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sinistra

L’oggettività ideologica del capitalismo assoluto

di Salvatore Bravo

9788875882297 0 500 0 75Le leggi galileane della natura, l’eternità inamovibile delle leggi scientifiche sono il fondamento ideologico del capitalismo assoluto. L’ideologia instaura l’eterno, anche dove non vi è che la realtà “umana troppo umana”, come affermerebbe Nietzsche. Ogni piano della vita sociale è espropriato del tempo storico e di senso, per essere sostituito dal tempo eterno della ripetizione. La temporalità è ciclica ripetizione del sempre eguale, nella caverna del tempo vi cadono anche i detentori dei mezzi di produzione e di illusione di massa, poiché ritengono le leggi dell’economia attuale fondate scientificamente e dunque intrasmutabili. I guinzagli dei poteri sono scintillanti di calcoli ed oggettività, i sudditi ne accettano il giogo, perché dinanzi al feticcio della scienza avulsa dalla temporalità, credono con atto di fede automatico alla verità della condizione attuale. Rompere tali meccanismi automatici, nei quali siamo intrappolati è operazione non semplice, ma i grandi mali non sono esenti da potenziali rimedi, per riportare la storia nella vita dei popoli è necessario capire, ed in ciò vi sono autori imprescindibili: György Lukács in Storia e coscienza di classe, problematizza l’economicismo e l’esemplificazione per reintrodurre la possibilità del senso, contro coloro che vorrebbero congelare la storia in un silenzio esiziale e fatale per l’umanità ed i popoli1 :

Dal punto di vista del capitalista singolo, la realtà economica appare come un mondo dominato da leggi eterne della natura, alle quali egli deve adeguare il proprio /faire e laisser /faire. La realizzazione del plusvalore, l'accumulazione si compie per lui (naturalmente non sempre, ma molto spesso) nella forma di uno scambio con altri capitalisti singoli. E l'intero problema dell'accumulazione è dunque soltanto quello di una forma delle molteplici trasformazioni subite dalle formule D-M-D e M-D-M nel corso della produzione, della circolazione, ecc. Così, esso diventa per l'economia volgare un problema scientifico-particolare di dettaglio, che non ha quasi nessun legame con il destino del capitalismo nel suo complesso, - un problema la cui soluzione è sufficientemente garantita dalla giustezza delle «formule, di Marx, che dovranno al massimo – secondo Otto Bauer - essere perfezionate in modo da renderle « aggiornate ,..

Come a suo tempo gli allievi di Ricardo non compresero la problematica marxista, così Bauer e soci non hanno capito che per principio con queste formule non si coglierà mai la realtà economica, dal momento che il loro presupposto è un'astrazione da questa realtà complessiva (considerazione della società come se consistesse soltanto di capitalisti e di proletari); le formule perciò possono servire solo per chiarire il problema, come punto di avvio verso una sua corretta impostazione”.

 

Il marxismo ortodosso

Per riportare l’umanità nella storia è necessario avere strumenti di indagine per capire il presente e volgersi, così, verso il futuro. Il pensiero marxiano fornisce la metodologia di indagine storica per entrare negli strati profondi dell’economia e delle relazioni sociali e decodificarne la storicità e le contraddizioni. E’ indispensabile usare la categoria della totalità che consente di riportare il concreto dove l’astratto ha scisso, isolato, sclerotizzato le parti per eternizzarle. György Lukács era un marxista ortodosso, perché conservava il metodo di indagine marxiano, anzi per György Lukács si è marxisti per l’adesione ad un metodo di indagine che permette di dinamizzare ogni realtà astratta e mummificata nel presente a prescindere dai colori politici, per cui è stato un testimone della verità, contro ogni logica della mistificazione:2

marxismo ortodosso non significa perciò un'accettazione acritica dei risultati della ricerca marxiana, non significa un «atto di fede» in questa o in quella tesi di Marx, e neppure l'esegesi di un libro «sacro». Per ciò che concerne il marxismo, l'ortodossia si riferisce esclusivamente al metodo. Essa è la convinzione scientifica che nel marxismo dialettico si sia scoperto il corretto metodo della ricerca, che questo metodo possa essere potenziato, sviluppato e approfondito soltanto nella direzione indicata dai suoi fondatori”.

