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Le nuove geometrie dell’imperialismo

Riflessioni su alcune idee di Emilio Quadrelli

di Jacques Bonhomme

great britain imperialismInglés, ricordi? Dicevi che la civiltà è dei bianchi.

Ma quale civiltà? E fino a quando?

F. Solinas, G. Pontecorvo, Queimada.

1. Un’autocritica

La parabola recente delle vicende palestinesi ha scoperchiato la pentola dei nuovi disciplinamenti capitalistici dell’Occidente, cresciuti nel segno della riorganizzazione post-fordista del ciclo produttivo e distribuiti capillarmente nella società attraverso le bio-politiche neoliberali, con la loro modulazione antropologica di premi e castighi. L’economia di guerra che ci sta stringendo nella sua morsa, è stata da decenni la “legge bronzea” della riorganizzazione neoliberale della “formazione economico-sociale” capitalistica, una riorganizzazione che sottomettendo legislativamente i bisogni al successo e la socialità alla punizione, faceva della condizione emergenziale lo strumento amministrativo per affrontare le instabilità e i ristagni catastrofici dell’accumulazione del capitale. Quest’ultima, come sappiamo, da circa un secolo e mezzo, ha assunto le forme economiche, politiche e militari dell’imperialismo, studiate a fondo da una vasta letteratura scientifica, non soltanto marxista. Il nesso storico è indubbiamente oggettivo e irrefutabile, ma nelle lotte sociali in Occidente, e in particolare in Italia, questo nesso è emerso pienamente soltanto dopo che la sollevazione rivoluzionaria del popolo palestinese contro la lunga occupazione coloniale sionista della Palestina ha contrapposto platealmente la dimensione tutta occidentale del genocidio eseguito dalla mano israeliana, alla tenacia, al radicamento e alla combattività della Resistenza armata dei palestinesi, tra le macerie e nelle carceri di Israele.

Tuttavia, questa prospettiva ampia, questa dimensione storico-mondiale della Resistenza anticoloniale palestinese alla strategia sionista ed euro-atlantica mirante alla distruzione di Gaza e all’intensificazione del terrore in Cisgiordania, pur essendo stata riconosciuta dalle frange più coscienti del movimento internazionale che ha subito affiancato il popolo palestinese e le sue organizzazioni di lotta, non è riuscita a generare azioni di massa capaci di inceppare e di corrodere la macchina economico-militare imperialista. In Italia, dove l’onda delle proteste è stata notevolmente lunga e consistente, il carattere coscientemente antimperialista dei movimenti è stato progressivamente offuscato da un solidarismo umanitario che ha connotato in modo assai ristretto e tematico i cortei e le piazze, del resto sempre più affollate in misura inversa rispetto radicalismo politico e ideologico, spesso assente. Queste piazze, nell’ultima fase delle mobilitazioni, sono apparse sempre più subalterne alle rappresentazioni, ai discorsi e ai simboli culturali che gli apparati ideologici dominanti hanno costruito e diffuso, nel segno dei valori liberali, per riassorbire un antagonismo sociale che poteva far dilagare le parole d’ordine di una rivoluzione anticoloniale, lasciando scorgere così le relazioni e gli effetti della situazione palestinese. La “cattura” non poteva riuscire, ma i temi giuridici, tecnici e diplomatici – per non dire dei gesti dimostrativi canonizzati - che hanno improntato sempre più le pratiche collettive dei movimenti, hanno finito con il rendere flebile la denuncia antimperialista, hanno favorito le demagogie del sindacalismo istituzionale e soprattutto hanno reso difficoltosa una discussione collettiva sui meccanismi globali e sulle catene sistemiche dei quali il genocidio dei palestinesi era una conseguenza. Di lì a poco, il fallimento dello sciopero generale dei sindacati di base contro l’economia di guerra, la scarsa eco delle mobilitazioni contro l’attacco USA al Venezuela e la difficoltà dei settori avanzati del movimento a rendere tangibile, per quelle masse che pur avevano reagito al genocidio, l’orrore del piano finanziario per Gaza, hanno mostrato che senza una coscienza antimperialistica socialmente radicata, le forze in campo si disperdono facilmente.

Ma che cosa è mancato alle pratiche politiche e sociali dei tanti fronti di lotta che si sono costituiti riunendo insieme organizzazioni, sindacati di base, comitati studenteschi e centri territoriali vecchi e nuovi? Questa domanda dobbiamo porcela più per avviare un discorso, e quindi per progettare una ricostruzione, che per approntare rimedi ad hoc, del resto non immediatamente disponibili. Va da sé che nessun discorso che non sia mediato dalla praxis può sopravvivere alla propria sterilità, e, proprio per questa ragione, lo sforzo di soddisfare la richiesta marxiana di un’attività pratico-critica impone una ridefinizione di prospettive. O, per meglio dire, impone di riesaminare le forme di lotta adottate finora per rimodularle sulla congiuntura storica attuale, alla luce sia delle dinamiche internazionali sia delle deterrenze poliziesche e giudiziarie in corso da tempo e sempre più restrittive e intimidatorie.

Dopo questa prudente limitazione del tema, eccolo esposto: il carattere solidaristico delle mobilitazioni internazionalistiche per la Palestina, animate da intenzioni e da propositi spesso molto distanti gli uni dagli altri, con un linguaggio spesso inficiato dal gergo vago e astratto dei diritti umani e della diplomazia, incapaci di andare oltre cortei, presidi e raduni, del resto posti costantemente sotto assedio da camionette, da blindati e da squadroni di agenti antisommossa, ha dato all’azione di massa un’impronta puramente dimostrativa, o, per usare parole più esplicite, già usate e molto calzanti, “performativa” o “estetica”. Le forme più incisive di scontro sociale sono quelle che hanno preso di mira gli stabilimenti del complesso Finmeccanica e le istallazioni militari, ma anche queste iniziative non hanno potuto andar oltre le espressioni più decise di collera collettiva; i dipendenti sono rimasti al loro posto, le basi USA sono inavvicinabili. Una saldatura tra l’internazionalismo antimperialista e le resistenze sociali - purtroppo disordinate e discontinue - alle incessanti devastazioni del tessuto connettivo della società, dalla salute al territorio, compiute dalla governamentalità neoliberale, non è avvenuta. L’economia di guerra con il carovita galoppante e l’affondamento dei salari non sono diventati una cosa sola con una rivolta popolare contro i preparativi di guerra della NATO e dell’UE ai confini della Russia: questa combinazione è rimasta per lungo tempo sullo sfondo nei cortei per la Palestina, quando invece proprio una sollevazione europea contro i piani di riarmo avrebbe rallentato o forse bloccato la macchina economica e militare che assassinava in massa i palestinesi. Il nesso fra il militarismo come traino dell’accumulazione capitalistica, le strategie globali dell’Occidente e la distruzione della Palestina in quanto soglia del Sud globale, non è diventato un “senso comune” dei movimenti, non si è trasformato in parole d’ordine, in programmi, in educazione politica e in obbiettivi. Soltanto negli ultimi tempi, quando la parte passiva delle mobilitazioni stava già abbandonando i raduni e le piazze, questo orizzonte storico e politico del nostro presente ha cominciato ad apparire chiaro e definito.

