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Una spiritualità laica per salvarci dalle insidie del Minotauro

di Silvano Tagliagambe

Un invito alla lettura del nuovo libro di Paolo Bartolini "Desiderio illuminato e spiritualità laica. La radice cristiana per una fede non dogmatica"

NEWS 262775Abitare il "tra": questo è il principio epistemologico ed etico che mi accomuna al denso e interessante libro di Paolo Bartolini. La radice cristiana per una fede non dogmatica, la cui ricerca è alla base del Desiderio illuminato dell'autore di esplorare i possibili percorsi di confronto con la Spiritualità laica. Desiderio che fa i conti, innanzi tutto, con l'imprescindibile esigenza di ripensare il nostro universo culturale per renderlo disponibile ad accogliere ciò che di vitale e positivo può provenirci da fuori.

Ed è qui che emerge tutto l'enorme potenziale di conoscenze e azione insito nel concetto di spazio intermedio, di cui troviamo un'espressione diretta nel Vangelo quando Gesù dice «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt. 18,20), passo nel quale quel "in mezzo a loro" può essere tradotto anche con "tra loro", appunto.

Ma è soprattutto nel pensiero-linguaggio cinese, come osserva il filosofo Francois Jullien, il quale consacra da anni la sua vita al confronto con questa cultura, che si ha una valorizzazione di questo tipo di spazio:

«Propriamente parlando il tra non "è". Come si potrà dirne "qualcosa", se non negativamente? È per questo che i greci, avendo gli occhi fissi sugli opposti determinati, [...] i soli definiti con tratti marcati di "essere", non hanno riconosciuto alcuna capacità al "tra", inconsistente come appare; di conseguenza, non l'hanno pensato. L'hanno osservato solo secondo ciò di cui esso è il tra ed è solo quel "ciò di cui" a essere qualificato. Hanno quindi pensato la presenza o l'assenza, l'una come alternativa dell'altra, sua contraddittoria; oppure il vuoto o il pieno, la mancanza o la soddisfazione».

Il pensiero cinese, diversamente, fa del "tra" un catalizzatore di vita senza impigliarsi nella logica degli estremi antagonisti: 

«Al contrario il tao, la "via", dice quel tra che non si lascia determinare in alcun modo, ma che non cessa di lasciar passare, in cui si può "evolvere" con agio; lì non si versa mai fino a riempire né si attinge fino a esaurire, né si satura né si priva; al tempo stesso si ritirano gli stadi estremi, drammatici, della mancanza (stadi dolorosi) e della pienezza (stadi noiosi). [...] Nel continuo scambio, in cui uno stadio chiama già l'altro, evitando gli stati insostenibili, disgiuntivi, del vuoto e del pieno assoluti, la respirazione non è forse ciò che tiene effettivamente nel tra dell'attività e della tensione che rigenera? La respirazione, che il pensiero cinese ha pensato prioritariamente, costituisce l'argomento più risoluto contro il blocco nell'una o nell'altra delle posizioni contrarie, dell'agitazione che consuma e logora, o della quiete inerte. [...] Vita e morte, che ci colpiscono per il loro evento, non "sono", a dire il vero, che per far apparire questo tra presente e senza margini, solo esistente».

Commenta Bartolini:

«È lasciandoci interrogare dal Fuori di un pensiero-linguaggio decisamente "altro" per noi occidentali che scopriamo fino in fondo il potere dello Spirito, riconoscendo quanto di vitale va perduto nel far coincidere la realtà con una Sostanza, con un Essere, con qualcosa di statico che, reclamando una sussistenza interminabile, non lascia più passare, cancella il "tra" e con esso il soffio che anima il Tutto».