 

La categoria della totalità

La categoria della totalità pone le condizioni per la coscienza di classe, poiché mostra che il singolo non è un atomo, ma è parte di strutture sociali ed economiche in cui si forma, nelle quali interagisce, per cui il singolo non è un atomo, ma appartiene ad un universale sociale con cui condivide sofferenze, reificazioni, speranze e possibilità di trasformazione. Con la categoria della totalità ogni divisione teoria-prassi è sostituita dalla sua unità imprescindibile, per cui la comprensione della propria condizione inevitabilmente è già prassi, perché muta la percezione che di sé ha il soggetto e dei suoi compagni potenziali di lotta, si diventa così soggetti della storia, ed anche oggetto, poiché la coscienza collettiva implica l’analisi delle storture ideologiche nelle quali ciascuno viene a situarsi, il movimento soggetto-oggetto è parte del processo di emancipazione3 :

Solo se la presa di coscienza rappresenta il passo decisivo che il processo teorico deve fare verso il suo proprio fine - un fine che è fatto di volontà umana, ma che non dipende dall'arbitrio dell'uomo e non è inventato dallo spirito umano; se la funzione storica della teoria consiste nel rendere praticamente possibile questo passo; se è data una situazione storica nella quale la corretta conoscenza della società si converte, per una classe, in condizione immediata della propria affermazione nella lotta, se per questa classe la conoscenza che essa ha di sé significa al tempo stesso una corretta conoscenza della società nella sua interezza; se di conseguenza, per una simile conoscenza?, questa classe è nello stesso tempo soggetto ed oggetto della conoscenza ed ·in questo modo la teoria interviene immediatamente ed adeguatamente nel processo di rivolgimento della società: solo allora diventa possibile l'unità di teoria e praxis, presupposto della funzione rivoluzionaria della teoria”.

 

Coscienza di classe

La coscienza di classe è consapevolezza dei processi di reificazione, della trasformazione delle persone e delle cose in altro rispetto a ciò che sono. Le persone divengono mezzi, gli oggetti sono giudicati solo come valori di scambio. La reificazione agisce per scissione, il soggetto è diviso, parcellizzato, il suo ruolo sociale e di lavoratore è limitato a una operazione precalcolata da altri che non ha il senso del tutto e della totalità, ma la scissione scava nel soggetto, nel suo tempo che ora è frammentato, per cui la concettualizzazione diviene quasi impossibile. Il soggetto è così addestrato alla passività e ripetizione, è in una posizione contemplativa, il tempo è vissuto sono come trascorrere del sempre uguale in cui ogni prassi è inesistente4 :

Questa tendenza dello sviluppo capitalistico si spinge tuttavia ancora più in là. Il carattere feticistico delle forme economiche, la reificazione di tutti i rapporti umani, l'estensione costantemente crescente di una divisione del lavoro che scompone il processo di produzione in modo astrattamente razionale, senza preoccuparsi delle possibilità umane e della capacità dei produttori diretti, ecc., trasformano i fenomeni della società e contemporaneamente insieme ad essi, la loro appercezione. Sorgono fatti «isolati »,complessi isolati di fatti, settori parziali (economia, diritto, ecc.) con leggi proprie, che sembrano essere già ampiamente predisposti nelle loro forme fenomeniche immediate ad un'indagine scientifica di questo genere”.

Alla scissione che rende il mondo del capitale eterno, la cultura marxiana risponde con la categoria della totalità. I processi di reificazione introiettano il disprezzo di sé dei soggetti-atomi, i quali perennemente alle dipendenze del mercato, del plusvalore destrutturano le personalità, poiché l’esposizione alla sussunzione formale e materiale distorcono l’immagine i sé, il soggetto ora si percepisce come oggetto manipolato ed usato, solo la comprensione del suo malessere può favorire il passaggio dalla condizione di oggetto a condizione di soggetto5 :

Solo operando questa connessione, nella quale i fatti singoli della vita sociale vengono integrati in una totalità come momenti dello sviluppo storico, diventa possibile una conoscenza dei fatti come conoscenza della realtà. Questa conoscenza prende le mosse dalle determinazioni or ora caratterizzate, semplici e pure, che sono - nel mondo capitalistico - immediate e naturali, per procedere, a partire da esse, alla conoscenza della totalità concreta, come riproduzione nel pensiero della realtà.”