Anche nella fase culminante e più estesa delle agitazioni, quando sulla base delle iniziative di boicottaggio dei portuali di Genova, le reti informatiche, il proliferare dei presidi, la grande manifestazione del 4 Ottobre e le numerose assemblee che ne sono state il vivaio, hanno proclamato una svolta perentoria attraverso la parola d’ordine “blocchiamo tutto”, in quel grido di battaglia tutto il movimento si è avvolto in alcune insidiose equivocità. Infatti veniva da chiedersi: perché si vuol bloccare tutto per la flottiglia, quando non si è provato a farlo in quasi due anni di guerra di sterminio, una guerra che soltanto i gruppi armati palestinesi contrastavano? Ma il nodo più resistente non era questo, bensì quello che si stringeva intorno alla consapevolezza che per bloccare tutto servivano scioperi a oltranza, dovevano essere messe in moto forme di insubordinazione economica e sociale la cui attuazione abbisognava di una rete di solidarietà di classe fatta di casse sociali, strutture di assistenza alle famiglie degli scioperanti, appoggi logistici e, come presupposto e condizione di tutto questo, una direzione politica unitaria. In mancanza di tutto questo una formula propagandistica radicale e corretta, poteva facilmente venire contraffatta da quegli “apparati ideologici di Stato” che sono sempre all’erta ai confini del movimento e che tentano, con sperimentata abilità, di replicarne i linguaggi manomettendone il significato. Per questo, il sindacato istituzionale, che di lì a qualche mese avrebbe sabotato lo sciopero generale contro la legge di bilancio guerrafondaia, in quell’occasione scimmiottò lo slogan “blocchiamo tutto”. Del resto, in questo caso, la fraseologia massimalistica di chi aveva nascosto, oscurando la Resistenza palestinese, il vero avversario anticoloniale dell’imperialismo, si sposava bene con la spettacolarizzazione della flottiglia, sulla quale, fin dall’inizio, si era impresso il segno dei mezzi di comunicazione di massa dominanti, che la inondavano, più o meno apertamente, di orientalismo e di paternalismo umanitario.

Ma in questa ricostruzione sommaria di un ciclo di lotte, non si può tralasciare l’appesantimento sempre più estremo del pugno repressivo dello Stato parlamentare capitalistico, che mangiando sempre più gli spazi dell’agire socialmente antagonistico, ossia elevandovi barriere e seminandovi deterrenze securitarie – come non pensare alle quadrettature urbane di Foucault o alla cattura dei nomadi di Deleuze e Guattari -, ha reso inscalfibili i circuiti degli affari, del profitto e del piacere padronale, relegando le azioni collettive nei percorsi concordati con le questure, in recinti assediati da truppe antisommossa. Accettando queste paratoie, i cortei sono stati forzati alla ritualità cerimoniale. I tentativi di rompere gli assedi non sono mancati e non potevano mancare, per quanto, come era del resto prevedibile, la stampa dei grandi gruppi magnatizi si sia subito data da fare per inventare storie fantomatiche di “terrorismo”. Il caso del centro sociale Askatasuna è a tal proposito esemplare. Infatti, Askatasuna ha cercato dapprima di sottrarsi, con più costanza e determinazione di altri ambienti, al confinamento scenico della protesta, intraprendendo lotte più corpose, poi, dopo la sua chiusura e l’inizio dello smantellamento, è riuscito a trasformarsi nella calamita di una grande e soprattutto combattiva manifestazione nazionale. Può darsi che questo passaggio abbia una importanza storica e politica. Potrebbe significare un nuovo inizio.

Per cercare di comprendere il tipo di sorveglianza totale che ha preso piede in tutto l’Occidente, dovremmo usare con cautela la parola repressione. Tale parola, nella congiuntura storica attuale, e riferita ad un contesto punitivo e disciplinare, non rende pienamente conto della produzione incessante di comportamenti, di regole sociali, di riorganizzazione di spazi urbani, di procedure istituzionali e di schemi educativi volti ad accrescere la sottomissione di società sempre più esposte ai contraccolpi di un’economia di guerra di crescente virulenza, di un’economia di guerra che sopraggiunge in una fase in cui lo Stato capitalistico, liquidando ogni protezione sociale a beneficio dell’impresa, ha completamente eroso, come ha osservato Emilio Quadrelli, le basi di ogni possibile consenso nazionalistico alle sue strategie guerrafondaie. Più che di repressione, e cioè di semplice accrescimento tecnico delle funzioni e dei poteri dei corpi di polizia, nel solco di una tradizione prussiana, che del resto implicava, alle sue origini, forme paternalistiche di assistenza sociale (il Polizeistaat) che invece il neoliberalismo dissolve, le pratiche giudiziarie e amministrative che oggi rimodellano lo Stato-impresa del capitalismo neoliberale hanno come scopo la “controinsurrezione”. Il dispositivo militare della controinsurrezione – un dispositivo più militare che poliziesco – è stato costruito dagli amministratori coloniali degli Stati occidentali allo scopo di disarticolare società, territori e popolazioni, quale condizione imprescindibile per mantenere i colonizzati nella morsa del terrore e dell’umiliazione. Questo tipo di “governamentalità”, di cui tanta letteratura anticolonialista, a cominciare da Fanon, ha analizzato i meccanismi, le pratiche e le funzioni, costituisce oggi il modello delle tecniche di controllo e di intimidazione che vengono messe in atto in Europa e negli Stati Uniti. Il principio politico, in entrambi i casi, è quello della guerra interna: la guerra dei poteri coloniali – oggi neocoloniali - contro i colonizzati, nel Sud globale, e la guerra delle classi dominanti capitalistiche contro gli strati popolari della società, nella metropoli imperialista.

