Europei, da alleati a clientes degli Stati Uniti
di Mireno Berrettini
Come il declino relativo dell’Occidente trasforma il rapporto transatlantico in una gerarchia di dominio
Dalla crisi dell’ordine egemonico del 1945 al «revisionismo» statunitense. Mentre il sistema internazionale scivola verso nuovi equilibri, la relazione tra Stati Uniti ed Europa abbandona la finzione della parità istituzionale, per farsi apertamente transazionale. Sotto la pressione della competizione globale con Russia e Cina, i dossier Ucraina e Groenlandia rivelano la nuova postura di Washington: «egemone revisionista» che riduce gli alleati a semplici vassalli.
* * * *
In un quadro della politica globale sempre più attraversato da crisi frequenti e di crescente intensità, tale da rendere evidente come il sistema internazionale si stia assestando su nuovi equilibri, anche una delle relazioni più granitiche della politica mondiale sta progressivamente perdendo la propria funzione di riferimento in termini di stabilità e continuità.
Il rapporto tra Stati Uniti e gli attori europei sta scivolando progressivamente da una logica basata su regole comuni, istituzioni condivise, consultazioni continue e sostanziale prevedibilità, a una logica spiccatamente transazionale, fatta non tanto di mera competizione, quanto dell’esternazione delle gerarchie, della definizione di priorità strategiche asimmetriche e di un crescente disciplinamento politico.
Il rapporto transatlantico, che certamente nel passato non è stato scevro da momenti di frizione, si trasforma così da relazione perno delle identità e dell’agire politico tanto nordamericano quanto europeo, condotta secondo una grammatica consolidata e formalmente paritaria, a un rapporto disarmonico in cui prevale una gestione selettiva e apertamente unilateralista degli interessi e delle priorità da parte statunitense.
Il posizionamento dell’Amministrazione Trump in merito al negoziato per una possibile uscita dal conflitto in Ucraina e le richieste, pressanti in merito alla Groenlandia sono due «cartine di tornasole» di questo passaggio; due issues che riguardano il cuore della sicurezza europea, e sono al tempo stesso un nodi strategici legato alla competizione globale.
Nel 1945, alla fine dell’ultimo conflitto egemonico e, ancor di più, con l’avvio di quello che siamo soliti chiamare Guerra fredda, il rapporto transatlantico si costituì attorno a un compromesso più o meno implicito: gli Stati Uniti garantivano sicurezza in ultima istanza dalla minaccia di Mosca, mentre gli europei – esposti sulla linea di faglia del confine con il mondo sovietico – partecipavano al sistema come co-architetti, quantomeno sul piano normativo e istituzionale.
La logica della globalizzazione capitalista della seconda metà del XX secolo, la coeva capacità performativa dell’universo simbolico statunitense e la parallela resilienza delle democrazie occidentali hanno fatto dell’area euro-atlantica l’asse portante su cui si articolava il core del sistema-mondo. Il legame politico, culturale ed economico tra le due sponde dell’Oceano è sedimentato direttamente nelle istituzioni dell’Alleanza Atlantica, ma ha informato di sé anche le architetture istituzionali nate dall’esito del secondo conflitto mondiale, come la galassia delle Nazioni Unite.
Oggi, invece, la logica prevalente è quella della selezione degli interessi e della gestione per priorità: l’alleanza non è più presentata come architettura di regole, ma come dispositivo operativo flessibile, da adattare all’urto delle rivalità sistemiche. In questa cornice, l’Europa – e l’Unione Europea – tende a essere trattata non come polo paritario, ma come spazio da organizzare: una piattaforma industriale, economica e politico-diplomatica da riallineare alle esigenze statunitensi.
La guerra in Ucraina è stata significativa non solo perché ha riportato la guerra nell’agenda dell’Ue, ma anche perché ha progressivamente evidenziato come la sicurezza del Vecchio Continente sia immaginata e gestita dagli Stati Uniti non come europea, né pienamente atlantica, ma come eminentemente americana: segmento di una strategia più ampia, in cui Washington resta l’attore che definisce tempi, soglie e cornici operative.
In altre parole, con l’Amministrazione Trump è emerso con chiarezza ciò che agli europei appariva fino ad allora come un circuito implicito: gli Stati europei e l’Unione devono contribuire maggiormente, ma all’interno di un quadro che riconduce la guerra – e il negoziato sul dopoguerra – a una logica di governance americana, più che a una di sicurezza e sovranità europea.
Detto più semplicemente: gli Stati Uniti chiedono un maggiore contributo europeo alla difesa di un sistema sempre più americano e sempre meno occidentale, mentre rivendicano al tempo stesso la direzione politica della trattativa per uscire dal conflitto.