 

Scissione ed impotenza

La scissione produce impotenza, il capitalismo assoluto afferma se stesso depotenziando la forza creativa e politica dei soggetti, la scissione è reificazione e si concretizza nel tempo del soggetto meccanizzato, nella parcellizzazione dei ruoli che impediscono il controllo e la partecipazione alle dinamiche sociali del potere. Il lavoratore diviene lo spettatore del sistema, assiste alle liturgie del potere officiate da un mondo altro, verso il quale deve assumere una postura contemplativa6 :

” In un tempo astratto, esattamente misurabile, che si è trasformato in uno spazio fisicalistico, come mondo circostante, che è contemporaneamente premessa e conseguenza della produzione specializzata e frazionata in modo scientifico-meccanico dell'oggetto del lavoro, i soggetti debbono a loro volta essere razionalmente frazionati in modo corrispondente. Da un lato, in quanto il loro lavoro parziale meccanizzato, l'obbiettivazione della loro forza-lavoro di fronte alla loro personalità complessiva che si è già compiuta mediante la vendita di questa forza-lavoro come merce, si trasforma in realtà quotidiana permanente ed insuperabile, cosicché la persona diventa anche in questo caso uno spettatore incapace di influire su ciò che accade della sua esistenza, come una particella isolata ed inserita in un sistema estraneo. D'altro lato, il meccanico frazionamento del processo di produzione spezza anche quei vincoli che, nel caso della produzione « organica», ricollegavano in una comunità i soggetti singoli del lavoro. La meccanizzazione della produzione li trasforma, anche sotto questo riguardo, in atomi astrattamente isolati che non si trovano più in una relazione reciproca, organica ed immediata, per via delle loro operazioni lavorative: la loro coesione è invece mediata con crescente esclusività dalle leggi astratte del meccanismo nel quale sono inseriti”.

 

Reificazione e destino

La reificazione e la scissione possono essere trascese attraverso la categoria della totalità che rene concreto ciò che la cultura dell’astratto rappresentava ideologicamente come eterno perché astratto dal concreto fluire storico. La reificazione non è un destino, ma necessita di strumenti di analisi per poter essere trascesa e trasformata in prassi, in emancipazione7 :

Il divenire storico sopprime tuttavia quest'autonomia dei momenti. E proprio in quanto una conoscenza ad essi adeguata è costretta a costruire i propri concetti basandoli sulla sfera dei contenuti, su ciò che è qualitativamente peculiare e nuovo dei fenomeni, essa è al tempo stesso costretta a non lasciar sussistere alcun elemento di questo genere nella sua mera irrepetibilità concreta e ad attribuirgli come luogo metodologico di intelligibilità la totalità concreta del mondo storico, lo stesso processo storico totale e concreto. Con questo atteggiamento, nel quale entrambi i momenti principali dell'irrazionalità della cosa in sé, la concretezza del contenuto singolo e la totalità, si presentano ormai positivamente orientati nella loro unità, si trasforma al tempo stesso il rapporto tra teoria e praxis, e con esso quello tra libertà e necessità. Ciò che nella realtà è prodotto da noi stessi, perde qui la sua essenza più o meno fittizia; noi abbiamo fatto - secondo il profetico detto vichiano già citato - la nostra stessa storia, e se siamo in grado di considerare l'intera realtà come storia (quindi come la nostra storia, dal momento che non ce n'è un'altra), abbiamo allora raggiunto un posto di vista dal quale possiamo comprendere la realtà come nostro «atto» (Tathandlung)”.

La scissione insegna il disprezzo di sé, l’impotenza come condizione e destino, solo l’esperienza dell’eterotopia metodologica può favorire l’uscita dalla palude attuale. La categoria della totalità è capace di produrre il senso, di svelare le ragioni storiche per le quali il soggetto è nella condizione di suddito, reso oggetto da forze apparentemente incontrollabili. La scomparsa della cultura di sinistra, nel suo significato più nobile, è il sistema che si difende annichilendo le forme del sapere che generano la prassi. La resistenza antropologica è oggi, anche far sopravvivere in un mondo astratto e distratto categorie di pensiero che rivelano la caverna della contemporaneità col suo buio ideologico senza prospettive ed orizzonti.