Le differenze non vanno comunque tralasciate. Nelle colonie il vecchio colonialismo non risparmiava pallottole e bombe, ed il neocolonialismo vi accumula montagne di vittime e vi consuma genocidi, discolpandosi regolarmente attraverso il diritto internazionale. Invece in Occidente la controinsurrezione mira a presidiare permanentemente la società, a militarizzarla in ogni sua sfera e in ogni suo ramo, per ingombrare di barriere, di muri e di posti di guardia il campo della lotta di classe dal basso; e, poiché quest’ultima deve essere estirpata alla radice in modo attivo, cioè suscitando emulazioni dell’obbedienza, questo campo diviene sempre più ampio, fino a includere ogni forma di azione di massa che voglia intaccare l’assetto sociale vigente. Nonostante le differenze, il paradigma coloniale dischiude però interessanti prospettive sulla congiuntura storica attuale, e quindi ci può aprire scorci sulla più recente fase delle mobilitazioni antimperialiste in Italia. Infatti, la mobilità del denaro e degli armamenti in cui consiste il processo di accumulazione capitalistica nel compimento imperialistico del capitalismo, implica anche la mobilità dei sistemi di assoggettamento preventivo delle popolazioni. A tal proposito, Mjriam Abu Samra ha puntualmente rilevato la diffusione europea di tecniche di repressione e di assedio messe a punto dallo Stato israeliano. Fino a qualche decennio fa, Israele esportava i suoi dispositivi cognitivi e strumentali di controinsurrezione laddove essi occorressero agli sgherri neocoloniali dell’Occidente; ma ormai da tempo anche i governi europei sono diventati clienti del loro avamposto in Oriente. Per questo, oggi, le lotte di classe contro le spoliazioni neoliberali e le lotte di classe internazionalistiche a fianco delle sollevazioni, dei governi e delle resistenze anticoloniali confluiscono in un unico orizzonte antimperialista. E’ quindi necessario più che mai comprendere le nuove “geometrie dell’imperialismo”.

 

2. Le nuove geometrie dell’imperialismo

La distanza storica che separa il nostro tempo da quella “geometria dell’imperialismo” che catturava l’attenzione in un titolo di Giovanni Arrighi, nulla toglie a un’espressione pregnante e rigorosa al tempo stesso, a nostro avviso insuperata nel cogliere le molteplici interrelazioni, simmetriche e asimmetriche, dei diversi aspetti del dominio imperialistico globale, per quanto poi la critica dell’imperialismo di Arrighi tendesse a voltare le spalle alle maggiori impostazioni marxiste dell’analisi dell’imperialismo. Tuttavia, quella azzeccata caratterizzazione del tema, che raggiunge il massimo della concretezza per mezzo di un’astrazione, ha continuato a smuovere l’interesse degli ambienti politici e intellettuali, ed è ricomparsa parafrasata al plurale, come “geometrie dell’imperialismo”, in una recente conferenza di Balibar. Il titolo di Balibar sembra però un gioco di maschere tra scetticismo e frivolezza, perché il filosofo francese, seguendo vie piuttosto contorte, e non rinunciando alle semplificazioni, liquida il concetto di imperialismo pur conservandone il nome. Tuttavia, al polo opposto di Balibar, che adotta le parole-chiave di una letteratura economica, storica e politica per stravolgerne il contenuto, una ricomposizione teorica del concetto di imperialismo – ricostruttiva e de-costruttiva al tempo stesso – è stata messa a punto da Emilio Quadrelli. A essa si addice, sia per l’intenzione che per il risultato, la denominazione “geometrie dell’imperialismo”, ma poiché l’eredità teorica che si riannoda a un’importante tradizione, sia scientifica che militante, è stata ampiamente rimodulata da Quadrelli, che se ne avvale, nello spirito di Rosa Luxemburg e di Lenin, per i compiti di tattica e di strategia rivoluzionarie del suo tempo, al lavoro intellettuale di Quadrelli meglio conviene la denominazione “nuove geometrie dell’imperialismo”. La ricognizione di queste nuove geometrie dell’imperialismo costituisce un aiuto prezioso per i movimenti antimperialisti. Occorre quindi esplorarne le possibilità.

Tutto il discorso di Quadrelli, nei due scritti “Il volto di Marte e le sue forme” e “György Lukács, un’eresia ortodossa”, mira ad ampliare il raggio, e quindi a immergere nella nostra contemporaneità, il coacervo di contraddizioni che stringe insieme la guerra imperialista e la guerra civile. In questo nesso, con tutti i suoi capovolgimenti e con tutti i suoi spostamenti temporali, ebbe la sua molla la Rivoluzione d’Ottobre, mentre l’intempestività nel comprenderne le evoluzioni e gli allentamenti fece soccombere la rivoluzione socialista in Germania e in Italia. Anche Mao seppe agire in questo crinale fra i due tipi di guerra e dopo decenni di ritirate e di avanzate, dopo fughe, cambiamenti di alleanze e scatenamenti di offensive, alla fine un esercito contadino cacciò l’imperialismo dalla Cina. Lenin e Mao si intendevano di dialettica e quindi sapevano intravedere le correlazioni dinamiche fra i due tipi di guerra, diametralmente opposti nelle origini, nel fine e nel contenuto di classe. Il nodo genetico contraddittorio di questi due tipi di guerra, dal quale si dispiega tutta la forza del contrasto di classe, viene districato da Quadrelli in un contesto specifico: la crescente instabilità interna delle società capitalistiche occidentali deprivate del Welfare State e risucchiate nelle guerre dell’imperialismo globale occidentale, oltreché nella sua sempre più cruda economia di guerra. Infatti, le guerre imperialiste dell’Occidente globale, che oltre a fungere da immancabile accompagnamento neocoloniale di investimenti, di rapine energetiche e di imposizioni monetarie, mirano ad accrescere in misura abnorme e illimitata l’apparato tecnologico degli eserciti, rendono sempre più tangibile il limite sociale di questa deriva militaristica. Questo limite sociale racchiude il germe di una acutizzazione e di impensate generalizzazioni di nuove forme di lotta di classe. Nel loro emergere, la borghesia imperialista intravede il fantasma della guerra civile.

