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L’egemonia della paura

di Martino Avanti

Finita l'era dei compromessi forzati, l'attuale equilibrio mondiale fatto di finanziarizzazione e debito si regge sulla demonizzazione dell'altro da sé

capitalismo jacobin italia 990x361La crisi economica iniziata nel 2008 è una crisi sistemica del modo di produzione capitalista. Il capitale, come forza sociale onnicomprensiva, come disciplina sulla società e sulla natura, appare sempre meno in grado di riprodurre adeguatamente la sua base sociale e naturale. Stiamo tuttavia perdendo la capacità di cogliere l’intreccio tra storia e geopolitica alla base dell’avvitamento disfunzionale del capitalismo. La cosiddetta “scuola di Amsterdam”, nel combinare marxismo (gramsciano) e relazioni internazionali ci permette di afferrare questi nessi strutturali. La recente pubblicazione di Transnational Capital and Class Fractions (curato da Overbeek e Jessop) ne offre un quadro d’insieme a quarant’anni dai primi lavori. Quanto segue ne presenta, integrandoli con l’analisi del presente, i concetti teorici più innovativi, concentrandosi principalmente sull’opera di Kees Van der Pijl.

 

Concetti onnicomprensivi di controllo

L’egemonia è una forma di dominio di classe che si basa sul consenso piuttosto che sulla forza; consenso che è attivo tra i gruppi che fanno parte del blocco sociale unificato da uno specifico concetto onnicomprensivo di controllo (neoliberalismo/liberalismo corporativo) e passivo per chi non ne fa parte ma manca della forza di modificarlo o concepire il mondo diversamente. Nelle fasi egemoniche, la società nel suo complesso assimila i principi e il modus operandi su cui riposa il dominio della frazione dominante, considerandoli normali.

Non è tuttavia il capitale in generale, quello con la “C” maiuscola, a esercitare l’egemonia, bensì una specifica frazione del capitale totale (produttivo/finanziario/commerciale), i cui esponenti sviluppano quelle che Gramsci chiamava filosofie spontane.

Naturalmente, l’estrazione di plusvalore (la differenza tra il valore della merce venduta e il valore della forza-lavoro) avviene, in ogni caso, in virtù dello sfruttamento competitivo della forza-lavoro da parte del capitale produttivo. Come spiega Marx nel terzo volume del Capitale, le frazioni finanziaria e commerciale si appropriano invece di una porzione del plusvalore, senza generarne autonomamente.

Il capitale monetario (o sociale) rappresenta il capitale nella sua forma più astratta, e si presenta nella forma di capitale bancario. Questa è la sorgente della disciplina capitalista, imposta sui singoli capitali attraverso la competizione. I capitali particolari, come le grandi corporazioni, trasmettono poi la disciplina di mercato ai lavoratori attraverso il mercato del lavoro e la disciplina del lavoro. Tuttavia, l’interesse capitalista rimane un concetto sfuggevole, è in continuo movimento, composto come è da soggetti privati in costante competizione tra loro, i cui comuni interessi sono sempre provvisori.

La formazione sociale e politica di una classe è guidata da avanguardie o élites, a loro volta formate da intellettuali organici, che forniscono coesione agli interessi sociali istintivi del gruppo. Questi ultimi sviluppano concetti di controllo (o progetti egemonici) in competizione tra loro che, sulla base della capacità di attrarre sostegno di massa e governare le relazioni con le altre frazioni e con i lavoratori, saranno più o meno egemonici. Nella postmodernità, le dinamiche politiche in senso stretto si distanziano tuttavia dalle fluttuazioni del ciclo economico, anche in virtù dell’esclusione del terreno economico dal campo formalmente politico: percorsi alternativi al menù neoliberale di politica economica (privatizzazioni, liberalizzazioni, banche centrali indipendenti) sono resi costituzionalmente inammissibili, come nell’Eurozona, o difficilmente percorribili a causa del potere disciplinante dell’estrema libertà dei movimenti di capitale. In mancanza di reali alternative elettorali, elementi sempre più estetici si intrecciano al processo politico. Quello che le persone “votano” è alla fine assai diverso da quello che potrebbe suggerire un semplice calcolo dei loro interessi materiali. Da questo punto di vista, la falsa coscienza è lo stato normale delle cose. Eppure, anche il più completo dominio egemonico è sempre, secondo Gramsci, «corazzato di coercizione».

