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vocidallestero

Sulle elezioni in Francia: Candidati del Passato e Candidati del Futuro

di Jacques Sapir

candidati franciaNel suo blog Russeurope l’economista Jacques Sapir  esprime la sua visione sui candidati alle prossime elezioni presidenziali francesi.  Nonostante qualche figura dignitosa e meritevole tra i candidati minori, il gioco sembra essere ridotto a quattro.  Da un lato Fillon e Macron, i candidati del passato legati alle politiche europee già dimostratesi fallimentari,  che hanno portato disoccupazione e deindustrializzazione, e alle quali non sanno opporre alcuna reale alternativa.  Dall’altro Le Pen e Mélenchon, gli unici capaci di prefigurare un futuro diverso e quindi degni di essere votati.  Secondo Sapir, in queste due settimane  da qui al voto risulterà decisiva la loro capacità di chiarire i dubbi e contraddizioni che ancora circondano i loro programmi. 

* * * *

La settimana prossima sarà una settimana decisiva. Domenica 9 aprile siamo esattamente a 14 giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali. L’elettorato sembra ancora estremamente volatile nelle sue scelte, ma le tendenze che stanno emergendo sono abbastanza indicative delle situazioni che si realizzeranno in futuro.

 

I candidati della disoccupazione e del passato

Ci troviamo di fronte a un inatteso “gioco a quattro”. Ancora due mesi fa si pensava che lo scontro sarebbe stato tutto tra Marine Le Pen e François Fillon. Poi è arrivato Emmanuel Macron e la situazione è cambiata radicalmente.

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ilponte

Le dame, i cavallier, l’euro e la Nato

di Lanfranco Binni

CuriaziL’ironia della storia ha voluto che i ventisette congiurati “europei” delle Idi di marzo si trovassero installati in una sala particolare del Palazzo dei Conservatori, in Campidoglio: la sala degli Orazi e dei Curiazi, affrescata dal Cavalier d’Arpino all’inizio del Seicento sul tema maschio della forza militare di Roma che afferma con astuzia la sua supremazia sul nemico di turno, gli sprovveduti Curiazi di Alba Longa. La corsa degli Orazi e dei Curiazi fu giocata sulla velocità, e chi si fermò fu ammazzato (il tema si tradurrà nel «Chi si ferma è perduto» dell’italica retorica fascista e delle sue declinazioni successive, fino al «correre!» e «vincere!» del bullo di Rignano; in questo caso gli Orazi sono stati gli elettori del 4 dicembre). I congiurati delle Idi di marzo del 44 a. C. pugnalarono Cesare per difendere la tradizionale oligarchia e scongiurare l’autocrazia di un unico despota. Il gioco, presentato a patrizi e plebei come difesa della libertà della Repubblica, era truccato. In uno straordinario cortocircuito storico i congiurati di un’Unione europea divisa ma arroccata in difesa mentre i “barbari” premono ai confini, e il nemico è anche interno (popoli maledetti, tutti “populisti” quando non stanno al gioco), e i mercati sono contesi da pericolosi competitors della globalizzazione di un capitalismo i cui assetti produttivi tradizionali (occidentali) sono in coma, hanno fatto appello all’unità dell’oligarchia europea, alle diverse velocità delle economie finanziarie forti e dei gregari deboli in una corsa che trova il suo unico obiettivo strategico di medio termine nella «difesa comune» della fortezza assediata.

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economiaepolitica

Può questa Europa essere pro-Labour?

di Pasquale Tridico

europa trilemma labour 640x421Partiamo dalla Costituzione Italiana

La costituzione Italiana è una costituzione molto progressista, pro-labour, una delle più progressiste in Europa, orientata al lavoro, alla protezione dell’impiego, all’iniziativa pubblica, alla costruzione di un welfare state, alla rimozione degli ostacoli economici e sociali per la realizzazione di una  una democrazia sociale oltre che verso un notevole progresso civile.

