
Le Scomuniche Finanziarie dell’Unione europea
di Francesco Cappello
Sempre più diffusa la ghigliottina digitale che condanna senza processo alla morte civile coloro che si dissociano apertamente dalla propaganda di regime. Ultimo caso in ordine di apparizione quello di Jacques Baud
Nella stessa logica che vorrebbe il congelamento sine die degli asset russi (vedi Asset russi: congelati o rubati?), le sanzioni europee e la censura colpiscono il dissenso politico, considerato dalle élites europee insostenibilmente divisivo; lo prendono di mira attraverso una combinazione di pressioni economiche, procedimenti penali adottati ai fini del completo controllo della narrazione pubblica ma del tutto illegali e arbitrari.
Tutti ricordiamo il caso, oltre Atlantico, dei camionisti canadesi del “Freedom Convoy” (2022) che è probabilmente il precedente più scioccante di de-banking di massa orchestrato da un governo occidentale. Rappresenta il momento in cui la scomunica finanziaria è divenuta strumento di gestione dell’ordine pubblico contro i propri cittadini. Tutto iniziò nel gennaio 2022, quando migliaia di camionisti hanno attraversato il Canada per protestare a Ottawa contro l’obbligo vaccinale per i lavoratori transfrontalieri. Quella che era nata come una manifestazione di piazza si è trasformata in un blocco stradale permanente che ha paralizzato il centro della capitale. Per sbloccare la situazione, il Primo Ministro Justin Trudeau ha compiuto un passo senza precedenti nella storia canadese: ha invocato l’Emergencies Act, una legge pensata per minacce estreme alla sicurezza nazionale (come guerre o insurrezioni armate). La particolarità di questa mossa è stata l’uso del sistema finanziario come arma di polizia. Attraverso un ordine esecutivo d’emergenza, il governo ha autorizzato le banche a congelare istantaneamente e senza un ordine del tribunale i conti correnti di chiunque fosse coinvolto nelle proteste. Non sono stati colpiti solo gli organizzatori, ma anche semplici partecipanti e, in alcuni casi, persone che avevano inviato piccole donazioni tramite piattaforme di crowdfunding. In pochi giorni, oltre 200 conti bancari sono stati “ghigliottinati”, lasciando famiglie intere senza la possibilità di comprare cibo, pagare il mutuo o rifornirsi di carburante.
L’illegalità di questa operazione complice la sempre più spinta smaterializzazione del contante (vedi Smaterializzazione del contante – Ragioni e conseguenze) è stata sancita successivamente dalla magistratura. Nel gennaio 2024 (e confermato ulteriormente nel 2025), un giudice della Corte Federale canadese ha stabilito che l’uso dell’Emergencies Act per congelare i conti era incostituzionale. La sentenza ha chiarito che non esisteva un’emergenza tale da giustificare la sospensione dei diritti civili e che il congelamento dei beni è stato un atto arbitrario che ha violato il diritto dei cittadini a non subire perquisizioni o sequestri irragionevoli.
Il caso di Visione TV e del suo fondatore Francesco Toscano rappresenta uno degli esempi più discussi di “scomunica finanziaria” in Italia. Tra il 2024 e i primi mesi del 2025, diverse banche, tra cui Intesa Sanpaolo, hanno chiuso i conti della testata giornalistica senza fornire spiegazioni tecniche, invocando semplicemente il diritto di recesso unilaterale. Questa azione è stata percepita come una forma di censura indiretta, poiché ha colpito una testata regolarmente registrata per le sue posizioni critiche sulla gestione pandemica e sul conflitto ucraino, etichettate genericamente come propaganda.
Dal punto di vista della legalità, la vicenda ha mostrato un forte contrasto tra il potere delle banche e i diritti costituzionali. Mentre nel caso specifico di Torino un tribunale ha inizialmente ritenuto legittima la chiusura dei conti in assenza di un obbligo legale a contrarre, la reazione politica e sociale è stata netta. La pressione derivante da questi episodi ha spinto il Parlamento italiano ad approvare, nel luglio 2025, una nuova normativa che introduce l’obbligo per le banche di garantire un conto di base e vieta il recesso dai conti in attivo se non per giustificati motivi legati all’antiriciclaggio o al terrorismo.