Note
1 György Lukács Storia e coscienza di classe Mondadori Milano 1973 pag. 41
2 Ibidem pag. 2
3 Ibidem pag. 3
4 Ibidem pp. 7 8
5 Ibidem pag. 12
6 György Lukács Storia e coscienza di classe, Mondadori Milano, 1973 pag. 117
7 Ibidem pag. 191
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Comments   

#7 Eros Barone 2019-03-11 21:18
Vi è un problema che anche Marx forse non è riuscito a risolvere: quello di rendere ragione, sul piano concettuale, del fatto che il modo di produzione capitalistico per sua natura si sviluppa fin dall'inizio, e poi sempre, come su un doppio binario: a) la costituzione di un mercato interno dotato di certe dimensioni (per questo la borghesia diventa classe dominante e dirigente su basi generalmente 'nazionali' unificate in uno Stato), all'interno del quale si stabilisce, a partire dal loro frazionamento, la concorrenza dei capitali; b) il "sistema globale", ossia la creazione del mercato mondiale, all'interno del quale si produce la concorrenza fra le varie borghesie nazionali (o i diversi conglomerati intercapitalistici, comunque egemonizzati da una specifica borghesia), protette dalle loro strutture statali (o protetti da strutture sovrannazionali più ampie), e si mette in moto lo 'sviluppo ineguale' dei diversi paesi capitalistici. Orbene, non che questo aspetto manchi nel "Capitale", quanto meno a livello empirico. Ma ciò che non è presente è la concettualizzazione di questi due lati simultanei, cioè la dimostrazione del loro necessario legame, della loro reciprocità e quindi della necessità, per la borghesia capitalistica, dello Stato moderno. In questo senso, alla nozione di Stato politico (= sovrastruttura) si dovrebbe poter giungere concettualmente (non direttamente dalla lotta di classe ma) dall'articolazione complessiva (nazionale-internazionale) del capitale (= struttura). Da questo punto di vista, l'internazionalismo proletario, tra l'altro, potrebbe ottenere una fondazione teorica più 'forte'. In un commento svolto in altra sede ho anche indicato quello che, a mio avviso, potrebbe essere il punto di inserzione di una teoria dello Stato capitalistico nella struttura concettuale del "Capitale" di Marx: l'"unità" (dialettica) del processo di produzione diretto e del processo complessivo di circolazione. Sennonché questo assunto andrebbe dimostrato. Dal problema irrisolto qui evocato risulta comunque una conseguenza importante, vale a dire che la borghesia industriale, in quanto classe dominante della produzione capitalistica, non ha, per la sua natura, una tendenza spontanea all'esercizio del potere statale e della direzione politica della società. Al contrario, a differenza di tutte le classi dominanti precedenti essa ha la tendenza a delegarli. Così, quando la borghesia è stata obbligata a prendere la direzione politica della società e dello Stato, lo ha fatto, in genere, creando il ceto tutto particolare del personale politico (che Marx chiamava spesso "politicanti" e la teoria politica borghese definisce come "classe politica"). A partire da questi presupposti storici va ripresa la questione dello Stato politico, delle sue istituzioni, del costituirsi e del trasformarsi del sistema dei partiti, del loro nesso con la lotta di classe e con l'azione delle masse. E qui è inevitabile incrociare la problematica gramsciana, talché tutto il periodo del maggiore sviluppo
borghese-capitalistico andrebbe tematizzato alla luce dell'allargamento dei confini dello Stato politico e, quindi, al di là dei limiti entro cui storicamente si erano mossi Marx ed Engels. Per la verità, l''ultimo' Engels, sotto la spinta delle esigenze politiche nuove che si ponevano alla classe operaia e, in particolare, al suo primo grande partito organizzato, la socialdemocrazia tedesca, si era posto problemi prima non affrontati in ordine al rapporto con lo Stato moderno e con i suoi istituti rappresentativi (si pensi alla nozione di "rivoluzione di maggioranza") e non solo in ordine al rapporto con i suoi apparati repressivi. Ma queste esigenze, sia quelle concernenti l'analisi del passato sia quelle concernenti le categorie teoriche con cui condurla, hanno, come sempre nella teoria marxista, la loro radice nell'oggi, ossia nella necessità di riuscire ad affrontare e padroneggiare concettualmente, senza semplificazioni di carattere economicistico e/o oggettivistico così come senza cedimenti all'anarchismo e/o al revisionismo, i mutamenti avvenuti nelle strutture economico-politiche del tardo capitalismo e nella configurazione attuale del mondo, il loro rapporto con la dinamica delle forze produttive (e quindi con la crisi), e come tutto ciò condizioni e possa orientare l'attuale lotta di classe.