I trattati di Roma del 1957 non intaccarono questa costruzione sociale e democratica, ed anche se perfino questo punto è controverso, c’è un grande consenso tra gli studiosi verso questa posizione.

Ciò che invece sembra in contrasto con quanto la nostra Costituzione asserisce sono le regole dettate dal Trattato di Maastricht e dai successivi trattati, sottoscritti durante la crisi, che restringono ancor di più i margini dello Stato per realizzare quanto la nostra costituzione afferma. Non è mia intenzione in questa sede dimostrare da un punto di vista giuridico incostituzionalità formale del trattato di Maastricht rispetto alla nostra costituzione. Ciò che invece metto in discussione è la sostanza delle due costruzioni istituzionali, e la contraddizione tra gli obiettivi dell’una e dell’altra: le aspirazioni sociali, democratiche e progressiste della nostra costituzione sono fortemente limitate dal trattato di Maastricht.

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soldiepotere

Europa, 60 mal portati

di Carlo Clericetti

009667fc 2c00 11e6 9053 0e7395a81fb7C'è chi con l'età diventa più saggio e tollerante, e chi invece sempre più acido, rigido e pretenzioso, rischiando di divenire inviso anche a chi gli voleva bene. Se l'Europa fosse una persona ricadrebbe in questo secondo caso. L'immagine di popoli che si legavano sempre più tra loro in nome della pace e di una maggiore prosperità e aiutavano chi era più indietro a migliorare la sua condizione man mano è diventata quella in cui alla solidarietà si è sostituita la competizione, alla pari dignità l'egemonia di qualcuno su tutti gli altri, all'aiuto a chi è in difficoltà l'imposizione di penitenze, secondo torti e ragioni stabiliti dalla logica del più forte.

 

Le radici di una costruzione disastrosa

Non ci si può stupire che questo sia accaduto. Questa trasformazione risponde esattamente all'evoluzione ideologico-culturale  che negli ultimi quarant'anni  ha investito quasi tutto il mondo. Prima degli anni '80 anche i liberali (per lo meno, la maggior parte di loro) avevano una visione per cui una più equa distribuzione della ricchezza era opportuna per il buon funzionamento della società e lo Stato non era visto solo come una macchina inefficiente e dissipatrice di risorse che il settore privato avrebbe impiegato meglio. Non dimentichiamo che William Beveridge, il barone britannico considerato il fondatore del moderno welfare, era appunto un liberale, come lo era John Maynard Keynes.

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micromega

L’Europa compie sessant’anni: facciamole la festa

di Alessandro Somma

Mentre si celebrano i sessant’anni del Trattato di Roma che avviò l’avventura europea occorre chiedersi se l’Europa, divenuta un Superstato di polizia economica, sia riformabile dall’interno, come sostiene ad esempio Varoufakis. Oppure se – in assenza di conflitto sociale e di un ceto politico disponibile alla disobbedienza istituzionale – sia necessario tornare alla dimensione nazionale per poter ripensare poi l’Unione come costruzione resistente al progetto neoliberale

europa 60 477Ancora scioccati per l’esito del referendum sulla Brexit, lo scorso settembre i Capi di Stato e di governo dell’Unione europea si sono riuniti a Bratislava per discutere di come recuperare la fiducia dei cittadini scossi da “paure riguardo a migrazione, terrorismo e insicurezza economica e sociale”[1]. Le paure del primo tipo hanno ricevuto un’attenzione particolare, sfociata nell’impegno solenne a evitare “i flussi incontrollati dello scorso anno” e a “ridurre ulteriormente il numero dei migranti irregolari”. Si è subito istituita una guardia costiera europea per contrastare con la forza l’arrivo dei migranti, e deciso di collaborare con i governi più o meno autoritari dei Paesi di provenienza o di transito per impedire le partenze. Il tutto ripreso in occasione di altri vertici, convocati per rafforzare la volontà di rispettare gli accordi con il despota di Ankara e di intensificare i rapporti con Al-Sarraj, Presidente del traballante governo libico di unità nazionale[2].