Il dossier Groenlandia è altrettanto rivelatore perché squarcia il velo retorico del comune orizzonte di interessi e prospettive delineato tra le due sponde dell’Atlantico. Qui la questione non è solo l’Artico: è il modo in cui gli Stati Uniti, in un contesto di competizione con Russia e Cina, rivendicano la centralità della propria sicurezza anche quando essa incide direttamente sugli interessi di un alleato europeo.
Parallelamente, in Europa circolano proposte per una risposta Nato «operativa» sull’Artico, nel tentativo di ricondurre il problema entro un formato cooperativo e non di rottura; analogamente va letto l’accordo fumoso annunciato da Trump al Forum di Davos del 2026.
Ma il punto politico resta: il (possibile) negoziato sull’Ucraina e la Groenlandia diventano il simbolo di una postura americana che tende a disciplinare lo spazio europeo – anche ai suoi margini geografici – secondo una logica di imperativi strategici statunitensi, gli Stati del Vecchio Continente e l’Unione, vengono relegati a un ruolo subalterno e perimetrato nel sistema americano, un passaggio che nella retorica presidenziale li vede sempre meno alleati e sempre più esplicitamente clientes.
Cosa vuol dire, in concreto? L’Europa è chiamata a coprire un insieme di compiti e costi – sostegno, deterrenza sul fianco orientale, industria della difesa, tenuta economico-sociale – ma con margini sempre più ridotti nel definire l’orizzonte strategico complessivo. L’autonomia europea, un tempo relativamente tollerata anche in presenza di divergenze strutturali (come nel caso del gemellaggio energetico tra Germania e Russia precedente alla ripresa della guerra in Ucraina), oggi non trova più spazi di legittimità.
Così, quando emerge un disallineamento su priorità, tempi o strumenti, scatta la minaccia di abbandono – invero poco credibile – o, più frequentemente, una chiamata all’ortodossia, non più mediata attraverso i canali della Nato, ma imposta direttamente dalla muscolarità diplomatica di Washington. Insomma, è tramontata l’epoca in cui Berlino poteva mettere in difficoltà il sistema economico a stelle e strisce.
L’imperialismo americano non è tornato: c’è sempre stato; ciò che è mutato è la nostra percezione della sua pervasività e della sua esplicita muscolarità. In sintesi, Ucraina e Groenlandia indicano che la relazione transatlantica non si muove più dentro un immaginario di «ordine comune» regolato, ma viaggi in una fase in cui contano gerarchie, accessi strategici e capacità di comando.
In realtà, se vogliamo però capire le ragioni di fondo, e non limitarci alla lettura che imputa questo cambiamento al particolare plafond ideologico dell’Amministrazione repubblicana, occorre guardare alle relazioni tra Stati Uniti e Unione europea come prodotto della crisi dell’ordine internazionale costruito nel secondo dopoguerra.
Non significa certo negare che l’entourage del tycoon interpreti in maniera originale il ruolo degli Stati Uniti, ma vuol dire fare premio sui fattori strutturali che determinano l’architettura del sistema internazionale e definiscono le gerarchie di potere. Per sostenere questo ragionamento farò una brevissima serie di confronti tra il 1945 e oggi articolandoli su diversi ambiti.
In questo arco di tempo, la posizione economica degli Stati Uniti ha subito una trasformazione profonda. Nel secondo dopoguerra, Washington occupava una posizione senza precedenti: pur rappresentando circa il 6% della popolazione mondiale, concentrava i due terzi delle riserve auree globali, controllava la gran parte del capitale internazionale e produceva circa la metà dei beni materiali del pianeta.
In quel contesto, gli Stati Uniti non erano semplicemente un attore del sistema internazionale, ma ne costituivano l’asse portante. Questa condizione si è tanto progressivamente quanto fisiologicamente erosa. Oggi gli Stati Uniti rappresentano circa il 4% della popolazione mondiale, controllano una quota molto più ridotta delle riserve auree e del capitale globale e producono circa il 10% dei beni materiali, pur restando la prima economia per Pil nominale. Il loro peso relativo va inoltre letto nel declino complessivo dell’Occidente, la cui quota di Pil globale è scesa dal 70% del 1945 a meno del 45%, mentre l’Asia ha superato il 55%.