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#6 michele castaldo 2019-03-10 18:01
Ovviamente non pretendo di convincere Mario Galati né alcun altro compagno. Mi sforzo solo di ragionare, di pormi delle domande e di studiare. Purtroppo la nostra generazione e quella a noi precedente hanno sussunto la rivoluzione francese e quella russa partendo dal soggetto quale le classi e la classe piuttosto che il movimento dell'uomo con i mezzi di produzione. I risultati di questo metodo non ci forniscono strumenti adeguati a capire l'evoluzione di questa fase. Non ci aiutano a capire - per esempio - il movimento dei Gilet gialli in Francia, non ci forniscono elementi utili a comprendere il M5S, le difficoltà che incontra il movimento antimperialista di Maduro, o quello della Corea del nord. E sulla Cina o l'India navighiamo nel buio più totale, due grandi paesi che sono entrati più tardi nel movimento generale del modo di produzione capitalistico e oggi si presentano come straordinari concorrenti nei confronti dei paesi occidentali. In un quadro così delineato il proletariato è totalmente assente come classe per sé, cioè per la rivoluzione. Se i compagni non intendono porsi nessuna domanda pazienza. Nella mia modestia, partendo da una condizione di proletario, mi sono posto delle domande, ho letto e studiato tanto ed ho cercato di fornire delle risposte partendo dai fatti. Le mie risposto potranno apparire insufficienti, imparziali ma hanno la caratteristica di seguire il metodo del materialismo storico.
Chi volesse contrastare alcune mie tesi - che ho esposto in "La crisi di una teoria rivoluzionaria - lo dovrà fare con lo stesso metodo, cioè quello di riferirsi ai fatti, non alle idee. Questo oggi vuol dire definirsi COMUNISTI.
Ringrazio comunque i compagni che mi degnano di leggere quel che scrivo.
Michele Castaldo
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#5 Mario Galati 2019-03-10 15:15
Non condivido neppure una virgola di quanto sostenuto da Michele Castaldo, come in altre occasioni. Ma non intendo toccare la questione del rapporto soggettività/oggettività. Vorrei sottolineare altro.
Ciò che non riscontro nel ragionamento di Castaldo è la coerenza. E ciò che invece riscontro è una tendenza ed una posizione abbastanza definite, seppure non esplicite, nel sistema delle classi.
Quanto alla coerenza, non si può respingere il ruolo assegnato da Marx alle classi nella storia e nelle rivoluzioni e poi ragionare esattamente in quei termini classisti quando si giudica la rivoluzione russa come rivoluzione di contadini e si ragiona negli stessi termini riferendosi alla rivoluzione francese (e al ruolo dei contadini e della borghesia in essa) o alla Germania e alla posizione della borghesia e del proletariato al suo interno. Michele Castaldo dovrebbe trovare categorie di analisi e di riferimento diverse. Ma vedo che se ne guarda bene, salvo la solita enunciazione di principio sul moto-modo di produzione oggettivo.
Da notare, però, che il ruolo attivo, o il compito storico rivoluzionario, viene negato decisamente al proletariato. E invece, si osservi la simpatia e l'importanza che traspare nei confronti dei contadini.
Mi sembra abbastanza chiaro, no?
Un'ultima annotazione: i contadini avranno pure fatto la rivoluzione in Russia (e il loro ruolo decisivo è innegabile), ma a guidarli non è stata propriamente una organizzazione politica contadina, la quale pure esisteva, i socialisti rivoluzionari, bensì un'organizzazione del proletariato, il partito comunista.