Per utilizzare pienamente le enormi potenzialità insite nel "tra" e nel concetto di spazio intermedio occorre inserire nel discorso un altro tassello fondamentale e imprescindibile. Si tratta di un passaggio messo in rilievo già nel 1967 da Joseph Ratzinger, nel ruolo, che allora ricopriva, di docente di teologia, durante un corso di lezioni tenuto a Tübingen (pubblicato sotto il titolo Einführung in das Christentum). Concepire Dio come Trinità, egli affermava, fa sì che

«la supremazia assoluta del pensiero accentrato sulla sostanza viene scardinata, in quanto la relazione viene scoperta come modalità primitiva ed equipollente del reale. Si rende così possibile il superamento di ciò che noi chiamiamo oggi 'pensiero oggettivante', e si affaccia alla ribalta un nuovo pensiero dell'essere. Con ogni probabilità bisognerà anche dire che il compito derivante al pensiero filosofico da queste circostanze di fatto è ancora ben lungi dall'essere stato seguito, quantunque il pensiero moderno dipenda dalle prospettive qui aperte, senza le quali non sarebbe nemmeno immaginabile»[1].

Quello che è certo è che, oggi, anche la scienza sembra andare in questa direzione di riconoscimento del carattere primario della relazione rispetto alle idee di sostanza e di proprietà. Se prendiamo, ad esempio, la fisica, che ha costituito la disciplina scientifica di riferimento del paradigma fin qui analizzato, troviamo affermati, a proposito degli sviluppi determinati dallo studio del mondo microscopico, con la meccanica quantistica, ma anche dell'universo nel suo complesso, con la cosmologia quantistica, principi che provo a elencare, sintetizzandoli e ovviamente schematizzandoli proprio per dare almeno un'idea approssimativa della rivoluzione teorica in atto:

1. Le relazioni danno origine alle cose e non viceversa (118)

2. Lo spazio fisico è il tessuto risultante di una trama di relazioni. Le cose non abitano lo spazio, abitano l'una nei paraggi dell'altra e lo spazio è il tessuto delle loro relazioni di vicinanza (152-153);

3. Le cose cambiano solo in relazione l'una all'altra (159);

4. Per poter pensare il mondo è indispensabile una struttura concettuale di riferimento (184);

5. Il mondo è una rete di correlazioni e di reciproche informazioni tra sistemi fisici (211);

6. Un sistema fisico si manifesta sempre e soltanto interagendo con un altro. Quindi la descrizione di un sistema fisico è sempre data rispetto a un altro sistema fisico, quello con cui il primo interagisce. Qualunque descrizione dello stato di un sistema fisico, di conseguenza, è sempre una descrizione dell'informazione che un sistema fisico ha di un altro sistema fisico, cioè della correlazione fra sistemi;

7. Non esistono stati di cose che non siano, esplicitamente o implicitamente, riferiti a un altro sistema fisico. Per comprendere la realtà è necessario tener presente che ciò cui ci si riferisce, quando parliamo di essa, è strettamente legato a questa rete di relazioni, di informazione reciproca, che tesse il mondo. La rete non è fatta di oggetti. È un flusso continuo e continuamente variabile. In questa variabilità stabiliamo dei confini che ci permettono di parlare della realtà. Pensiamo a un'onda del mare. Dove finisce un'onda? Dove inizia un'onda? Chi può dirlo? Eppure le onde sono reali. Pensiamo alle montagne. Dove inizia una montagna? Dove finisce? Quanto continua sotto terra? Sono domande senza senso, perché un'onda o una montagna non sono oggetti in sé, sono modi che abbiamo di dividere il mondo per poterne parlare più facilmente. I loro confini sono arbitrari, convenzionali, di comodo. Sono modi di organizzare l'informazione di cui disponiamo o, per meglio dire, forme dell'informazione disponibile (220-221);

8. Sotto questo aspetto non c'è poi quindi tanta differenza tra la realtà fisica e la natura di un uomo, che non è data dalla sua conformazione fisica interna, ma dalla rete di interazioni personali, familiari e sociali in cui esiste. In quanto "uomini", noi siamo ciò che noi stessi conosciamo di noi e ciò che gli altri conoscono di noi. Siamo complessi nodi in una ricchissima rete di reciproche informazioni (223);

9. Tutto questo non è una teoria. Sono tracce, sulle quali ci stiamo muovendo per cercare di comprendere di più del mondo intorno a noi (223).