Anche la volontà di rilanciare la costruzione europea come baluardo per la sicurezza interna ed esterna dei cittadini è stata declinata in modo concreto: si intensificheranno i controlli antiterrorismo e si amplierà la cooperazione in materia di difesa.

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controlacrisi

Perché l'uscita dall'euro è internazionalista

di Domenico Moro

1luccaParte Prima. L’ideologia dominante è il cosmopolitismo non il nazionalismo

È possibile definire realisticamente una linea politica internazionalista in Europa soltanto mettendo al suo centro il tema dell’uscita dall’euro. Eppure, a sinistra molti continuano a opporsi all’uscita dall’euro, adducendo due tipologie di motivazioni, di carattere economico e politico-ideologico. Sebbene le motivazioni economiche siano certamente importanti, ritengo che a incidere maggiormente sul rifiuto a prendere persino in considerazione l’ipotesi di uscire dall’euro, fra la sinistra e più in generale, siano le motivazioni politico-ideologiche. Infatti, le motivazioni politico-ideologiche appaiono meno “tecniche” e maggiormente comprensibili. Soprattutto, fanno riferimento a un senso comune profondamente radicato nella sinistra e nella società italiana.

La principale motivazione politico-ideologica ritiene l’uscita dall’euro politicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione. Ciò significherebbe di per sé il ritorno al nazionalismo e l’assunzione di una posizione di destra, con la quale ci si allineerebbe implicitamente alle posizioni del Font National in Francia e della Lega Nord in Italia. Una variante di questa posizione ritiene che il ritorno alla nazione, oltre che di destra, sia inadeguato allo svolgimento di lotte efficaci, a causa delle dimensione ormai globale raggiunta dal capitale.

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orizzonte48

60 anni dal Trattato di Roma: l'€uropa è stata un pieno successo

di Quarantotto

bolli compiuti missione 256515811. Mentre sale la tensione per i problemi di ordine pubblico che potrebbero verificarsi in una Roma super-blindata mentre va in scena la paradossale commemorazione dei 60 anni del Trattato CEE, è un esercizio diffuso sui media italiani quello di  interrogarsi su cosa potrà venire fuori dall'incontro tra capi di Stato e capi di governo europei che si radunano in una città che, almeno nelle intenzioni, (ri)diverrebbe un "simbolo" dell'€uropa unita.

 

2. In fondo, pur nella sua versione allargata, la situazione è la medesima che si prospettava per il vertice di Ventotene dello scorso agosto

La imminente formalizzazione del recesso del Regno Unito ai sensi dell'art.50 del Trattato e la crisi di governo italiana conseguente all'esito del referendum, non hanno mutato sostanzialmente il quadro e né potevano farlo: ognuna delle dinamiche in atto non molti mesi fa si è confermata e, semmai, rafforzata

La stessa novità dell'atteggiamento degli Stati Uniti, legata all'elezione di Trump, non pare decisiva in un senso o nell'altro, dato che non si è manifestata in decisioni formali dell'Amministrazione USA, e né, comunque, ha innescato atteggiamenti nuovi da parte delle potenze €uropee che guidano l'eurozona (il cuore di tutta la vicenda, com'è del tutto evidente).

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infoaut2

L’Europa fra Trump e Merkel

Intervista a Raffaele Sciortino

Riprendiamo dall'Istant book sull'Unione Europea a cura della nostra redazione l'intervista a Raffaele Sciortino

Il sale della Terra 1Le dinamiche dei rapporti transatlantici sono fondamentali per tracciare il futuro della Ue. Partiamo dai nuovi scenari: dopo la Brexit, cosa comporta l’avvento di Trump nel rapporto con l’Ue ed in particolare con la Germania?