Gli aspetti necessari per raggiungere l’egemonia sono l’oggettiva “globalità” del concetto di controllo (capacità di raggiungere compromessi con altre frazioni, di governare processo lavorativo, relazioni commerciali e relazioni internazionali) e il rispetto dei requisiti sistemici dell’accumulazione capitalistica. È utile soffermarsi su questo punto per cogliere la distinzione tra concetti di controllo egemonici e miti rivoluzionari (purtroppo diffusi a sinistra), che mancano di logica interna e di una base sociale (la distinzione gramsciana tra ideologie storicamente organiche, necessarie per una data struttura, e ideologie arbitrarie, razionalistiche e “forzate”).

 

“The West against the rest”

Nell’evoluzione storica della sua egemonia, la classe capitalista transnazionale si è sviluppata dapprima nell’Occidente liberale anglofono, il Lockean heartland, il nucleo lockeano (dall’ideologo della Gloriosa Rivoluzione inglese del 1688, John Locke). Solo qui si è generato quella singolare separazione tra la classe dominante – i capitalisti – e la classe governante – la classe politica in senso stretto (che intrattengono fra loro un rapporto ben colto da Frank Zappa: «La politica negli Stati uniti è la sezione di intrattenimento dell’apparato militare-industriale»). È a partire da questo spazio socio-politico che questa classe ha organizzato la sua corazza di coercizione per assicurarsi la graduale espansione della disciplina capitalista. In altre parole, questa disciplina, nel suo sviluppo storico, ha sempre potuto contare su una struttura geopolitica ed economica dalla quale non può essere separata. Lo stato più potente dell’heartland (Regno Unito, poi Usa) ha organizzato non solo la propria preminenza militare contro i nemici, ma più specificamente gli aspetti coercitivi necessari alla classe capitalista transnazionale, imponendo con la forza quella che Marx chiamava la «silenziosa coazione dei rapporti economici».

E il resto del mondo? Secondo lo scienziato politico Van der Pijl l’heartland ha man mano trovato davanti a sé un numero limitato di stati/formazioni sociali capaci di sfidarla: gli stati contendenti. Il comunismo storico si è sviluppato all’interno di queste strutture “protettive”, o meglio: il comunismo è stata una delle ideologie contro-egemoniche di cui i gli stati contendenti si sono serviti per resistere alla forza dirompente del capitale transnazionale e per dare impulso a uno sviluppo endogeno. In questi stati i ruoli sociali della classe dominante possidente (i capitalisti), quello delle classi governanti e manageriali e il potere militare si fondono in un’unica classe di stato, il cui potere deriva dal controllo dell’apparato statale (e nei casi radicali della totalità delle forze produttive). Questa classe di stato (a prescindere dal suo specifico profilo sociologico: aristocratico, borghese o tecnico-manageriale) mira a mobilitare l’economia e la società attraverso forme più o meno avanzate di pianificazione economica, nel perseguimento di una rimonta rispetto al “centro” geopolitico.

Viceversa, nell’heartland, la classe capitalista delega alle élite strategiche (come Commissione Trilaterale, World Economic Forum, ecc.) l’articolazione dei concetti di controllo, entro i cui limiti una classe governativa gestisce gli affari quotidiani dello stato.

Questa complessità non è del tutto assente, bensì densamente compressa, nel caso delle classi di stato. Quest’ultima controlla non solo lo stato ma anche le forme di mobilitazione sociale. È per questo che è notoriamente difficile cambiare una classe di stato per un’altra, mentre nel contesto lockeano, un governo può essere sostituito agilmente, perché i conflitti sul terreno politico tra le diverse espressioni della classe governante sono distinti dai conflitti sociali, cioè la sfera della società civile nella quale la classe dominante organizza la propria egemonia. Naturalmente la disciplina del capitale penetra – sebbene in modo incompleto – anche negli stati contendenti i quali però sono espressione di un diverso equilibrio di forze sociali. Qui, in ultima istanza, la disciplina è quella imposta dalla classe di stato e dai suoi obiettivi sviluppisti, e non dal capitale. La Francia napoleonica, la Germania bismarkiana prima e hitleriana poi hanno seguito questa traiettoria di sviluppo, ma la forma più completa di stato contendente è stata, naturalmente, l’Unione Sovietica.

Come si è visto, il modo di vita egemonico appare come normale; in confronto, tutti gli altri appaiono artificiali. L’ideologia che legittima il potere di una classe di stato appare più facilmente “sotto i riflettori” – ed è soggetta a fossilizzazione, come il comunismo sovietico – mentre l’ideologia egemonica per definizione si nasconde nelle pieghe del quotidiano. Questo rappresenta un impareggiabile fattore di forza dell’occidente: cacciare Blair, Bush o Trump è facile quanto lo è eleggerli quando serve, ma ciò non modifica gli elementi essenziali del potere della classe dominante: come nel Gattopardo, «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima».