I numeri tra parentesi dopo ogni singolo punto si riferiscono alle pagine di un bellissimo libro dal quale ho tratto questo elenco [2]. Si tratta dell'opera di Carlo Rovelli, un fisico, creatore di una delle principali linee di ricerca in gravità quantistica (dirige il gruppo di ricerca in questo campo dell'università di Aix-Marsiglia) che è tra i ricercatori più attenti alle implicazioni filosofiche dell'indagine scientifica.

Ognuno può misurare la distanza di questo secondo paradigma, di cui sono stati appena riassunti i principi ispiratori e i cardini, rispetto a quello meccanicistico. Quest'ultimo procede dalle parti al tutto, secondo uno schema tipicamente bottom-up, dal basso all'alto. L'alternativa che emerge dagli sviluppi della fisica contemporanea, in particolare della meccanica e della cosmologia quantistiche, procede invece dal tutto alle parti, secondo un andamento top-down, dall'alto in basso, dal tutto alle parti, per cui possiamo riassumerne l'idea portante dicendo che dobbiamo fin dall'inizio avere un'idea generale del funzionamento dell'intero sistema, prima di esaminarlo in dettaglio. Il rovesciamento di prospettiva non potrebbe essere più chiaro e netto.

Assumere questo tipo di ontologia, osserva Bartolini, consente per ogni soggetto che lo desideri, di ascoltare il richiamo dello Spirito assumendo rispetto a esso una postura esistenziale a-duale, consapevole della relazione vitale che lega ciascuno di noi al proprio ambiente e lo apre a un Sacro misterioso, ricco di potenziali creativi. In questo modo si può disporre dei presupposti teorici necessari per raccogliere l'invito di Carlo Sini, il quale, partendo da un originale "pensiero delle pratiche" e muovendo da un materialismo non dogmatico, invoca una nuova arte della vita che sfoci nella cura condivisa della casa di tutti: il nostro pianeta.

Il "tra" è però anche lo strumento concettuale, prima ancora che linguistico, che ci consente di impostare in termini diversi dall'usuale dualismo il rapporto tra corpo e mente. Qui il discorso di Bartolini lega analisi filosofica e dimensione religiosa prendendo spunto, per rappresentare in modo alternativo questo rapporto, dalla croce, i cui

«due assi rimandano (per coincidenza o segreta assonanza?) alla dimensione verticale e a quella orizzontale della vita umana. Sull'asse verticale la relazione in gioco è quella tra Uno e Bino, dove una mente personale prova a organizzare il marasma sensoemotivo che affonda le radici nella fisicità dell'individuo; sull'asse orizzontale la relazione vede come protagonisti il soggetto e gli altri esseri umani che, mediante il loro riconoscimento, lo mettono in condizione di badare ai propri bisogni e di accrescere la conoscenza di sé».

A dare consistenza e spessore a questo asse orizzontale è stato soprattutto Wilfred Bion, il cui contributo pionieristico alla creazione di un'auspicabile etica del riconoscimento viene così illustrato da Roberto Finelli:

«Il pensiero nasce perciò, alla sua origine, come "eclissi del corpo": quale capacità cioè di contenere e dare ordine alla molteplicità, confusa e rapsodica, come scrive A.B. Ferrari, delle sensazioni ed emozioni che invadono dall'interno il corpo, dal momento in poi della nascita. Deve cioè essere in grado, con una presa di distanza, di dare un nome e una rappresentabilità alla tensione emozionale che nasce da quel "primigenio principio generatore di vita" che è il nostro corpo, pena l'intensificazione e il dominio della percezione sensoriale che toglierebbe ogni capacità di dar forma e ordine al mondo interno di ciascuno. Ma è [...] l'opera di Bion che, approfondendo l'impianto freudiano, ha consentito di comprendere che questo percorso sull'asse verticale di costituzione dell'essere umano - questa accensione di un dialogo tra corpo e mente - non si dà, se la mente gracilissima e impotente del bambino dell'uomo non venga prima accolta e contenuta da un'altra mente (quella della madre o di chiunque ne faccia le funzioni), che possa sentire e definire dentro di sé i bisogni e le emozioni di quella mente, per restituirglieli, smorzati di urgenza e di terrore, e configurati all'interno di un campo concreto di soddisfacimento. L'asse verticale del riconoscersi, quale relazione mente-corpo emozionale, non si costituisce cioè senza l'asse orizzontale del riconoscimento, attraverso il quale la mente dell'altro porta dentro di sé la mia mente, consentendole di raffreddare l'emozione e di avviare un dialogo con la propria affettività».

