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lantidiplomatico

Analfabeta a chi? 

di Alessandro Somma

A proposito del Dizionario politico minimo di Luciano Canfora a cura di Antonio Di Siena*

luciano canfora libroLa politica vive di parole, ma queste possono anche provocarne la morte. Succede quando il discorso pubblico viene schiacciato sul “pensiero unico”, quando una censura sovente impalpabile ma sempre pervasiva identifica il dicibile e pretende di tracciare confini netti con l’indicibile. Per “screditare qualunque forma di dissenso” semplicemente impedendo di pronunciarlo, e condannare così all’emarginazione “chiunque si faccia portatore di una visione critica”. Di più: per etichettarlo come “analfabeta politico” (xii) per il solo fatto di essere indisponibile a riprodurre le retoriche allineate ai luoghi comuni e cocciutamente impegnato a produrre un pensiero libero.

Se così stanno le cose, il tentativo di far rivivere la politica non può che passare da un’opera di nuova alfabetizzazione: di paziente ricostruzione delle parole del discorso pubblico che evidenzi le espressioni della sua corruzione e offra strumenti per contrastarla. Un’opera che metta in luce la virulenza delle semplificazioni: che dia conto della complessità del linguaggio e dunque della sua capacità di rendere la complessità della politica. E che così facendo lo porti a “ripoliticizzare lo spazio pubblico” (xiv).

A questo difficile compito si è dedicato Luciano Canfora nel suo ultimo libro, organizzato sotto forma di voci di un Dizionario politico minimo scritte in dialogo con Antonio Di Siena. Lo leggeremo qui a partire da tre coppie di voci che identificano ambiti particolarmente bisognosi di essere liberati dai condizionamenti del pensiero unico: fascismo e antifascismo, capitalismo e democrazia, Stato nazionale e Unione europea. Ovviamente il volume offre lo spunto per individuare molti altri percorsi. Qui abbiamo voluto evidenziare quelli incentrati sulle voci che, una volta risintonizzate con il pensiero critico, possono più di altre alimentare il moto verso il superamento degli equilibri da cui il pensiero unico trae il suo fondamento.

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“Un avamposto del progresso” di Joseph Conrad

di Sergio Leoni

Quando la letteratura, senza divenire stucchevole pamphlet e rimanendo alta letteratura, si fa denuncia dell’orrore del colonialismo

1024px map of the belgian congo wdl59La domanda, che per la verità interroga praticamente tutta la produzione letteraria di Joseph Conrad, in questo racconto prende la forma specifica del chiedersi se in questo caso l’autore si rifaccia in qualche modo ad un fatto realmente accaduto, di cui gli deve essere arrivata voce in uno dei tanti scali marittimi in cui approdava nel suo ruolo di capitano (ruolo che svolse, alla fine di un cursus espletato essenzialmente nella marina mercantile inglese, dopo averne ricoperto praticamente tutti i gradi), o se si sia trattato “soltanto” di un’opera di fantasia che, al limite, potrebbe essere ritenuta dall’autore stesso come emblematica di una situazione che egli deve aver sperimentato nei suoi numerosi viaggi.

Domanda oziosa tuttavia, perché, seppure alla luce di una sbrigativa analisi, non è difficile comprendere due fatti assodati che, rispetto al caso di questo scrittore polacco che sceglie l’inglese come sua lingua letteraria, sembrano poter contenere o almeno dare un primo contorno all’idea di letteratura che Conrad persegue senza scosse lungo tutta la sua vita letteraria. Da un lato, si intende dire, la verosimiglianza, la credibilità delle situazioni che sono l’ossatura sia del suoi romanzi (Nostromo, Sotto gli occhi dell’Occidente, romanzi di uno spessore notevole, non solo quanto a “dimensioni”, ma anche nei termini dello sviluppo più complesso delle storie narrate), e, insieme, un addentrarsi in territori in cui il principio di realtà non è essenziale e se non è sostituito da una fantasia slegata dal senso comune, pure spazia in territori più aperti a suggestioni (Freya delle sette isole, un racconto breve).

