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Walter Benjamin tra salvezza e oblio
di Roberto Gilodi
Chi sono i veri maestri e che cosa impariamo da loro? E noi come ci disponiamo dinanzi a colui che eleggiamo a nostro maestro? Il problema sotteso a queste domande può sembrare anacronistico nell’età dell’informazione globale disponibile in ogni momento e in ogni luogo. In realtà è tutt’altro che inattuale, anzi: la relazione maestro allievo è oggi più necessaria che mai perché restituisce al sapere la sua naturale fisiologia, che è fatta di tempi e di luoghi, di durata, di incertezza, di ostacoli, di sconfitte e successi, perfino di tratti fisiognomici, un impasto di situazioni, un’alternanza di stati emotivi, che toccano le esistenze degli allievi restituendo all’acquisizione del sapere quella dimensione umana che l’offerta infinita e gratuita della rete ha cancellato.
La collana ‘Eredi’ di Feltrinelli diretta da Massimo Recalcati promuove ormai da molti anni incontri con i maestri affidati alla memoria degli allievi. Allievi, non sempre per avere frequentato direttamente i maestri, anzi, spesso si tratta di relazioni lontane nel tempo, in cui non sono solo in gioco i contenuti insegnati ma anche, e forse soprattutto, gli stili di pensiero.
Osservando queste relazioni si sono potuti evidenziare i tragitti individuali di apprendimento e con essi la mutazione sostanziale del concetto di magistero nei diversi stadi della Modernità.
A fine Settecento, soprattutto in Germania, non era infrequente incontrare nei romanzi di formazione un Meister, un maestro che insegnava il mestiere ai suoi garzoni di bottega. ’Meister’ non a caso si chiama il protagonista di quello che a torto o a ragione è stato considerato il capostipite dei romanzi di formazione, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe.
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Oppenheimer: dal dilemma morale alla scienza di classe. Una recensione marxista del film di Nolan
di Domenico Cortese
«Ricorda quando temevamo che la costruzione della bomba avrebbe potuto mettere in moto una reazione a catena che avrebbe distrutto il mondo? Penso che lo abbiamo fatto». È la frase con cui Cillian Murphy, che interpreta Robert Oppenheimer, chiude la scena finale del biopic di Christopher Nolan, diventato in pochissimi giorni il film del noto regista più visto in Italia e che si considera già uno dei favoriti alla vittoria degli Oscar del prossimo anno. Oppenheimer ha la caratteristica di introdurre diversi quesiti, nel dibattito pubblico, circa la natura e la legittimità di determinate scelte nella ricerca scientifica una volta preso atto che essa è legata drasticamente a una certa linea politico-ideologica. Le risposte che il film trasmette allo spettatore, tuttavia, com’è evidente dalla citazione messa in apertura, hanno a che fare molto astrattamente con il dilemma morale soggettivo dello scienziato per aver inventato una tecnica di distruzione di massa e ignorano quasi del tutto l’evidenza dei conflitti sociali insanabili – sul piano nazionale e globale – che porteranno al primo utilizzo della bomba nucleare e al clima della guerra fredda, conflitti che pure hanno un ruolo importante nello sviluppo della narrazione sulla vita del protagonista.
Su questa contraddizione del film ci vogliamo oggi concentrare, focalizzandoci soprattutto su tre aspetti: l’approccio socialmente impegnato degli scienziati del circolo di Oppenheimer e l’idea di scienza che questo richiama, i limiti della resa cinematografica degli interessi personalistici che conducono all’accanimento su Oppenheimer e, di conseguenza, il non-detto del film sulle radici di classe del processo allo scienziato e della strategia atomica degli USA.