È ancora il "tra", infine, a consentirci di sondare la relazione sfuggente tra il visibile e l'invisibile, evitando che tra questi due mondi si frapponga un confine inteso come linea di demarcazione invalicabile, con conseguente profonda scissione tra la fede e la ragione. È stato soprattutto Pavel Florenskij a esplorare questo confine, questo spazio intermedio di contatto, proponendo quel concetto di luminosità interiore che F. Malcovati rende correttamente con "translucidità". La translucidità, ovvero quel grado di trasparenza di un corpo che consente di distinguere approssimativamente la forma, ma non i contorni, di un oggetto posto dietro di esso, è la condizione tipica della realtà di confine, vale a dire di tutto ciò che, pur essendo estraneo alla coscienza, è tuttavia capace di entrare in un qualche tipo di relazione con essa, dimostrata dal fatto che è comunque in grado di far risuonare e produrre significati al suo interno, anche se, ovviamente, non in modo immediato, ma attraverso un prolungato lavorio di scavo e di approfondimento.

Facendo proprio questo concetto Bartolini si chiede quale ambito dell'esistenza umana permetta di vivere con maggiore intensità questa verità translucida, l'intuizione di un'ulteriorità che si dona solo a chi veramente l'ha cercata con tutto se stesso/a. Una risposta convincente è data, a suo giudizio, dalla penetrazione reciproca dei corpi e delle anime che l'amore rende possibile. L'incontro amoroso inaugura spazi di intimità nei quali ogni fase del nostro essere (fisico-chimica, biologica, psichica e spirituale) vibra in assonanza con le altre. Certo «non mancano qui lacerazioni e fratture, veri e propri peccati che, sul punto di confine, tradiscono la promessa di trascendenza insita in ogni relazione»: eppure, conclude l'autore «la mia sensazione è che nel desiderio di unione e riconoscimento prefigurata dall'amore si esalti un'esperienza di saggezza irrinunciabile per coloro che hanno sentito almeno una volta il richiamo dello Spirito». Si tratta di una prospettiva che fa propria e riprende anche per quanto riguarda questo aspetto la lezione di Florenskij, il quale non a caso dedica all'amicizia e all'amore l'undicesima delle dodici lettere in cui si articola il suo capolavoro La colonna e il fondamento della verità, la più importante e originale delle opere di teologia della religione ortodossa. Qui troviamo scritto che: «L'attività spirituale nella quale e per la quale è data la conoscenza della "colonna della verità" è l'amore» [3]

Questo amore va inteso certo in modo spirituale, ma non solo, in quanto «la "comunità" dell'amore non deve limitarsi a un'idea astratta ma esige assolutamente manifestazioni sensibili e concrete fino allo "stretto" contatto compreso» [4].

Fondamentale per capire il significato e il valore di questo contatto inteso anche come desiderio sessuale è la profonda riflessione di Romano Màdera in un libro ispirato ad Epicuro:

«L'importanza decisiva del desiderio sessuale sta [nella] ripresa del riconoscimento materno, trasformato in età adulta nel riconoscimento dell'alterità nell'unità fondamentale della specie. Momento nel quale l'unità di due differenti desideri, pienamente autonomi e coscienti, cerca il completamento, e in esso ricrea - col concepire - l'unità superiore della specie. Che maternità e paternità non siano, e non debbano essere forzatamente, risultati concreti dell'amore, non toglie che l'amore sessuale sia naturalmente ordinato alla riproduzione né che, psicologicamente, la figura del terzo, in quanto risultato del rapporto e del reciproco riconoscimento dei due, sia presente, in modo più o meno consapevole. Il figlio carnale non è, per questo modo di vedere, più del figlio simbolico. In questo senso, l'amore sessuale riprende l'amore originario e ridiventa l'amore originario: esso è giustamente il simbolo dell'inizio e della fine, il circolo del compimento» [5].