L’illegalità sostanziale di questi comportamenti risiede nel fatto che, in una società digitale, la chiusura di un conto bancario impedisce l’esercizio della libertà di stampa garantita dall’Articolo 21 della Costituzione. Se una banca può decidere arbitrariamente chi può ricevere donazioni o pagare stipendi basandosi sulla linea editoriale di un cliente, si crea un potere di veto privato sulla democrazia. La recente riforma legislativa del 2025 [1] ha cercato di porre fine a questa deriva, stabilendo che le banche non possano più agire come tribunali morali privati, garantendo così che l’accesso ai servizi finanziari sia un diritto universale e non condizionato dal pensiero politico.
Non possiamo non ricordare, in questo contesto, il caso di Francesca Albanese ( vedi Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio. Rapporto della Relatrice Speciale, Francesca Albanese, sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967), giurista italiana e Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, diventato uno degli esempi più eclatanti di “scomunica finanziaria” (de-banking) degli ultimi anni, superando per portata anche il caso di Frédéric Baldan.
Nel luglio 2025, il governo degli Stati Uniti ha inserito Francesca Albanese nella SDN List (Specially Designated Nationals) dell’OFAC, l’ufficio del Tesoro americano che gestisce le sanzioni con un’accusa formale che riguarda il suo sostegno alle indagini della Corte Penale Internazionale (CPI) contro leader israeliani, azione interpretata da Washington come una minaccia ai propri interessi di sicurezza nazionale.
Essere in questa lista significa venire trattati, a livello bancario, alla stregua di un terrorista o di un narcotrafficante internazionale.
La conseguenza più drammatica è stata l’immediata chiusura dei suoi conti bancari negli Stati Uniti e l’impossibilità di aprirne di nuovi in Europa e persino in Italia. Persino istituti con una forte missione sociale, come Banca Etica, si sono trovati nell’impossibilità tecnica di aprirle un conto. Il motivo è il cosiddetto “over-compliance“: le banche europee temono ritorsioni enormi dal sistema finanziario americano (multe miliardarie o esclusione dai circuiti in dollari) se intrattengono rapporti con persone sanzionate dall’OFAC.
Albanese ha denunciato pubblicamente di non poter ricevere lo stipendio, pagare le bollette o compiere banali transazioni quotidiane, definendo la situazione una forma di “morte civile” volta a impedirle di svolgere il suo mandato ONU. Da anni Albanese respinge accuse di antisemitismo mosse da alcuni governi e organizzazioni, sostenendo che si tratti di un tentativo di silenziare le sue denunce sulle violazioni dei diritti umani a Gaza e in Cisgiordania.
Il caso Albanese sposta l’asticella del de-banking. In questo caso non è solo una banca privata a decidere, ma è un’amministrazione statale straniera che, attraverso il controllo dei circuiti finanziari globali, riesce a paralizzare la vita di un funzionario ONU di cittadinanza italiana, senza che lo Stato di appartenenza o l’Europa riescano a garantirle l’accesso ai servizi essenziali.
Giornalisti indipendenti e commentatori vengono perseguiti per i loro reportage. Un esempio è quello della giornalista tedesca Alina Lipp, che è stata sanzionata, privata dei suoi conti bancari in Germania e sottoposta a procedimenti penali per aver riportato notizie giudicate troppo a favore del Donbas, un’attività evidentemente considerata illegale dalle autorità tedesche. Allo stesso modo, il commentatore Thomas Röper, un giornalista tedesco che vive in Russia da molti anni, fondatore del sito di informazione Anti-Spiegel, è stato criminalizzato dal proprio governo e dai governi occidentali e dai principali media mainstream di essere un veicolo della narrazione russa. È noto per i suoi reportage dalle zone del Donbas e per le sue critiche radicali alla politica estera della NATO e dell’UE. Röper ha subito la chiusura unilaterale dei suoi conti bancari in Germania e in altri circuiti occidentali. Le banche hanno giustificato queste azioni citando il rischio reputazionale o l’impossibilità di gestire transazioni verso soggetti residenti in Russia o associati a quella che viene definita “propaganda russa”. Di fatto, questo gli ha impedito di ricevere donazioni dai lettori o gestire pagamenti in euro.
