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seminaredomande

Un conflitto pianificato a danno dei palestinesi. Una storia di Colonialismo e Resistenza

di Francesco Cappello

palestna istaele map storica 1.jpgLa spossessione dei popoli indigeni delle loro terre è una modalità di dominazione nota come “capitalismo razziale coloniale“. Dopo aver negato l’autodeterminazione palestinese per decenni, Israele sta ora mettendo in pericolo l’esistenza stessa del popolo palestinese in Palestina. Siamo al cospetto di una logica binaria del colonialismo di insediamento israeliano di dislocazione e sostituzione, volta a espropriare e cancellare i Palestinesi dalle loro terre operante da sempre. Essa comporta la negazione dell’autodeterminazione e altre violazioni strutturali nel territorio palestinese occupato, inclusi occupazione, annessione e crimini di apartheid e genocidio, nonché una lunga lista di crimini accessori e violazioni dei diritti umani, dalla discriminazione, distruzione arbitraria, sfollamento forzato e saccheggio, all’uccisione extragiudiziale e alla fame. Dopo il 7 ottobre 2023, la campagna militare ha polverizzato Gaza e sfollato il più grande numero di Palestinesi in Cisgiordania dal 1967, un’accelerazione del processo di dislocazione-sostituzione.

La mattina del 7 ottobre 2023, il mondo ha assistito ad un attacco devastante, l’Operazione “Alluvione al-Aqsa” di Hamas, che ha causato la morte di 1200 israeliani, in gran parte civili, e la presa di 240 ostaggi. La reazione di Israele, l’Operazione “Spade di Ferro”, ha mietuto decine di migliaia di vite palestinesi, un terzo delle quali bambini. Le radici di questo conflitto sono ben più profonde di un’occupazione di cinquantasei anni iniziata nel 1967. Anzi, la sua genesi può essere fatta risalire alla fine dell’Ottocento.

 

Una terra non vuota: La Palestina prima del sionismo

Gli storici concordano nell’affermare che contrariamente al mito propagandato di una “terra senza popolo per un popolo senza terra” [+], la Palestina, sotto il dominio ottomano dal 1516, era una società fiorente e diversificata.

Alla fine del XIX secolo, ospitava circa mezzo milione di persone, in maggioranza musulmane, ma con consistenti minoranze cristiane ed ebraiche. Viaggiatori e diplomatici la identificavano come Palestina e i suoi abitanti come “arabi di Palestina“, con il loro dialetto e le loro usanze. Questo periodo vide anche una vivace rinascita culturale palestinese e l’emergere di un sentimento panarabo, alimentato dai tentativi ottomani di imporre un’identità nazionale turca. La Palestina era parte integrante del mondo arabo. Qui, una video documentazione sulla Palestina negli anni 30.

Proprio mentre la Palestina si affacciava su una nuova era di modernizzazione, con progetti infrastrutturali e riforme amministrative, fece la sua comparsa il sionismo, un prodotto importato dall’Europa. Inizialmente, nel XVI secolo, emerse come progetto cristiano evangelico, che vedeva il ritorno degli ebrei a “Sion” come preludio alla Seconda Venuta di Cristo. Questi proto-sionisti cristiani furono i primi a concepire gli ebrei come nazione o razza, e alcuni li vedevano come uno strumento politicamente conveniente per strappare la “Terra Santa” dalle mani musulmane e servire gli interessi imperiali europei.

Il sionismo ebraico, invece, fu spinto da due forze: una risposta al crescente antisemitismo nell’Europa centrale e orientale, con i suoi pogrom [1] devastanti, e un’aspirazione nazionalista a modernizzare l’identità ebraica. Sebbene inizialmente impopolare – molti ebrei cercavano la sicurezza nel socialismo o nelle democrazie liberali – la tragedia dell’Olocausto e la conseguente assenza di una casa per i sopravvissuti, spinsero il movimento sionista a ottenere un consenso vasto e autentico nel mondo ebraico. Figure come Theodor Herzl [2], pur immaginando una casa ebraica, non si curarono del destino dei palestinesi, arrivando a sperare che la popolazione autoctona potesse miracolosamente dileguarsi: «Quando occuperemo la terra, porteremo benefici immediati. Dobbiamo espropriare con delicatezza la proprietà privata sulle tenute che ci sono state assegnate. Cercheremo di far passare la popolazione senza un soldo oltre il confine.“. In quest’ultima citazione non c’è un rifeimento esplicito ai palestinesi perché al momento della stesura Herzl stava ancora valutando varie localizzazioni per uno Stato ebraico. Anche altri ideologi, come David Ben Gurion, miravano ad una Palestina senza palestinesi: “Non ignoriamo la verità tra di noi… politicamente siamo noi gli aggressori e loro si difendono… Il paese è loro, perché lo abitano, mentre noi vogliamo venire qui e stabilirci, e dal loro punto di vista vogliamo portar loro via il paese.” “Dobbiamo fare tutto il possibile per garantire che [i palestinesi] non ritornino mai più”.

 

L’architettura britannica: complicità nella nascita del conflitto

La dichiarazione Balfour del 1917 rappresenta un momento spartiacque. Con essa, il governo britannico promise di fare della Palestina una “patria nazionale per il popolo ebraico“, pur proteggendo i diritti delle comunità non ebraiche esistenti – cioè la maggioranza indigena. Questa promessa, fatta non per simpatia verso gli ebrei ma per deviare l’immigrazione ebraica dall’Europa verso una terra di scarso interesse per Balfour stesso, si intrecciò con gli interessi imperiali britannici di proteggere il Canale di Suez.

Alla fine dell’Ottocento, il Canale di Suez era, infatti, diventato per la Gran Bretagna la via più importante per mantenere i collegamenti con l’India e con le altre colonie orientali: una rotta vitale per l’Impero. Per questo Londra prese il controllo dell’Egitto nel 1882 e vi mantenne una presenza militare anche dopo averne formalmente riconosciuto l’indipendenza.

Quando l’Impero Ottomano crollò dopo la Prima guerra mondiale, i britannici ottennero dalla Società delle Nazioni il Mandato sulla Palestina: un territorio strategico, situato proprio alle spalle del Canale. Era una terra complessa, abitata da una maggioranza araba ma anche destinata, secondo la Dichiarazione Balfour del 1917, a diventare “focolare nazionale” per il popolo ebraico. Fu così che la Gran Bretagna si trovò in mezzo a due fuochi: da una parte gli ebrei che spingevano per costruire uno Stato proprio, dall’altra gli arabi che vedevano tutto questo come una minaccia alla loro terra.