Questo sottofondo storico della guerra imperialista, di cui già i preparativi di guerra possono rendere visibili le crepe e udibili i rumori, spinge gli apparti capitalistici – economici, ideologici, polizieschi e militari – a erigere un fronte interno per incorporare le “classi pericolose” in un blocco d’ordine patriottico, del quale la Prima guerra mondiale è stata il laboratorio. Ma poiché per due secoli le masse industriali prima e il proletariato poi erano state combattute dalle borghesie liberali, al tempo stesso capitalistiche e coloniali, come un nemico interno, temibile a causa di “innate propensioni” alla delinquenza, la propaganda e i simboli del nazionalismo misero radici soprattutto nelle classi medie. Soltanto tra le due guerre mondiali, durante i decenni della Grande Trasformazione, del keynesismo e del New Deal, si sedimentarono negli Stati capitalistici i sistemi di protezione sociale e gli strumenti di programmazione economica che, passando attraverso il piano Beveridge del 1942, divennero il mezzo ancipite, e perciò poco fidato, dei tentativi delle classi dominanti di confinare la lotta di classe in un perimetro legalitario e istituzionale. Tuttavia, il Welfare State capitalistico aveva preso piede anche per conquistare le classi popolari all’ideale patriottico del sacrificio militare, per inserire il proletariato nell’universo simbolico dei riti nazionali della borghesia, e quindi, quando lo scontro sociale vi si inserì, e lo sviluppò oltre le misure compatibili con il plusvalore relativo, lo Stato-impresa neoliberale cominciò a liquidarlo, liquidando insieme ad esso lo Stato-piano che ne aveva accompagnato la parabola.

Ecco allora una questione decisiva posta da Quadrelli nei punti cruciali dei suoi due testi: in quali modi e con quali mezzi lo Stato-impresa del capitalismo neoliberale può tentare, in Occidente, di dare una base sociale di massa ai suoi piani di guerra, o alle guerre imperialiste che conduce o patrocina in Medio Oriente, in Sudamerica, in Africa e in Ucraina? Come può propagandare un’economia di guerra quando, per decenni, la governamentalità neoliberale ha disintegrato salari, cure sanitarie, beni sociali, tutele, previdenze e contemporaneamente, attraverso le varie forme di mobilità sociale, ha reso illimitato il tempo di lavoro? Un fronte interno come quelli del passato, oggi la borghesia imperialistica non può più metterlo in piedi, poiché le condizioni che in passato le avevano consentito di seguire quella via – con la quale tuttavia non ha mai potuto dirigere le classi subalterne -, sono state da essa stessa erose. Ma allora nasce la domanda: come si riconfigura, nell’attuale congiunture storica, la dualità capovolta della guerra imperialistica dilagante e della guerra civile che può fermarla?

La chiave del problema, secondo Quadrelli, risiede nella persona giuridica e nel personaggio ideologico che le guerre imperialistiche hanno forgiato da secoli, nei loro mutamenti di forma. Questa persona e personaggio è “il nemico”, o meglio, “il tipo di nemico”. Qui, le geometrie dell’imperialismo di Quadrelli, che si muovono sulle linee dell’economia mondo capitalistica tracciate da Hilferding, da Rosa Luxemburg, da Lenin e da Sweezy, e che quindi connotano l’imperialismo come una determinata riorganizzazione storica, economica, spaziale e ideologica del capitalismo, fanno posto ad un innesto audace e originale, proveniente da Carl Schmitt. Ed è proprio valendosi di questo apporto, che del resto viene destrutturato alla fonte affinché essa possa confluire in un discorso che le è totalmente estraneo, che Emilio Quadrelli può dare pregnanza geometrica alla sua analisi della guerra imperialista, quale polo di gravitazione costante dell’economia politica capitalistica nella sua fase imperialista. Infatti, la definizione giuridica del nemico, di antichissima origine, una definizione che il diritto interstatale di matrice westfaliana codificò per “mettere in forma” le guerre europee ed extraeuropee, e che, nelle sue categorie fondamentali, distingueva un nemico pubblico (hostis) ed un nemico privato (inimicus), viene immessa da Quadrelli nelle strategie globali dell’imperialismo occidentale. In tal modo egli può afferrare il dispositivo politico – o, in un certo senso, biopolitico – delle guerre imperialiste e degli stermini coloniali, lungo un secolo e mezzo di storia contemporanea.

Questo dispositivo emerge proprio dal tipo di nemico attraverso la cui inimicizia viene data una forma politica alla guerra. Infatti, nell’avvicendamento dei nemici combattuti o sterminati dagli Stati imperialisti dei vecchi imperi coloniali marittimi o territoriali, oppure combattuti e sterminati dal blocco imperialistico occidentale, in tantissime guerre e quindi in molti tipi di guerra - contro Stati, contro popoli extraeuropei o contro il proletariato europeo –, i nemici sono stati inscritti, di volta in volta, nella casella pubblica o in quella privata. La differenza è essenziale per la conduzione della guerra e per il trattamento del nemico: il nemico pubblico è simmetrico, statale ed è riconosciuto giuridicamente, il nemico privato è asimmetrico, banditesco e non può essere riconosciuto giuridicamente. In tal modo la guerra imperialistica attinge dallo Stato, come apparato di classe, il proprio esclusivo jus ad bellum, mentre il “partigiano”, l’irregolare e il rivoluzionario, che insorgono contro lo Stato come apparato di classe, ne sono categoricamente privati. La guerra imperialista si libera così dalla sua più recondita paura: la paura della guerra civile. Ecco dunque ricomparire le geometrie dell’imperialismo.