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quadernidaltritempi

Il trattato futuristico elaborato da Stanislaw Lem

di Roberto Paura

Stanislaw Lem: Summa Technologiae. Scritti sul futuro, Traduzione e cura di Luigi Marinelli, Luiss University Press, Roma, 2023, pp. 425, € 35,00

in rilievo letture summa technologiae A.jpgUn altro libro che parla di intelligenza artificiale, civiltà extraterrestri, metaverso e postumano? Anche basta! Ma… un momento, dev’esserci un errore: l’edizione originale di questo libro è apparsa in polacco nel 1964, sessant’anni fa! Ma com’è possibile, se l’autore parla di simulazioni virtuali, disoccupazione tecnologica, algoritmi intelligenti? È possibile, perché l’autore di questo libro fantastico è Stanislaw Lem, che non ha bisogno di presentazioni, se non al più quella di “uno dei massimi scrittori di fantascienza di tutti i tempi”.

La Summa Technologiae è stata per anni un oscuro oggetto del desiderio per gli appassionati di fantascienza, futurologia e filosofia scientifica. Giunta finalmente all’attenzione del mondo con la traduzione in inglese della University of Minnesota Press, nel 2013, da allora si è lavorato per portarla in Italia, superando le resistenze di quanti riducevano Lem al solo autore di Solaris. Nel 2017 su questa rivista veniva pubblicato un primo estratto in italiano, tradotto da Marco Bertoli e curato dal sottoscritto. Un primo contatto con i titolari dei diritti apparve promettente, ma non si trovarono editori interessati a cimentarsi nell’impresa di una traduzione che doveva filologicamente avvenire sull’originale polacco, e non sulla versione inglese. Una copia pirata, malamente tradotta con software automatici, fece capolino a prezzi improbabili sugli store online nel 2022. E poi, infine, eccola: la sontuosa edizione italiana realizzata dalla Luiss University Press, complice l’onda lunga del centenario, che in Italia ha visto un fiorire di nuove edizioni, ristampe, traduzioni, favorito anche dal fatto che i temi di Lem, troppo in anticipo sui tempi negli anni in cui apparvero per la prima volta le sue opere, sono oggi di estrema attualità.

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lanatra di vaucan

In principio era il cibo… Dialogo con Wolf Bukowski

Afshin Kaveh intervista Wolf Bukowski

IMG 4650 2048x1536.jpgAfshin Kaveh: Qual è il fil rouge che collega le tue ricerche critiche sull’industria alimentare? Dal racconto Il grano e la malerba (Ortica Editrice 2012) passando per il saggio La danza delle mozzarelle (Edizioni Alegre 2015) conducendoci, oggi, a La merce che ci mangia. Il cibo, il capitalismo e la doppia natura delle cose (Einaudi 2023) quali sono stati, nello scorrere irreversibile del tempo, i punti di contatto, le continuità e quali invece, sempre che vi siano, le divergenze, le svolte e le discontinuità tra queste opere?

Wolf Bukowski: La continuità è certamente quella di aver cercato nel cibo la manifestazione di tendenze generali. Nel racconto Il grano e la malerba si trattava della logica emergenziale, che era già allora matura; ne La danza delle mozzarelle al centro c’era la messa a reddito della vita urbana e delle “tipicità” alimentari. Come è stato possibile, per esempio, che gli amministratori di un’importante città, densa di storia e di vita, abbiano pensato di scrivere fogassa e pesto in lettere luminose sui carruggi? E cosa implica, socialmente, questo? La danza delle mozzarelle voleva essere un po’ un tentativo di spiegarmelo, e in ciò mi pare ben riuscito. Quello che il saggio sconta è invece la mia adesione di allora alle istanze di un certo “attivismo” e alla sua lettura monodimensionale della questione di classe. In quella fase storica tali istanze si riconoscevano in una sopravvalutazione delle manifestazioni sindacali dei cosiddetti “riders”, i ciclofattorini. A quella sopravvalutazione ho partecipato anche io, nonostante tra me e me continuassi a ripetermi: “queste persone certamente dovrebbero poter lavorare in sicurezza e guadagnare decentemente, ma quello della consegna a domicilio dei pasti rimane un lavoro assurdo, un lavoro che non dovrebbe esistere, e questa verità spiacevole andrà detta, prima o poi”.