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Monolite Barbie. Giudicare i film dai loro paratesti
di Antonio Casto
1. Introduzione: «L’hai visto? Dicono che…»
Vorrei dimostrare che già da alcuni anni è possibile spesso giudicare un film senza averlo visto, affidandosi tranquillamente ai suoi trailer, alla frequenza con cui spunta tra le sponsorizzazioni televisive o web, alla quantità di meme e mashup che lo riguardano che si riversano nei social, alla portata ed estensione del suo merchandising, alla diffusione nelle liste di «film dell’anno», alla proliferazione di tweet e articoli che ne parlano, alla visibilità che gli viene assegnata in critiche e recensioni, soprattutto all’intensità dei “l’hai visto?”, dei “che ne pensi?”, dei “devo ancora vederlo”, dei “dicono che” o “pare che” dei conoscenti: tutti segnali inequivocabili che il film (o se è per questo qualsiasi altro oggetto o fatto) è momentaneamente à la page, che «si porta», che è felicemente riuscito a trasformarsi in carrozzone virale su cui sarà obbligatorio arrampicarsi tutti come scalmanati per dire ognuno la propria, dal critico squisito alla casalinga di Voghera, prima che sia troppo tardi e il veicolo scompaia (per sempre) all’orizzonte (nel migliore dei casi entro qualche settimana).
Tutti questi elementi “intorno” al film non sono quasi mai fenomeni accessori e ausiliari, che emergono dal valore stesso dell’opera e si consolidano gradualmente nel tempo, ma piuttosto segnali appariscenti del fatto che la produzione ha efficacemente investito sul marketing più che sul prodotto. E perciò stesso abbiamo il diritto, mi sembra, di dare più valore ai contenuti del primo che a quelli del secondo.
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La Russia come "terapia" per l'Occidente?
di Luigi Zoja
Rimorsi e nostalgie
Fra i meriti di un autore totale come Octavio Paz sta l’aver chiamato l’antropologia “…il rimorso dell’Occidente” (1). Con questo punto di vista, un’immensa corrente di studi assume un senso che va molto al di là della sua importanza specialistica. L’antropologia non è solo lo studio dei pochi popoli premoderni sopravvissuti: è il grumo di malinconia che tormenta segretamente il mondo euro-americano – divenuto con la globalizzazione modello universale – per aver eliminato le qualità umane non rivolte all’efficienza.
Utilizzo questo esempio per suggerire che forse la Russia ricorre nei discorsi dell’Occidente non solo perché si presenta oggi come suo rivale, ma anche perché rappresenta molto di quello che la nostra modernità ha perduto. E di cui quindi prova nostalgia.
I rapporti dell’Occidente con la Russia
Perché parliamo spesso della Russia? Nella post-modernità si discute soprattutto di economia. Come antagonista dell’Occidente in questo campo, la Federazione Russa è quasi un moscerino: il suo prodotto nazionale è inferiore del 20% a quello dell’Italia (2), pur avendo una popolazione più che doppia e un territorio così esteso da contenere risorse naturali praticamente infinite. È stata chiamata stazione di rifornimento con armi nucleari. I suoi missili fanno paura. Non si giunge a una guerra atomica perché si considera implicito un “equilibrio del terrore”, simile a quello che, nella Guerra Fredda, evitò un conflitto armato tra Occidente e Unione Sovietica: era chiamato MAD (Mutually Assured Destruction, Distruzione Reciproca Assicurata) (3).
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La maschera dell’innovazione
A proposito del Report “Teaching4Learning” dell’Università di Padova
di Università libera, università del futuro
Secondo la mania attuale (tipica nella pedagogia) non si deve venire istruiti sul contenuto della filosofia: si deve piuttosto imparare a filosofare, senza contenuto. È un po’ come dire: bisogna viaggiare, viaggiare, sempre viaggiare: ma non fare la conoscenza di uomini e città, di fiumi e paesi. In primo luogo, però, mentre si conosce una città e si raggiunge magari un fiume, poi un’altra città e così via, si impara senz’altro a viaggiare. Anzi. Si viaggia realmente. Allo stesso identico modo, mentre uno studia il contenuto della filosofia, conosce la filosofia. Viene cioè a conoscenza non soltanto del filosofare, ma filosofa egli stesso. In fondo, anche lo scopo di imparare soltanto a viaggiare, non coinciderebbe in realtà con il conoscere città, fiumi eccetera? Non coinciderebbe cioè con un contenuto? (…). Il perenne cercare e bighellonare qua e là senza contenuto, questo modo di procedere soltanto formale, questo elucubrare e sofisticare, ha come conseguenza la vuotezza di contenuto e la vuotezza di pensieri nelle teste: ha insomma il risultato che non si sappia proprio nulla.