Mentre cercava di tenere sotto controllo la crescente tensione in Palestina, Londra non smetteva di guardare a Suez: ogni rivolta, ogni instabilità in quella zona poteva riflettersi sul Canale e quindi sulla sicurezza dell’Impero. Per i britannici, la Palestina era sì una promessa da mantenere, ma anche un rischio da gestire. Così alternarono aperture e restrizioni: a volte favorirono l’immigrazione ebraica, altre volte la bloccarono, scontentando tutti.

Con la fine della Prima Guerra Mondiale, la Palestina divenne un mandato britannico sotto la Società delle Nazioni. A differenza di altri territori arabi che ottennero l’indipendenza, la Palestina rimase un’eccezione, una conseguenza diretta della Dichiarazione Balfour. Nonostante i palestinesi rifiutassero di essere trattati come una minoranza nel proprio paese, le autorità britanniche impedirono la formazione di un governo rappresentativo, lasciando tutti i poteri nelle mani dell’Alto Commissario. In questo periodo, dal 1918 al 1926, che pur conobbe una “pace relativa”, i sionisti, agevolati dagli inglesi, costruirono indisturbati le infrastrutture del loro futuro Stato, inclusi sistemi educativi, industrie e capacità militari, mentre i palestinesi venivano trattati come semplici sudditi coloniali con servizi statali inferiori.

Le riforme fondiarie ottomane di metà Ottocento, che avevano consentito ai ricchi proprietari assenti di acquisire vaste terre, furono manipolate dall’amministrazione britannica, che riclassificò i contadini palestinesi come fittavoli, rendendoli suscettibili di sfratto. Così, tra il 1921 e il 1925, l’acquisto di grandi estensioni di terra da parte di organizzazioni sioniste, come l’American Zion Commonwealth e il Fondo Nazionale Ebraico, portò a sfratti forzati e all’inizio della pulizia etnica della Palestina, un processo giunto oggi al suo culmine.

Questi eventi non potevano non scatenare la resistenza. Nel 1929, le tensioni culminarono in violenti scontri a Gerusalemme, scatenati dalle provocazioni sioniste sul Monte del Tempio (al-Haram al-sharif), diffondendosi poi, in particolare, al famigerato massacro di Hebron del 24 agosto del 1929. Queste violenze furono un’esplosione di frustrazione dopo un decennio di progressi sionisti e pulizia etnica. Nacque una nuova forma di resistenza palestinese: la guerriglia, ispirata dall’Imam Izz al-Din al-Qassam. La sua morte nel 1935, combattendo i britannici, ispirò molti giovani palestinesi e aprì la strada alla Grande Rivolta Araba del 1936-1939. La risposta britannica fu spietata, con bombardamenti, punizioni collettive e la decimazione dell’élite militare palestinese, il che li rese impreparati per il 1948.

Dopo la Seconda guerra mondiale, però, la situazione precipitò. Come vedremo con qualche dettaglio più avanti, la violenza aumentò, i movimenti sionisti radicalizzarono la lotta fino ad effettuare una lunga serie di atti terroristici a danno del popolo palestinese, e la Gran Bretagna – logorata dalla guerra e sotto pressione internazionale – decise di mollare la presa. Nel 1947 lasciò la questione palestinese nelle mani delle Nazioni Unite. Da lì sarebbe nata, tra guerra e proclamazione unilaterale, la nascita dello Stato di Israele nel 1948.

 

Il sionismo come Colonialismo di Insediamento e la Logica dell’Eliminazione

Fu a metà degli anni Venti che il movimento sionista aveva subito una trasformazione cruciale, passando da un semplice tentativo di costruire una patria sicura a un vero e proprio progetto coloniale di insediamento. Questo modello di colonialismo, a differenza di quello classico, mira a sostituire completamente la società nativa con la propria, con i coloni che spesso cercano una nuova casa lontano dai margini della loro metropoli. La terra, tuttavia, non è mai disabitata. Per i coloni, la popolazione indigena diviene un “ostacolo da rimuovere”, un processo che non può avvenire senza brutalità, cancellazione della storia e disumanizzazione dei nativi, spesso dipinti come “selvaggi” o “nomadi”. Lo studioso Patrick Wolfe in “Settler Colonialism and the Elimination of the Native” (2006) ha definito questo approccio la “logica dell’eliminazione

Negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale, la Palestina era una terra sull’orlo del collasso. Le promesse fatte dagli inglesi — da una parte agli arabi, dall’altra al movimento sionista — si rivelarono inconciliabili, e ogni equilibrio sembrava ormai perduto. Mentre Londra tentava di contenere il caos, nuove forze armate ebraiche radicali decisero di prendere in mano il destino del futuro Stato ebraico, anche a costo di usare la violenza più estrema. Uno di questi gruppi era l’IRGUN, guidato da Menachem Begin, un uomo deciso e spietato, destinato a diventare anni dopo Primo ministro d’Israele. L’Irgun non rispondeva più alla linea moderata della leadership sionista ufficiale: colpiva con attacchi diretti, faceva esplodere bombe, intimidiva. Credeva che solo la forza avrebbe aperto la strada allo Stato ebraico. Gli arabi palestinesi erano considerati un ostacolo, non una popolazione con cui convivere. L’Irgun, fondato nel 1931, iniziò attacchi contro popolazioni arabe già durante la ribellione araba del 1936–39. Uno degli episodi più sanguinosi, noto come Black Sunday, si svolse il 14 novembre 1937 a Gerusalemme: furono uccisi 10 civili palestinesi e molti altri feriti . Continuando la sua azione, l’Irgun intensificò i suoi attacchi a partire dal 1944 fino al 1948, culminando in massacri come quello di Deir Yassin del 9 aprile 1948, in cui tra 100 e 250 palestinesi furono uccisi. Ancora più radicale era la Banda Stern, o Lehi, un gruppo piccolo ma feroce, fondato da Avraham Stern e proseguito da uomini come Yitzhak Shamir (anch’egli futuro premier israeliano). Per loro, ogni compromesso era tradimento. Sognavano una rinascita eroica del popolo ebraico e agivano con un fanatismo quasi mistico. Non solo attaccavano i britannici con imboscate e assassinii, ma organizzavano attentati mirati contro la popolazione araba. Stern Gang (Lehi) fu attivo attivo dal 1940 al 1948. Dopo l’uccisione di Stern nel 1942, i suoi seguaci continuarono ad attaccare, inclusi sabotaggi ferroviari e azioni terroristiche su larga scala. Quando l’ONU inviò un mediatore, il diplomatico svedese Folke Bernadotte, per tentare una soluzione pacifica, Lehi lo fece uccidere a Gerusalemme. Lo ritenevano un pericolo per la nascita dello Stato ebraico. Il terrore non era un effetto collaterale: era una strategia. L’attacco al villaggio di Deir Yassin, nell’aprile del 1948, ne fu l’emblema. Irgun e Lehi, agendo insieme, fecero irruzione nel villaggio e massacrarono oltre cento civili. La notizia si diffuse come un lampo in tutta la Palestina: la paura divenne panico. Interi villaggi arabi vennero abbandonati. Famiglie fuggivano senza sapere dove andare, convinte che quello fosse solo il primo di molti altri massacri. Così nacque la Nakba, la “catastrofe”, con centinaia di migliaia di palestinesi costretti a lasciare la propria terra. Anche la Haganah, la più moderata delle forze sioniste, partecipò a queste operazioni, soprattutto dopo l’approvazione del piano ONU per la partizione della Palestina. La Haganah varò il Piano Dalet, su incarico della Jewish Agency e con la supervisione di David Ben‑Gurion; esso prevedeva l’occupazione militare di aree strategiche e spesso la cacciata forzata degli abitanti arabi. Non tutti furono uccisi, ma in molti casi furono costretti ad andarsene sotto minaccia. Nel giro di pochi mesi, la mappa della Palestina cambiò per sempre. Villaggi scomparvero, città cambiarono volto, e lo Stato d’Israele nacque su un territorio in gran parte “svuotato” della popolazione araba originaria. I leader dei gruppi armati sionisti — una volta chiamati “terroristi” dagli stessi inglesi — entrarono nel governo del nuovo Stato. Le azioni di quegli anni, spesso taciute o giustificate come “necessarie”, segnarono però in modo indelebile il trauma dei palestinesi e l’inizio di un conflitto che non ha ancora trovato pace.