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iltascabile

Il grande bluff delle neuroscienze

di Riccardo Manzotti*

Dogmi, vicoli ciechi e controversie irrisolte nello studio empirico della coscienza

il fullxfull.727401657 21clA volte, nella scienza, si assiste a un fenomeno analogo alle bolle speculative in campo economico: per decenni un problema insolubile assorbe risorse e investimenti, in misura crescente e senza nessun reale progresso. I ricercatori continuano a proporre soluzioni infruttuose e si appellano alla politica del “primo passo”: bisogna pur cominciare da qualche parte e questo è il massimo che si può fare. Ma si resta sempre nella casella di partenza. Più che un primo passo, è un passo sul posto.

Questa situazione descrive lo stato della ricerca sulla coscienza nel campo delle neuroscienze dove, come in una guerra di posizione, invece di scontrarsi in campo aperto si passa più tempo a fortificare trincee e chiedere fondi. Non diversamente dalla fortezza Bastiani nel romanzo di Dino Buzzati, i più non sembrano cercare il corpo a corpo con il nemico reale, limitandosi a esercitazioni durante le quali assegnano medaglie e mostrine che hanno la sola funzione di giustificare il conseguimento di titoli e premi. Nella ricerca neuroscientifica della coscienza il nemico che non si può mai ingaggiare in battaglia è l’hard problem della coscienza, e un’armata di neuroscienziati e scienziati cognitivi, pur impegnandosi in manovre continue, non lo affronta mai direttamente.

Dal tempo delle ricerche pioneristiche dei grandi neurofisiologi tedeschi e italiani dell’Ottocento, si continua a cercare qualcosa che sia l’equivalente fisico della nostra coscienza. È stato trovato? No. Non si è mai superato il livello delle correlazioni (deboli) tra l’attività cerebrale e l’esperienza – un’idea ragionevole che circolava già nel Cinquecento ai tempi di Andrea Vesalio. A tutt’oggi non esiste una teoria che spieghi in modo comprensibile come e perché l’attività chimica ed elettrica di un sistema nervoso debba o possa diventare qualcosa di totalmente diverso come sensazioni, percezioni, emozioni e pensieri.

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neronot

Extinction Internet

di Geert Lovink

Internet sta accelerando i problemi del mondo ed è ormai destinata a una morte prematura. Ma un’altra fine è possibile, se ammettiamo che c’è bellezza nel collasso

image 7olbePuò la cultura di Internet allo stato attuale resistere all’entropia e sfuggire alla registrazione infinita mentre fa fronte alla propria fine senza fine? Questa è la domanda che ci ha lasciato in eredità il filosofo francese Bernard Stiegler, scomparso nell’agosto 2020. Un’antologia su questo tema, intitolata Bifurcate: “There Is No Alternative”, è stata scritta durante i primi mesi del COVID-19: portata a termine poco prima della sua morte, è basata sul suo lavoro e redatta in consultazione con la generazione di Greta Thunberg. Bifurcate è anche un progetto per la giustizia climatica e l’analisi filosofica, firmato collettivamente sotto lo pseudonimo Internation. “Biforcare” significa dividere o bipartire in due rami. È un appello a ramificarsi, creare alternative e smettere di ignorare il problema dell’entropia, un quesito classico della cibernetica. Conosciamo il disordine nel contesto della critica di Internet come un problema dovuto al sovraccarico cognitivo, associato a sintomi psichici quali la distrazione, l’esaurimento e l’ansia, aggravati a loro volta dalle architetture subliminali dei social media estrattivisti. Stiegler chiamò la nostra condizione l’Entropocene in analogia con l’Antropocene: un’epoca caratterizzata dal “massiccio aumento dell’entropia in tutte le sue forme (fisiche, biologiche e informative)”. Come Deleuze e Guattari avevano già rilevato, “Non ci manca certo la comunicazione, anzi ne abbiamo troppa; ci manca la creazione”. Il nostro compito, perciò, è creare un nuovo linguaggio per comprendere il presente con l’aspirazione di fermare e superare l’avvento di molteplici catastrofi, esemplificate dal concetto plurimo di Extinction Internet.

