Vuoi iscriverti alla newsletter? - Se non ci riesci segui le istruzioni del modulo sotto questo
Impossibile iscriversi?
Quando premi invio appare un avviso?
La soluzione è disattivare le eventuali estensioni di sicurezza tipo uBlock o Adguard, ricaricare la pagina, ricompilare il modulo d'iscrizione e al termine riavviare le estensioni.
Notizie sull'operazione speciale condotta dall'esercito russo in Ucraina
Il 22 aprile Israele ha celebrato il suo 78° giorno dell’indipendenza. Di sicuro non è stato il migliore della sua storia, in un paese che non è più giovane. Quando ero bambino il giorno dell’indipendenza era un momento di orgoglio e gioia per tutti i nuovi israeliani come me. Erano passati pochi anni dall’olocausto e dalla fondazione dello stato ebraico, e noi eravamo i figli della prima generazione di abitanti. Ricordo mio padre mentre tirava fuori la bandiera ripiegata dal cassetto e la issava sul balcone del nostro appartamento. Tutti i...
Alberto Deambrogio: Professore, oggi l’intelligenza artificiale e l’automazione spingono la produttività verso vette inimmaginabili, eppure il dibattito pubblico sembra concentrarsi esclusivamente sulla ‘distruzione’ di posti di lavoro. In che modo questa enorme capacità tecnica può invece diventare la base materiale per quella che lei definisce la ‘fine del lavoro salariato’, trasformando il tempo risparmiato dalle macchine in tempo di vita per l’individuo? Giovanni Mazzetti: Purtroppo il cambiamento al quale fai riferimento non può...
La combinazione di tecnica e di capitalismo, intrecciati in un dispositivo fine a se stesso, volto esclusivamente al proprio mantenimento e alla propria indefinita espansione, ha originato un ordine di dominio totalitario che ha annullato ogni spazio di libertà e che minaccia di cancellare la vita stessa sulla Terra. Una tecno-archía dalla quale è impossibile uscire senza prima riconoscere, insieme con l’essenza del capitalismo, anche quella della tecnica e i modi specifici del reciproco potenziamento di tecnica e capitalismo. Sono le tesi...
Mi sono presa del tempo prima di scrivere. L’ho lasciato po’ sedimentare aspettando che la prima ondata emotiva passasse, quella che ci spinge a reagire, ad accusare. A me interessa comprendere i fenomeni. In fondo, a pensarci bene, mettendoci da suo punto di vista, Eitan ha ragione. La notizia la conosciamo tutti. Eitan Bondì, ventuno anni, legato alla Comunità ebraica della Capitale, è stato fermato nella notte con l’accusa di aver esploso colpi di pistola softair contro due militanti dell’ANPI al termine della manifestazione del 25 aprile,...
La notizia è di qualche giorno fa. L’Unione Europea lancia la sua app per la verifica dell’età per accedere ai social e in generale ai contenuti digitali. La ragione sbandierata è la tutela dei minori. Ufficialmente si vuole impedire che i minori possano accedere liberamente ai social e ai siti per adulti. Intento di per sé nobile se non fosse che si tratta, appunto, di una scusa bell’e buona, perché fondamentalmente all’Unione Europea interessa relativamente il benessere dei minori (v. un esempio qui). E’ mia opinione invece che la tutela...
Tra antifascismo di facciata, sommatorie elettorali e amnesie selettive, il documento del Segretario del PRC, Maurizio Acerbo, segna il ritorno alla subalternità politica nazionale e internazionale, abbandonando ancora una volta il terreno reale del conflitto sociale. “Per un fronte costituzionale, democratico e antifascista” viene presentato come una risposta necessaria alla destra. In realtà è qualcosa di molto più semplice e molto più problematico: è il ritorno alla logica della coalizione con il centrosinistra, cioè con quelle stesse...
I dati politici più interessanti di questo 25 aprile sono stati la larga partecipazione, soprattutto giovanile, la maggior presenza (non ancora centralità, però) del tema-guerra, e l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo ufficiale di Milano. In diverse città le manifestazioni ufficiali, quelle dominate dal logoro antifascismo di stato, insopportabile per la sua falsità, non sono riuscite a monopolizzare le piazze. Almeno a Roma, Torino, Bologna e Napoli sono state molto partecipate quelle di impianto politico differente. Nel complesso...
Ne ho parlato e scritto più volte, in questi anni. Nonostante – almeno per me – ce ne sia un’assoluta evidenza, per tanti permane un bias cognitivo che impedisce di accettarlo. Un impero, nella fattispecie gli Stati Uniti, proprio in quanto tale, non possono essere stupidi; e se pure chi lo guida temporaneamente lo fosse, chi lo guida realmente non lo è – pensano. Siamo di fronte a un evidente pregiudizio, ben radicato. In realtà, e basta davvero pensarci un attimo sgombrando la mente, il declino cognitivo delle élite è esattamente uno degli...
Nell’attuale sistema di potere i governi non detengono alcuna funzione direttiva o progettuale nei confronti della società, ma svolgono il ruolo di meri organi di smistamento di denaro pubblico nei confronti delle lobby d’affari, diventate i soli veri player sul campo. I rituali della fintocrazia prevedono comunque che ciascun governo spacci sempre la stessa merce con delle diverse etichette ideologiche fittizie, riconducibili alla pantomima tra destra e sinistra. Quando si tratta di Scuola, il ministro- spacciatore di turno ha a disposizione...