Collegato a questo spostamento c’è il dato che vede il ridimensionamento del primato tecnologico statunitense, e occidentale. Se nel dopoguerra e fino alla fine della Guerra fredda l’innovazione era fortemente concentrata negli Stati Uniti e in Europa, oggi la geografia tecnologica è policentrica. La Repubblica Popolare Cinese è diventata il principale polo brevettuale globale, affiancata da altri attori asiatici come Corea del Sud, Giappone, India e Taiwan. Gli Stati Uniti restano centrali in settori chiave, ma la distanza rispetto agli altri poli si è ridotta sensibilmente.
Infine, a questi mutamenti si intreccia una trasformazione demografica decisiva. Nel 1945 Europa e Nord America rappresentavano circa il 30% della popolazione mondiale; oggi sono sotto il 14%. Al contrario, Asia e Africa concentrano la crescita demografica, con popolazioni giovani, mercati in espansione e una crescente capacità di attrazione economica e politica. La riduzione della massa demografica occidentale si traduce in minore forza lavoro, mercati più maturi e una competitività strutturalmente più fragile.
È in questo scarto che si colloca la crisi dell’ordine del 1945 e l’attuale transizione egemonica. La potenza Usa permane, mentre si indebolisce la capacità di guidare il sistema attraverso consenso, regole e leadership condivisa. Di contro, i nuovi poli, in forza della posizione inedita che stanno occupando in termini di rapporti di potere, richiedono un accomodamento delle regole del sistema internazionale che ancora, nei tratti fondamentali, sono frutto dell’esito del 1945.
La risposta degli Usa è conservativa, e a tratti reazionaria, nel senso che a loro volta muovono per rivedere il funzionamento del sistema mondo attaccando le regole che non li avvantaggiano più. L’ordine globale dunque è scosso tanto dalle richieste di cambiamento sistemico provenienti da Russia e Cina, ma anche in modo più indiretto dagli attori del Sud globale, quanto dagli Stati Uniti stessi che agiscono come «egemone revisionista», cioè come una potenza che non si limita a difendere le regole esistenti, ma le modifica in funzione dei propri interessi.
Con l’ascesa dell’Amministrazione Trump, questa tendenza ha conosciuto una brusca accelerazione, traducendosi in una discontinuità evidente anche rispetto alle tradizioni statunitensi più marcatamente unilateraliste in politica estera. A uno sguardo storico, tuttavia, non può sfuggire come il percorso di progressiva erosione delle fondamenta dell’ordine internazionale costruito dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra prenda avvio già all’inizio degli anni Settanta.
Il punto di rottura simbolico e materiale va individuato nel Nixon Shock del 1971, che segnò la fine del sistema di Bretton Woods; da quel momento in avanti, la traiettoria statunitense ha incluso una crescente messa in discussione delle istituzioni multilaterali, culminata tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo – in particolare nel contesto della War on Terror – in una più ampia delegittimazione del sistema delle Nazioni Unite.
In questa cornice si collocano le tensioni emerse nel 2017 nei rapporti con l’Unesco, seguite nel 2018 dall’uscita degli Stati Uniti dall’Acnur e dall’Oms (2025). Tali scelte confermano la persistenza di una postura strutturalmente scettica nei confronti del multilateralismo istituzionalizzato di cui è oggi vittima anche la Nato.
In definitiva, la crisi del rapporto transatlantico può derivare da un errore di calcolo, ma non è il prodotto di una decisione contingente o di una leadership eccentrica. È in realtà l’esito strutturale della fine dell’ordine del 1945. Gli Stati Uniti restano una Grande potenza, ma non più un egemone capace di reggere l’ordine attraverso consenso e universalismo normativo.
In questo passaggio, l’Europa perde il ruolo che aveva svolto per oltre 80 anni: non più partner indispensabile, ma area subordinata, seppur fusa, di un sistema atlantico sempre più statunitense. Il legame transatlantico sopravvive, ma svuotato della sua pretesa fondativa: non è più un’architettura dell’ordine, bensì uno strumento di gestione della transizione egemonica americana.









































Comments
Ci vuole la felpata political correctness in vigore nelle università di regime per definire 'architettura dell'ordine' l'impero del capitalismo di rapina, delle multinazionali d'assalto e del giudaismo trionfante, costruito da un Paese che ha conosciuto 17 anni di pace nei suoi 239 anni di esistenza.
Il ragionamento di Berrettini è tutto interno al periplo atlantista delle élites liberali occidentali, che prima si sentivano coadiuvate nel reggimento imperiale e adesso temono di essere retrocesse dal ruolo di vassalli e valvassori a quello di valvassini o servi della gleba.
Orrore, madame la marchesa! Il padrone non ricompensa più i suoi servi fedeli.