 

La Nakba: La Catastrofe del 1948

Il periodo tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il ritiro britannico nel 1948 fu segnato da tre processi simultanei che condussero alla Nakba (‘catastrofe’ in arabo) e alla fondazione di Israele: il fallimento degli sforzi diplomatici, l’inadeguatezza del mondo arabo e la preparazione finale sionista alla pulizia etnica.

Gli sforzi diplomatici internazionali, pur riconoscendo la gravità della situazione come nel rapporto del Comitato Angloamericano [3], fallirono perché nessuna giustificazione plausibile poté essere data al perché la Palestina fosse trattata come un caso eccezionale, negandole il diritto all’autodeterminazione. Il Regno Unito, sotto pressione e stanco, passò la patata bollente alle appena nate Nazioni Unite. Nel novembre del 1947, l’Assemblea Generale dell’ONU votò la risoluzione 181, favorevole alla spartizione della Palestina. La risoluzione raccomanda la suddivisione del territorio del mandato britannico in due Stati indipendenti: uno ebraico e uno arabo. Essa destinava il 56% della Palestina a uno Stato ebraico, pur comprendendo molte concessioni strategiche e una popolazione quasi paritaria di ebrei e palestinesi, e il 44% a uno Stato palestinese. Lo Stato ebraico sarebbe stato composto da un numero quasi uguale di ebrei e palestinesi, mentre nello Stato arabo la stragrande maggioranza sarebbe stata palestinese. La città di Gerusalemme (e zone adiacenti) diventa un’entità separata sotto regime internazionale, amministrata dall’organizzazione delle Nazioni Unite. Il movimento sionista non fu disposto a limitare i propri confini a quelli delineati dal piano di partizione del 1947 dopo la Guerra del 1948. La risoluzione si rivelò fonte di ulteriore violenza perché la leadership sionista la interpretò come un’opportunità per stabilire rapidamente il proprio predominio, pianificando di impossessarsi anche dei territori assegnati allo Stato arabo palestinese.

Sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica, pur rivali, appoggiarono la spartizione, ciascuno per i propri interessi strategici. Nel frattempo, il Regno Unito, temendo uno stato mufti, a maggioranza musulmana, guidato da Amin al-Husayni, favorì il re Abdullah della Transgiordania, incoraggiandolo ad annettere parti del territorio palestinese e a stringere accordi segreti con la leadership sionista. Questo “doppio gioco” giordano avrebbe indebolito gravemente lo sforzo militare arabo del 1948.

Come abbiamo già visto, mentre i palestinesi confidavano nella diplomazia, la leadership sionista si preparava militarmente. Il Piano Dalet (Piano D), elaborato nel marzo 1948 da David Ben Gurion e l’intelligence della Haganah, aveva un obiettivo semplice: allontanare quanti più palestinesi possibile dalla Palestina per creare uno Stato a maggioranza ebraica. Le tattiche prevedevano l’accerchiamento dei villaggi e dei quartieri, lasciando una via di fuga per gli abitanti terrorizzati, seguita dalla distruzione totale degli edifici per impedire il ritorno. Interi centri urbani, come Haifa, Giaffa, Acri, Tiberiade e Safed, furono distrutti in quello che può essere definito un urbicidio. Il massacro di Deir Yassin nell’aprile 1948, perpetrato da gruppi paramilitari di destra, divenne un simbolo di terrore che accelerò la fuga.

Le truppe inviate in soccorso dagli Stati arabi il 14 maggio 1948, alla fine del mandato, erano insufficienti e tardive. La debolezza e la disorganizzazione degli eserciti arabi, unita al tradimento giordano, consentirono a Israele di conquistare la maggior parte della Palestina e di espellere in massa la popolazione. Alla fine del 1948, metà della popolazione araba palestinese era stata espulsa, più di cinquecento villaggi erano stati distrutti, e la maggior parte delle città demolita. Sulle rovine, Israele costruì insediamenti ebraici, piantò alberi di pino europei e trasformò i villaggi distrutti in parchi ricreativi, cancellando ogni “arabicità”.

La Striscia di Gaza, che prima del 1948 era una città cosmopolita, fu creata da Israele come un piccolo rettangolo (il 2% della Palestina storica) per accogliere le centinaia di migliaia di palestinesi espulsi, diventando il campo profughi più grande del mondo. I tentativi di pace successivi, come quelli del Conte Folke Bernadotte, che proponeva il diritto al ritorno dei rifugiati e una Gerusalemme internazionale, furono respinti dalla leadership sionista, culminando nell’assassinio di Bernadotte. La risoluzione ONU 194 del dicembre 1948, che riaffermava il diritto al ritorno, Gerusalemme internazionale e la soluzione a due Stati sui confini del 1947, fu ignorata da Israele, che, dopo aver ottenuto l’adesione all’ONU, si rimangiò ogni impegno.