Thomas Röper è stato colpito da forme di “censura tecnica”, con la rimozione dei suoi canali social (YouTube in primis) e la de-indicizzazione dei suoi contenuti dai motori di ricerca europei. Il caso di Röper è emblematico del concetto di “guerra informativa”. Per le autorità europee rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale. L’uso del de-banking contro di lui è un modo per silenziare il dissenso editoriale agendo sui contenuti indirettamente attraverso i mezzi tecnici per produrli e sostenerli economicamente.
Le autorità dell’Unione Europea non si limitano ai giornalisti indipendenti ma colpiscono anche figure di alto profilo che un tempo facevano parte delle istituzioni, come Jacques Baud, ex membro dell’intelligence militare ed esperto della NATO. Baud è stato preso di mira e sanzionato perché le sue analisi tecniche e i suoi fatti documentati sono visti come una minaccia che mette a nudo e distrugge l’intera narrazione dell’UE riguardo al conflitto in Ucraina. Anche in questo caso, si è proceduto illegalmente alla chiusura dei conti bancari della vittima. Oltre al congelamento totale dei beni a J. Baud è fatto divieto di ingresso nell’UE. La sanzione è motivata dall’UE come lotta alla “disinformazione russa”, ma i critici la vedono come una pericolosa sovrapposizione tra analisi del dissenso e attività criminale, che di fatto impedisce a un cittadino di uno stato neutrale (la Svizzera) di disporre dei propri mezzi di sussistenza per le sue opinioni.
Il caso di Nathalie Yamb, attivista e influencer svizzero-camerunense nota come la “Signora di Sochi”, rappresenta uno degli esempi più recenti e controversi di come le sanzioni internazionali possano tradursi in un’esclusione finanziaria totale.
Nathalie Yamb è una figura centrale del movimento panafricanista, estremamente critica nei confronti della presenza francese in Africa (la cosiddetta Françafrique)( vedi CFA Incatenati alla moneta). Il suo caso è esploso definitivamente nel giugno 2025, quando l’Unione Europea l’ha ufficialmente inserita in una lista di sanzioni con l’accusa di partecipare ad attività di destabilizzazione e disinformazione per conto della Russia nel continente africano, un evidente uso politico delle sanzioni per silenziare una voce scomoda che promuove la sovranità africana. Le conseguenze pratiche per lei sono state immediate e drastiche: l’ordine di congelamento di tutti i suoi beni sul territorio dell’Unione e il divieto di ingresso o transito nei paesi UE. Questo ha innescato una reazione a catena nel sistema bancario, portando alla chiusura dei suoi conti e all’impossibilità di effettuare transazioni in euro, una misura che mira a paralizzare la sua capacità operativa e comunicativa. In risposta, nell’agosto 2025, il Niger le ha conferito un passaporto diplomatico e un ruolo di consigliera speciale, cercando di proteggerla attraverso lo scudo dell’immunità internazionale.
Ricordiamo anche la storia di Frédéric Baldan, il lobbista belga che nel suo libro d’inchiesta ”Ursula Gates” denuncia un sistema di potere opaco dove le lobby farmaceutiche avrebbero influenzato le decisioni dell’UE al di fuori di ogni controllo democratico. Egli indaga sulla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen denunciando gli SMS scomparsi, messaggi di testo scambiati tra la von der Leyen e il CEO di Pfizer, Albert Bourla, durante la trattativa per l’acquisto di 1,8 miliardi di dosi di vaccino. Baldan sostiene che quei messaggi non fossero “chiacchiere private”, ma veri e propri atti negoziali che dovevano essere pubblici.