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carmilla

L’ebreo immaginario degli antisemiti non abita a Tel Aviv

di Fabio Ciabatti

Manuel Disegni, Critica della questione ebraica. Karl Marx e l’antisemitismo, Bollati Boringhieri, Torino 2024, pp. 448, € 26,60

9788833942629 92 310 0 75.jpgMa davvero qualcuno ha potuto sostenere che Marx era antisemita? Ebbene sì. Evidentemente è difficile resistere alla tentazione di attribuirgli anche questa infamia. Di sicuro il linguaggio del rivoluzionario tedesco è tutt’altro che politically correct quando parla dei problemi attinenti alla questione ebraica. Si pensi, solo per fare un esempio, a un’espressione come la “raffigurazione sordidamente giudaica” utilizzata nelle Tesi su Feuerbach. In ogni caso, tutta questa faccenda non meriterebbe di essere presa sul serio se non fosse che, dietro di essa, si nasconde il tentativo truffaldino di attribuire lo stigma dell’antisemitismo a tutta una tradizione politica che a Marx si richiama o, molto più spesso, si richiamava. E questo per alimentare la narrazione degli opposti estremismi, di destra e di sinistra, a beneficio di un centrismo liberale tanto nobile quanto introvabile. O, peggio ancora, il presunto peccato di Marx servirebbe a ripulire l’immagine di una destra che verso gli ebrei ha avuto storicamente un’ostilità esplicita e feroce. Come dire, tutti antisemiti, nessun antisemita.

E allora prendiamo il toro per le corna, utilizzando l’interessante testo Critica della questione ebraica. Karl Marx e l’antisemitismo di Manuel Disegni. Attraverso questo libro vogliamo partire da Marx per giungere a questioni di più stretta attualità arrivando a conclusioni che, meglio dichiararlo subito, potrebbero anche non piacere all’autore. Marx tratta apertamente dell’antisemitismo in un solo testo, per di più giovanile. Si tratta del famoso articolo intitolato Sulla questione ebraica in cui Marx non ha remore nell’utilizzare stereotipi ripresi dalla tradizione antiebraica a lui coeva. Senonché, nota l’autore, non li utilizza perché li condivide ma perché li vuole ritorcere contro chi li propugna.

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petiteplaisance

J.-P. Sartre e la tragedia di Oreste nel Novecento

di Fernanda Mazzoli

Una prima proposta di approfondimento rivolta a quanti – muovendo dalla lettura di «Les mouches» – siano interessati a sviluppare un dialogo per aprire un varco nell’odierna soffocante cappa culturale-politica che asfissia intelligenze e coscienze

Sartre Le Mosche 860x280.jpgDa Argo a Parigi la strada è lunga, gli inciampi numerosi e le deviazioni di percorso ancora di più. Gli dèi dell’Olimpo scompaiono, le vendette scolorano, madri e sorelle invecchiano, perdendo cupa grandezza e trepida pietà. Eppure, Oreste continua il suo viaggio, sospinto dalle Erinni e da troppi interrogativi irrisolti, e una sera del giugno 1943 calca le scene di un teatro parigino, vestendo i panni del protagonista nel dramma di Sartre Les mouches. Fuori, un altro dramma tiene avvinta la città: l’occupazione nazista.