La Nakba non fu solo un furto di terre, ma un tentativo di rendere impossibile la ricostruzione di una nazione palestinese, disperdendo il popolo e perdendo comunità secolari.

Ma la storia non finì lì: pochi anni dopo, nel 1956, il Canale di Suez tornò al centro del conflitto con la guerra che vide alleati Gran Bretagna, Francia e Israele contro l’Egitto di Nasser. Segno che, ancora una volta, nel cuore delle tensioni mediorientali si intrecciavano strategia, petrolio, imperi in declino e la lunga ombra di Suez.

 

L’occupazione costante e i processi di pace falliti

Dal 1948 al 1967, Israele continuò la sua pulizia etnica costante (al-Nakba al-Mustamirra), imponendo un regime militare ai palestinesi rimasti all’interno dei suoi confini. Le tattiche di repressione, inclusi coprifuoco, arresti senza processo e sparatorie indiscriminate (come il massacro di Kafr Qasim nel 1956 che uccise 49 persone) sono, come tristemente noto, ancora in uso oggi.

Il risveglio nazionale palestinese si manifestò nei campi profughi della Striscia di Gaza con l’emergere dei fedayyin, combattenti pronti al sacrificio, che intrapresero azioni di guerriglia contro Israele. La reazione israeliana fu brutale, con l’Unità 101 di Ariel Sharon che compì massacri come quello di Qibya nel 1953. Questi gruppi fedayyin, confluirono poi in Fatah e, nel 1964, nella formazione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP).

La Guerra dei Sei Giorni del 1967 segnò un’altra svolta cruciale, portando Israele al controllo di tutta la Palestina storica (Cisgiordania, Striscia di Gaza, Sinai e Alture del Golan). [*]

La Guerra dei Sei giorni più che un evento difensivo isolato è stata l’occasione per l’attuazione del progetto israeliano per il Grande Israele. Essa affonda le sue radici nella strategia espansionistica israeliana e in un contesto di tensioni regionali sfruttate per raggiungere obiettivi territoriali. Il fattore scatenante principale fu la volontà da parte di Israele di mettere in pratica il progetto del Grande Israele, che mirava a conquistare tutta la Palestina storica (ossia moderni Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza).
Questa idea era promossa da una lobby interna, composta da ex generali della guerra del 1948 e da vecchi ideologi del movimento laburista, che lamentavano di non aver conquistato l’intera Palestina storica nel 1948. A sostegno di ciò vi era anche un piccolo gruppo di sionisti religiosi (discepoli del rabbino Zvi Kook) che vedevano nella colonizzazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza un imperativo religioso.
Prima della guerra, il governo israeliano aveva già incaricato un gruppo speciale di esperti di elaborare un piano per il governo militare della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, nel caso in cui fossero state conquistate. Questo programma, noto come Piano Shaham (finalizzato tra il 1963 e il 1964), dettava precise linee guida su come istituire un sistema giuridico militare per la sorveglianza e il controllo della popolazione nei territori occupati, esattamente ciò che accadde dopo il giugno 1967.
Il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, nonostante avesse in precedenza esplorato accordi di pace con Israele, temeva che Israele stesse pianificando un imminente attacco alla Siria. Nasser rispose con una tattica del rischio calcolato, trasferendo truppe nella penisola del Sinai (smilitarizzata dopo il 1956) e chiudendo gli stretti di Tiran. L’obiettivo era spingere la comunità internazionale a intervenire per decidere il futuro della Palestina post-Mandato. Israele, tuttavia, sfruttò questa mossa come il pretesto necessario per lanciare la guerra e occupare il territorio ambito sfruttando le tensioni per muovere la guerra. L’attacco coordinato fu lanciato il 5 giugno 1967, con l’obiettivo primario di distruggere le forze aeree di Egitto, Siria e Giordania.

Il governo israeliano optò per una nuova forma di occupazione: lasciare la maggioranza dei palestinesi nelle aree occupate, ma negare loro la cittadinanza e sottoporli a un brutale regime militare e burocratico. Fu così che le norme di emergenza britanniche, affinate dopo il 1948, furono applicate per consentire sorveglianza, arresti senza processo, demolizioni di case e abusi sistematici. Si sviluppò il progetto del Grande Israele, sostenuto da ex generali e ideologi laburisti, e in particolare da un crescente gruppo di sionisti religiosi che vedevano la colonizzazione come un imperativo divino. Il Piano Shaham (1963-1964) aveva fornito le linee guida per questo sistema di controllo.

Le politiche di ebraizzazione si estesero anche all’interno di Israele, con confische di terre e la costruzione di insediamenti ebraici in Galilea, culminando nel “Giorno della Terra” del 1976, quando sei cittadini palestinesi furono uccisi durante le proteste. Gli insediamenti ebraici nei territori occupati, promossi dal Partito Laburista (come Kiryat Arba) e dal movimento messianico Gush Emunim (che si stabilì nelle aree palestinesi più popolose), sono stati e rimangono illegali secondo il diritto internazionale.

Il fallimento dei cosiddetti “processi di pace” è un tema ricorrente. Dopo il 1967, gli Stati Uniti, pur condannando inizialmente l’annessione di Gerusalemme Est, adottarono una strategia che si basava sull’idea che il conflitto fosse iniziato nel 1967, non per colpa di Israele, e che quest’ultimo fosse generoso nel concedere territori per la pace. La Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza ONU fu interpretata da Israele come un invito al ritiro da alcuni territori, non da tutti. L’emergere dell’AIPAC [4] nel 1963 cementò un sostegno americano incondizionato a Israele, impedendo qualsiasi azione significativa che contraddicesse le politiche israeliane.

La leadership dell’OLP, orfana del supporto dell’ex Unione Sovietica, era desiderosa di far parte di una Pax Americana ed era pronta a riconoscere Israele e rinunciare alla lotta armata.
Per Israele, il Partito Laburista, tornato al potere nel 1992 con Yitzhak Rabin come Primo Ministro, vide nei negoziati diretti con l’OLP a Tunisi (lontana dalla più agguerrita leadership palestinese locale) un’opportunità per ottenere concessioni. Il processo di negoziazione fu mediato dalla Fafo, una fondazione norvegese, e si basò sull’idea di ottenere la migliore offerta possibile dalla parte più forte (Israele) e fare pressione sulla parte più debole (OLP) affinché l’accettasse, indipendentemente dal fatto che fosse distante dai desideri reali dei palestinesi.