Nel suo libro inchiesta, Baldan denuncia il sistema di potere opaco che permette alle lobby farmaceutiche di influenzare le decisioni dell’UE al di fuori di ogni controllo democratico. L’accusa ha portato all’apertura di un’indagine da parte della Procura Europea (EPPO) conclusasi a sfavore del lobbista, la decretazione della sua “morte civile” e il de-banking. Baldan ha denunciato la chiusura improvvisa e senza spiegazioni dei suoi conti bancari personali e professionali ed ha lamentato un ostracismo mediatico e istituzionale volto a isolarlo professionalmente.
Nel 2023, la prestigiosa banca Coutts chiuse il conto a Nigel Farage, politico e conduttore televisivo britannico, leader e fondatore del Brexit Party e già leader del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, sostenendo inizialmente ragioni commerciali. Farage ottenne dei documenti interni che provavano come la banca lo considerasse un “rischio reputazionale” per le sue posizioni sulla Brexit e i suoi commenti giudicati “non inclusivi”.
Il caso Farage ha dimostrato che le banche non chiudono i conti solo per motivi finanziari, ma agiscono come “arbitri morali”, punendo posizioni politiche legali ma sgradite al management.
Paradossalmente, anche una figura dal lato opposto a quello di Farage ha subito la stessa sorte. La banca Monzo ha chiuso il conto del partito politico (True & Fair Party) di Gina Miller senza fornire spiegazioni dettagliate. Il de-banking può colpire chiunque esca dai binari del “sistema tradizionale”, indipendentemente dall’orientamento politico, rendendo difficile l’esistenza stessa di partiti minori o movimenti civici.
Dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, testate come RT (Russia Today) e Sputnik sono state bandite dall’UE. Oltre a questo, giornalisti indipendenti che collaboravano con queste testate si sono visti chiudere i conti bancari personali in diversi paesi europei per “sospetto legame con entità sanzionate“. Questo segna il passaggio dalla sanzione verso uno Stato alla sanzione verso l’individuo che esercita la professione giornalistica, creando un precedente dove la fonte di reddito (il datore di lavoro) diventa motivo sufficiente per l’esclusione finanziaria del singolo.
La censura viene utilizzata per mantenere una narrazione specifica che dipinge la Russia come una minaccia imminente per l’intera Europa, inclusa la Gran Bretagna. Questo controllo è ritenuto necessario dai governi a Bruxelles e in nazioni come Estonia, Finlandia e Regno Unito per ottenere il sostegno della popolazione a uno “stato di guerra permanente”.
È ovviamente espressione di disperazione da parte di un establishment che ha perso terreno sul piano militare, economico e politico. Le sanzioni sono utilizzate come un’arma impropria di Bruxelles che scavalca la sovranità degli Stati membri per colpire chi lancia l’allarme all’interno del sistema.
L’uso di sanzioni e censura trasforma il dissenso in reato, colpendo la capacità degli individui di operare finanziariamente e di diffondere informazioni che contraddicono la linea ufficiale dell’UE.
La questione della legalità dietro la “scomunica finanziaria” tocca il cuore del rapporto tra il cittadino e il potere privato delle grandi istituzioni. Ovviamente si tratta di una pratica del tutto illegale, un gravissimo abuso di diritto. Il conto corrente non è più un semplice servizio commerciale opzionale, ma un prerequisito essenziale per l’esercizio dei diritti civili. Privare qualcuno dell’accesso al sistema bancario significa, di fatto, impedirgli di lavorare, di abitare una casa, di curarsi e persino di pagare le tasse, configurando quella che molti giuristi chiamano morte civile.