Duemila anni e più di cammino lungo le vie della cultura occidentale lo hanno non poco segnato: ha perso qualche radice e non poche convinzioni e più che cercare gli assassini del padre sta cercando se stesso, ma per potere dire sono deve prima di tutto fare e dunque è alla ricerca di un’azione e dal momento che tutt’intorno e anche dentro il teatro ci sono i Tedeschi, allora non può che uccidere Egisto, usurpatore del trono di Agamennone.

È così che, nel quadro narrativo offerto dal mito, nell’opera sartriana filosofia e politica si mescolano e si compenetrano, lasciando aperte tante questioni che ancora oggi, anzi oggi più che mai, ci incalzano. La stessa impasse su cui si conclude il testo offre un fertile terreno alla ricerca.

La breve presentazione che segue non pretende di essere uno studio critico, e tanto meno esaustivo, della pièce del filosofo e scrittore francese, quanto, piuttosto, di stimolare l’approfondimento di alcuni temi che, a partire da Les mouches, investano diverse sensibilità culturali e campi del sapere.

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micromega

Alla ricerca di Federico Caffè

di Pierfranco Pellizzetti

Schermata del 2024 03 22 18 20 34.png"Dove la luce" (La Nave di Teseo, 2024) di Carmen Pellegrino è un intreccio, a tratti autobiografico a tratti di fantasia, caratterizzato dalla delusione esistenziale a ridosso di due epoche: quella dei "trenta gloriosi", del welfare state e dei diritti sul lavoro, e quella degrado dello Stato sociale dato dal neoliberismo. L’autrice elabora un dialogo ipotetico con un anziano Federico Caffè, apostolo del pensiero keynesiano in Italia, sulle promesse mancate della crescita economica degli anni d’oro del capitalismo e sull’amarezza della decrescita causata da uno Stato sconfitto dalle forze predatorie del mercato.

«La disperazione è una forma superiore di critica.
Da oggi noi la chiameremo: felicità»
Leo Ferré

«Solitaire, solidaire».
Albert Camus

Una civiltà possibile, ormai cancellata

Più che un romanzo – quello di Carmen Pellegrino – è un crocevia, dove si incontrano e intrecciano biografie e autobiografia. In qualche misura creazioni letterarie? Invenzioni – come si premura di suggerire l’autrice al termine della sua narrazione?

Di certo non è un personaggio di fantasia Federico Caffè, il celebre economista che percepisce come una ferita la sua crescente inattualità, mentre non solo l’Italia ma l’intero Occidente – come si diceva – “industrialmente avanzato” prende tutt’altra direzione rispetto agli assetti democratici e inclusivi del secondo dopoguerra. Gli anni che i francesi definirono Les Trente Glorieux e lo storico inglese Eric Hobsbawm “l’Età dell’oro”. Il periodo in cui l’ortodossia in materia di governance politico-economica trovava il proprio riferimento intellettuale primario nella lezione profetica di John Maynard Keynes; i destinatari del cui messaggio erano le moltitudini degli ‘ultimi’, quelli che bussavano a porte che potevano schiudergli l’accesso a migliori condizioni di vita.