La fasi storiche del moderno diritto internazionale, con la loro ramificata compenetrazione con le espansioni, con le spoliazioni e con le polarizzazioni sociali e geografiche dell’economia-mondo capitalistica, hanno conosciuto differenti rappresentazioni giuridiche del nemico, e in esse, sia i popoli colonizzati renitenti alla sottomissione, sia le classi pericolose delle metropoli industriali europee, sono regolarmente apparsi come nemici ingiusti (iniusti hostes), esterni al concerto del reciproco riconoscimento degli Stati occidentali, privi di ogni dignità pubblica. La figura del nemico privato, infido, oscuro e selvaggio, improntava di sé l’iniustus hostis. Nelle nuove geometrie dell’imperialismo, questo nemico è stato ridenominato “nemico asimmetrico”. Questa forma di inimicizia bellica, insieme vecchia e nuova, può divenire così il codice ideologico e linguistico capace di conferire alle guerre imperialiste dell’Occidente un carattere securitario, un carattere assolutamente parallelo e complementare alle militarizzazioni securitarie della vita quotidiana delle società occidentali, sempre più invase dai regolamenti e dalle sorveglianze della controinsurrezione.

Così mentre la guerra imperialista si veste da “operazione di polizia internazionale”, pienamente certificata dalle risoluzioni dell’ONU, la polizia degli Stati viene riorganizzata per compiti militari e integrata in sistemi poliziesco-militari. Infatti, la dialettica del militare e del poliziesco è la linea globale della spazializzazione dell’imperialismo occidentale in questa fase storica, il modo in cui l’asse centro periferia, quale principale suddivisione geografica dei colonialismi vecchi e nuovi, viene rifunzionalizzato in rapporto alla guerra come fattore trainante dell’accumulazione capitalistica. Pertanto, poiché l’ordine interno e l’ordine internazionale vengono identificati tout court con le discipline neoliberali, in un caso, e con la sottomissione ai poteri finanziari e alle catene di approvvigionamento energetico, nell’altro, le classi e gli Stati che contestano questo duplice ordine ed agiscono, nei loro contesti, contro di esso, divengono automaticamente nemici asimmetrici. La polizia militarizzata o la guerra poliziesca si occupano di loro in quanto iniusti hostes. Tutti sappiamo quali nomi infamanti vengono assegnati loro dalla macchina di propaganda che sintonizza stampa e televisioni. In tal modo viene facilitata sia la guerra che la controinsurrezione.

Soltanto in questo quadro globale, delineato dalle sue geometrie, possono divenire perspicue le connessioni fra i movimenti di lotta in Italia e in Europa e i luoghi di scontro coloniali tra l’imperialismo occidentale e i popoli o i governi che ne ostacolano le strategie, i flussi di denaro e le estrazioni energetiche. Questo attacco imperialistico al Sud globale si dispiega, nelle circostanze attuali, su tre continenti, dal Medio Oriente, dove la Palestina ha propagato l’onda più lunga delle resistenze anticoloniali, all’Africa settentrionale, dall’America centrale al Sudamerica, dove gli Stati Uniti inciampano su Cuba e sul Venezuela. Ma emerge una complicazione, di cui Quadrelli ha compreso la portata rendendo esplicite le contraddizioni fra due linee spaziali divergenti delle guerre imperialistiche in corso e in preparazione. Infatti, mentre le destabilizzazioni, gli strangolamenti economici, i blocchi navali, gli interventi armati e gli stermini per procura sono le forme acute della guerra mondiale dell’imperialismo occidentale contro il Sud del mondo, la situazione cambia aspetto quando lo Stato nemico è la Federazione Russa, che, a causa della sua posizione chiave nelle istituzioni internazionali e del suo arsenale atomico, non può essere combattuta dall’Occidente come un nemico asimmetrico. Di conseguenza il tipo di guerra che qui si profila cancella la gerarchizzazione degli spazi economici e militari tra la metropoli imperialista e le periferie coloniali, una gerarchizzazione del resto in parte già incrinata dall’avvento del modello repressivo della controinsurrezione.

Ed ecco quindi che i capi dell’Unione Europea e della NATO urlano e ringhiano per imporre ai popoli la mobilitazione generale bellica, ed ecco inoltre che i sistemi di comunicazione, coadiuvati dalle istituzioni educative, suonano le trombe vecchie e nuove del nazionalismo militarista, ed ecco, infine, che la rete delle imprese capitalistiche propaganda ai giovani la fusione professionale del managerialismo e delle tecnologie militari, fonte di brillanti carriere nel segno della meritocrazia neoliberale. Ma questi surrogati capitalistici dei servizi socio-sanitari, dei beni pubblici e degli interventi statali sul territorio finiscono necessariamente per mancare lo scopo. Il capitalismo neoliberale, sembra suggerire Emilio Quadrelli, abbandonando il keynesismo sociale per un keynesismo di guerra, si preclude la possibilità di “nazionalizzare le masse” per la guerra. Perciò l’imperialismo occidentale deve giocare altre carte.

La carta rimasta in mano alla borghesia imperialista, dopo l’irrevocabile distruzione dei contrappesi sociali e previdenziali di un eventuale fronte interno delle sue guerre, e in presenza di movimenti di massa portatori di potenziali opposizioni sistemiche, è quella della militarizzazione delle operazioni di polizia, del resto complementare, come abbiamo visto, alla guerra imperialista come punizione dei perturbatori dell’“ordine internazionale”. Allora, anche una guerra simmetrica come quella che la NATO sta preparando ai confini della Russia, avvalendosi del governo fantoccio ucraino e dei gruppi banderisti che lo affiancano, comporta una smisurata asimmetria nella violenza interna degli Stati capitalistici europei, calcolatamente mirata a partire dagli effetti di quella guerra, da effetti corposamente riconoscibili nello sconvolgimento delle catene di approvvigionamento e nelle ulteriori penalizzazioni della ormai minimale spesa sociale. Ma quale conclusione si può trarre da tutto ciò? Su quali rapporti di classe e di potere, nazionali e internazionali, ci istruiscono le nuove geometrie dell’imperialismo che, prendendo lo spunto dai testi di Quadrelli, abbiamo voluto tracciare? Si può rispondere che la “messa in forma” delle guerre dell’imperialismo occidentale oggi in corso, sia quella simmetrica in Europa sia quelle asimmetriche contro il Sud globale, tende a convergere, pur mantenendosene distinta e separata, con la forma dello “stato d’assedio” interno agli Stati occidentali. Parallelamente lo stato d’assedio trova il suo piedistallo nell’imperialismo. Lenin, aveva già scorto tutto questo, e, con molto acume, aveva citato Cecil Rhodes, lo spregiudicato magnate coloniale inglese: “Se non si vuole la guerra civile, occorre diventare imperialisti”. Guerra e controinsurrezione appaiono sempre più come due poli correlati delle nuove geometrie dell’imperialismo.

