Elogio dell’utopia
di Ugo Morelli
Perché non abbiamo capito Illich? E, soprattutto, perché non lo abbiamo ascoltato? Forse perché quando si pensa a un progetto capace di rivoluzionare un ordine costituito si tende a immaginare un processo verticale, gerarchico, direttivo. Un percorso orizzontale, incerto, basato su errori e svolte, ma non per questo non incisivo e duraturo, sembra meno efficace e attendibile. Eppure l’errore e la rivisitazione delle idee, l’apprendimento dall’esperienza e le svolte inattese, magari carsiche, sono parte costitutiva di ogni cambiamento anche profondo. Gli errori di un modello di sviluppo autodistruttivo sono stati uno dei temi più esplorati da Ivan Illich. Non si può certo dire che egli non si sia impegnato con la vita e con il pensiero a segnalarli. È diventato persino un fenomeno, come si dice, mediatico. Ma ha prevalso l’ancoraggio rassicurante alla consuetudine di un modello di sviluppo fondato sulla distruzione dell’ecosistema di cui siamo parte, sulla disuguaglianza, sullo sfruttamento, sull’ingiustizia e sulla stessa messa in discussione della sopravvivenza della nostra specie. Una delle distorsioni cognitive più solide e documentate è il cosiddetto “effetto ancoraggio”. L’ancoraggio è un meccanismo semplice e potente. In condizioni di incertezza e in assenza di dati affidabili, le persone tendono a formulare i giudizi e a prendere decisioni sulla base di riferimenti che trovano nell’ambiente, riferimenti che spesso sono del tutto arbitrari. In uno studio classico degli psicologi Amos Tversky e Daniel Kahneman, ai partecipanti veniva chiesto di stimare la percentuale dei Paesi africani rappresentati all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Prima, però, ognuno di loro avrebbe dovuto far girare una ruota della fortuna che poteva fermarsi solo sul 10 o sul 65. Coloro che avevano ottenuto un 10 stimarono in media il 25%, quelli che avevano ottenuto il 65 stimarono invece in media il 45%. Il numero della ruota della fortuna estratto a caso e totalmente arbitrario influenzava in maniera significativa le stime dei partecipanti. Il numero non informava, ma spostava il riferimento mentale. Ridefiniva ciò che appariva plausibile
. Dal punto di vista del nostro rapporto con la crisi ecosistemica, siamo messi in una condizione simile. Posta l’ancora cognitiva della nostra autodistruzione di specie, tendiamo a trattare come accettabili i progressivi effetti della crisi ambientale climatica ed economica in quanto ciò che accade nel quotidiano appare più ragionevole per semplice contrasto. Mostriamo insomma di non essere in grado di apprendere dai nostri stessi errori. Ascoltando Herbie Hancock alla prima delle sue Norton Lecture il 3 febbraio 2014, presso la Harvard University, se ne ha una prova: “Era una di quelle rare serate di perfezione musicale e di totale sintonia con il pubblico; dopo uno straordinario assolo di Miles Davis, in una pausa chiave, inciampai su una corda, stonando clamorosamente. Mi resi subito conto dell’errore. Ma il vero shock arrivò subito dopo, quando mi accorsi che Davis aveva risposto al mio errore con un’improvvisazione musicale che lo incorporava nel fraseggio rendendolo plausibile. Invece di giudicare la mia stonatura come brutta e sbagliata, Miles la accolse come un input inatteso, trasformandola in qualcosa di bello e virtuoso. Fu una grande lezione d’arte e di vita. Come il buddhismo, anche il jazz è collaborazione, dialogo, tolleranza, altruismo e libertà.” La sensibilità, la spiritualità, l’attenzione, la cura, la convivialità cooperativa si fanno protagoniste, lungi dall’essere accessorie, in questa straordinaria esperienza artistica. Una prospettiva simile sembrerebbe il segno di un antimanuale o di una inattuale dinamica relazionale, nel tempo dell’indifferenza, dell’ossessione e del controllo. Eppure confrontandosi ancora una volta con il pensiero e le opere di Ivan Illich, come accade con questo volume, il secondo della pubblicazione della prima edizione mondiale delle sue Opere complete [Volume II – Tomo I, a cura di Fabio Milana, Neri Pozza, Vicenza 2025] ci si trova di fronte ad un autore la cui inattualità categorica e utopica non cessa di illuminare il presente e di inquietarlo.
