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sinistra

Ezra Pound: il “grande fabbro” della poesia moderna

di Eros Barone

GettyImages 124860417 e1604582684565.jpg«As a lone ant from a broken ant-hill / from the wreckage of Europe, ego scriptor».

(Formica solitaria da un formicaio distrutto | dalle rovine d’Europa, ego scriptor)

Cantos scelti, a cura di M. de Rachewiltz, Milano 2017. 1

L’Italia ha ‘ricevuto’ molti prodotti dagli Stati Uniti d’America: la coca-cola, il chewing-gum, il jazz, i film western, il piano Marshall, parecchie basi militari, un centinaio di testate nucleari e, “last but not least”, un grande poeta che nel nostro Paese, da lui amato nei suoi aspetti migliori così come in quelli peggiori, fissò, tra Rapallo, Merano e Venezia, la propria residenza, facendo dell’Italia l’asse della propria vita artistica, letteraria, politica e spirituale.

Pound era nato il 30 ottobre del 1885 nel profondo e provinciale Far West (Idaho) e morirà il 1° novembre 1972 in una città irreale come Venezia. Dopo gli studi alla Pennsylvania University, fece rotta sull’Europa e, pagato il suo tributo a Londra e alla “festa mobile”, ossia alla Parigi descritta in modo così vivido dal suo amico Ernest Hemingway, a Venezia pubblicò a proprie spese il primo libro di versi, «A lume spento». Da questo momento la vita di questo giovane intellettuale nordamericano sarà strettamente legata all’Europa, e così pure la sua instancabile attività di poeta, prosatore, critico, traduttore, musicista, pubblicista, politico, fondatore di movimenti letterari e scopritore di ingegni. In questa fase Pound strinse rapporti di amicizia con i maggiori poeti e scrittori anglosassoni contemporanei: da Yeats a Joyce, da Hemingway ad Eliot. Quest’ultimo gli dedicò (“al miglior fabbro”, così scrisse) il poema La terra desolata, al quale Pound aveva contribuito a dare la forma attuale tagliandone quasi metà dei versi che lo componevano.

Nel 1925 si trasferì da Parigi a Rapallo, dove restò stabilmente fino al 1945. In Italia l’aveva spinto la convinzione che il regime mussoliniano avesse significativi punti in comune con il sistema sociale da lui vagheggiato, ispirato per un verso al “socialismo corporativo” del maggiore Douglas e per un altro verso alle concezioni economiche di stampo proudhoniano di Silvio Gesell. Alla liberazione la polizia militare alleata lo internò nel campo di concentramento di Metato, presso Pisa, dove Pound scrisse, chiuso all’interno di una gabbia di ferro, i Canti pisani. Dopo alcune settimane fu traferito a Washington sotto accusa di tradimento per aver pronunciato discorsi di propaganda antiamericana alla radio italiana durante la guerra. Tuttavia, il processo non ebbe mai luogo, poiché Pound fu dichiarato infermo di mente e internato in un manicomio. Non vi è quindi da stupirsi se Pound, in séguito a queste esperienze, venne colpito dalla depressione e si chiuse, pur continuando a scrivere e a comporre i Cantos, in un mutismo pressoché impenetrabile. Liberato nel 1959, anche grazie agli appelli di scrittori e uomini di cultura di tutto il mondo, ritornò in Italia dove rimase sino alla morte.

La poesia di Pound attinge, come accade nelle grandi opere della letteratura, una triplice valenza: orfica, omerica ed esiodea. Così l’autore dei Cantos è, nel contempo, il cantore che disvela i nomi e i volti della notte (valenza orfica), l’aedo che celebra gerarchie e valori sociali (valenza omerica) e il maestro che trasmette e insegna la saggezza fondata sulla paziente esperienza del lavoro quotidiano (valenza esiodea). Del resto, va detto che questo sintetico profilo del poeta statunitense sarebbe ancor più manchevole, se non si rammentasse che un importante avvenimento della carriera intellettuale di Pound fu l’incontro, che incise non poco sul sostrato ideologico della sua poesia, con la cultura cinese di ispirazione confuciana, mediata attraverso l’opera dell’orientalista Ernest Fenollosa. Ma soprattutto nasce qui la stessa concezione globale della sua opera maggiore, i danteschi Cantos, che si configurano come una impresa poetica frammentaria e, insieme, grandiosamente unitaria, nutrita di cultura al punto da far pensare a un’immensa enciclopedia del sapere del nostro tempo e, nondimeno, attraversata da illuminazioni di straordinaria intensità e da momenti di vertiginosa quanto avvincente liricità. Insomma, pur senza arrivare ad asserire con il poeta statunitense Edward Cummings che «Pound è stato per la poesia del Novecento ciò che Einstein è stato per la fisica», è ben difficile negare che l’opera di Pound sia uno dei monumenti della poesia contemporanea.