Partiamo da quest’ultima. È ancora presto per individuare la direzione precisa che la dinamica Usa‐Germania prenderà, se si aprirà cioè un vero e proprio corso di collisione e dove porterà, ma per intanto è importante che il rapporto si stia mostrando apertamente per quello che è: sempre meno un rapporto, per quanto asimmetrico, tra alleati e sempre più una relazione a rischio di esplosione tra portatori di interessi divergenti, immediati e strategici. Trump sta facendo saltare il tavolo dell’ipocrita “unità dell’Occidente” che nella sua lettura nazional‐populista è diventata troppo costosa se non insostenibile per gli Usa, sul piano militare ed economico, e troppo conveniente per i partner, in primo luogo per la Germania. Il perché di questa svolta “imprevista” (per i più) abbiamo cercato di sondarlo nei mesi scorsi analizzando le ragioni profonde del fenomeno Trump1: gli States sono decisamente in difficoltà sia sul piano geopolitico che su quello economico e sociale interno nonostante la decantata “ripresa” obamiana (ma l’hanno vista solo i circuiti finanziari e poco altro). La risposta del neopresidente, che trova riscontri in una parte dell’establishment e fa leva sui leftbehind della globalizzazione, non può che comportare un profondo rimescolamento di carte nelle relazioni economiche e geopolitiche internazionali.

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sinistra

Spunti per la discussione di Eurostop

Ugo Boghetta, Mimmo Porcaro

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E’ comprensibile che all’interno di Eurostop si ponga un problema di identità. I sacrosanti “tre no”, all’Unione europea, all’euro ed alla Nato, non dicono, ovviamente, nulla di “positivo”: noi diamo per scontato che essi siano un mezzo per attuare i nostri scopi generali, e ciò è indiscutibile, ma la presenza di altre forze che, in un modo o nell’altro, propongono in tutto o in parte gli stessi “no” ci impone di definire meglio i nostri scopi e i nostri mezzi. Oltretutto Eurostop si trova, obiettivamente e per scelta, al centro di una rete di relazioni tra forze eterogenee che vanno, per intenderci, dall’area dell’antagonismo al costituzionalismo moderato. La cosa è assolutamente positiva, è un indizio del fatto che abbiamo individuato problemi reali e avvertiti da molti: ma anch’essa impone una chiarificazione, alla quale, qui sotto, cerchiamo di contribuire, alternando spunti politici e teorici.

 

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Dal punto di vista della nostra iniziativa il dato determinante di questa fase non è tanto il perdurare della crisi economica e nemmeno l’accentuarsi della deglobalizzazione.

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sollevazione2

Un Libro bianco, anzi bianchissimo

di Leonardo Mazzei

I Cinque scenari per il 2025 della Commissione Europea. Ma il sesto, che manca, è quello più probabile

hqdefaultNon sanno più cosa inventarsi. L'UE è in panne, ma non possono e non vogliono dirci il perché. Andare avanti però si deve, che ne va anche della loro poltrona. Ma come non si sa. E' così venuto fuori, quasi come un esercizio svolto giusto per ingannare il tempo, un curioso Libro bianco sul futuro dell'Europa redatto dalla Commissione come contributo ad un non meglio precisato «nuovo capitolo del progetto europeo».

Invitiamo tutti a leggerlo: lo sforzo richiesto è davvero modesto, mentre chi ancora si intestardisce a descrivere una UE che si rafforzerebbe proprio grazie alle sue crisi avrà forse qualche motivo per riflettere.

Per quelli invece che vanno di fretta, od hanno già le idee piuttosto chiare, possono bastare le noterelle che seguono.

Il Libro bianco è scritto in occasione del sessantesimo dei Trattati di Roma, dunque la retorica la fa da padrona, con il mito di Ventotene contrapposto al dramma di Verdun, con la descrizione di un'Europa in cui regnerebbero pace ed uguaglianza come mai nella storia, come mai in altri luoghi.