 

3. Prospettive

Cogliere una tendenza storica, saperne riconoscere gli aspetti, riuscire a soppesarne gli sviluppi, e soprattutto avere un occhio attento alle contraddizioni che la muovono, è uno dei compiti principali del materialismo storico e della dialettica che vi si dispiega. Quadrelli vi insiste guardando a Lukács, al Lukács che, nei primi anni Venti, all’interno delle vicissitudini rivoluzionarie di quel periodo, scrisse Storia e coscienza di classe e un piccolo e denso saggio su Lenin. In questo orizzonte politico e intellettuale la “tendenza storica” si profila soltanto come totalità dinamica dei fattori, dei rapporti e delle forze sociali che, nei loro mobili antagonismi e nei loro svolgimenti eterogenei, danno espressione a un’epoca. La tendenza è quindi il risultato dei processi e dei conflitti che, in una determinata fase storica dello sviluppo sociale, trasformano radicalmente gli uomini e il loro ambiente. Si può facilmente comprendere che la tendenza è inseparabile dalla prospettiva. In altri scritti di Lukács, molto lontani nel tempo da quelli qui nominati, il filosofo comunista ungherese, occupandosi del romanzo, ha dato alla “prospettiva” un contenuto storico-sociale sempre più definito, facendone il completamento autocosciente della tendenza. L’oggettività della prospettiva risiede nella cogenza di questo rapporto, poiché in ogni mutamento delle situazioni storiche emergono costanti sociali o si formano disposizioni collettive di cui possono essere intravisti i possibili sbocchi. Secondo Lukács nel romanzo moderno, soprattutto in Goethe e in Tolstoj, i personaggi e le loro peripezie, in quanto concentrano in sé le tendenze del loro tempo, delineano prospettive storiche autentiche.

Nel suo libello su Lenin, Lukács muove proprio dalla tendenza storica che il capo bolscevico aveva compreso pienamente, riconoscendone i segni, i rischi e la portata. Il primo capitoletto la reca nel titolo: “L’attualità della rivoluzione”. Le condizioni che rendevano la Rivoluzione socialista così avvertibile sottotraccia nelle ristrutturazioni finanziarie e monopolistiche dei mercati mondiali, nel militarismo come traino dell’accumulazione capitalistica e nell’ombra sinistra di una guerra generale incombente, giravano tutte sulle “geometrie dell’imperialismo”, e quindi la loro “attualità”, quell’attualità cui si riferisce Lukács e in cui Quadrelli scorge l’inizio di una nuova praxis, non è tramontata dopo la Rivoluzione d’Ottobre, la guerra civile in Russia e la sconfitta della rivoluzione in Occidente. E non ha cessato di farsi sentire neppure dopo. Infatti, non si è affievolita neppure con i fascismi in Europa, con la Seconda guerra mondiale imperialistica e con l’egemonia globale degli Stati Uniti, poiché tale attualità abbraccia una tendenza commisurabile soltanto a un’epoca storica e alla sua prospettiva. Lo testimoniano le rivoluzioni anticoloniali, che sono state e continuano a essere la manifestazione più estesa, più incisiva e più tenace di quell’“attualità della rivoluzione” della quale Lukács, scrivendo su Lenin negli anni Venti, aveva dato notizia.

In una tale riconsiderazione del tempo storico, con tutte le sue prospettive, la praxis salta fuori dall’opaca catena della necessità, poiché la tendenza rivoluzionaria dell’epoca spezza quella catena in modo oggettivo, e di questa oggettività sociale, trasportata dagli sconvolgimenti e dalle contraddizioni che la muovono, fa “il negativo”, lo mostra come l’ordine feticizzato davanti al quale, e contro il quale, sorgono le soggettività rivoluzionarie. Queste, nel XX secolo, non hanno mai finito di susseguirsi e di fondersi: soggettività operaie, coloniali, femminili e giovanili. I piani ontologici marxiani della necessità e della libertà entrano così in una costellazione comune, radicalmente oppositiva, e questa opposizione segna l’epoca, forgia la tendenza e la prospettiva, rende attuale la rivoluzione. Anche per questo, probabilmente, Quadrelli adotta per la nuova forma di marxismo rivoluzionario richiesto dal tempo storico che ha preso avvio da Lenin, la denominazione gramsciana di “filosofia della prassi”, anche se le sue idee raramente incrociano quelle di Gramsci. L’epoca dell’attualità della rivoluzione, dunque, può essere dischiusa, nelle sue tendenze e nelle sue prospettive, soltanto da una filosofia che sappia tirarsi fuori da ogni determinismo, da una filosofia che sia fino in fondo un’“attività pratico-critica”, da una filosofia della prassi.

Le tendenze e le prospettive sono indubbiamente altre linee che si aggiungono a quelle delle geometrie dell’imperialismo e che le tagliano in molti punti. Ma sono le geometrie dell’imperialismo che ci mettono sotto il naso, come tratto connotativo della fase post-fordista e post-keynesiana della formazione economico-sociale capitalistica nella quale ci troviamo oggi, la natura asimmetrica della “guerra di classe” che la borghesia imperialistica conduce con assoluta coerenza strategica contro le classi subalterne. Quando Emilio Quadrelli accenna alla trasformazione del lavoratore salariato in “marginale”, non rileva un semplice “fatto sociologico”, ma riconosce una tendenza. E qui sorge un ostacolo molto impegnativo, poiché di questa tendenza e delle prospettive che essa racchiude, naturalmente di diverso o di opposto segno, le organizzazioni sindacali di base e i movimenti antimperialistici stentano a prendere piena coscienza. Infatti, la forma e gli obbiettivi delle lotte, spesso improntati al principio dei diritti sociali stravolti o calpestati, o di una legittimazione costituzionale di tutele non più rivendicabili, mostrano che il “mondo di ieri” sopravvive nelle pratiche, nei linguaggi e nelle credenze anche dei gruppi di popolazione già orientati verso comportamenti collettivi più o meno di opposizione. Anche sulla solidarietà internazionalista, il “mondo di ieri” ipoteca gesti, linguaggi e idee, come prova la tentazione ricorrente di promuovere campagne miranti al coinvolgimento di istituzioni, come avviene con le petizioni o con le flottiglie. Le geometrie dell’imperialismo, in questi casi, restano nascoste, e con esse rimangono celate le prospettive. L’inversione di questo accecamento in coscienza di classe, genererebbe nuovi linguaggi e nuove pratiche.