Alla fine della fiera il nocciolo della questione è il partito comunista e l'organizzazione rivoluzionaria proletaria. A impedire ciò mirano certe posizioni.
È componente essenziale di queste posizioni il giudizio storico negativo, di deformazione o di rimozione, del percorso rivoluzionario della terza internazionale e del comunismo (reale) novecentesco, dalla Rivoluzione d'Ottobre in poi.
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#4 michele castaldo 2019-03-09 23:13
Fino a quando i comunisti ragionano di classi e loro caratteristiche - come purtroppo declinano Marx e Engels nel Manifesto - non capiremo il senso del materialismo storico. Le classi sono il risultato continuo del rapporto degli uomini con i mezzi di produzione. E' questo rapporto che distingue l'uomo dalle altre specie animali, cioè il suo moto-modo di migliorare i mezzi di produzione.
Marx e Engels sbagliano ad assegnare preminentemente le classi al rapporto e finiscono per idealizzare il proletariato fino a renderlo soggetto capace di rovesciare il rapporto di proprietà dei mezzi di produzione e instaurare la propria dittatura, quella del proletariato, in base a quali principi - se non ideali - non è dato sapere. E noi continuiamo a costruire ipotesi ideali su un principio metafisico completamente sbagliato, perché lo stesso Marx ci dirà poi - cioè nel Capitale - che il proletariato nel capitalismo diviene merce fra le merci e si comporta - ecco la vera questione - come tutte le merci, subendo cioè il ricatto della concorrenza. Ma farà di più come "classe" si schiera coerentemente, cioè conseguentemente con la propria borghesia dappertutto.
Engels farà autocritica sulle sue previsioni su La condizione della classe operaia inglese, eppure i comunisti - scioccamente ideologizzati - non tengono per niente in conto di questa semplice verità.
Quanto a Gramsci, i compagni che tanto fervidamente impugnano i suoi pensieri per la battaglia teorico-politica (per la verità più politico ideale che teorica) farebbero bene a rileggere quello che scriveva all'indomani della rivoluzione russa, in quel famoso articolo "Una rivoluzione contro il capitale di Marx", dove mostra tutto il suo idealismo filosofico lontano mille miglia dal materialismo storico e dialettico.
Lucas non gli è da meno proprio perché non riescono a leggere nel capitalismo un movimento storico e le classi come fattori da esso surrogate.
Quanto a Lenin dobbiamo dire con assoluta certezza che fu un uomo che seppe leggere la forza di un moto che nato in Europa si espandeva nel resto del mondo, e capire che i contadini - lontani dalla visione kautskiana alla quale lo stesso Lenin era cresciuto teoricamente - rappresentavano la forza rivoluzionaria contro il feudalesimo ancora presente in Russia nonostante la riforma del 1861. Lenin seppe capire che la lotta dei contadini sarebbe stata rivoluzionaria e che andava appoggiata senza se e senza ma contro la formazione di tutto il partito educato alla socialdemocrazia tedesca. E proprio Lenin ripeté più volte che in Russia bisognava sviluppare il capitalismo, addirittura taylorista, ma purtroppo i nostri comunisti educati alla scuola del Che fare? di kauskiana memoria e che lo stesso Lenin si preoccuperà di mettere nei fatti in discussione, ebbene i nostri comunisti rincorrono ancora la volontà di educare il proletariato alla rivoluzione socialista anche quando votano Trump o la Lega di Salvini o sono stati alla coda dell'imperialismo francese nei confronti della lotta rivoluzionaria del popolo algerino per la propria autodeterminazione e lottava contro l'occupazione francese e via di questo passo.
Peggio ancora se ci rifacciamo alla tesi di Marx secondo cui la borghesia è rivoluzionaria rispetto al feudalesimo e il proletariato la deve appoggiare per poi ingaggiare la sua battaglia finale per il comunismo. Di che meravigliarsi se poi Kautski sostiene l'aggressione della Germania contro la feudale Russia? E che dire della borghesia francese che rapinò la terra ai contadini con mille imbrogli e maciullò i contadini della Vandea che si ribellavano alla coscrizione di un esercito colonialista già allora? Ancora oggi, purtroppo, nessuno menziona Babeuf che finì al patibolo per aver denunciato quel genocidio, perché la sinistra, alla scuola delle classi e della logica della tesi del chiodo scaccia chiodo, per cui la borghesia in quanto classe rivoluzionaria abbatte l'aristocrazia e il proletariato più rivoluzionario ancora la disarciona e instaura la propria dittatura politica, questa sinistra ha esaltato la borghesia e posto il proletariato al suo carro.