Le simpatie di Pound per il fascismo hanno sempre condizionato il giudizio dei critici sull’opera del poeta: da una parte vi sono stati quelli che rifiutano i Cantos in quanto rifiutano il fascismo, senza rendersi conto che si comportano come coloro che per evitare brutti incontri scelgono di isolarsi dai contatti con le altre persone. Altri critici, invece, tendono a minimizzare il ruolo oggettivo del fascismo nella storia dell’Occidente, quasi che in questo modo intendessero “salvare” l’arte del poeta. Si tratta allora, per un verso, di individuare un efficace antidoto al riduzionismo neofascista che nel panorama culturale italiano contemporaneo rischia di dominare la discussione pubblica intorno a Pound e alla ricezione della sua opera, e, per un altro verso, di vincere la nostra paura di affrontare una domanda più complessa: che cosa fare con un grande poeta fascista e con la sua opera in una società che formalmente si definisce come democratica? E la risposta è questa: da un lato, è necessario per chi si riconosca nell’antifascismo anticapitalista sfidare i nuovi fascismi del terzo millennio sul terreno della cultura e attraverso la cultura; dall’altro, ammettere francamente che la maggior parte dei protagonisti del modernismo – Eliot, Yeats, Conrad, Faulkner, Pound – sono grandi e necessari non a dispetto dell’ideologia conservatrice o persino reazionaria che li anima, ma proprio grazie ad essa. La visione desolata della storia e dell’umanità genera infatti nel loro animo di scrittori provenienti dalla borghesia o dalla nobiltà, ma legati alle antinomie proprie di queste classi, una critica metapolitica totale, senza compromessi, dello stato delle cose, di tutte le idee ricevute e dei luoghi comuni, una demistificazione spietata della logica e delle prescrizioni del potere esistente, come quella che emerge, per esempio, dal celebre canto XLV contro l’usura, in cui Pound fonde ribellismo e critica del capitalismo finanziario.

Sennonché a questo punto è il caso di chiedersi che cosa mai possa significare, riferita ad un artista, l’espressione filistea “idee sbagliate”, con cui è stata esorcizzata l’ideologia del poeta statunitense. Non è stato forse un poeta e critico di formazione marxista e gramsciana come Edoardo Sanguineti, che proprio alla lezione di Pound ha attinto così ampiamente e così profondamente, ad aver intitolato uno dei suoi scritti con la definizione di Dante reazionario, suggerendo che non è in base alle idee giuste o sbagliate del “sommo poeta” che noi giudichiamo e valutiamo, oggi, la Divina Commedia? Ritengo perciò che, in luogo di condannare Ezra Pound per opinioni derivate in gran parte dalla ideologia di una frazione della sua classe in un momento storico particolare, sarebbe più opportuno ricordare, in primo luogo, che i Cantos (così come il resto dell’opera del poeta) furono scritti contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e contro la pratica dell’usura, individuati come la radice di ogni male, di ogni decadenza e di ogni corruzione a partire dall’istituzione quattrocentesca delle banche e dei banchieri; e in secondo luogo che nei Cantos il discorso del poeta è sempre a favore dell’uomo e della civiltà. Un discorso con il quale, attraverso l’errore e l’angoscia che pure traspaiono da quei versi di uno degli ultimi canti in cui viene evocato «un uomo che cerca il bene, / e fa il male», Pound è riuscito a trasmetterci una visione del mondo che travalica il condizionamento storico della sua ideologia e propone un futuro dove l’umanità sopravvive alla proprie tendenze distruttive e si esprime non nella guerra, non nel consumo, non nella morte, ma nel lavoro, nell’arte, nella vitalità e nella continua creazione.

 

What thou lovest well remains

What thou lovest well remains,
the rest is dross
What thou lov’st well shall not be reft from thee
What thou lov’st well is thy true heritage
Whose world, or mine or theirs
or is it of none?
First came the seen, then thus the palpable
Elysium, though it were in the halls of hell,
What thou lovest well is thy true heritage

The ant’s a centaur in his dragon world.
Pull down thy vanity, it is not man
Made courage, or made order, or made grace,
Pull down thy vanity, I say pull down.
Learn of the green world what can be thy place
In scaled invention or true artistry,
Pull down they vanity,
Paquin pull down!
The green casque has outdone your elegance.

“Master thyself, then others shall thee beare”
Pull down thy vanity
Thou art a beaten dog beneath the hail,
A swollen magpie in a fitful sun,
Half black half white
Nor knowst’ou wing from tail
Pull down thy vanity
Fostered in falsity,
Pull down thy vanity,
Rathe to destroy, niggard in charity,
Pull down thy vanity,
I say pull down.

But to have done instead of not doing
this is not vanity
To have, with decency, knocked
That a Blunt should open
To have gathered from the air a live tradition
or from a fine old eye the unconquered flame
This is not vanity.
Here error is all in the not done,
all in the diffidence that faltered . . .

 

Quello che veramente ami rimane,
il resto è scorie
Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredità
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno,
Quello che veramente ami è la tua vera eredità
La formica è un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità, non fu l’uomo
A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanità, ti dico strappala
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo
Nella misura dell’invenzione, o nella vera abilità dell’artefice,
Strappa da te la vanità,
Paquin [un sarto di Parigi] strappala!
Il casco verde ha vinto la tua eleganza.
“Dominati, e gli altri ti sopporteranno”
Strappa da te la vanità
Sei un cane bastonato sotto la grandine,
Una pica [gazza] rigonfia in uno spasimo di sole,
Metà nero metà bianco
Né distingui un’ala da una coda
Strappa da te la vanità
Come son meschini i tuoi rancori
Nutriti di falsità.
Strappa da te la vanità,
Avido di distruggere, avaro di carità,
Strappa da te la vanità,
Ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità. Avere, con discrezione, bussato
Perché un Blunt [sostenitore della causa araba] aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non è vanità,
Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare… 

(dai Canti Pisani – Canto LXXXI)

 Note 
1 In questa frase del canto LXXVI Pound evoca sé stesso di fronte alle rovine dell’Europa e si definisce ‘scriptor’, che sarà da intendere ‘scriba’, non scrittore Di fronte alla distruzione della tradizione, egli si propone di compiere ancora, come ‘scriptor’, un atto felice di trasmissione.
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