G. W. F. Hegel, Lettera a Niethammer del 23 ottobre 1812, in Id., Propedeutica filosofica, a cura di G. Radetti, Sansoni, Firenze 1951, pp. 247-248.
Nel mese di maggio del 2023 l’Università di Padova ha diffuso fra tutti i docenti e ricercatori dell’Ateneo il documento Report T4L, nel quale è presentata e analizzata (con profusione di dati e diagrammi) la “sperimentazione” di una didattica informatizzata incominciata nel 2016 e divenuta (con le parole della presentazione) «in soli 6 anni permeante della cultura didattica dell’Università di Padova». Il testo, a cura del Settore Assicurazione della Qualità e Didattica Innovativa, con il coordinamento di Marina de Rossi e Valentina de Marchi e presentazione firmata anche dalla Rettrice Daniela Mapelli, ha suscitato in Università libera, università del futuro alcune considerazioni che proponiamo nelle due sezioni seguenti.
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Oppenheimer di Nolan, l’uomo onda-particella: solo un film di “propaganda”?
di Giulia Bertotto
In un senso crudo che non potrebbe essere cancellato da nessuna accezione volgare o umoristica, i fisici hanno conosciuto il peccato”[1]
L’ultimo colossal di Christopher Nolan, ispirato al libro American Prometheus di Kai Bird e Martin J. Sherwin, è uscito nelle sale italiane il 23 agosto, mentre il Giappone sversava acqua radioattiva nel Pacifico e il capo della Wagner, Prigohzin, moriva in un incidente aereo. Un’inquietante combinazione di realtà e cinema, mentre la Terza guerra mondiale avanza.
Il fisico Robert Oppenheimer, a capo del Progetto Manhattan, che inventò la bomba atomica, viene accostato alla figura di Prometeo, il titano che rubò il fuoco agli dei per darlo agli uomini; l’archetipo del ribelle a Dio, della tracotanza della creatura contro il Creatore, che nella mitologica greca porta lo stesso messaggio di rottura e insieme emancipazione della prima coppia edenica nella tradizione ebraica. In un simbolico morso/furto l’uomo acquistò la libertà attraverso la coscienza e assunse la colpa, divenne capace di arte e incline al sadismo. L’uomo viene reso capace di libero arbitrio, ossia della possibilità di scegliere tra il bene e il male, l’unico animale contro-natura, perché paradossale, cosciente. Ecco l’uomo, già corpuscolare e ondulatorio insieme.
Oppenheimer è il Prometeo del Novecento, che dona agli uomini la combustione primordiale[2]. Ad essere precisi la elargisce agli Stati Uniti, e bisogna fare presto, prima che la bomba a fissione nucleare sia realizzata dai nazisti.
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Le distrazioni di Nanni Moretti
di Marco Montanaro
Oggi Nanni Moretti compie 70 anni. A maggio scorso Aprile ne ha compiuti 25. Dalla sua uscita nel 1998 l’avrò rivisto una cinquantina di volte. Qualche giorno fa è stata la terza o quarta su Disney+, cosa che mi fa un effetto ancora un po’ strano (guardare un film di Nanni Moretti su Disney+).
“Nel 1994, un noto regista inizia a raccogliere spunti sulla scena politica italiana: dalla vittoria di Berlusconi e la sua caduta, alla vittoria politica della sinistra. Intanto nasce suo figlio, e continua a raccogliere spunti, ma un giorno decide di fare un giro in Vespa e gettare via tutto.”
Sono le poche righe con cui Aprile viene presentato sulla piattaforma. Una descrizione piuttosto normalizzante per un film che ha molto di straordinario, tanto più se ne consideriamo la breve durata (un’ora e diciotto minuti). Per Disney+, inoltre, Aprile è di genere “drammatico/commedia”, categorie che mi sembrano invece azzeccate, molto più di “documentario” (cosa che Aprile fa solo finta di essere).