Dal punto di vista puramente normativo, l’Europa ha cercato di blindare questo aspetto con direttive specifiche che obbligano le banche a garantire un conto di base a ogni residente legale. Questo accade perché il legislatore ha capito che, nella società digitale, chi è fuori dal circuito bancario è un paria, un individuo cancellato dalla vita pubblica. Quando una banca decide di chiudere un conto basandosi sul cosiddetto “rischio reputazionale” legato alle idee politiche o alle inchieste giornalistiche del cliente, sta compiendo un salto logico pericolosissimo: si sta trasformando da fornitore di servizi a tribunale morale.
Le banche spesso provano a difendersi dietro la libertà contrattuale o le norme antiriciclaggio, ma la giurisprudenza più recente sta smontando questa tesi. Il diritto di una banca di recedere da un contratto non è assoluto; deve essere esercitato secondo i principi di correttezza e buona fede. Se il recesso è motivato solo dal fatto che il cliente esprime opinioni sgradite al management o ai governi, la banca sta violando il principio di non discriminazione e, soprattutto, sta calpestando la libertà di espressione garantita dalle Costituzioni nazionali e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE.
In definitiva, permettere il de-banking arbitrario significa accettare l’esistenza di un potere punitivo privato che agisce senza le garanzie di un processo, senza prove di reati finanziari e senza possibilità di difesa immediata. È un attacco diretto alla sovranità del diritto: se le banche potessero decidere chi ha diritto di esistere economicamente in base a criteri etici o politici soggettivi, la democrazia verrebbe sostituita da una sorta di feudalesimo finanziario dove il “senso civico” è stabilito da un algoritmo o da un ufficio conformità di una multinazionale.
Il de-banking colpisce diritti umani e civili protetti ai massimi livelli
Se ti chiudo il conto perché scrivi un libro contro il potere, sto limitando la tua libertà di parola colpendoti nel portafoglio contro la Libertà di Espressione sancita dalla Costituzione e dalla Carta UE (Art. 21 Cost. / Art. 11 Carta UE). Viene inoltre colpito il diritto al Lavoro e alla Dignità: Oggi è impossibile ricevere uno stipendio, pagare le tasse o l’affitto senza un conto corrente. Privare una persona dei mezzi di sussistenza per le sue opinioni equivale a una “morte civile”, che è vietata in qualsiasi Stato di diritto.
Quando l’ordine di chiudere i conti non arriva dalla decisione autonoma di una banca, ma viene calato dall’alto dalla Commissione Europea o da un’istituzione nazionale, ci troviamo di fronte a un paradosso giuridico ancora più profondo. In uno Stato di diritto, infatti, il potere pubblico è soggetto al principio di legalità, il che significa che ogni sua azione deve poggiare su basi giuridiche solide e rispettare i diritti fondamentali dei cittadini. Quando un’istituzione politica ordina il de-banking, sta di fatto scavalcando il potere giudiziario, trasformando una sanzione amministrativa o politica in una condanna definitiva alla marginalità sociale senza che vi sia stato un regolare processo.
L’illegalità di queste azioni risiede innanzitutto nella violazione del diritto alla difesa e del giusto processo. Se un governo o un organismo internazionale inserisce un individuo in una lista nera finanziaria, lo punisce preventivamente senza offrirgli la possibilità di difendersi davanti a un giudice terzo prima che il danno sia fatto. Questo meccanismo ignora totalmente la presunzione di innocenza: la persona si sveglia una mattina incapace di operare economicamente e deve iniziare una battaglia legale estenuante e costosissima solo per vedersi restituire un diritto che le apparteneva e di cui non poteva essere privato. È un’inversione dell’onere della prova che trasforma il cittadino in colpevole fino a prova contraria.
C’è poi il tema della proporzionalità, che è un pilastro del diritto europeo. Anche ammesso che un’istituzione voglia contrastare la disinformazione o tutelare la sicurezza nazionale, l’uso della “morte civile finanziaria” è una misura sproporzionata. È come se lo Stato, per punire qualcuno che ha scritto un articolo sgradito, decidesse non di multarlo, ma di impedirgli di comprare il cibo o pagare le bollette. Questa forma di coercizione economica agisce per asfissia, rendendo impossibile la vita quotidiana e il lavoro, e finisce per calpestare i diritti inalienabili alla dignità umana e alla sussistenza.