L’esistenza degli stati contendenti è stata, a sua volta, la premessa per lo sviluppo dell’occidente e un fattore per la sua stabilizzazione. La mera esistenza dell’Unione Sovietica è stato infatti un fattore essenziale nell’ascesa della socialdemocrazia in Europa. La forza destabilizzante del capitale finanziario-commerciale, è stata a sua volta tenuta a freno dall’esistenza del blocco sovietico e si è scatenata solo dopo il 1991. Per questo l’epoca del compromesso capitale-lavoro del dopoguerra è stato un periodo difficilmente ripetibile nella storia del capitalismo.

 

Dal liberalismo corporativo al neoliberalismo

Il periodo dalla fine della prima guerra mondiale al secondo dopoguerra è stato l’unico in cui la classe lavoratrice ha avuto la forza di imporre un compromesso di classe. Catastrofi senza precedenti come le due guerre mondiali non avevano mai prima di allora colpito l’occidente, indebolendo la presa della classe dominante sulla società e la sua capacità e legittimità a guidarla.

Si è trattato di un compromesso nella sfera della produzione, mentre la sfera del capitale finanziario (o fittizio, come direbbe Marx) è stata efficacemente repressa: si è avverata l’eutanasia del rentier (l’investitore improduttivo) auspicata da Keynes. Questo ha incoraggiato i capitalisti a reinvestire i profitti nella produzione, in tal modo generando un circolo virtuoso di aumento di investimenti, salari e profitti.

Alle note forme di questo accomodamento (potere dei sindacati, legittimità politica di partiti socialisti e socialdemocratici, negoziato su tempi e ritmi di lavoro, parziale demercificazione della forza lavoro) va aggiunta una dimensione spesso trascurata: l’equilibrio fra classi in occidente si è riflesso anche in un compromesso con il blocco sovietico, la cui sovranità e legittimità era rispettata, e, in parte, con il blocco dei non allineati.

L’ondata di scioperi che ha scosso le economie capitaliste nel 1968/69 ha segnalato alla classe capitalista che il compromesso stava durando troppo. L’interregno degli anni Settanta ha visto l’esplosione della liquidità nell’economia mondiale a seguito della fine degli accordi di Bretton Woods (1971). L’espansione incontrollata di dollari, gestita dai mercati degli Eurodollari a Londra, ha permesso ai compromessi di classe “nazionali” di prolungarsi per un decennio, in contemporanea con la distensione con il blocco sovietico; in particolare, i paesi socialisti e non allineati hanno beneficiato di ampia liquidità a tassi reali negativi per finanziare politiche di industrializzazione.

Stava diventando sempre più evidente che il consolidamento delle relazioni sociali capitaliste necessitava di un ridimensionamento della democrazia sostanziale e di un disciplinamento di forme di sviluppo non guidate dal capitale (blocco sovietico/terzo mondo). Ai margini dell’heartland (Grecia, Turchia, Cile, Uruguay, Argentina) una serie di interventi apertamente contro-rivoluzionari hanno nel frattempo restaurato l’ordine in modo coercitivo.

Il culmine di questo processo è stato il 1979, il momento “sistemico” del neoliberalismo: la Nato ha installato nuovi missili Pershing in Europa (rompendo l’equilibrio strategico con l’Urss) e il governatore della Fed Volcker ha chiuso bruscamente l’epoca della liquidità facile alzando i tassi di interesse fino al 20%, mandando in crisi (in alcuni casi terminale) numerosi stati socialisti e del terzo mondo. Haig, il Segretario di Stato del primo Reagan, definisce ora le guerre di liberazione nazionale come terrorismo (a partire dal Centroamerica), mentre il suo successore Shultz sostiene nel 1984 che la divisione dell’Europa non era mai stata riconosciuta dagli Usa: si passa all’attacco al socialismo in ogni sua forma.

 

Il neoliberalismo predatorio

L’elemento chiave nel passaggio al neoliberalismo è la mutazione nella forma di compromesso: da un compromesso con i lavoratori si è passato a uno con la classe media proprietaria (grazie al costante aumento dei valori di borsa fomentati dalla deregolamentazione). A questo fine era necessario superare l’eutanasia del rentier. La rivincita della rendita finanziaria è culminata nel 1999, quando è stato abolito il Glass-Steagall Act (che separava operativamente le banche di investimento dalle banche commerciali).