Tuttavia, la cosa più strana è stata guardare Aprile dopo la morte di Silvio Berlusconi. Il film si apre proprio con la vittoria del Cavaliere alle elezioni del 1994, con la celebre scena del TG4 di Emilio Fede e della canna. È una di quelle sequenze che hanno contribuito a una sorta di memificazione ante litteram di Nanni Moretti nel corso degli anni. Ad ogni modo, con la scomparsa di Berlusconi è venuta meno una delle ossessioni principali dell’immaginario morettiano. Il che inizia a farci percepire Aprile anche come documento storico, oltre che come puro oggetto filmico.
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Bouvard e Pécuchet
di Andrea Giardina
Calvino diceva che i classici sono quei libri di cui di solito si sente dire "sto rileggendo..." e mai "sto leggendo...". Abbiamo chiesto ai nostri collaboratori quali classici stanno rileggendo ora
“La stupidità consiste nel voler concludere. Siamo un filo e vogliamo conoscere la trama”. Flaubert lo scrive in una lettera, condensando la direzione – già la parola senso equivarrebbe a fraintenderlo – che prende Bouvard e Pécuchet, il più ardito dei suoi progetti, il meno romanzo dei suoi romanzi. Leggerlo o rileggerlo oggi (ma quante riletture sarebbero necessarie per afferrarne intenti, retropensieri, obiettivi polemici?) significa fare i conti con un’intera maniera di stare al mondo. Che se da un lato è ancora la nostra, dall’altro, in termini più stretti, è quella degli uomini di due secoli fa – metà del XIX secolo – nel mondo occidentale. Uomini di città e di provincia, uomini della borghesia e del popolo, accomunati dall’incrollabile convinzione di stare – in qualche modo, anche quando si è ai margini – ben saldi dentro al proprio tempo, padroni di sé, con il proprio gruzzolo più o meno consistente di nozioni, con la propria visione delle cose, con la propria soluzione ai problemi del presente e del futuro, con la propria personalissima ma in realtà condivisissima idea del passato, con la propria formidabile certezza che le cose vanno concluse, che bisogna arrivare al punto, che è indispensabile dare forma definitiva al nostro essere qui, tutti convinti di conoscere la trama, pochi con l’umbratile paura di essere solo un filo. È contro questo immenso cumulo di parole, pensieri, oggetti, è contro questo soffocante kitsch della vita, manifestazione e causa del male supremo e onnivoro, la bêtise, che Flaubert parte all’assalto. Accogliere tutto per fare a pezzi tutto. Percorrere ogni abitudine per evidenziarne il non senso.
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L’insostenibile pesantezza del non essere
di Fosco Giannini
Morte di Milan Kundera: l’egemonia della cultura liberale rilancia il più insipiente dei romanzi: “L’insostenibile leggerezza dell’essere”
“De mortuis nihil nisi bonum” (dei morti niente si dica se non il bene) è una famosa frase idiomatica contenuta nell’opera “Vita e opinioni di filosofi eminenti” che lo storico greco Diogene Laerzio, autore dell’opera, attribuisce a Chilone, uno dei sette saggi di Sparta. La locuzione è importante poiché, assieme, svolge sia il ruolo di rivelazione di una già vigente cultura, di un senso comune, volti alla venerazione, al rispetto dei morti (siamo circa a 200 anni dopo Cristo) che quello di propagazione del culto e persino dell’enfatizzazione della vita e delle opere dei morti. Un’enfatizzazione spesso così tanto vicina alla distorsione della realtà da spingere il giornale “Vita cattolica.it”, il 20 maggio 2016, in relazione alla morte di Marco Pannella a scrivere: “Non sempre «De mortuis nihil nisi bonum». A volte è meglio tacere”.