Che Illich abbia toccato la mente, il cuore e l’immaginazione di un numero elevato di persone, in lungo e in largo, in molte discipline diverse; che egli sia riuscito a contribuire in buona misura alla profonda trasformazione della consapevolezza umana, che era la sua aspirazione originaria, non possiamo purtroppo sostenerlo. Quella trasformazione profonda e l’apprendimento necessario per perseguirla, al fine di abitare in modo conviviale le nostre comunità, di creare forme di vita conviviali, non solo non si è realizzata, ma assistiamo ad una rimozione di quelle aspirazioni e all’affermazione di prospettive che in molti ambiti mostrano di andare in direzione opposta. Uno degli intenti principali di Illich, quello di favorire e facilitare la capacità di mettere in discussione la sistematica reificazione cognitiva, individuale e collettiva, con cui noi esseri umani tendiamo non solo ad adattarci alle situazioni ma ad assumerle come immodificabili, è ben lungi dall’essere realizzato. Rispetto a questa questione è importante rilevare lo spessore del contributo che Illich ha dato, in molti ambiti, non solo all’esplorazione di questioni umane e sociali centrali, ma anche all’analisi critica degli stili di pensiero tendenti alla reificazione, cercando di favorire un risveglio filosofico e pratico per creare una scienza che fosse anche contemplativa e interculturale. A maggior ragione appare meritorio pubblicare l’intera sua opera in un’edizione accurata e organica. Anche per fare chiarezza sulle interpretazioni ideologiche e celebrative, nonché sulle attribuzioni improprie e sulle appropriazioni inopportune che non hanno certo favorito una comprensione critica e articolata di un contributo così importante e complesso come l’opera di Ivan Illich.
Si propongono così, in questo volume, articolato in due tomi, gli scritti degli anni 1971-1977, apparsi al culmine di una “vita attiva” iniziata tra le file del clero cattolico e proseguita, dopo il 1969, nella libera comunità di ricerca, o “contro-ricerca”, del CIDOC di Cuernavaca. Si tratta di scritti – come Descolarizzare la società e Nemesi medica – che hanno fatto rapidamente il giro del mondo e che sono tuttora di ispirazione per gruppi di lavoro e intervento sociale nei più diversi Paesi. Illich mette in discussione alla radice gli assunti della civiltà industriale e del suo cosiddetto progresso, mostrando quale devastazione umana vada provocando, insieme al lavoro alienato, il consumo coatto di beni e soprattutto di servizi. Miti indiscussi delle società contemporanee (scolarizzazione obbligatoria, motorizzazione di massa, universalismo sanitario) vengono acutamente dissacrati alla luce della polarizzazione sociale da essi risultante e del radicale impoverimento di autonomia individuale e creatività comunitaria che essi provocano. Mentre una opposta antropologia – della libertà, dell’equità e del limite – trova qui difesa e promozione, nella prospettiva di una società conviviale, sottratta agli imperativi economici e tecnologici dominanti.