Poco oltre Màdera aggiunge, condensando in poche righe una consapevolezza maturata al crocevia tra psicoanalisi, filosofia e spiritualità, che

«[.] l'amore non può essere imprigionato nell'amore sessuale, in quello familiare o amicale, che l'amore ha una vita transpersonale. In fondo, oggi credo che filosofia e religione non siano che forme di espressione sempre parziale e irrisolta della vita transpersonale dell'amore» [6].

L'incontro con Màdera, che è poi diventato il suo analista, è stato fondamentale per Bartolini, come egli stesso dichiara, anche per trovare una risposta convincente al problema della presenza del male e alle ragioni di questa sua incombente e oppressiva pervasività. Sono state le parole che seguono, infatti, a dargli un conforto e uno stimolo per mantenere aperta la ricerca di un senso al crocevia tra materialismo, cristianesimo e "filosofia perenne":

«[...] nel mito cristiano la Resurrezione potrebbe indicare [...] la liberazione dal sepolcro di ogni dimensione religiosa ancorata proiettivamente e concretisticamente a un oggetto supremo, fosse pure l'oggetto Dio pensato come entità, o personalità, suprema. Un intendimento spirituale comprenderebbe così la permanenza della morte e del male, anche dopo la rivelazione compiuta, poiché non si tratterebbe affatto dell'eliminazione della morte e del male in quanto realtà naturali e culturali, ma del trascendimento del loro significato - cioè, in apparente paradosso, la liberazione dalla morte e dal male finisce per manifestarsi come la loro piena accettazione e, con ciò, la loro trasfigurazione. Lo Spirito infatti non è qui o là, non è questo o quello - proprio perché è anche qui e là, è questo e anche quello. Persino la contraddizione tra natura e spirito può essere superata. Si può infatti dire che tutto è natura. Ma che la cultura cura e guarisce la natura, generando nella storia uno spirito che è così prezioso, strano e irriducibile alla genesi dai suoi bisogni materiali, da poterlo chiamare umano e al tempo stesso divino, per la qualità [...] della sua capacità di misericordia, di benedizione al di là di ogni maledizione. Già il fatto che un tale spirito e una tale umanità siano stati anche soltanto immaginati costituirebbe prova sufficiente della loro trascendenza. Peraltro anche in biologia si pensa la complessità come insieme di livelli di organizzazione della materia vivente irriducibili alle loro premesse, tanto più questo principio deve valere per lo psichico e le creazioni dello spirito. Sarebbe bizzarro comprendere una cantata di Bach e il suo effetto su di noi rimanendo sul piano delle leggi fisiche del suono. [...] Diciamo spirituale proprio questo senso di eccedenza volatile, inclassificabile per qualsiasi scienza, irrappresentabile per ogni culto: in spirito e verità ogni genere di santuario - anche i santuari della mente - diventa una realtà trascurabile» [7].

Sulla base di questa esperienza personale Bartolini ritiene di poter affermare che l'unica cura per la nostra epoca dominata dagli egoismi, dalle divisioni, dalla paura del fallimento e dalla tentazione della violenza, è questa comunione tra le persone, che libera il desiderio dalle catene della ripetizione, stimolata dall'analisi biografica a orientamento filosofico, la quale, oltre a essere un'originale terapia dell'esistenza, è un esercizio spirituale volto a promuovere, in chi ascolta e in chi racconta la propria storia, il riconoscimento di questa "legge più profonda" che agisce oltre la nostra dimensione egoica. L'incontro tra pratiche filosofiche e psicologia del profondo esprime al massimo il suo potenziale di conversione mediante sette forme di trascendenza ben precise: 