La Prima Intifada (1987), scoppiata a Gaza, fu un movimento di protesta in gran parte non violento, represso con brutalità dall’esercito israeliano. Il suo fallimento, unito all’isolamento dell’OLP dopo il sostegno di Arafat a Saddam Hussein, aprì la strada alla Conferenza di Madrid (1991) e agli Accordi di Oslo I (1993). Questi accordi, mediati da un approccio che favoriva la parte più forte (Israele), portarono alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che doveva gestire gli affari interni ma era anche chiamata a collaborare con i servizi di sicurezza israeliani per reprimere la resistenza. Oslo, lungi dal portare la pace, si rivelò una nuova forma di controllo e oppressione.

Gli accordi di Oslo II (1995) concretarono questo modello, dividendo la Cisgiordania in Aree A, B e C, limitando l’accesso palestinese e lasciando la maggior parte degli insediamenti ebraici in Area C sotto il controllo israeliano. [*]
L’Area A comprende le zone più popolose della Cisgiordania, pur non superando il 18% dell’intera regione. In quest’area, l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) gestisce formalmente gli affari interni, ma con l’obbligo di collaborare con l’esercito e i servizi segreti israeliani per monitorare e reprimere la resistenza.
Nell’Area B il potere è formalmente condiviso tra Israele e l’ANP, sebbene il controllo effettivo del governo rimanga nelle mani di Israele.
L’Area C è, in pratica, sotto il diretto governo israeliano. In essa si trova la maggior parte degli insediamenti ebraici. L’accesso per i palestinesi è limitato e alla fine degli anni Novanta, quest’area arrivava a comprendere oltre il 70% della Cisgiordania. Questa frammentazione territoriale, unita alla costruzione di centinaia di posti di blocco tra le diverse aree, ha reso estremamente difficile la vita quotidiana della popolazione palestinese. Sebbene gli israeliani lasciassero intendere che l’area assegnata ai palestinesi avrebbe potuto diventare uno Stato, fu chiaro che tale entità non avrebbe potuto funzionare senza la cooperazione e il controllo di Israele. Gli accordi di Oslo II stabilirono come abbiamo visto la tripartizione amministrativa della Cisgiordania. La Striscia di Gaza, pur rimanendo indefinita negli accordi, fu gestita in base a principi simili a quelli dell’Area B. Gli accordi di Oslo II, invece di portare la pace, alimentarono speranze non soddisfatte e innescarono un ciclo di violenza, producendo una realtà nei Territori Occupati peggiore di quella precedente. Le questioni irrisolte, in particolare riguardo agli insediamenti ebraici, provocarono violenze. Fu dopo la vittoria elettorale di Benjamin Netanyahu nel 1996, che il suo governo intensificò le misure oppressive contro i palestinesi, costruendo centinaia di posti di blocco tra le Aree A, B e C. Questi checkpoint trasformarono la vita quotidiana dei palestinesi in una serie di vessazioni burocratiche e umiliazioni quotidiane. L’Area C, in particolare, divenne oggetto di una intensa ebraizzazione, con il governo Netanyahu che permise ai coloni di espropriare apertamente i palestinesi. In definitiva, gli accordi di Oslo non furono una “generosa intesa di pace israeliana”, ma un modo per sostituire una forma di occupazione con un’altra.

La conseguente violenza da parte dei coloni ebraici e la risposta delle fazioni di resistenza palestinese portarono all’assassinio del Primo Ministro Yitzhak Rabin nel 1995 e a un ulteriore spostamento a destra della politica israeliana. Il governo di Benjamin Netanyahu intensificò la repressione, con centinaia di posti di blocco che trasformarono la vita quotidiana dei palestinesi in un inferno di abusi e umiliazioni. La Striscia di Gaza fu circondata da una recinzione di filo spinato, assomigliando sempre più a una prigione a cielo aperto.

In pratica con Oslo I, Israele accettò di rinunciare al controllo diretto su circa il 40% della Cisgiordania e riconobbe la creazione della Autorità Nazionale Palestinese (ANP), incaricata di gestire gli affari interni per i palestinesi. In cambio, l’ANP doveva accettare di collaborare con l’esercito e i servizi segreti israeliani per monitorare e reprimere qualsiasi forma di resistenza all’occupazione. La vecchia OLP si trasformò nell’ANP, con Arafat come presidente. Nel settembre 1995, i principi stabiliti in Oslo I furono dettagliati negli Accordi di Oslo II, firmati a Taba. L’OLP accettò questi diktat israeliani, sebbene Arafat fosse titubante al momento della firma.

La Seconda Intifada (2000), scatenata da una provocatoria visita di Ariel Sharon al Monte del Tempio, fu una rivolta molto più militarizzata, con attacchi suicidi di gruppi islamisti come Hamas. La risposta di Israele, l’Operazione “Scudo Difensivo”. L’esercito schierò l’aviazione per bombardare le città e cinse d’assedio il quartier generale di Arafat a Ramallah, noto come Mukataa. L’operazione fu molto più cruenta delle consuete punizioni collettive: massacri nei campi profughi di Jenin e una campagna di repressione che durò anni.
Alcuni giornalisti israeliani sostennero che l’operazione servì anche a “controbilanciare” l’umiliante ritiro di Israele dal Libano avvenuto nell’estate del 2000.
Scudo Difensivo segnò una fase di estrema militarizzazione del conflitto, che vide anche la morte di tredici cittadini palestinesi di Israele durante le proteste e una durissima risposta militare che si allentò solo dopo la scomparsa di Arafat nel 2004. In sintesi questa operazione porto alla rioccupazione di Cisgiordania e Gaza.

 

Il XXI Secolo: L’Apartheid e le crepe di Israele

Nel XXI secolo, Israele ha continuato a consolidare il suo controllo sulla Palestina storica attraverso l’ebraizzazione e una serie di leggi discriminatorie, culminate nella Legge fondamentale dello Stato-nazione ebraico del 2018, che ha declassato l’arabo, promosso gli insediamenti e prioritizzato i diritti di cittadinanza per gli ebrei. Il 97% della terra è ormai di proprietà di istituzioni ebraiche che vietano transazioni con i non ebrei, impedendo ai palestinesi di espandere le proprie comunità. In pratica, la costruzione di uno Stato di apartheid.