Tuttavia, è solo con il crollo dell’Urss che il concetto di controllo si è pienamente consolidato. Vediamone schematicamente gli elementi costitutivi:

a) L’ascesa di una forma predatoria di capitale commerciale come forza propulsiva dell’accumulazione (benché soggetta a bolle e crisi): l’obiettivo non è investire in un dato titolo per trarne dividendi, ma comprare e rivendere asset finanziari (e in parte reali) sfruttando – e generando – differenze di prezzo (quindi attività che non producono valore ma ottengono profitti attraverso movimenti dei prezzi).

b) L’incremento esponenziale della forza-lavoro globale con l’apertura della Cina agli investimenti esteri. La relazione fra lavoratori e capitale transnazionale si fa sempre più immediata (ossia non mediata dagli apparati di protezione sociale statuali), in una logica di ricerca di profitto a breve termine, mentre sfuma la necessità di mantenere un adeguato livello di domanda effettiva e di proteggere la base umana dell’accumulazione (sanità e istruzione pubblica, sussidi, ecc.). Nell’immaginario collettivo questa regressione ha risuonato come l’immersione nella “società del rischio” (Beck).

c) Il crollo dei salari, compensato dall’aumento dei debiti che ha alimentato le bolle finanziarie;

La presa del settore finanziario sull’apparato statale è emerso in modo dirompente con la crisi del 2008, a seguito della quale i principali governi occidentali sono intervenuti per ripristinare la ricchezza dell’élite finanziaria (“salvare” il sistema finanziario), rafforzando il loro dominio. Dopo i salvataggi, la politica di quantitative easing e tassi d’interesse ai minimi ha permesso un aumento della liquidità di 25 trilioni di dollari, alimentando il bengodi dei miliardari. Negli Usa tuttora il settore bancario ombra controlla quasi 30 trilioni di dollari, mentre le prime 38 banche ordinarie si fermano a 10.

Sullo sfondo, è tuttavia all’opera un poderoso processo di riallocazione della produzione: mentre dal 1900 al 1980, il 70/80% della produzione globale di beni e servizi era concentrata in Europa e Usa, nel 2010 la quota si è ridotta a circa il 50% (come nel 1860). Potrebbe continuare a diminuire fino a raggiungere il 20-30% nel corso del 21esimo secolo. Ciò che resta sono i ricavi dalla produzione diffusa grazie alla centralizzazione dei profitti globali in occidente. Gli Usa, in particolare, si presentano oggi sulla scena internazionale sempre più come un gigante sovra-armato la cui sopravvivenza dipende dalla continuazione del controllo finanziario su produzioni e risorse disperse globalmente.

Si tratta di una base precaria sulla quale costruire un’egemonia, non foss’altro a causa della sovranità formale che detengono gli altri stati in cui hanno sede snodi chiave nelle catene del valore globali. Da questa debolezza discende il peso sempre maggiore degli strumenti coercitivi (militari) per affermare la stabilità egemonica.

Con il crollo dell’Urss, il problema per la classe dominante del Lockean heartland diventa tuttavia quello di giustificare l’esistenza di un settore militare americano senza paragoni: esso è tuttora il maggiore al mondo (40% del totale mondiale), assorbendo quanto i settori militari dei seguenti 10 stati nella classifica, tre volte la Cina e quasi dieci volte la Russia, la quale spende per la difesa quanto gli Usa per la sola intelligence.

È proprio nei primi anni Novanta che, in risposta all’emergere di progetti di riduzione delle spese militari a favore di spese sociali, prende forma il disegno dei neoconservatori di rilanciare il settore della Difesa, con l’obiettivo di contenere le capacità militari autonome degli alleati e promuovere guerre preventive (ciò che costituisce una violazione della Carta dell’Onu). Gli interventi (illegali) in Bosnia e Serbia hanno riposizionato la Nato in modalità offensiva, favorendone l’espansione in Europa Orientale in chiave anti-russa (violando gli accordi presi con Gorbacev nel 1991). Ideologicamente, la ricettività delle classi medie occidentali a interpretazioni etiche della politica estera ha perversamente trasformato il pacifismo degli anni Ottanta nel diffuso sostegno alle guerre “umanitarie” degli anni Novanta.

 

Crisi organica e guerra al terrore

La crisi del 2008 ha scompigliato l’aspetto egemonico dell’imperialismo euro-atlantico e del neoliberalismo. Venendo meno la capacità di offrire compromessi reali alla popolazione, le ricompense materiali vengono sostituite da un’estetica politica che stimola la paura del terrorismo e demonizza stati esteri. Questa politica della paura si associa alla costante distorsione ingannevole dei fatti da parte dei principali media, che ormai contamina l’intero dibattito pubblico. Dal caso Skripal al Russiagate, i casi recenti di “fake news” di origine governativa abbondano.