  1.    la trascendenza verso gli altri, esplorata nei suoi connotati affettivi, politici;                     
  2.     la trascendenza verso il discorso vero, da ripensare secondo le coordinate di una verità condivisa che rifiuta i tratti dell'universalismo astratto;
  3.     la trascendenza verso il mondo, tradotta nel rispetto dell'ecosistema e della vita materiale che ci consente di "essere";
  4.    la trasfigurazione del negativo, che richiede di integrare le ombre nella nostra personalità totale senza cedere alla tentazione distruttiva di "negare il negativo";
  5.     il desiderio di desiderio, intravisto nella distinzione che viene operata tra un desiderio illuminato senza "oggetto" e un desiderio cieco costretto alla coazione a ripetere dei piaceri imposti;
  6.     il magistero interiore, evocato dalla figura-Sé di Gesù Cristo intesa come una fonte di saggezza più profonda di qualunque intenzione cosciente;
  7.     l'orizzonte mitobiografico, che permette di intravedere, dietro alle singole vicende biografiche, un disegno più vasto.

Nella cornice mitobiografica, secondo Bartolini, ogni esperienza di vita assume un valore esemplare, e lo fa tanto di più quando, nell'odierna fase neoliberista del capitalismo globale, suggerisce modi di vivere, amare e consumare che si distaccano, più o meno consapevolmente, dal mito imperante della crescita quantitativa, della competizione generalizzata e del potere per il potere.

Su queste basi, così lucidamente enucleate, viene impostato, in conclusione, il discorso di una spiritualità laica pensata, dentro l'intelaiatura concettuale ed esistenziale esposta, come fedeltà alla vocazione trasformativa di sé-con-gli-altri, espressione della libertà della cultura come origine e destinazione dell'avventura umana.

I contributi in direzione di questo tipo di spiritualità, che getta un ponte indispensabile tra religioni e posizioni filosofiche anche molto diverse fra loro, sono molteplici e anche eterogenei. Ciò che li unisce, a giudizio di Bartolini, è un destino comune: la vocazione a un'alleanza volta a ristabilire rapporti sociali, con la natura e con il divino finalmente esenti da costrizione e da violenza.

A partire da questo tipo di spiritualità può essere proposta una "fede non dogmatica" che mostra, in ultimo, i seguenti tratti distintivi:

§  è aperta al dubbio (perché la ragione critica preserva il Mistero da un'indebita oggettivazione e dalla sua fossilizzazione nelle forme storiche codificate dall'istituzione);

§  pensa alla verità come a un processo relazionale in evoluzione, a una realtà invisibile e operante che si esprime in figure culturalmente transitorie senza esaurirsi mai in esse; [8]

§  accetta il conflitto senza mai cedere alla guerra e alla sua logica di distruzione delle differenze;

§  benedice la Terra e si adopera, in un'ottica di sobrietà e convivialità, affinché le condizioni per una vita buona siano garantite a tutti gli esseri umani (qualità dell'aria, dell'acqua, del cibo, dell'accesso all'arte e alla bellezza, del lavoro, dell'abitazione, delle relazioni umane, della partecipazione democratica);

§  non separa le sfere della contemplazione e dell'azione, valorizzando tanto il lavoro interiore quanto l'impegno civile;

§  ritiene che la paura della morte non abbia il diritto di diventare la padrona della vita;

§  non vede la materia come un ostacolo, e piuttosto la onora scorgendo in essa il tempio dell'Amore invisibile;

§  sa apprezzare la portata dell'esperienza del singolo essere umano, considerando ogni persona un'espressione unica e irripetibile del gruppo storico di appartenenza e della Vita nel suo complesso;

§  si avvale di una conoscenza amorosa della Realtà che integra, mediante la forza evocativa del simbolo, entrambe le forme del pensiero umano (quella indirizzata, logica, calcolante e quella onirica, analogica, immaginativa);

§  è amica di chiunque la cerchi con tutto se stesso, ma non è proprietà di nessuno. 

