto comune, della fraternità originaria che unisce tutti gli uomini. «… non era un armistizio. Era qualcosa di molto di più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro». In tal modo la scoperta della fratellanza come misura naturale dell’uomo consente all’autore di trarre dall’esperienza della guerra una indimenticabile lezione di umanità.
Sennonché pochi saranno, alla fine, i superstiti scampati a quella terribile avventura, il cui ricordo risuona nei nomi dei battaglioni che ne furono, a un tempo, protagonisti e vittime: Tirano, Edolo, Vestone, Verona. Epperò l’impresa che rendeva Rigoni Stern ben più fiero dei libri successivamente pubblicati fu l’aver riportato a casa da comandante il suo plotone di mitraglieri, il Vestone. E proprio su quella guerra, teatro di morte per tanti militari italiani, nel volume Ritratti di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini l’autore del romanzo Il sergente nella neve volle precisare quanto segue: «I russi erano dalla parte della ragione, e combattevano convinti di difendere la loro terra, la loro casa, le loro famiglie. I tedeschi, d’altra parte, erano convinti di combattere per il grande Reich. Noi non combattemmo né per Mussolini né per il Re, ma per salvare le nostre vite».
Rivelando un orientamento che non è mai venuto meno e che definisce con nettezza la sua personalità, nel 2002 a proposito dei tempi attuali Rigoni Stern in un’altra intervista formulerà una lucida previsione: «A un certo punto diciamo: ci vorrebbe una grande crisi per ridimensionare questa economia virtuale. Purtroppo, la grande crisi prende sempre di mezzo la povera gente. Ma piuttosto che una guerra, è meglio una grande crisi per stravolgere un po’ questo mondo, per metterlo sulla strada giusta, per far capire che non è più la borsa che deve governare».
In conclusione, tornando ai Ricordi della ritirata di Russia, tra le non molte dedicate alla seconda guerra mondiale (l’altra, assai famosa, è quella di Giulio Bedeschi, intitolata Centomila gavette di ghiaccio) le memorie stese da Mario Rigoni Stern colpiscono per l’asciuttezza, la sobrietà e la linearità, veramente classiche, di una scrittura che ricorda lo stile di Senofonte nell’Anabasi. L’autore non ha bisogno di ricorrere ai lenocini della retorica per sottolineare il carattere epico dei fatti che racconta; si limita a descriverli, e in tal modo offre al lettore la possibilità di cogliere, senza effusioni sentimentali o intenerimenti pietistici, il valore morale e la grandezza umana degli umili protagonisti di una drammatica vicenda di popolo.










































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