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gramsci oggi

Banche pubbliche: da utopia politica ad esigenza imprescindibile

di Fulvio W. Bellini

007 fydLo scontro tra la Banca Centrale Europea e la Germania

Nel precedente articolo sulla Industrie 4.0 si sottolineava come la Germania stia realizzando una sua politica industriale, ne abbiamo visto obiettivi e metodologia. Ci siamo poi soffermati sulla declinazione italiana di una possibile Industrie 4.0, chiudendo l’articolo sulla crisi del Monte dei Paschi di Siena. In questo articolo analizzeremo infatti il ruolo imprescindibile che il sistema bancario debba svolgere nel quadro di una politica industriale in Italia.

Torniamo un attimo in Germania. Lo scorso anno abbiamo assistito varie volte allo scontro tra esponenti di primo piano dell’establishment tedesco (il ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble, il governatore della Bundesbank Jens Weidmann) ed il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi. Il motivo del contendere è stato sovente quello dei bassi tassi d’interesse che negli ultimi mesi si sono tradotti in tassi negativi sui depositi delle banche presso la BCE. Ovviamente i mass media hanno fatto il loro solito mestiere teso a non far comprendere nulla all’opinione pubblica: nessun approfondimento e nessuna obiettività, ma tifo da stadio per Shaeuble se fossero stati media tedeschi e per Draghi se fossero stati media italiani. Proviamo a mettere in ordine degli elementi oggettivi, e proviamo a darci una nostro punto di vista.

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eunews

L’Europa, da trent’anni al fianco della finanza

di Thomas Fazi

Sul fronte della finanziarizzazione dell’economia – dalla liberalizzazione dei flussi di capitale alla deregolamentazione dei sistemi bancari nazionali – l’Europa ha anticipato di diversi anni gli Stati Uniti. Gettando le basi della crisi attuale

financeLa crisi finanziaria del 2007-9 può essere considerata una conseguenza di quel trentennale processo di finanziarizzazione – termine di cui esistono diverse definizioni ma che per semplicità possiamo identificare con il peso e il potere crescenti assunti dalla finanza e dal capitale finanziario nell’economia – che fu la risposta (indubbiamente geniale) del capitalismo alla stagnazione dei salari provocata dalla guerra vittoriosa ingaggiata dal capitale nei confronti del lavoro nel corso e per mezzo di quella che è stata definita la “controrivoluzione neoliberista”. In sostanza, la crescente erosione dei salari e del potere d’acquisto dei lavoratori in diversi paesi occidentali fu “compensata” dall’aumento esponenziale dell’indebitamente privato, ossia da quello che alcuni hanno definito una paradossale forma di “keynesismo privatizzato”. Sarebbe a dire che le banche hanno permesso ai lavoratori, tramite il credito/debito, di mantenere inalterati i loro livelli di consumo, nonostante la stagnazione salariale verificatasi dagli anni ’70 in poi.

Questo processo di finanziarizzazione si è espletato sostanzialmente in due modi: (i) a livello internazionale, attraverso la liberalizzazione dei flussi di capitale, che – è il caso di sottolineare – fu una scelta squisitamente politica e non una conseguenza inevitabile della modernità e del progresso, come spesso viene detto, anche a sinistra; (ii) a livello nazionale, attraverso la liberalizzazione dei sistemi bancari e creditizi nazionali, per mezzo dello smantellamento di tutta quell’architettura regolatoria messa in piedi in alcuni paesi in seguito alla grande depressione e poi in maniera più diffusa in seguito alla seconda guerra mondiale, e che fu una delle architravi del cosiddetto “trentennio glorioso” (che poi tanto glorioso non fu ma quello è un altro discorso).

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Idiozie euriste

di Leonardo Mazzei

Leonardo Mazzei risponde punto per punto agli argomenti di Luciano Fontana e Riccardo Sorrentino

arton45394Siccome i nodi stanno venendo al pettine, i propagandisti del fronte eurista hanno solo due opzioni: o arrendersi, o rilanciare ad un volume ancora più alto le balle di sempre. Inutile dire che scelgono sistematicamente la seconda strada, che altro non sanno fare. Il che ha l'effetto secondario di costringerci, ogni tanto, a dirgliene quattro.