Una bella lezione di alto valore morale che fa proprio, interpreta e sviluppa quello che personalmente ritengo il più alto esempio di imperativo etico proposto nel nostro tempo: l'invito a un'azione orientata a produrre sempre nuove possibilità per sé stesso e per il prossimo formulato da Heinz von Foerster [9] con il suo "agisci sempre in modo di accrescere il numero totale delle possibilità di scelta". "Do ut possis dare", do affinché tu possa dare di più. Seguendo questa traccia ci si orienta verso una strategia di continua creazione di possibilità nella quale ogni decisione, ogni azione, ogni comportamento, attualizza una parte del possibile mentre crea un nuovo possibile. Non, quindi, il possibile in modo generico e indeterminato, come risultato dell'esclusione di ciò che è necessario e ciò che è impossibile, ma il possibile come l'inserimento di ciò che è dato nell'orizzonte delle sue possibili trasformazioni, concepibili e concretamente realizzabili.

Questo imperativo è importante perché coglie ed esprime la tendenza fondamentale sia della vita, sia della conoscenza, in virtù del forte legame che viene sempre più istituito tra di esse, che vogliono continuamente sperimentarsi, espandersi, calpestare le frontiere, ridurre le terre di nessuno.

La "vita vivente" e il processo della conoscenza vogliono proprio questo. Imprevedibilità, invenzione, di conseguenza, vanno accettate e coltivate con attenzione, garantendo a esse l'indispensabile ancoraggio alla realtà esistente, al costante confronto con la quale non ci si può, ovviamente, sottrarre.

Questo imperativo è l'opposto della apparente virtù del donare. La legge del dono, infatti, è basata sulla logica simmetrica, insita nel principio di reciprocità, per cui Rab=Rba (la relazione tra a e b deve essere uguale alla relazione tra b e a, come accade, ad esempio, nel caso della relazione di "fratello di"). Essa esclude per principio ogni forma di incremento, di arricchimento delle possibilità in gioco, tutta racchiusa com'è nell'orizzonte dell'aspettativa dello scambio paritetico, senza quel guadagno e quella disponibilità a favorire l'accrescimento dell'altro e, attraverso questo, lo sviluppo complessivo di tutti. Quanto diversa, rispetto a questo "do ut des", sia la logica della vita e della conoscenza che si espandono  e che esigono che ogni cosa sia messa in condizione di "crescere per forza propria" ("do ut possis dare"), ce lo dicono con chiarezza tutte le ricerche relative alla struttura interna e al funzionamento degli organismi viventi e dei sistemi cognitivi, dalle quali emerge in modo chiaro un'esigenza fondamentale e imprescindibile sia per gli uni che per gli altri, quella di espandersi e di arricchire continuamente le proprie possibilità, sperimentando e innovando.

L'incremento e il potenziamento delle capacità individuali che scaturisce se si segue questo imperativo è una risorsa inestimabile che va a beneficio della società nel suo complesso, la quale diventa così un sistema integrato di persone legate tra loro senza cuciture, senza fili, da un insieme di relazioni immateriali sì, ma così dense di significato da consentire loro di orientarsi insieme nel labirinto della vita e di sostenersi a vicenda, in una rete solidale di mutua cooperazione che costituisce, al giorno d'oggi, l'unico filo di Arianna che può salvarci dalle insidie del Minotauro, essere mostruoso e feroce con il corpo della misantropia e dell'asocialità e il volto dell'avidità e del profitto.

La fede non dogmatica e la spiritualità laica di cui Bartolini ci dà un esempio altamente significativo in questo volume ci dicono non solo che cosa, ma come si può fare per mettere in pratica quell'imperativo, espressione di autentico e disinteressato amore per il prossimo.


NOTE
[1] J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia, 19696, pp. 140-141. Ho tratto questa citazione da L. Zak, Verità come ethos, cit., p. 479.
[2] C. Rovelli, La realtà non è come appare. La struttura elementare delle cose, Raffaello Cortina, Milano, 2014
[3] P. Florenskij, La colonna e il fondamento della verità, Introduzione di E. Zolla, Rusconi, Milano1998, p. 460.
[4] Ibidem, p. 507.
[5] R. Màdera, Il nudo piacere di vivere. La filosofia come terapia dell'esistenza Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2006, p. 84.
[6] Ivi, p. 88.
[7] R. Màdera, "L'epoca dello spirito in Gioacchino da Fiore nell'interpretazione di C.G. Jung", in G. Kaufman (a cura di), Fra Cristo e il Sé. Saggi su psicologia analitica e cristianesimo, Vivarium, Milano 2009, pp. 169-170.
[8] Sul rapporto tra la verità e le sue innumerevoli figure storiche si veda, in particolare, l'opera del filosofo Carlo Sini.
[9] H. Von Foerster H. (1982), Sistemi che osservano, tr. it. Astrolabio, Roma, 1987, p. 233.