Il primo ministro Ariel Sharon, nel 2003 propose l’allontanamento di tutti gli ottomila coloni ebrei e la fine dell’amministrazione diretta del territorio di Gaza. Tale scelta non fu un’apertura diplomatica verso il popolo palestinese, ma una decisione funzionale agli interessi di Israele: Sharon mirava a dimostrare che un ritiro dalla Cisgiordania sarebbe stato impraticabile a causa del trauma sociale che l’evacuazione di Gaza stava comportando. Al contempo, la resistenza armata di Hamas aveva reso la difesa dei coloni un onere insostenibile, spingendo il governo a immaginare Gaza come una “prigione” in cui contenere il movimento islamista, così da poter colpire dall’esterno senza mettere a rischio la vita dei propri cittadini all’interno della Striscia. Questa transizione, iniziata operativamente nel giugno 2004 tra le violente proteste dei coloni evacuati dalle proprie case, ha portato molti esperti a definire il 2005 non come la fine dell’occupazione, ma come l’inizio di un nuovo modello di controllo. Infine, il vuoto di potere generato dal ritiro non fu colmato efficacemente e tempestivamente dall’Autorità Nazionale Palestinese, facilitando la successiva ascesa politica e militare di Hamas nel territorio

Il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza nel 2005, presentato come un gesto di pace, fu perciò, in realtà, una scelta egoistica di Sharon per “dimostrare” l’impossibilità di ritirarsi dalla Cisgiordania, e trasformare Gaza in una prigione per Hamas, che avrebbe permesso a Israele di attaccarla dall’esterno. La vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi del 2006, non riconosciuta dall’Occidente e da Israele, portò a una guerra civile con Fatah e all’assedio totale della Striscia di Gaza, che continua da più di un ventennio.

Dopo il ritiro israeliano da Gaza nel 2005 e la presa del potere da parte di Hamas nel 2007, la Striscia è, infatti, diventata teatro di una serie di operazioni militari israeliane di intensità crescente.

Tali operazioni si inseriscono in un contesto di “catastrofe costante”, in cui la popolazione di Gaza – composta in gran parte da profughi della Nakba del 1948 e dai loro discendenti – vive in quello che è considerato il campo profughi più grande del mondo, subendo traumi psicologici e distruzioni materiali sistematiche.

La prima grande campagna è stata Piombo Fuso (2008‑2009), che ha causato oltre 1.400 palestinesi uccisi e circa 5.000 feriti, con danni estesi a infrastrutture civili, scuole, ospedali e quartieri residenziali. Le perdite israeliane furono molto più contenute, con 13 morti. L’operazione lasciò distrutti o gravemente danneggiati migliaia di edifici e un sistema elettrico e idrico già fragile.

Nel 2012 Israele lanciò Pilastro di Difesa, un’operazione più breve ma intensa, basata quasi esclusivamente su attacchi aerei. Furono circa 180 i palestinesi uccisi, più che altro civili, con danni significativi a edifici governativi, depositi, abitazioni e infrastrutture di comunicazione. Le vittime israeliane furono 6. L’operazione non prevedeva un ingresso via terra, ma provocò comunque un impatto rilevante sulla popolazione civile, con migliaia di sfollati temporanei.

Nel 2014 arrivò Margine di Protezione, la più devastante fino a quel momento con oltre 2.300 palestinesi uccisi, più di 10.000 feriti, e un livello di distruzione senza precedenti: interi quartieri come Shuja’iyya e Khuza’a furono rasi al suolo, con oltre 18.000 abitazioni distrutte o gravemente danneggiate. Le vittime israeliane furono 73, tra soldati e civili. L’operazione mirava a distruggere la fantomatica rete di tunnel sotterranei di Hamas, ma ebbe un impatto enorme sulla popolazione civile e sulle infrastrutture essenziali, compresi impianti elettrici, idrici e ospedali.

Nel 2018 e nel 2019 si verificarono diverse escalation minori, spesso non nominate come operazioni ufficiali ma comunque significative. In alcuni casi, come nell’escalation del novembre 2019 contro la Jihad Islamica, i bombardamenti causarono fino a 35 morti palestinesi in pochi giorni e danni localizzati a edifici residenziali e strutture militari. Anche nel 2022 ci fu un’operazione breve, Breaking Dawn con circa 49 palestinesi uccisi, tra cui civili, e danni concentrati soprattutto nel nord della Striscia.

Nel 2021, dopo tensioni a Gerusalemme Est, Israele lanciò Guardiano delle Mura, una campagna di undici giorni caratterizzata da bombardamenti intensi. Furono 260 i palestinesi uccisi, con danni ingenti a torri residenziali, strade, fabbricati commerciali e infrastrutture elettriche. Le vittime israeliane furono 13. L’impatto economico e sociale su Gaza fu enorme, con migliaia di abitazioni danneggiate e un peggioramento ulteriore delle condizioni già critiche.

Infine, nel 2023, dopo l’attacco del 7 ottobre, Israele ha avviato Spade di Ferro, l’operazione più vasta mai condotta nella Striscia. Rimando agli articoli che ho pubblicato a partire da quella data seppure presentati non in ordine cronologico di pubblicazione:

Anniversari. Il 7 ottobre è accaduto l’11 settembre Una parziale rassegna di analisti non allineati
Da ventanni li aiutiamo a compiere i peggiori crimini
La “ricostruzione” di Gaza. Meloni passa all’incasso
La linea gialla dell’espropriazione e della segregazione
Israele gegen alle
Palestina: peggio di quanto si possa immaginare. Ascoltiamo la testimonianza del berretto verde Thony Aguilar
Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio. Rapporto della Relatrice Speciale, Francesca Albanese, sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967
Meloni ed il suo governo insistono a schierarsi con Netanyahu impegnato nella Soluzione Finale nei confronti del popolo palestinese
Abbattere ciò che ancora rimane in piedi ed “aiutare” chi per “volontà propria” intendesse “lasciare” Gaza
Il piano Gideon’s Chariots: Gaza “sarà completamente distrutta” e la popolazione palestinese sarà spinta a migrare in massa verso paesi terzi. Israele sempre più autistico ed isolato
Italia complice di genocidio
Una risoluzione elettorale che non ferma il genocidio mentre Assange viene condannato per aver rivelato crimini di guerra
La Pace di Trump e Netanyahu
La diaspora dei palestinesi per far posto ad una Smart City che sia un paradiso, ma fiscale
Ninna Nanna Sumera
La frontiere della democrazia israeliana che qualcuno vorrà importare in Italia
Gli articoli che definiscono il Genocidio secondo il diritto internazionale
Manganellate democratiche
Repressione Democratica
Rafah è il campo di sterminio progettato e realizzato dai sionisti al governo di Israele
Italia collaborazionista?
La legge vieterà di manifestare contro Israele
Repressione Democratica
La soluzione finale in Medio Oriente potrebbe iniziare con la N di Neutroni
Mobilitiamoci contro il genocidio
Genocidio con furto. Nel mirino i corvi e gli avvoltoi dell’ENI che volteggiano su Gaza Marine
L’Italia riconosca lo Stato di Palestina
Da vent’anni li aiutiamo a compiere i peggiori crimini
Gaza Marine. Il gas nel mare della Striscia
Possiamo accettare di essere stati fatti complici del genocidio del popolo palestinese?
È sufficiente scendere in piazza e reclamare genericamente la Pace?
Il Piano del Secolo