Inoltre, quando le istituzioni nazionali o europee utilizzano le banche come “braccio armato” per queste sanzioni, creano un sistema repressivo extragiudiziale. Poiché le banche, per paura di sanzioni miliardarie, tendono a eseguire gli ordini in modo automatico (il cosiddetto over-compliance), le istituzioni ottengono il risultato di silenziare il dissenso senza doversi sporcare le mani con processi penali che potrebbero perdere. Questo sposta l’autorità decisionale dai tribunali, dove regna la trasparenza, a stanze oscure di burocrati o uffici di conformità, segnando un pericoloso slittamento verso un modello autoritario dove l’accesso alle proprie risorse finanziarie è condizionato alla fedeltà alle linee guida delle istituzioni.
Consoliamoci con il messaggio di fine anno del segretario della NATO M. Rutte’s in visita in Polonia:
“State difendendo 1 miliardo di persone in tutto il territorio della NATO, ma c’è di più. State anche difendendo i nostri valori: il fatto che viviamo in democrazie, che abbiamo libere elezioni, che potete vivere nel modo in cui desiderate e che potete esprimere qualunque opinione abbiate. Ed è estremamente importante difendere quei valori e difendere i nostri paesi; dobbiamo restare uniti con un miliardo di persone, mantenendole al sicuro, e voi lo state facendo. Quindi voglio davvero rendere omaggio a voi e alle vostre famiglie.”
* * * *
Aggiornamento del 21 Dicembre
A seguire un recente parere legale redatto dalle giuriste Ninon Colneric e Alina Miron denuncia come il nuovo regime di sanzioni dell’Unione Europea contro la disinformazione rappresenti una minaccia diretta alla libertà di espressione. Il documento evidenzia che l’uso di termini eccessivamente vaghi conferisce alle autorità un potere decisionale arbitrario, rischiando di colpire giornalisti e cittadini per motivi puramente politici. Le autrici descrivono le conseguenze per gli individui sanzionati come una sorta di “morte civile”, caratterizzata dal blocco dei beni finanziari e da severe restrizioni ai movimenti. Secondo l’analisi, queste misure violano i diritti fondamentali dell’UE, poiché non garantiscono il diritto alla difesa e impongono limitazioni sproporzionate rispetto agli obiettivi dichiarati. Gli eurodeputati committenti dello studio esortano quindi a un intervento immediato per revocare tale normativa, definendola un attacco pericoloso ai valori democratici europei. In definitiva, la ricerca avverte che il timore di ritorsioni legali potrebbe creare un effetto deterrente sulla libera circolazione delle informazioni e sul dibattito pubblico.
Difesa dello stato di diritto nell’UE: Il pericolo di sanzioni contro i giornalisti
In un nuovo parere legale formulato con fermezza, la Prof.ssa Dr. Ninon Colneric, ex giudice della Corte di giustizia delle Comunità europee (1) e professoressa di diritto internazionale presso l’Università di Angers, e la Prof.ssa Dr. Alina Miron dichiarano che “con le restrizioni alla libertà di espressione attraverso il nuovo regime di sanzioni dell’UE contro la disinformazione, l’UE ha oltrepassato il Rubicone”.
Nel parere legale, commissionato dagli eurodeputati Michael von der Schulenburg e Ruth Firmenich e che sarà presentato martedì prossimo, 11 novembre, durante un evento al Parlamento Europeo, le autrici scrivono: “Con queste misure di limitazione della libertà di espressione, l’UE limita una libertà che è di fondamentale importanza per la sua identità”.