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lanatra di vaucan

Per la critica del cibo in forma di merce

A proposito del pamphlet di Wolf Bukowski

di Afshin Kaveh

0bd1070f2e5fb2c99af1b4cd83dfafd0.jpegSi intitola La merce che ci mangia. Il cibo, il capitalismo e la doppia natura delle cose (Einaudi 2023, pp. 50, 2,99 euro) ed è l’ultimo libricino – purtroppo non disponibile in formato cartaceo ma edito esclusivamente in ebook – di Wolf Bukowski. L’autore ruota attorno al blog Giap della Wu Ming Foundation, è collaboratore della rivista Internazionale e in passato aveva già dedicato alcuni sforzi riflessivi al medesimo argomento, per esempio nei volumi Il grano e la malerba (Ortica Editrice 2012) e La danza delle mozzarelle (Edizioni Alegre 2015), oltre ad essersi impegnato nella critica alle narrazioni dell’organizzazione urbanistica del “decoro” nel libro La buona educazione degli oppressi (Edizioni Alegre 2018) di cui conservo un piacevole ricordo personale: la sua presentazione a Sassari nel 2020, immersi, alla sera, nella cornice di Piazza Santa Caterina ai piedi della scalinata della facciata della chiesa monumentale.

Da allora non mi sarei mai aspettato che, a distanza di pochi anni, mi sarebbe capitato tra le mani un testo come La merce che ci mangia, una breve ma intensa riflessione critica che prende avvio da una costruzione teorica profondamente diversa dalle precedenti stesure di Bukowski. L’autore, infatti, fin dalle prime battute si domanda: «il cibo è una merce?». Potrebbe sembrare un quesito di poco conto, di frivola importanza, soprattutto di fronte «alle navi cariche di cereali che attraversano gli oceani, alle grigie fabbriche di conserva che divorano pomodori, ma anche alle colorate corsie d’un ipermercato, tra le quali ci smarriremmo se i marchi, le etichette, non ci prendessero per mano», esempi che condurrebbero chiunque a rispondere affermativamente al quesito.

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Perché “La Storia” di Elsa Morante non piacque troppo a sinistra

di Linda Dalmonte

oisfnnLa pubblicazione della Storia di Elsa Morante fu uno di quei casi grandiosi in cui la storia che voleva rappresentarsi da fuori, finì involontariamente per cogliere sé stessa “dal di dentro”. Tutto il dibattito critico che ne seguì, elogi e accuse da più fronti, sono in un certo senso immanenti all’opera: non si può parlare della Storia di Elsa Morante prescindendo dal dibattito letterario che infervorò nell’estate del 1974 (anzi, proprio la congiuntura storica in cui – inconsapevolmente – si inserisce, e che dal romanzo è inseparabile, fa da cartina da tornasole per comprendere il senso storico di quegli anni).

Sulla sinossi non ci soffermiamo: La Storia racconta la vita della maestra “mezza ebrea” Ida Ramundo, e di suo figlio Useppe, nato da uno stupro nel 1941; e ne segue le avversità, gli incontri, i momenti di indigenza, nel corso della seconda guerra mondiale, fino al noto epilogo (qui per i dettagli: https://it.wikipedia.org/wiki/La_storia_(romanzo)).

 

Il successo di massa

Effettivamente, si trattava di un romanzo che non soltanto usciva nel periodo migliore per le vendite, alle soglie dell’estate e del tempo libero che si profilavano nel giugno del ’74. Di più: fu proprio Morante a fare pressioni perché venisse stampato direttamente in edizione economica, col prezzo modicissimo di 2.000 lire (nonostante il rincaro della carta e i forti contraccolpi della crisi del ’73); insieme alla trovata di apporre alla copertina un sottotitolo “audace”, che non poteva che rinvigorire le opinioni di chi ne vedeva un mero battage pubblicitario: «Uno scandalo che dura diecimila anni». La prima tiratura, di centomila copie, si esaurì in brevissimo tempo; spesso accompagnata da uno slogan predisposto da Einaudi: «Un grande romanzo, una lettura per tutti».