“In questo libro mostrerò che l’affidamento dei valori a istituzioni conduce inevitabilmente all’inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e all’impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degenerazione complessiva e di miseria modernizzata. Spiegherò come questo processo degenerativo si acceleri quando dei bisogni immateriali si trasformano in domanda di merci, quando la salute, l’istruzione, la mobilità personale, il benessere o l’equilibrio psicologico sono visti soltanto come risultati di servizi o di «trattamenti»”. Così Illich. Per il suo punto di vista la convivialità designa il contrario della produttività organizzata e si riferisce a interazioni autonome e creative tra le persone, e tra le persone e il loro ambiente, in quanto antitetiche alle risposte condizionanti che altri, o l’ambiente, sollecitano da esse con la loro pressione. “È convivialità, per me,” scrive Illich, “la libertà individuale realizzata nella mutua interdipendenza delle persone tra loro, ed è per questo che la considero un valore etico intrinseco. Io credo che senza convivialità la vita diventi priva di significato e le persone appassiscano. Credo che quando, in una società, la familiarità viene costretta sotto certi livelli, non c’è poi livello di produttività industriale che possa realmente soddisfare i bisogni dei membri di quella società”. Con una sensibilità anticipatrice Illich combina le sue analisi con una costante attenzione all’impatto ambientale di un modello di sviluppo dominante e pervasivo. Il vincolo più grande che Illich vede ed evidenzia è che l’essere umano possa sopravvivere al degrado progressivo degli ambienti di vita, adattandosi, ma perdendo via via gran parte della propria umanità. Il livello di sviluppo raggiunto da una società tende a essere misurato e organizzato in modo da prosciugare le condizioni e il ruolo della convivialità. Le società in cui la maggioranza dipende, per la più parte dei beni e servizi, dal capriccio, dalla gentilezza o dall’abilità di un altro, sono dette “sottosviluppate”, mentre quelle in cui lo stile di vita si è trasformato in una sequela di ordinazioni da un catalogo di merce onnicomprensivo sono dette “avanzate”.
È probabile che una delle chiavi di lettura dell’intero percorso di Illich possa essere ricondotto a una critica radicale delle istituzioni. La forma vernacolare della convivenza tra gli esseri umani è stata sempre una delle fonti dell’orientamento utopistico dell’autore. La riconduzione dei bisogni fondamentali alle istituzioni create per soddisfarli è stata oggetto di una costante critica, sistematica e particolarmente acuta e articolata. Questo volume contiene, ad esempio, suddiviso come è in tre parti più una postfazione e un’appendice, sia quello che è stato uno dei libri di maggiore successo di Ivan Illich, Descolarizzare la società, appunto, sia La società conviviale, che Energia ed equità. Vi sono poi saggi di altri studiosi e dello stesso Illich, che riguardano in particolare l’esperienza singolare e straordinaria del CIDOC (Centro Intercultural de Documentación) di Cuernavaca, dove vi era un “pellegrinaggio da un moderno profeta”, come scrive Philip Toynbee, e si realizzavano incontri di studio e seminari molto frequentati.
La questione istituzionale rimane un nodo irrisolto che accompagna tutta la ricerca di Ivan Illich, e c’è da chiedersi se non ne costituisca una delle questioni critiche e irrisolte. Se ci si chiede cosa sono le istituzioni per noi esseri umani, emerge immediatamente la questione che mette in tensione l’istituente e l’istituito. Questo tema così originalmente posto da uno studioso come Cornelis Castoriadis, mostra l’elevata varietà delle possibili interpretazioni della questione istituzionale. Come tenere viva e attiva la tensione tra la propensione alla chiusura e all’implosione totalitaria delle istituzioni, e la loro apertura, la loro possibilità di essere a legame debole, per dirla con Karl Weick, è forse il problema principale del rapporto fra libertà individuale e appartenenza istituzionale. Tra le due polarità, istituente e istituito, Illich è stato decisamente proteso alla dimensione istituente. Una costante tensione, non solo a cercare, ma a mettere sistematicamente in discussione l’esistente ha caratterizzato il suo percorso intellettuale ed esistenziale.
Un uomo sull’orlo di sé stesso, che ha ritenuto possibili un pensiero e una pratica volti a rivoluzionare l’ordine del mondo così come si presentava ai suoi occhi, da dove ha tratto le sue interlocuzioni e le sue ispirazioni? Da dove proviene la singolarità di Illich, che non si limita alla critica della società dei consumi, ma enfatizza fino al limite la difesa dell’autonoma capacità del singolo essere umano di bastare a sé stesso e di dare forma al proprio ambiente? Le sue posizioni non possono certo essere ricondotte a una critica che spesso gli è stata mossa, ben semplificata dalle parole di un giovane Wolfgang Sachs, a sua volta sbarcato a Cuernavaca, che definisce l’Illich’s paradigm come il Robinson Crusoe dell’età eroica della borghesia, “l’individuo autosufficiente che usa il mondo per il perseguimento dei suoi scopi” e che adesso si ribella alla società da lui stesso promossa. Lo stesso Illich è stato capace di guardarsi con altri occhi, come accade nelle conversazioni con David Cayley, quando dice: “se avessi avuto un figlio della mia stessa carne, avrei dovuto unirmi alla danza della pioggia” [D. Cayley, Ivan Illich Conversations, House of Anansi Press, Toronto 1992; p. 282].