Sia detto senza nessuna volontà polemica nei confronti di Eros Barone o tanti bravi compagni che stanno al di qua della barricata nonostante le avversità: o facciamo lo sforzo di superare l'ideologismo e capire la realtà e in che direzione procede oppure rimarremo ai margini della storia come purtroppo sta accadendo in questi anni proprio perché ci rifiutiamo di fare i medici leali della nostra malattia.
Marx fu un laboratorio, se lo riduciamo a dio in terra finiamo per buttare a mare anche i contributi che meritano di essere rivitalizzati come i Grundrisse e lo stesso Capitale.
Nel mio ultimo lavoro "La crisi di una teoria rivoluzionaria" cerco di motivare le ragioni della nostra crisi. Lo faccio con molta umiltà ma con determinazione guardando avanti e alle difficoltà che ci attendono.
Michele Castaldo
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#3 Eros Barone 2019-03-08 22:53
Nella "Prefazione" ai manoscritti parigini del 1844 Marx ricorda di avere "annunciato negli 'Annali franco-tedeschi' una critica della scienza del diritto e dello Stato sotto forma di una critica della filosofia del diritto di Hegel", ma aggiunge di essersi accorto di aver compiuto una "mescolanza indebita", "la mescolanza della critica diretta unicamente contro la speculazione con la critica delle diverse materie" (cfr. "Opere filosofiche giovanili", Editori Riuniti, Roma 1963, p. 147). Perché questa autocritica ha una notevole rilevanza rispetto all'impostazione che Lukàcs dà alla problematica svolta in "Storia e coscienza di classe", così come alla esegesi teoreticamente ingenua contenuta in questo articolo? Perché Marx qui separa nettamente e per la prima volta, aprendo in tal modo la via alla fondazione del materialismo storico, la critica della filosofia speculativa dalla critica immanente sul terreno della scienza, adeguata e limitata ad esso (laddove si tratta, oltre che delle scienze da lui citate, della fondamentale, e fondativa, critica dell'economia politica). Critica scientifica e critica filosofica (quest'ultima nel senso di critica della filosofia speculativa) vengono, in sostanza, radicalmente divaricate. A partire da questo momento Marx si sforzerà di restare fedele, sul piano metodologico, a tale separazione di piani. Non tenerne conto significa esporsi al continuo rischio di ritradurre il marxismo, per dirla con Gramsci, in "linguaggio speculativo". Riguardo poi alla 'vexata quaestio' della definizione del concetto di classe sociale, porre la questione, come fanno sia Castaldo sia l'autore dell'articolo, nei termini reciprocamente esclusivi, o 'fatto' o 'coscienza', è teoricamente erroneo, ma soprattutto è sterile dal punto di vista conoscitivo in quanto non contribuisce affatto alla soluzione del problema più difficile e più interessante, che è proprio quello di comprendere l'interrelazione tra fatto e coscienza. A tale proposito, è molto significativo che Marx, il quale tanta attenzione dedicava allo studio delle classi economiche come 'fatti', scrivesse nel "18 brumaio di Luigi Bonaparte" che i contadini francesi non costituivano una classe nel pieno senso della parola, poiché "quella grande massa della nazione francese si forma con una semplice somma di grandezze identiche, allo stesso modo che un sacco di patate risulta dalle patate che sono in un sacco" (cfr. "Rivoluzione e reazione in Francia (1848-1850)", Torino, Einaudi 1976, pp. 169-318). In realtà, il concetto di classe in Marx è un concetto 'comportamentale'