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sinistra

La guerra dei Greci e la nostra

di Giovanni Di Benedetto

Recensione del libro di Andrea Cozzo "La logica della guerra nella Grecia antica", Palermo University Press, 2024, Ed. riv. e corr.

unnamed.mdkwhcmIl mondo contemporaneo rischia di precipitare inesorabilmente nel baratro della guerra planetaria. Non si contano più gli scenari geopolitici divenuti teatro di conflitti bellici: Russia e Ucraina, Yemen, Iran e Pakistan, Israele e Palestina, Siria e, in Africa, Libia, Congo, Sudan, Nigeria, Etiopia, per citare i casi più noti. In questo quadro, davvero sconfortante, la pubblicazione dell’ultimo libro di Andrea Cozzo, “La logica della guerra nella Grecia antica” (Palermo University Press, 2024, ed. rived. e corr.), risulta essere quanto mai utile e opportuna, soprattutto per chi si dedica alla professione dell’insegnamento e della trasmissione del sapere.

Il lavoro di Andrea Cozzo si propone, come suggerisce il titolo stesso, di analizzare la costruzione delle retoriche della guerra nella Grecia antica. A una prima superficiale osservazione ci si potrebbe chiedere quale dovrebbe essere il nesso tra lo studio delle guerre nel mondo antico e la riflessione sugli eventi militari dei giorni nostri. Troppo diversi i contesti storici e le forme della riproduzione socioeconomica, in particolare la forma specifica della produzione borghese. Tuttavia, occorre rimarcare che lo studio dell’autore è costruito con lo sguardo rivolto costantemente alla nostra drammatica contemporaneità che, come è a tutti noto, è segnata, come si diceva, dall’esplosione in tutto il mondo di decine di conflitti. Non si pensi dunque a un lavoro le cui riflessioni colte sarebbero confinate alla ristretta cerchia degli specialisti del mondo antico, filologi e storici della lingua greca in primis. Il tentativo del pregevole lavoro di Cozzo è di fare dialogare il mondo antico, con le sue problematiche e le sue contraddizioni, con il presente, per meglio fare luce sui problemi che oggi si pone lo storico, e con lui il lettore e, più in generale, il cittadino consapevole.

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offline

Film da non vedere: “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi

di Joe Galaxy

locandina e1702232898301.jpgRecensioni entusiaste, elogi sperticati di amiche e amici, voci che rimbalzano per ogni dove… siamo incuriositi a tal punto che ci siamo decisi: andiamo anche noi a vedere questo mitico film, quello della Cortellesi, “di cui tutti parlano”.

“Fusse che fusse…” e ci trovassimo di fronte a un film che rompe gli schemi ed esce finalmente dai binari del conformismo lecchino e complice, della commediola soporifera e vuota e della soap opera inguardabile e avvilente che intasano i nostri schermi. Andiamo, dunque! Il cinema è persino a cinquecento metri da casa, tutto torna, gli dèi sono con noi, sarà un film bellissimo (o almeno interessante).

Passano due ore (qualcosa in più, a causa del martellamento pubblicitario che precede il film, che non ci molla neanche in questa occasione, figuriamoci…) ed eccoci fuori. Cos’è successo nel frattempo? Se può interessare, ecco le nostre impressioni:

Innazitutto, ‘sto marito che la “corca de bbotte” (per restare al romanesco del film) ci appare subito un po’ troppo marcato. Sicuramente è stato delineato con questi tratti forti perché deve soprattutto rappresentare una sorta di archetipo del maschio patriarca, e simboleggiare un mondo di soprusi intollerabili. Tuttavia questa figura così fortemente caratterizzata rischia di far svanire molte sfumature del dominio patriarcale in famiglia, spesso molto più sottili di una salva di volgari legnate, ma non per questo meno dolorose. Nonché di assolvere a priori la soggettività femminile che invece, spesso, nelle famiglie ha contribuito attivamente a rendere la vita di casa un piccolo inferno (per esempio, accettando senza reagire lo stato di fatto, e anzi mettendoci del proprio) – anche se di solito in modo diverso dal temibile patriarca.