Lo scorso 11 luglio, a Parigi, a 94 anni, è morto lo scrittore ceco Milan Kundera, autore – come hanno ricordato tutti i media attraverso una grancassa mediatica rivolta ad una nuova, acritica, celebrazione dell’opera – de “L’insostenibile leggerezza dell’essere”. Diversi giornali e telegiornali (tra i più enfatici il TG La7) hanno proclamato sul campo Milan Kundera “uno dei più grandi scrittori della seconda metà del ‘900 e “L’insostenibile leggerezza dell’essere” “tra i più grandi romanzi dell’intero ’900”. Rilanciando in pieno, attraverso questo discutibile stile di lavoro, la retorica insita nell’asserzione apodittica “de mortuis nihil nisi bonum” dell’antico Chilone. Un’asserzione apodittica, lo abbiamo già visto, per la quale anche la cultura cattolica contemporanea chiede più sorveglianza etica e culturale.
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O sarai ribelle o non sarai!
Francesco Centineo intervista Antonello Cresti
D. Antonello allora è uscito il tuo ultimo lavoro IL BELLO LA MUSICA E IL POTERE in collaborazione con il coautore Michelangelo Giordi, però partirei da un punto: c’è un filo conduttore in tutti i tuoi lavori. Tu sostieni che si è smarrito il senso del bello. A mio avviso c’è un genere musicale che incarna questa assenza, questo vuoto. Questo genere è a mio avviso la Trap. Sbaglio?
R. No non sbagli, non sbagli assolutamente. Diciamo che il filo conduttore di questi ultimi tre saggi, è il tentativo di spostare la riflessione sulla Musica da un piano divulgativo ad un piano sociologico, usando la Musica – ovvero una forma d’arte – come cartina da tornasole per indagare sui tempi che corrono, sulla società in cui viviamo e quali sono i processi in atto nella società nell’ambito della veicolazione valoriale, propaganda ed educazione ed il ruolo svolto dalla Musica che è fondamentale. Rispetto alla Trap nel mio libro precedente LA MUSICA E I SUOI NEMICI dedico appunto un capitolo alla Trap che definisco una sorta di avanguardia del pensiero unico.
I Trapper sono dei figuri che si prestano a fare il lavoro sporco rispetto a quella che è la volontà dei centri di potere. La trap si spinge a proporre quei modelli a cui, in realtà, la politica tende, ma che non può sdoganare pienamente per non scandalizzare una fetta dell’opinione pubblica. Per fare un esempio il mito assoluto del carrierismo e del consumismo più feroce e spietato con elementi di pubblicità occulta o manifesta infilata nei brani musicali. Sessualità tossica – alla faccia dei discorsi sull’inclusività – con un uso del corpo come oggetto di mercificazione, di resa monetaria dell’esistenza stessa, un materialismo imperante. Un avvelenamento dei pozzi rivolto ai giovani e giovanissimi.
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Potenza e impotenza della distopia: due o tre cose su Squid Game
di Alessandro Simoncini
1. Nella loro introduzione a Squid Game. Società, cultura, rappresentazioni, Simona Castellano e Marco Teti compiono due operazioni meritorie[1]. La prima è quella di sottrarsi, ma solo in prima battuta, al genere del commento. Invece che chiosare i contenuti della famosa serie coreana, citando i lavori di Troy Stangarone, Castellano e Teti ricordano infatti opportunamente la natura di merce cultural-spettacolare di Squid Game sottolineandone il posto di rilievo nel nuovo modo di produzione culturale. I due autori sottolineano infatti che la serie è «l’esempio di massimo successo della strategia» con cui Netflix è riuscita a catturare un pubblico globale investendo in produzioni legate a un ambito locale (facendo leva nel caso specifico sull’effetto nostalgia prodotto dal richiamo ai giochi dell’infanzia)[2]. Specificando che, insieme ad altre produzioni autoctone finanziate da Netflix, nella Corea del Sud Squid Game ha permesso «un notevole incremento del numero di abbonati quantificabile percentualmente in oltre il 120%,», i due autori sostengono che l’obiettivo di Netflix è contemporaneamente quello di «costruire il proprio servizio di sottoscrizione [di un abbonamento mensile] nei [singoli] mercati nazionali stranieri» e quello di usare i contenuti locali attrattivi «per accrescere la richiesta del suo servizio nei mercati di tutto il mondo»[3]. Il secondo merito dell’introduzione di Castellano e Teti è quello di rilanciare un quesito con cui Steven Aoun ha sollevato il rilevante problema teorico intorno a cui ruoteranno le pagine che seguono: Squid Game è «una feroce critica della società capitalistica» e dei suoi peggiori esiti neoliberali oppure è una grande allegoria-parodia degli aspetti «controversi, problematici, persino tragici» della società sudcoreana: della miseria capitalista, cioè, di una società in cui la rabbia crescente e la disperazione che essa suscita vengono convertite in oggetto di consumo e intrattenimento all’interno «del sistema oppressivo del capitalismo globale»[4]?