La protezione della non dipendenza e dell’autoappartenenza dell’essere umano in quanto essere personale è ciò che inerisce, probabilmente, più di altri aspetti al percorso tendenzialmente unico con cui Illich ha tracciato la propria parabola personale e intellettuale. È all’orizzonte della cibernetica di secondo ordine di Heinz von Foerster che Illich decide di fare riferimento pur, come sempre, criticandone alcune caratteristiche. L’autonomia della persona è da lui riscritta nei termini biologici e cibernetici di una macchina autopoietica. Quella macchina biologica specifica e produce continuamente la propria organizzazione mediante la produzione dei propri componenti sotto condizione di continue perturbazione e compensazione di queste perturbazioni. La non subordinazione o finalizzazione nient’altro è che quel che garantisce al sistema l’autonomia, l’unità e l’identità individuale. “Se un tale sistema è autopoietico nello spazio fisico, è un sistema vivente”, scrive Illich, introducendo una riedizione tedesca della Convivialità. Secondo Illich è possibile immaginare una società costruita intenzionalmente dai suoi componenti come un sistema allopoietico, ossia produttore di qualcos’altro che non sé stesso o la propria organizzazione, che nega attivamente qualsiasi sistematica scala gerarchica ed è concepita per soddisfare i bisogni materiali, intellettuali ed estetici, fornendo un ambiente interessante nel quale esistere come sistemi dinamici e mutevoli. L’attenzione all’evoluzione della ricerca nei campi della biologia della conoscenza ha portato Illich a dialogare con studiosi come Humberto Maturana e Francisco Varela [Macchine ed esseri viventi. L’autopoiesi e l’organizzazione biologica, Astrolabio, Roma 1992]. Secondo Illich il mondo non è portatore di nessun messaggio, di nessuna informazione. Il mondo è quello che è. Ogni messaggio concernente il mondo è prodotto da un organismo vivente che agisce su di esso. Quando si parla di informazioni accumulate al di fuori del corpo umano si cade in una trappola semantica. Sia i libri che i calcolatori fanno parte del mondo, forniscono dati quando vi è un occhio che li legge. Questi orientamenti, come sottolinea Fabio Milana nell’importante introduzione al secondo tomo, hanno certamente alle spalle von Foerster, “così come, alle spalle di questi”, scrive Milana, “il suo ‘Onkel Ludwig’ Wittgenstein” (Heinz von Foerster era figlio di una delle sorelle di Wittgenstein). “Confondendo il medium con il messaggio, l’informazione col veicolo di potenziale informazione, i dati per una potenziale decisione con la decisione stessa, noi releghiamo disinvoltamente il problema del sapere e della conoscenza nel punto cieco della nostra visione intellettuale”, così Illich nel capitolo quattro, paragrafo ‘La demitizzazione della scienza”, nel secondo tomo del primo volume delle sue opere. Lo sguardo di Illich, vivo più che mai, come ancora una volta si coglie leggendo i suoi testi decisamente attuali, è stato impegnato soprattutto nel tentativo di svelare quel punto cieco della nostra visione. Di quello sguardo si dovrebbe allora sostenere lo scandalo e anche accoglierne le rivelazioni. Ad esempio, come egli scrive in Pellegrini dell’ovvio, in appendice, la scoperta sorprendente occorsa a lui, che “beati sono i poveri”, perché di loro è la politica.









































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