Se si abbassasse lo scudo delle agenzie di rating sarebbe la fine dell’eccezionalismo finanziario americano
Perché dollaro su oro giù?
di Francesco Cappello
Lo “scudo” delle agenzie di rating è l’unica cosa che oggi permette agli Stati Uniti di continuare ad accumulare debiti enormi a costi relativamente bassi. Una volta rimosso questo scudo, il capitale finanziario accelererebbe drasticamente la sua migrazione verso est segnando la fine dell’eccezionalismo finanziario americano.
Il dollaro è diventato così raro e necessario che tutti sono disposti a svendere l’oro pur di averlo. Questo a causa dell’aumento dell’aumento dei prezzi dell’energia che richiede più dollari di quanti il sistema bancario sia disposto a prestare
L’economia globale sta subendo un vero e proprio trauma da arresto circolatorio. La paralisi dello Stretto di Hormuz ha innescato un effetto domino che ha raggiunto settori apparentemente lontani, come l’alta tecnologia e l’agricoltura di precisione, con aumenti che rendono il quadro ancora più fosco vedi nota [1].
Questo scenario conferma l’ipotesi di una “liquidazione forzata”: quando tutto ciò che serve per produrre e muovere merci costa il doppio, la stabilità finanziaria dell’Occidente diventa una finzione che solo il silenzio delle agenzie di rating riesce ancora, a fatica, a proteggere.
Inganno, tradimento e omertà finanziaria
Il sipario si solleva su quella che le cronache ufficiali dipingono come un’ineluttabile collisione geopolitica, ma che a un’analisi più attenta rivela la sua vera natura di sofisticata manovra finanziaria giocata con mazzi truccati.
Mentre l’attenzione collettiva è ipnotizzata dai movimenti cinetici delle truppe, nelle cripte dell’alta finanza si sta consumando un’operazione di chirurgia economica che mira a un obiettivo duplice: l’estrazione dell’ultimo atomo di profitto dal sistema dollaro e il sistematico smantellamento della presidenza Trump
Il primo enigma che ci interroga riguarda l’oro, quel barometro dell’ansia globale che, paradossalmente, declina proprio mentre i venti di guerra soffiano più forte. In ogni canone storico, il metallo prezioso dovrebbe rifulgere nelle fasi di incertezza; eppure, assistiamo a una sua flessione speculare all’ascesa del dollaro.
Ma attenzione, non si tratta di una ritrovata fiducia nell’economia reale americana, bensì di una spietata crisi di astinenza monetaria. Una crisi di liquidità (vedi nota [2]). Con il prezzo dell’energia che lievita a causa delle ostilità, il mondo si ritrova a mendicare dollari per onorare le transazioni vitali.
Poiché il sistema bancario internazionale, paralizzato dal rischio, ha sigillato le linee di credito, gli investitori sono costretti a una “liquidazione forzata”: svendono l’oro per ottenere quella liquidità in dollari diventata rara e preziosa come ossigeno in alta quota.
In questo scenario agisce l’élite dei grandi capitali speculativi — quei nuclei di potere finanziario che muovono i mercati globali.
Questi architetti del profitto hanno orchestrato la più classica delle trappole: dopo aver alimentato le aspettative di rialzo sui beni rifugio hanno ora innescato vendite massicce, lucrando sulla disperazione dei piccoli risparmiatori rimasti intrappolati nel crollo. Mentre queste entità accumulano ricchezze sulle oscillazioni del mercato, esse ottengono un vantaggio collaterale non trascurabile: l’erosione della Trumpeconomics.
La domanda di dollari causata dalla crisi di liquidità ne ha alzato il valore in modo patologico per l’economia americana.
Un dollaro artificialmente forte agisce infatti come una zavorra sulle esportazioni americane, mentre l’inflazione derivante dai costi energetici obbliga la Federal Reserve a mantenere tassi d’interesse elevati, trasformando le promesse di rinascita industriale in un cumulo di debiti inesigibili.
Tuttavia, sorge spontanea una domanda: come può una nazione con una probabilità di recessione del sessanta per cento conservare un giudizio di massima affidabilità presso le agenzie di rating? La risposta risiede in un’omertà finanziaria sistemica. Se i guardiani del credito osassero declassare i titoli di Stato americani, l’intero edificio della finanza mondiale collasserebbe istantaneamente. Il debito degli Stati Uniti è infatti l’unità di misura universale; se si ammettesse che il metro è fallato, ogni altra valutazione sul pianeta diventerebbe priva di senso.