Commenti   

#2 Eros Barone 2017-04-01 00:17
Il vacuo sermone spiritualistico che Silvano Tagliagambe ci ammannisce in questa articolessa mostra tutta la distanza che intercorre tra le sue origini intellettuali (allievo della scuola filosofica di Ludovico Geymonat, fondata sul rilancio del materialismo dialettico) e i suoi attuali approdi oscurantisti e fideisti. Una regressione intellettuale che assume un significato emblematico nel lungo Termidoro controrivoluzionario e anticomunista subentrato agli anni Settanta del secolo scorso. Può essere opportuno confrontare la capitolazione ideologica qui esemplificata con la posizione di Albert Einstein sulle religioni: «Per me, la parola dio non è niente di più che un’espressione e un prodotto dell’umana debolezza, e la Bibbia è una collezione di onorevoli ma primitive leggende, che a dire il vero sono piuttosto infantili… Nessuna interpretazione, non importa quanto sottile, può farmi cambiare idea su questo… Per me la religione ebraica, come tutte le altre, è un’incarnazione delle superstizioni più infantili. E il popolo ebraico, del quale pur mi compiaccio di far parte e con la cui mentalità sento un’affinità profonda, per me non ha qualità differenti da quelle di qualsiasi altro popolo. Per quanto posso dire sulla base della mia esperienza, gli ebrei non sono migliori di altri esseri umani, a parte il fatto di essere protetti dai cancri peggiori perché hanno poco potere. In essi non vedo niente di eletto». Così scriveva il grande scienziato e filosofo, il 3 gennaio 1954, un anno prima di morire, al filosofo Eric Gutkind, che gli aveva inviato una copia di un suo libro sulla religione. Le affermazioni di Einstein, contenute nella lettera testé citata, sono limpide e chiare come l’acqua dei laghi svizzeri e dimostrano la forza profonda e irresistibile della razionalità storica e scientifica, allorché questa viene applicata all’analisi e alla valutazione delle ideologie religiose. Naturalmente, Einstein non poteva prevedere rivolgendosi nel 1954 a Gutkind, il quale aveva rifiutato l’offerta dello Stato di Israele di diventare il suo secondo presidente della repubblica, che gli ebrei, “protetti dai cancri peggiori perché hanno poco potere”, sarebbero stati colpiti anch’essi da quella malattia mortale, di cui la politica militarista, razzista ed espansionista dello Stato di Israele ha fornito così tanti esempi nella seconda metà del Novecento e in questo primo decennio del ventunesimo secolo. Ma le sue considerazioni sul carattere superstizioso e infantile della religione (di qualsiasi religione), da cui, fra l’altro, discende la constatazione dell’eguaglianza degli ebrei rispetto a qualsiasi altro popolo, hanno il significato e il valore che appartengono alle verità che non temono confutazione alcuna.
Citazione
#1 francesco Zucconi 2017-03-31 22:59
Premesso che tutte le visioni della fisica moderna
sopra ricordate hanno si' valore, ma solo se
si ricorda l'assoluto degli assoluti, ossia
che la velocità della luce è indipendente
da qualsiasi punto di vista di qualsivoglia osservatore!
La fisica moderna, nelle sue profondita',
alle volte, sembra
moderna quanto lo sono le speculazioni
angeologiche del medioevo!
Quella descritta nell'articolo è una profonda
quanto diffusa spiritualità massonica.
Vi è certamente bisogno
di una maggior diffusione di essa se vorremo avere un futuro di pace e di fraternità. Ottimo lavoro
Citazione

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