La Palestina non era affatto una terra deserta, e il mito degli antenati dei coloni sionisti risalenti a duemila anni fa è infondato. Lo Stato ebraico è stato edificato grazie agli interessi imperiali britannici, che hanno violato il diritto palestinese all’autodeterminazione, rendendoli complici della pulizia etnica. Il sionismo è un movimento coloniale di insediamento che fin dall’inizio ha mirato all’eliminazione dei nativi. A differenza di altre lotte anticoloniali, quella palestinese è stata sistematicamente dipinta come terrorismo a causa di una potente lobby filo-israeliana. È tempo di riconoscere il movimento nazionale palestinese come un movimento anticolonialista e di sostenere il suo diritto alla liberazione.

La comunità ebraica in Israele, composta da otto milioni di persone, ha costruito uno Stato moderno e un potente esercito, ma sembra incapace di sopravvivere senza opprimere i palestinesi. I palestinesi continuano a resistere nonostante tutti gli sforzi per rimuoverli. Non ha senso parlare di pace come se le parti fossero ugualmente colpevoli; il vero processo necessario è la decolonizzazione, strettamente associata alla liberazione e alla riconciliazione. La storia recente di Gaza è un capitolo di indicibile catastrofe, che rivela il legame intrinseco tra le origini del sionismo come movimento coloniale di insediamento e la sua logica di eliminazione dei nativi. La resistenza palestinese, a prescindere dalle sue espressioni, deve essere compresa come anticoloniale.

[+] Il concetto di terra nullius—”terra di nessuno o terra senza sovranità”—fu applicato anche alla Palestina. A Berlino nel 1884–85, gli europei considerarono la Palestina non governata da uno Stato, quindi legalmente “vuota” e appropriabile scholarworks. Più tardi, il sionismo rinforzò questa idea con slogan come “a land without a people for a people without a land”, usato da pionieri come Israel Zangwill e Chaim Weizmann, presentando la terra come desolata e ignorando la presenza degli arabi palestinesi researchgate.net. Studi accademici evidenziano come questa narrazione non neghi necessariamente l’esistenza fisica dei palestinesi, bensì la loro legittimità come “popolo” con diritto alla sovranità. Questo approccio giuridico e retorico sosteneva che, non essendo stati considerati “civili” secondo standard occidentali, i palestinesi non avevano titolarità territoriale – analogamente a quanto accadeva in altri contesti coloniali come Australia o Africa. Anche se abitata, la Palestina fu trattata come se fosse “terra di nessuno” in diritto internazionale e nella retorica coloniale, giustificando insediamenti e appropriazioni a danno dei palestinesi, eliminandone la legittimità politica e negandone i diritti primitivi sul territorio.