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L’importanza dell’ideologia: a proposito del rapporto tra Rossana Rossanda e il Pci
di Nazareno Galiè
Non è una Rossana Rossanda “eretica” quella che viene fuori dalle belle pagine di Rossana Rossanda e il Pci: Dalla battaglia culturale alla sconfitta politica 1956 -1966 (Carocci editore) di Alessandro Barile, semplificazione finora ampiamente abusata che l’autore disfa collocando nella dimensione che le è propria l’attività politico culturale della dirigente comunista. Prendendo in considerazione gli anni in cui Rossanda è stata dapprima responsabile della Casa della cultura di Milano e in un secondo decisivo momento a capo della Sezione culturale del Pci, Barile indaga le ragioni del conflitto tra la ragazza del secolo scorso e gli altri funzionari di punta del partito, in quegli anni impegnati ad organizzare le masse sulla via italiana al socialismo. Occorre, tuttavia, precisare che nel libro di Barile coesistono molti temi di carattere storico-culturale, che non rimandano ad un unico filo conduttore. Nondimeno, i molteplici snodi problematici vengono riflessi dal caleidoscopio della politica culturale del Pci, l’altro vero argomento del libro oltre che Rossanda. In ogni modo, attraverso il volume è possibile seguire, in controluce, l’evoluzione delle vicende politiche italiane (l’egemonia politica democristiana dopo il 18 aprile del 1948, la crisi del fronte popolare, l’avvio, a tratti contrastato, del centrosinistra) e soprattutto quelle svolte, innescate in ultima analisi dal miracolo economico – presupposto logico di quel “neocapitalismo” che tanto spazio trova nel libro – che hanno cambiato radicalmente la società italiana rispetto a come si era strutturata alla fine della guerra. È un libro, potremmo dire, che tematizza i cambiamenti, o meglio le crisi che mettono in discussione l’ideologia e, quindi, la prassi nella sostanza riformista del Pci. È anche una riflessione sul nesso tra politica e cultura, che richiama, ovviamente, anche l’attualità.
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Alcune osservazioni sulla "Cancel Culture" e sulla sua critica
di Thomas Meyer
«La "Cancel Culture" [in italiano, "cultura della cancellazione" o "cultura del boicottaggio"] è una "buzzword" [termine di moda, termine gettonato, termine in voga] politica, che descrive gli sforzi sistematici finalizzati alla parziale esclusione sociale di quelle organizzazioni, o di quegli individui che vengono accusati di aver rilasciato dichiarazioni, o di aver compiuto azioni offensive, discriminatorie, razziste, antisemite, cospiratorie, misogine, maschiliste o omofobiche» (Wikipedia En). Oggi sono molti, quelli che vedono la libertà e la diversità di opinione minacciate dalla Cancel Culture. A tal proposito, vengono spesso citati classici liberali come Voltaire o John Stuart Mill. I critici della Cancel Culture sottolineano l'importanza di poter ascoltare e tener conto delle voci dissenzienti (ciò perché, ovviamente, senza pluralità di opinioni, non ci sarebbe alcun progresso nella conoscenza), mettendo in guardia rispetto al pericolo di censura e di esclusione dalla società civile (boicottaggio, deplorazione). Come viene sottolineato nell'antologia "Cancel Culture und Meinungsfreiheit - Über Zensur und Selbstzensur" [Cancel Culture e libertà di espressione - Sulla censura e sull'autocensura], i critici accusano la Cancel Culture di pregiudicare il libero discorso scientifico [*1]. La Cancel Culture agisce in modo emotivo, e opera secondo la modalità dell'«argumentum ad hominem». Si oppone al «comportamento cattivo» degli individui. Il suo fine non è la verità, bensì la distruzione morale o professionale di figure pubbliche che hanno espresso un'«opinione sbagliata». L'avversario non viene confutato, bensì "cancellato", vale a dire, la persona viene allontanata, è costretta a dimettersi, diventa una non-persona. Il discorso viene interrotto.