Finora, il nuovo regime è stato utilizzato per sanzionare 47 persone, tra cui diversi cittadini dell’UE. Come rilevato nel rapporto, una sanzione “compromette l’intera esistenza delle persone iscritte nell’elenco”, specialmente quando si tratta di cittadini dell’UE sanzionati dall’Unione stessa. Le sanzioni rappresentano una sorta di “mort civile” (“morte civile”): i beni vengono congelati e l’accesso ai servizi bancari è effettivamente bloccato; è vietato mettere a disposizione delle persone sanzionate, direttamente o indirettamente, fondi o risorse economiche, rendendo praticamente nulla la loro capacità di lavorare o gestire un’attività per produrre reddito. Inoltre, è loro vietato viaggiare all’interno dell’Unione Europea oltre lo Stato in cui risiedono.
Le autrici evidenziano numerosi aspetti del nuovo quadro sanzionatorio dell’UE che risultano illegittimi secondo il diritto dell’UE, oltre a una serie di aspetti problematici riguardanti il rispetto dei requisiti dei diritti fondamentali previsti dalla legge. Scrivono che termini utilizzati nel regime come “manipolazione delle informazioni e interferenza” sono “così ampi da concedere al Consiglio una discrezionalità praticamente illimitata nel decidere le sanzioni contro le persone nell’ambito del regime”. Tale “discrezionalità illimitata” solleva il rischio allarmante di una persecuzione politicamente motivata delle persone nell’ambito di questo quadro normativo.
La Prof.ssa Dr. Colneric e la Prof.ssa Dr. Miron concludono che il diniego del diritto all’audizione delle persone accusate di disinformazione, prima che venga presa la decisione sulle sanzioni, è sproporzionato e quindi illegittimo. Esse scrivono che “il danno arrecato a uno dei pilastri della democrazia [la libertà di espressione] è sproporzionato rispetto all’obiettivo di combattere la disinformazione” e concludono che le misure violano l’Articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (2). Inoltre, le restrizioni alla libertà di movimento dei cittadini UE sanzionati nell’ambito del regime sono illegittime e mancano le necessarie disposizioni sulle garanzie legali.
Le conclusioni delle autrici riguardo all’“effetto dissuasivo” del nuovo regime sanzionatorio sui giornalisti e altri sono inequivocabili. Scrivono che il regime “rende rischioso affrontare temi oggetto di controversie pubbliche, poiché le informazioni potrebbero essere classificate come disinformazione”. Il regime sanzionatorio potrebbe scoraggiare giornalisti e altri dall’esercitare il proprio diritto alla libertà di espressione e di informazione in relazione a determinati argomenti.
Michael von der Schulenburg, eurodeputato, e Ruth Firmenich, eurodeputata, dichiarano: “Il regime sanzionatorio dell’UE contro la ‘disinformazione’ deve essere impugnato, poiché rappresenta un attacco pericoloso e globale al diritto alla libertà di espressione e comporta numerose violazioni del diritto dell’UE su cui si fonda”. Il Parlamento Europeo deve agire e impegnarsi affinché questo pericoloso nuovo quadro giuridico venga abrogato.
Note
(1) Corte di giustizia delle Comunità europee, precedente denominazione della Corte di giustizia dell’Unione europea.
(2) L’Articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea sancisce il diritto alla libertà di espressione e di informazione. In particolare:
-
Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, che include la libertà di tenere opinioni e di ricevere o trasmettere informazioni e idee senza interferenze delle autorità pubbliche e senza frontiere.
-
La libertà dei media e il pluralismo dell’informazione devono essere rispettati.








































Comments
Adesso che la repressione del libero pensiero comincia - dico comincia - ad estendersi alle idee che piacciono a voi, vi stracciate le vesti e squittite come criceti pieni di sacra indignazione.
Mi verrebbe da scrivere che siete ridicoli, ma il problema è che non lo siete affatto: siete delle scimmie glabre dotate dei sani e robusti istinti gregari che contraddistinguono la specie e ne rendono possibile l'esistenza.