Note
[1] Pogrom è parola russa che fa riferimento allo sterminio programmato di ebrei russi.
[2] Diario del 12 giugno 1895: The Complete Diaries of Theodor Herzl, edited by Raphael Patai, volume I (New York: Herzl Press / Thomas Yoseloff, 1960), pp. 88-89. https://www.sav.sk/journals/uploads/020310442_Be%C5%A1ka.pdf
[3] L’Anglo‑American Committee of Inquiry si riunì all’inizio del 1946 – operando tra Washington, Londra, Europa e Medio Oriente – e presentò il suo rapporto il 20 aprile 1946 a Losanna Holocaust Museum. Il Comitato, composto da membri britannici e americani, adottò un’intesa unanime sulle questioni cruciali. Nel rapporto venne stabilito che 100.000 ebrei rifugiati dovessero ottenere subito certificati di immigrazione per la Palestina, superando le restrizioni imposte dalla White Paper del 1939 Jewish Virtual Library. Si raccomandò anche la revoca delle leggi che limitavano l’acquisto di terre da parte degli ebrei, estendendo la libertà di compravendita indipendentemente da razza o religione, con tutele per piccoli proprietari e contadini PalQuest. Il Comitato sostenne che la Palestina non sarebbe dovuta diventare né uno Stato ebraico né uno arabo, ma rimanere sotto mandato britannico – da prolungare fino a un possibile trusteeship ONUgarantendo la prospettiva di autogoverno condiviso e pari sviluppo economico, educativo e politico per arabi ed ebrei . Il Presidente Truman appoggiò le principali raccomandazioni: immigrazione ebraica, acquisto di terra, protezione dei luoghi sacri, diritti degli arabi The American Presidency Project. Tuttavia il governo britannico, guidato da Clement Attlee e Bevin, rifiutò di attuare il piano senza un robusto supporto militare e finanziario da parte degli USA . Di conseguenza, molte proposte rimasero lettera morta, e la questione venne trasferita all’ONU, culminando con la nascita dell’UNSCOP – Encyclopedia.com – United Nations Special Committee on Palestine, istituita il 15 maggio 1947 dall’ONU che pubblicò il 3 settembre 1947 un rapporto che propose la fine del Mandato britannico e presentò due soluzioni: la partizione in due Stati (ebraico e arabo) con Gerusalemme sotto controllo internazionale (votata dalla maggioranza del comitato), oppure un unico Stato federale (minoritaria) .
[4] L’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) è definito dalle fonti come un potentissimo gruppo di pressione filoisraeliano. Fu fondato nel 1963. La sua creazione ha rappresentato un punto di svolta, poiché prima di allora, gli interventi diplomatici americani sulla questione israelo-palestinese erano rari e non sempre coordinati con Israele. Fino al 1963, le posizioni degli Stati Uniti si erano occasionalmente scontrate con le azioni e i desideri di Israele; ad esempio, l’amministrazione americana appoggiava il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e a volte condannava le operazioni di rappresaglia israeliane. L’AIPAC ha messo in piedi una imponente macchina politica. Il suo scopo è fare in modo che la stragrande maggioranza dei politici americani garantisca a Israele un sostegno incondizionato. Grazie a questa influenza, anche nel caso in cui l’amministrazione americana si sentisse “a disagio” con le politiche israeliane, tale situazione non si tradurrebbe mai in un’azione significativa contro Israele. L’attività di AIPAC si inserisce in una più generale e forte attività di lobby sionista negli Stati Uniti che in passato ha indotto il governo americano ad appoggiare, ad esempio, il piano di partizione del 1947.
[*] La guerra dei Sei giorni del 1967 segnò l’inizio dell’occupazione militare israeliana. Israele scelse di mantenere il controllo territoriale senza però concedere la cittadinanza ai milioni di palestinesi residenti, istituendo un regime giuridico basato sulle norme di emergenza. Contemporaneamente, iniziarono a sorgere i primi insediamenti ebraici illegali, inizialmente nella Valle del Giordano attraverso il Piano Allon e successivamente, grazie alla spinta del movimento messianico Gush Emunim, nelle aree più densamente popolate dai palestinesi. Questa politica di colonizzazione, pur violando la Convenzione di Ginevra, fu avallata dalla Corte suprema israeliana e trasformò gradualmente la Cisgiordania in un mosaico di enclavi.
Il Piano Allon, formulato dal politico laburista Yigal Allon tra il 1969 e il 1977, ha rappresentato il primo pilastro strategico e geografico per la colonizzazione della Cisgiordania, fornendo la base per la nascita degli insediamenti ebraici illegali. Al centro di questa visione si poneva la cosiddetta “opzione giordana”, una strategia che suggeriva di mantenere sotto il controllo israeliano le aree meno densamente popolate dai palestinesi, specialmente lungo il confine con la Giordania, incentivando i cittadini ebrei a stabilirvisi per creare “fatti compiuti” sul terreno. Sotto l’impulso di questo piano, il Partito Laburista diede inizio alla costruzione dei primi insediamenti in aree chiave come la Valle del Giordano, i dintorni di Hebron e Betlemme,
e la zona della Grande Gerusalemme.
Un elemento cruciale di questa pianificazione fu il tentativo di garantire una continuità territoriale ebraica che congiungesse il Negev al fiume Giordano; in quest’ottica, Allon orchestrò il primo tentativo di espellere i palestinesi dalle colline a sud di Hebron, nell’area di Masafer Yatta, una regione dove la resistenza alla pulizia etnica prosegue ancora oggi. Nonostante tali insediamenti fossero in palese violazione della Convenzione di Ginevra, la Corte suprema israeliana ne autorizzò inizialmente la costruzione accettando la tesi del governo, che presentava tali strutture come temporanee e dettate da imperative necessità di difesa e sicurezza nazionale. Solo in un secondo momento la Corte legalizzò formalmente la trasformazione di questi avamposti militari in veri e propri insediamenti civili permanenti. Tuttavia, il Piano Allon finì per stabilire un precedente che sarebbe stato presto scavalcato da movimenti più radicali: sebbene Allon intendesse limitare l’occupazione ad aree strategiche specifiche, i coloni del Gush Emunim, emersi a partire dal 1974, ignorarono tali confini diplomatici. Basandosi su una “mappa biblica” e sull’idea che la terra appartenesse al popolo d’Israele per diritto religioso, questo movimento messianico espanse la colonizzazione proprio nelle zone palestinesi più densamente popolate che Allon avrebbe inizialmente voluto escludere dal controllo diretto, rendendo di fatto la Cisgiordania un mosaico di enclavi sotto il controllo israeliano.

Domanda posta da Scalfari: Il colonnello Gheddafi vuole la distruzione dello Stato di Israele?

 

Da un punto di vista storico si considera la nascita del cosiddetto Israele come uno dei risultati del secondo conflitto mondiale ed una delle conseguenze del colonialismo nella sua fase mondiale. Quella zona geografica portava da sempre il nome di Palestina ed il mondo non conosceva nulla che si chiamasse Israele. Solo dopo la Seconda guerra mondiale e precisamente solo dopo il 1948 è stato conosciuto qualcosa chiamato Israele; prima di questa data il mondo non conosceva il cosiddetto Israele ma geograficamente ha conosciuto soltanto la Palestina, ed i suoi abitanti erano i palestinesi esattamente come era la Rodesia che era chiamata una volta Zimbabwe ed essa appartiene ora al popolo dello Zimbabwe ma fu chiamata Rodesia in conseguenza del colonialismo razzista subito dai Bianchi dopo la Seconda guerra mondiale, e lo stesso è accaduto per la Palestina quando è stata colonizzata dopo la Seconda Guerra Mondiale diventando così una colonia sionista. Coloro che colonizzano attualmente la Palestina chiamandola Israele non sono orientali né uomini originari di quella zona ma sono degli immigrati venuti dall’Asia, dall’Europa e da altri numerosi paesi del mondo; sono francesi britannici, russi, tedeschi e di altre diverse nazionalità. Forse la loro religione è quella ebraica ma non hanno in comune una Patria ed una nazionalità. Potevano continuare a vivere in pace nei loro paesi; allora perché venire proprio in Palestina e occuparla chiamandola Israele. Questo è uno stato evidentemente illegittimo ed ostile e non ha nessuna giustificazione, ma se gli ebrei sono stati oppressi in questo noi li sosteniamo in quanto oppressi ed il mondo deve liberarli da questa oppressione ovunque poiché è dovere di qualsiasi nazione trattare egualmente i suoi cittadini sia quelli di fede ebraica che di altre fedi. In ogni caso nessuno deve permettersi di opprimere una setta religiosa ebraica. In quanto l’ebraismo è una religione monoteista noi la santifichiamo esattamente come santifichiamo l’Islam, il cristianesimo ed i profeti dell’ebraismo che sono stati citati nel Corano ed in cui noi crediamo come crediamo nel profeta Maometto, in Isaia, in Mosè. Noi rifiutiamo qualsiasi oppressione contro l’uomo in quanto ebreo perché non esiste alcuna giustificazione per perseguitare una parte dei figli dell’Europa solo perché appartengono alla fede ebraica. Quindi se sono perseguitati dobbiamo liberarli da questa persecuzione farli ritornare nelle loro patrie e rispettarli”

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