«Tra il consenso e la forza sta la corruzione-frode, che è caratteristica di certe situazioni di difficile esercizio della funzione egemonica, presentando l’impiego della forza troppi pericoli», diceva Gramsci. I fenomeni della guerra permanente e della sorveglianza totale vanno letti in quest’ottica; essi permettono di disciplinare la popolazione in un clima di paura, prevenendo la resistenza.

Il momento di svolta, che le ha rese elementi strutturali della contemporaneità, è stato l’11 settembre. Vale la pena soffermarsi sulle riflessioni di uno dei protagonisti della fase politica post-11 settembre (è stato Presidente della Commissione d’inchiesta ufficiale sui fatti), il necon Zelikow. Egli scriveva in un articolo del 1999 che le trasformazioni politiche sono guidate da “miti pubblici”, che riposano su «eventi plasmanti» (moulding events). Questi eventi creano congetture generazionali di massa che si fissano nella mente di chi li vive (anche indirettamente). Essi «non devono necessariamente essere veri»; ciò che conta è che siano «presunti essere veri (anche se non si è certi che lo siano)». Devono tuttavia essere «condivisi dalla comunità politica di riferimento». È quindi essenziale che il dissenso sia raffigurato come una teoria del complotto, frutto di fake news.

L’11 settembre ha permesso agli Usa di promuovere interventi preventivi e guerre sporche in un clima di generale acquiescenza. Le guerre illegali contro l’Afghanistan, l’Iraq e la Libia, le operazioni in Yemen, Somalia e Siria, nonché la politica di assassinii mirati con droni lanciata da Obama e la guerra segreta contro l’Iran, effetti diretti e indiretti di “9/11”, ci proiettano ora pienamente nell’era della guerra permanente di cui parlava Orwell nel suo capolavoro 1984 (lettura sempre attuale). Al di là dei loro rilevanti obiettivi geopolitici, «oggi i gruppi dirigenti fanno innanzitutto una guerra ai propri sottoposti, e il fine della guerra non è quello di conseguire o impedire conquiste territoriali, ma di mantenere intatta la struttura della società».

Quanto alla sorveglianza totale, solo oggi, grazie alle rivelazioni di Snowden sui programmi dell’Nsa Prism e XkeyScore pubblicati da Wikileaks (il cui fondatore Assange è da 8 anni imprigionato nell’Ambasciata ecuadoregna a Londra, nel disinteresse generale, anche del mondo progressista), siamo in grado di valutarne la portata senza precedenti in termini di sviluppo di una condizione disciplinante onnicomprensiva.

Lo sproporzionato settore militare Usa serve anche da incubatore per lo sviluppo tecnologico dei settori più innovativi (come quello delle tecnologie per l’informazione e la comunicazione), che così vengono utilizzati anche per scopi militari (il ruolo della Cia nello sviluppo di Google è noto). Tutto ciò è reso possibile, è essenziale ricordarlo, dal ruolo del dollaro come moneta di riserva mondiale, che permette agli Usa di mantenere enormi deficit della bilancia dei pagamenti senza dover svalutare la valuta; ciò che consiste nei fatti nella possibilità di stampare moneta quasi a piacimento – per investimenti e importazioni –, enorme privilegio di cui godono solo gli Stati uniti.

Come abbiamo visto, nell’attuale configurazione di forze, la finanza regna sovrana in occidente, affiancata come forze ausiliarie dalla tecnologia dell’informazione e il settore militare. Nel frattempo, l’indebitamento – stimolato dal credito a buon mercato – sta raggiungendo livelli limite. L’inevitabile aumento dei tassi di interesse genererà plausibilmente una nuova dolorosa fase di deflazione da debito (riduzione forzata dell’indebitamento, austerità, fallimenti bancari).

Tuttavia, la partita non si gioca solo in occidente. La Cina, benché soggetta anch’essa alle forze del capitalismo finanziario, presenta oggi alcuni elementi del contender state. Pechino ha reagito alla crisi del 2008 con un massiccio programma di investimenti in infrastrutture (45% del Pil). Nel 2013 è stata inoltre lanciata la Banca Asiatica di Investimenti in Infrastrutture (A99b) e l’ambizioso programma One Belt One Road (conosciuto anche come Nuova via della seta), che mira a collegare (via terra e mare) per la prima volta nell’era moderna Cina e Asia centrale spingendosi fino all’Europa continentale e non solo. Si rafforza in tal modo il blocco eurasiatico – lo spauracchio di Washington, che punta da sempre a creare tensioni tra Europa, Russia e Cina per scongiurare una cooperazione tra le forze eurasiatiche, l’unica potenziale configurazione geopolitica capace di sfidare il Lockean heartland.

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