Le agenzie di rating, lungi dall’essere arbitri imparziali, stanno perciò rispondendo a logiche di proprietà incrociata. Bisogna tener presente che i loro principali azionisti sono i medesimi giganti della gestione patrimoniale globale — realtà come BlackRock o Vanguard — che detengono nei loro portafogli oceani di debito pubblico statunitense. Declassare quegli asset significherebbe ammettere che i fondi pensione di milioni di lavoratori sono colmi di titoli deteriorati. Se questi crollassero trascinerebbero con sé la domanda interna statunitense con un tracollo catastrofico dei consumi.
È un circuito chiuso dove il controllore è socio del controllato, un gioco di prestigio volto a nascondere l’insolvenza sotto il tappeto della credibilità formale.
In tale prospettiva, il conflitto in Medio Oriente appare come una magistrale cortina fumogena. Mentre il dibattito pubblico si perde in analisi strategiche, i grandi gestori del risparmio globale stanno operando il definitivo trasferimento di ricchezza verso nuovi approdi.
Una volta esaurita la capacità di estrazione dal vecchio continente americano e ridotta la politica nazionale a un’impotente incoerenza, questi flussi di capitale non avranno alcuno scrupolo a migrare verso i mercati asiatici, lasciando l’Occidente a fare i conti con un castello di carte che non ha più nessuno pronto a sostenerlo.
Se le agenzie di rating dovessero cedere alla realtà dei fatti e declassare il debito pubblico degli Stati Uniti, ci troveremmo di fronte a un evento di portata sismica, capace di polverizzare l’architettura finanziaria su cui poggia il risparmio mondiale. La quota del 40% detenuta dai grandi fondi d’investimento e dai gestori patrimoniali non è solo un numero: è il pilastro portante di un intero ecosistema che, in caso di declassamento, subirebbe un effetto domino devastante.
Il primo e più immediato effetto sarebbe una “liquidazione forzata” senza precedenti. Molti fondi pensione, fondi comuni e assicurazioni hanno per statuto l’obbligo di investire esclusivamente in titoli considerati di “massima sicurezza” (il cosiddetto grado AAA o Investment Grade). Se il titolo americano perdesse questa qualifica, questi colossi sarebbero legalmente costretti a vendere istantaneamente miliardi di dollari in obbligazioni. Poiché tutti cercherebbero di vendere nello stesso momento e nessuno vorrebbe comprare un titolo “degradato”, il prezzo dei titoli di Stato crollerebbe, provocando un aumento verticale dei tassi d’interesse americani.
Questo balzo dei tassi d’interesse agirebbe come una ghigliottina sulla politica economica di qualsiasi amministrazione, inclusa quella di Trump. Con tassi d’interesse alle stelle, il costo per ripagare il debito pubblico diventerebbe la voce di spesa principale dello Stato, prosciugando le risorse per la difesa, le infrastrutture e il welfare. Inoltre, poiché il debito americano è usato come “collaterale” (ovvero come garanzia) per quasi tutti i prestiti tra banche nel sistema dell’Eurodollaro, una sua perdita di valore creerebbe un buco nero nei bilanci bancari globali. Le banche si ritroverebbero improvvisamente con garanzie che valgono meno, scatenando una crisi di solvibilità che farebbe apparire il crollo del 2008 come una semplice turbolenza estiva.
Per i giganti come BlackRock, Vanguard e State Street, il declassamento rappresenterebbe un disastro reputazionale e operativo. Questi gestori hanno inserito i titoli americani in milioni di portafogli dei lavoratori di tutto il mondo, spacciandoli per l’investimento più sicuro del pianeta. Un declassamento significherebbe ammettere che il “cuore” del risparmio globale è, in realtà, un asset rischioso. La fuga di capitali che ne seguirebbe non colpirebbe solo i titoli pubblici, ma si estenderebbe alle borse e alle obbligazioni societarie, poiché se il “metro” (il debito USA) fallisce, non esiste più una base certa per dare un prezzo a nient’altro.
In ultima analisi, il declassamento segnerebbe la fine dell’eccezionalismo finanziario americano. Lo “scudo” delle agenzie di rating è l’unica cosa che oggi permette agli Stati Uniti di accumulare debiti enormi a costi relativamente bassi. Una volta rimosso questo scudo, il capitale finanziario accelererebbe drasticamente la sua migrazione verso est. Il mondo si dividerebbe in blocchi monetari diversi e il dollaro perderebbe il suo status di moneta di riserva, lasciando gli Stati Uniti in una depressione economica caratterizzata da inflazione alta e crescita zero o addirittura negativa, proprio quella trappola da cui la finanza mondiale, dopo aver banchettato sulle macerie, cercherà di fuggire spostandosi verso i mercati asiatici.










































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