Prendiamo qui in esame due esempi assai significativi. Il primo è quello della risposta ad una lettera («Tutti felici senza euro? Non raccontiamoci bugie») del direttore del Corsera, Luciano Fontana. Il secondo è un articolo di Riccardo Sorrentino sul Sole 24 OreE' l'euro il problema? Cinque miti dei "no-euro" da sfatare»).

Iniziamo dal Fontana, che parte da una premessa il cui acume è pari solo all'originalità. Secondo questo fenomeno della natura chiunque critichi a vario titolo l'euro «prende come bersaglio un nemico esterno per sfuggire alle proprie responsabilità». Oh bella! Mai che quelli come il Fontana parlino invece delle loro responsabilità, quelle di aver condotto il Paese nelle condizioni in cui si trova. Tema che, chissà perché, per questa bella gente non è mai quello principale.

Dopo una siffatta premessa, e dopo aver detto di striscio, quasi si trattasse di un dettaglio, che «L'Unione va rifondata» (ma come ovviamente non si sa), il direttore passa ad elencarci le meraviglie dell'euro: tassi di interesse stabili, mutui vantaggiosi, accesso al mercato unico, facilità dei pagamenti e dei viaggi.

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losmemorato

L'Europa non è Leuropa (UE for dummies)

di Luca Fantuzzi

In giro per lEuropa 1Anche se spesso i nostri giornalisti - oltre che piddini vari, preda di auto-razzismo patologico - fanno finta di ignorarlo, l'Unione Europea non è l'Europa (dalla quale, in quanto mera espressione geografica, non usciremo mai fino a quando non lo vorrà la deriva dei continenti) bensì Leuropa. Imperfetta quanto si vuole - dal momento che la vera Leuropa è sempre Laltra, che non esiste - ma (secondo i sullodati scienziati) comunque un successo.

Ma cos'è, davvero, Leuropa? Perché lasciarla porterebbe a crisi economiche e corse agli sportelli (fenomeni notoriamente sconosciuti nei Paesi della Leuropa), piogge di sangue, invasioni di cavallette e, se del caso, morte prematura dei primogeniti, esattamente come sta accadendo nel Regno Unito della Brexit? 

Leuropa (l'unica esistente) si basa su quattro pilastri (art. 26, c. 2, Tfue), il cui fine ultimo (non è la prosperità delle persone, o la coesione sociale, o la protezione dei deboli, o che so io, bensì) è la pura e semplice creazione di un mercato interno fortemente competitivo (artt. 101 e ss., Tfue).

(Certo, la creazione di un mercato interno può lasciare sul campo morti e feriti. La Commissione si può adoperare per ridurre un po' il dolore.

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orizzonte48

Maastricht: era tutto previsto

di Quarantotto

cavallo Troia1. Questo video è ormai molto noto.

https://youtu.be/8TszG75t9p4

In esso Draghi spiega come deve funzionare, per necessità scientifico-economica e politica, l'eurozona. E parte direttamente dalla necessità degli "aggiustamenti", tra i paesi dell'eurozona. Spiega, nella seconda parte, delle divergenze di crescita e di inflazione tra i paesi che vi appartengono e di come ciò dia luogo a fenomeni di movimento di capitali che, dai paesi più competitivi e con tassi di inflazione più bassi, finanziano le importazioni da parte dei paesi meno competitivi.

Racconta, per implicito, come l'invariabilità del cambio favorisca tutto ciò, rendendo conveniente effettuare questo credito da parte dei sistemi bancari dei paesi più forti e di come, però, a un certo punto, le posizioni debitorie così create (sottintende dovute principalmente a credito privato da scambio commerciale e da affluenza di capitali attratti dai tassi di interesse più alti nei paesi a inflazione maggiore), divengano eccessive e quindi "rischiose" (anche perché ciò droga la crescita col capitale preso a prestito e genera ulteriore innalzamento dell'inflazione).