Indubbiamente la struttura di classe delle società capitalistiche europee, e in modo particolare di quella italiana, è cambiata e continua a cambiare profondamente, ed è cambiato e continua a cambiare ancor più profondamente il blocco sociale che si appoggiava sul proletariato industriale, su un proletariato che, negli anni Settanta, aveva proseguito, seppur in modo più blando, le conquiste dell’operaio-massa. Il neoliberalismo, attraverso i meccanismi premiali e punitivi della flessibilità, e attraverso la dispersione internazionale del ciclo produttivo, ha frantumato quel blocco sociale, e con esso ha liquidato la figura dell’“operaio sociale”, così importante, come hanno mostrato gli scritti di Toni Negri, per i fermenti rivoluzionari degli anni Settanta. Ma la trasformazione della composizione sociale delle classi subalterne, il loro allargamento massiccio e soprattutto il loro passaggio in ambienti di vita completamente diversi dal passato, è avvenuto con la formazione delle comunità straniere a seguito dei processi migratori. L’espressione “dal quartiere operaio al ghetto”, usata da Emilio Quadrelli, coglie, nella “fisiognomica” del luogo di vita urbano, il segno più vistoso di una condizione sociale. Pertanto, il vecchio proletariato, insieme ai gruppi subalterni a esso affini o ad esso legati, sconquassato dalle devastazioni sociali e legislative dello Stato-impresa capitalistico, si avvicina sempre più a quella “marginalità” in cui sono rinchiuse, in uno stato di precarietà, o addirittura di accidentalità, abitativa, di ricatto lavorativo e di persecuzione poliziesca, le masse immigrate. Anche gli strati di quest’ultime che riescono a stabilizzare le proprie condizioni materiali di vita rimangono, sul piano dei rapporti di classe nella società, in uno stato di estremo assoggettamento.

L’appello a cercare in questa nuova topografia sociale il posto e i contorni di un nuovo proletariato capace di intraprendere dirompenti e destabilizzanti forme di lotta in Occidente, è una prospettiva ricorrente negli scritti di Quadrelli. E qui la parola prospettiva ha tutta la sua pregnanza teorica, poiché egli scorge nei sussulti ancora indefiniti di questo nuovo antagonismo il necessario complemento soggettivo dell’attualità “epocale” della rivoluzione, vi scorge, in breve, il gesto umano collettivo che essa appella e suscita, e del quale i banlieusards francesi sono stati un annuncio ancora cieco, disordinato e follemente ammonitore. Essi, infatti, sono stati la voce – una voce che si è fatta urlo – dei ghetti che le geometrie mondiali dell’imperialismo hanno disseminato in tutti i continenti e che prolungano in Occidente il Sud del mondo, subentrando, con la soverchiante meccanicità di un automatismo globale, al “quartiere operaio” più recente. A esso però non somigliano, poiché è il “quartiere operaio manchesteriano” descritto da Engels che riportano alla memoria. La risposta insurrezionale al tramonto del “mondo di ieri” si trovava già là, seppur acerba e balbettante; si trovava in quegli incendi e in quella rabbia che smarrivano e imbarazzavano le organizzazioni della sinistra di classe, impotente a comprendere.

Eppure, l’immagine dialettica di cui ha parlato Walter Benjamin, ossia quella erompente figura del passato che salta in un presente rivoluzionario avvolto nel pericolo, ha attraversato quel campo storico, poiché vi ha risvegliato un passato francese di barricate e di proletari fucilati dalla guardia nazionale, facendolo irresistibilmente balenare negli scorci urbani di Marsiglia. Emilio Quadrelli si è messo al passo con tutto questo, e vi ha affondato lo sguardo, comprendendolo nel segno di uno Zeitgeist che impone al marxista rivoluzionario di avvistare i messaggi, sempre un po’ obliqui e a volte cifrati, del tempo storico. Proprio come la sentinella di Benjamin. Ma questa sentinella ha guardato alle vicissitudini dell’epoca attraverso Lenin e Lukács, e il quadro che ne è scaturito ha completato l’“attualità della rivoluzione” con il compito reclamato dalla tendenza e dalla prospettiva, un compito che ha assunto la fisionomia storica del “partito dell’insurrezione”.

Nelle coordinate del “partito storico” dell’insurrezione, erede e prosecutore di esperienze, di idee e di pratiche non ancora risolvibili in un “partito formale”, acquista una sua attualità e la sua impellenza l’avvicinamento alla classe rivoluzionaria che la nostra congiuntura storica rende raggiungibile. Questa congiuntura storica va dunque commisurata all’emergere delle forze sociali e delle situazioni che di un nuovo proletariato sono un frammentario antecedente. Sappiamo, in base a una tendenza che si articola in molte dimensioni, che i rapporti di classe oggi vigenti provengono dai decenni della erosione neoliberale del precedente assetto della formazione economico-sociale capitalistica, e che questa avanzata di nuove forme di “comando capitalistico” e di estrazione globale imperialistica è stata carica di svolte e di rotture nelle dinamiche sistemiche. Infatti, l’avvio della governamentalità neoliberale è stato un aspetto importante del riassetto delle strategie globali dell’imperialismo occidentale, da allora sempre più orientato sull’omologazione monetaria del mercato mondiale e sul gigantismo tecnologico-militare, con una conseguente moltiplicazione delle guerre. E’ dunque in questa tendenza storica, in queste nuove geometrie dell’imperialismo, che si delinea la prospettiva di un nuovo tipo di scontro di classe in Occidente, basato su una classe che sia la fusione delle vaste pauperizzazioni occidentali e delle ghettizzazioni degli immigrati. Questa classe ha già una consistenza o, per usare parole di Marx, esiste in sé, anzi ha già preso corpo nelle connessioni oggettive della guerra sociale asimmetrica con la quale la borghesia imperialistica ha tentato, e sta tentando, di disgregarla, e della quale tutti i settori spaventosamente pauperizzati della società hanno subito e stanno subendo i durissimi effetti. Ma estremamente impegnativo, rischioso e controverso è il passaggio di un muovo proletariato disperso, esiliato dai vecchi luoghi della concentrazione industriale, quali erano la fabbrica e il quartiere, dall’essere in sé all’essere per sé, alla coscienza di classe. E una tale conquista appare ancora più ardua per la parte di questo proletariato che in prospettiva sembra destinata a un ruolo di opposizione irriducibile ed esplosiva. Comunque, le masse immigrate di seconda e di terza generazione racchiudono in sé questa possibilità.