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Manifesto utopico per Una Scuola-Università del Conoscere/Riconoscere
di Roberto Finelli
1. Innalzamento dell’obbligo scolastico al 18° anno di età. Unificazione delle varie tipologie della scuola secondaria superiore in un unico Liceo che contempli conoscenze generalizzate per tutti di materie storico-letterarie (tra cui Greco e Latino), materie scientifiche, logico informatiche, linguistiche (due lingue straniere), con la forte presenza di attività teatrali, grafiche, musicali e sportive.
L’aumento e la diversificazione del numero delle materie e delle molteplici attività scolastiche sarà consentito da una scuola a tempo pieno, aperta mattino, pomeriggio, sera, tale da divenire il luogo permanente di una attività non solo di istruzione ma di socializzazione e di incontro (senza ovviamente trascurare tempi e spazi dello studio individuale quale momento indispensabile del processo formativo).
Con l’innalzamento dell’obbligo scolastico all’età di 18 anni si provvederà alla riorganizzazione/eliminazione della scuola media inferiore, vero buco nero dell’attuale scuola italiana, da cui gli studenti escono ormai senza la padronanza delle strutture logico- grammaticali-sintattiche più elementari e senza una sufficientemente modesta capacità di scrittura, presupposti indispensabili per un proseguimento non impedito e fecondo della formazione scolastica successiva.
2. Istituzione di un anno sabbatico generalizzato, e pagato con stipendio pieno, per tutti i docenti di scuola materna, primaria, secondaria inferiore e secondaria superiore da trascorrere ogni 7 anni di insegnamento presso Università e Istituti di ricerca italiani e stranieri.
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La Democrazia è morta, fate largo alla Infocrazia
di Valerio Pellegrini
Byung-Chul Han: Infocrazia, Traduzione di Federica Buongiorno, Einaudi, Torino, 2023, pp. 88, € 12,50
Byung-Chul Han prosegue il suo discorso critico sulla progressiva dematerializzazione delle nostre vite. Dopo averci spiegato le “non cose” ovvero “come abbiamo smesso di vivere il reale” con Infocrazia analizza l’impatto delle tecnologie digitali sull’agire sociopolitico in un saggio breve ma densissimo. Per il filosofo sudcoreano la scomparsa dei fatti o meglio il dissolvimento di una realtà unica e condivisa in grado di fungere da comune punto di riferimento per una qualsiasi dialettica politica mette a rischio la democrazia. Grazie alle telecomunicazioni e a catene di produzione sempre più leggere il capitale ha potuto parcellizzare, delocalizzare, precarizzare, cancellare quella contiguità fisica che aiutava le parti sociali a organizzarsi. Partendo da qui Han ha saputo costruire il suo discorso raccogliendo diverse ansie sociali e collocandole sul crinale filosofico tra materiale e immateriale.
Si stava meglio quando si stava peggio?
In Infocrazia si proclama l’impoverimento della dialettica politica nelle reti digitali. Il filosofo raccoglie e mette in fila il succo dei discorsi maggiormente critici rispetto all’odierno capitalismo digitale. Creando peraltro un’ottima sintesi. Anzitutto mette in evidenza come la chiave per detenere il potere (oppure per potersi ritenere in qualche misura liberi) si sia spostata, nel corso della modernità, dal possesso dei mezzi di produzione alla possibilità di accedere a informazioni e di muoversi in un regime produttivo in cui “a essere sfruttati non sono corpi ed energie ma informazioni e dati”. Più precisamente:
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