socio-politico, innestato nei rapporti di produzione. Da questo punto di vista, una classe esiste effettivamente in quanto si comporta come classe di fronte alle altre classi. Ma il modo in cui si realizza il "comportarsi come classe" non è uguale per tutte le classi. Il proletariato, ad es., per comportarsi come classe deve vincere la concorrenza in cui è situato dal processo di produzione capitalistico e i riflessi corporativi (si pensi alla "aristocrazia operaia" di cui parlava Lenin) generati da tale collocazione. Ecco perché sono così importanti l'unità di classe e l'esistenza e l'azione del partito di classe. Al contrario, per comportarsi come classe la borghesia non ha bisogno di una coscienza di classe, basta che si comporti di fatto omogeneamente contro la classe operaia. Sennonché ciò non basta a renderla omogenea, giacché lo impediscono ragioni stratturali (il frazionamento del capitale). La sua lotta di classe contro il proletariato è perciò nello stesso tempo una continua lotta al suo interno, tra le sue frazioni, per la direzione di tale lotta contro il proletariato. Il che, fra l'altro, spiega il motivo per cui questa lotta procede dalle classi dominanti e non da quelle subalterne (di fatto, storicamente, è stata a lungo una guerra preventiva).
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#2 Mario Galati 2019-03-08 15:25
Antonio Labriola amava ripetere il detto di Hegel secondo cui comprendere è superare. E bene fa Salvatore Bravo a sottolineare che la teoria è prassi e che il lavoratore cosciente, con una coscienza di classe, ossia della sua posizione nella totalità sociale, opera un mutamento soggettivo, ma anche oggettivo. È la base della teoria marxista della rivoluzione. In effetti, la coscienza ideologica rappresenta il modo di essere del soggetto. E il suo modo di essere è un dato oggettivo. La maturazione rivoluzionaria del proletariato, perciò, rappresenta un elemento soggettivo, sovrastrutturale, ma anche oggettivo, strutturale, del livello delle forze produttive. La maturazione rivoluzionaria, la coscienza del soggetto rivoluzionario, condizione soggettiva e sovrastrutturale, è un dato oggettivo strutturale del livello delle forze produttive: rappresenta la condizione, il modo di essere, della forza produttiva proletariato. Chi attribuisce alla teoria rivoluzionaria di Marx un carattere volontaristico non tiene conto di tutto questo e, pensando di muovergli una critica a partire da contraddizioni interne tra carattere oggettivo dei processi economico sociali e carattere soggettivo della rivoluzione proletaria, in realtà gli muove una critica dall'esterno, fuori dalla concezione marxiana e marxista.
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#1 michele castaldo 2019-03-08 09:19
« [...] solo la comprensione del suo malessere può favorire il passaggio dalla condizione di oggetto a condizione di soggetto».
Caro compagno se vogliamo essere onesti fino in fondo con noi stessi prima ancora di esserlo con gli altri dobbiamo trovare la forza di affermare che il concetto che espone Lucas, non molto diverso da quel che pensava Gramsci e tanti altri intellettuali del '900, rappresenta l'errore teorico di fondo in cui siamo incorsi gran parte di quanti si sono richiamati e tuttora si richiamano al marxismo.
Più correttamente Rosa L. ne L'accumulazione del capitale, e ancora prima negli scritti contro Bernstein, metteva in luce sia l'impersonalità del modo di produzione capitalistico, sia il suo destino in quanto movimento finito.
Se continuiamo a percorrere la strada dell'acquisizione della coscienza attraverso la scienza della conoscenza la storia ci passerà sotto il naso, perché quello che noi (con Marx) individuiamo come soggetto è parte di un tutto, ovvero del movimento generale degli uomini con i mezzi di produzione in un rapporto in cui tutto si tiene o niente si tiene seppure in modo combinato e diseguale.
Qual'è il paradosso? Quello di aver voluto vedere nel capitalismo ascendente la sua fase declinante proprio perché si rincorreva il soggetto classe operaia e la sua presa di coscienza rivoluzionaria; mentre oggi che il capitalismo è in crisi come movimento storico (come pensava Rosa L.) molti marxisti si spremono le meningi per migliorarlo piuttosto che lavorare per abbreviare la sua implosione.
Michele Castaldo
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