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L’intellettuale combinatorio: Italo Calvino, l’impegno politico e la militanza culturale a cento anni dalla nascita (1923-2023)

di Alessandro Barile

italo calvino biblioteca di sanremo w630Introduzione

Viviamo anni di ricorrenze. Forse non potrebbe essere altrimenti: le vicende politiche, culturali e anche letterarie del primo Novecento ancora ci investono e ci interrogano. E così, a partire dallo scoppio della Prima guerra mondiale, è tutto un rincorrersi di ricordi e celebrazioni. Se ci fermassimo alla sola vicenda letteraria del nostro paese, nel solo 2022 si sono ricordati i cento anni dalla nascita di Luciano Bianciardi, Beppe Fenoglio, Raffaele La Capria, Giorgio Manganelli, Luigi Meneghello, Pier Paolo Pasolini... E nel 2023, va ricordato almeno il nome di Rocco Scotellaro. Autori su cui di fatto il dibattito critico e le iniziative editoriali si sono già compiutamente assestate molti anni or sono: alla fisiologica vastità della letteratura prodotta in occasione del centenario non ha corrisposto un valore significativo, di svolta o di ulteriore affermazione. Chi non era noto al grande pubblico tale è rimasto, mentre i “campioni” letterari (Pasolini su tutti) non hanno di certo avuto bisogno della ricorrenza tonda per sancire la propria popolarità. E poi c’è Italo Calvino, di cui si è celebrato il centenario della nascita proprio nel 2023.

Di tutte le ricorrenze, quella di (e su) Calvino è la più difficile da maneggiare. È l’autore italiano tra i più noti all’estero, e su cui tanto – forse troppo – si è scritto sin dalla metà degli anni Cinquanta. La bibliografia che lo riguarda è smisurata, contando diverse decine di migliaia di testi, monografie, articoli. Per di più, è un autore che ha trovato immediato riscontro positivo sia nella critica letteraria che nella ricezione pubblica di massa, stabilendo una felice quanto problematica relazione tra cultura pop e accademica. È d’altronde lui stesso a riconoscerlo, precocemente, nel 1956:

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quadernidaltritempi

Sulla narrazione dei limiti: dalla realtà ai suoi modelli

di Filippo Scafi

jolly q blau 11.jpgL’ultimo decennio di Hollywood non è stato dei migliori. Scandali di varia natura, scelte ponderate economicamente ma forse non artisticamente, tentativi sempre più forzati di accattivarsi il pubblico – soprattutto dopo il disastro del periodo Covid – hanno portato l’industry a un momento di crisi culminato con lo sciopero di attori e sceneggiatori nella calda estate di quest’anno a Los Angeles, e che continua ancora oggi. Nelle parole di Scorsese, rilasciate a Zach Baron per GQ a settembre, i film ad alto budget e le produzioni in franchising hanno portato Hollywood sull’orlo del precipizio in cui si trova ora (cfr. Zach, 2023). Il 19 ottobre è uscito il suo ultimo film, Killers of the Flower Moon; a partire dall’omonimo libro di David Grann del 2017, Scorsese ripercorre una delle tante pagine oscure dei giovani Stati Uniti d’America degli anni Venti, relativa all’uccisione degli indiani Osage, “proprietari” (o abitatori) di terre ricche di petrolio in Oklahoma. Sono anche gli inizi dell’FBI, e di un personaggio centrale alla storia, sotterranea e non, degli USA come J. Edgar Hoover – nel 2011 interpretato da DiCaprio nel film biografico diretto da Clint Eastwood.

 

Un altro aspetto dell’autorialità

Scorsese, forse come Eastwood, è uno di quei registi che può permettersi di tornare indietro a rimestare nel passato, soprattutto perché ha contribuito a suo modo a costruirlo. Spesso, una tale tentazione è espressa attraverso l’idea di testamento artistico, o come nostalgia di gioventù, come può valere per C’era una volta a Hollywood di Tarantino, o Licorice Pizza di Anderson. Hollywood, che ha sempre assunto l’aura di luogo terreno in cui il Cinema è possibile come espressione artistica, assiste in questi anni a un lavoro sottile ma meticoloso di auto-analisi.