Allora le categorie del pensiero politico anticoloniale, in mezzo a questa ricaduta metropolitana delle dinamiche globali dell’imperialismo, ci permettono di rinominare le fasce proletarie dell’immigrazione con il nome di “colonia interna”, proveniente dalle Pantere Nere e da George Jackson, e riportato in uso, con innegabile chiaroveggenza, da Emilio Quadrelli. Tuttavia, il focolaio di lotte di liberazione che possono sprigionarsi da una colonia interna, lo Stato capitalistico non può combatterlo soltanto con i recinti amministrativi, con il labirinto dei permessi e con le sorveglianze giudiziarie, ma, per prosciugarne la forza antagonistica, deve compiere anche una contromossa egemonica, in modo da coinvolgere gli “apparati ideologici” della società. Per questo da decenni, sul terreno del capitalismo neoliberale, le agenzie culturali ed educative e le istituzioni statali e internazionali coinvolte nei problemi dei migranti, hanno dato forma a quella costellazione di dispositivi sociali e linguistici di identificazione e di smembramento delle masse immigrate che è nota con il nome di multiculturalismo. Il multiculturalismo ha dato impulso all’occultamento dei rapporti di classe nel Nord capitalistico e nel Sud neocoloniale, ed ha reso inesprimibile e inagibile l’antagonismo “esistenziale” fra i due spazi globali. Inoltre, la costituzione di gruppi separati attraverso l’artificio ideologico dell’“etnicità”, eleva una barriera molto robusta all’unificazione cosciente delle masse proletarie immigrate in una combattiva colonia interna.

Le pagine di Quadrelli rendono perspicua la genesi del multiculturalismo dalle geometrie dell’imperialismo, nelle quali, come nei secoli dell’accumulazione capitalistica primitiva, le nuove forme di produzione di plusvalore, con le loro asimmetrie estrattive globali, producono i produttori.

Tuttavia, poiché il lavoratore salariato del XVIII secolo, che venne reso formalmente libero per vedere la “propria pelle alla concia” - come ha scritto significativamente Marx -, era anche il potenziale affossatore della borghesia industriale, in quella fase storica in posizione dominante nel modo di produzione capitalistico, allo stesso modo la “colonia interna” di oggi, per quanto sia stata frantumata multiculturalisticamente è, insieme alla crescente massa di “marginali” dell’Occidente, il potenziale affossatore della borghesia imperialista. I movimenti antimperialisti dovrebbero prenderne pienamente coscienza. Infatti, i movimenti antimperialisti in Occidente, se vogliono sfuggire ai meccanismi istituzionali che orientano molte loro pratiche eterodirette, responsabili dell’innocuità, o peggio ancora della confusione di obbiettivi, che molte loro azioni di massa rendono facilmente riconoscibili, non possono velare le basi imperialistiche del multiculturalismo, che spesso ha consegnato, attraverso la polverizzazione etnica del popolo, i processi di decolonizzazione alle borghesie compradoras, quali fiduciarie o quali intermediarie della borghesia imperialista. Questo ci fa ben capire perché Patrice Lumumba che si era battuto contro questo gioco rimanga un simbolo non offuscato delle lotte anticoloniali.

Per la filosofia della prassi di Gramsci, ogni progetto culturale racchiude in sé un orientamento politico più o meno definito, partecipa cioè ad una lotta ideologica per l’egemonia sociale. Pertanto anche un agire contro-egemonico non può che fondere in sé, quasi indistinguibili, il momento politico e quello culturale. Infatti, a seconda delle situazioni si agisce sugli uomini o sulle cose. Ma è indubbio che si agisce sugli uomini per cambiare le cose. Ebbene, per imprimere al nuovo proletariato sconnesso ed esistente soltanto in sé una spinta verso un’esistenza per sé, occorre una svolta contro-egemonica, una inversione decisa di prospettive che sostituisca l’ethos della solidarietà, impastoiato nelle proprie retoriche “autoassolutorie”, con la pratica, sia sociale che culturale, delle infrazioni, delle riappropriazioni, delle occupazioni e delle resistenze. Infatti, il latente anticolonialismo della “colonia interna” può ridestarsi soltanto se l’umanità “negata” del colonizzato ritorna a lui nella “negazione” del colonizzatore, come rivelava Fanon, sulle orme di Lukács e di Hegel. E, inoltre, poiché l’avvilimento neoliberale delle popolazioni europee impoverite sempre più, e ora gettate negli ingranaggi sanguinosi dell’economia di guerra, importa nella metropoli imperialista metodi di governo brevettati nelle colonie, questa sollevazione di classe non può che avere, fin dall’inizio, il carattere una ri-umanizzazione attraverso una lotta radicale. Pertanto, l’orientamento culturale di una contro-egemonia da mettere in campo, dovrebbe far deragliare la produzione capitalistica del nuovo produttore di merci e far emergere il “contro-uomo” di cui ha spesso scritto Sartre. Le basi di massa di possibili sollevazioni e di un contrasto duraturo e ad ampio raggio per ostacolare le guerre asimmetriche dell’imperialismo occidentale, passano anche attraverso queste forme difficili e travagliate di presa di coscienza.

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Nuno
Wednesday, 04 March 2026 18:35
Jacques Bonhomme, mah
Perché non c'è il nome dell'autore dell'articolo ?
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