Nel mese di luglio uscirà per la casa editrice della rivista Left un mio saggio, ispirato dalla figura e dall’opera di Karl Polanyi, che si configura come un grido d’allarme e, al contempo, un manuale di resistenza intellettuale di fronte al “terremoto sistemico” della modernità. La tesi di fondo è che la crisi onnicomprensiva che stiamo vivendo — una spirale catastrofica che lega finanza, geopolitica, ecologia e conflitti sociali — non sia un evento accidentale, ma il risultato inevitabile del tentativo utopico di separare l’economia dalla...
l Golfo Persico è per il momento l’epicentro del terremoto che sta spostando gli equilibri mondiali (in ottica geopolitica) e la struttura dei mercati dell’energia (in ottica macroeconomica). Il collegamento è evidente e ferreo, dunque è inutile privilegiare un’ottica rispetto all’altra. Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec – poi diventato Opec+ – che comprende anche Algeria, Nigeria, Venezuela, Gabon, Congo, Libia. Il Qatar ne è uscito nel 2019, gli Emirati Arabi Uniti ne stanno uscendo ora (dal 1 maggio). E questa è...
Noi, firmatari di questo documento, scrittori artisti letterati professori musicisti cineasti, ci appelliamo alla Pubblica Opinione per lanciare un messaggio, che ci sembra urgentissimo e necessario In Europa e in Italia, stiamo assistendo a una degenerazione della lotta politica, divenuta trasposizione della guerra sotto altre forme. Sebbene nel mondo siano attivi una sessantina di conflitti militari, tre sono le “aree di crisi” che più destano inquietudine: l’aggressione all’Iran, da parte di USA e Israele; lo sterminio del popolo...
Trump sembra sia riuscito a trasformare il sogno Maga in un pantano, e molti dei sostenitori di quel progetto iniziano a prendere le distanze, seriamente messi di fronte al fallimento e all’incoerenza del presidente. Prima prova a dare la colpa agli immigrati per i crimini più efferati, poi punta alla propaganda sul finto miglioramento dei prezzi sulle merci per gli americani grazie ai famosi dazi, sino a dirsi immune e ignaro di essere all’interno degli Epstein Files, negando la parola di una delle donne violentate da lui stesso di cui si...
La nebbia si è stesa su Washington. Il “quasi attentato” ha preso il centro della scena mediatica – del resto è avvenuto mentre erano a tavola tutti i giornalisti del mondo accreditati con la Casa Bianca – e spinto la guerra in Medio Oriente in secondo piano. Ma non serve essere grandi studiosi di geopolitica per capire che il vero cuore della situazione sta proprio lì, tra il massacro che Israele ha ripreso in Libano e lo stallo apparente nelle trattative tra Usa e Iran. Mentre il Pentagono ha approfittato del cessate il fuoco per ricomporre...
1999. Il millennium bug. "Il partito" che nella sua incarnazione DS incassò un eclatante 17% alle europee, prologo al risultato delle regionali del 2000 che avrebbero provocato le dimissioni di Massimo D'Alema. In Irlanda del Nord gli Unionisti facevano campagna con la faccia di Ian Paisley sui cartelloni e la pacificazione era ancora fuori dalla vista. Io ero un giovane senior process chemist abbastanza soddisfatto del proprio stipendio. Mi ritrovai imbucato a una festa in villa, dove un'amica aveva insediato la celebrazione del proprio...
Gli effetti della chiusura dello Stretto di Hormuz all’Occidente iniziano a farsi sentire, incidendo impietosamente sull’economia reale anche italiana. E il conto dell’assalto imperialista all’Iran viene presentato ai vassalli europei e si rileva dalle prime statistiche nazionali dell’ISTAT. Nel monitoraggio dei Prezzi alla produzione dell’industria e delle costruzioni di Marzo c’è infatti il primo vero incremento preoccupante dei prezzi sul mercato interno. Questo costituisce la prima fiammata inflativa veramente impattante, oltre a quella...
La terza mattina all’Avana raggiungo l’Ospedale pediatrico William Soler, uno dei principali ospedali del paese. L’edificio è fatiscente. Nella sala d’attesa, un immenso salone con due grandi portoni ai lati opposti spalancati perché entri la luce del sole, poche sedie... La terza mattina all’Avana raggiungo l’Ospedale pediatrico William Soler, uno dei principali ospedali del paese. L’edificio è fatiscente. Nella sala d’attesa, un immenso salone con due grandi portoni ai lati opposti spalancati perché entri la luce del sole, poche sedie,...
Eh sì, era da dire che dopo le provocazioni squadristiche di questi signori contro il prof. Angelo D’Orsi, reo di svolgere iniziative democratiche sul tema della russofobia, la risposta ci sarebbe stata di fronte all’ennesima provocazione. Stavolta a Roma: i +Europa e radicali con le bandiere dell’Ucraina sono stati accolti da una massa antifascista in un respingimento spontaneo. Mentre a Milano la Brigata Ebraica non è riuscita a entrare nel corteo del 25 aprile, respinta sempre da una massa spontanea che manifestava un bel BASTA con lo...
C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai, paradossalmente, così insicuro. Non è solo un dato economico. È un segnale politico. È la fotografia di un sistema che sta cambiando...
«La Palestina è divisiva», come il 25 aprile. Certo che è divisiva. Se si è fascisti e/o complici di genocidio. In quale universo la causa palestinese dovrebbe separare gli animi nel giorno della Liberazione? Forse accade in quello dove il 25 aprile viene ridotto a un rito di rappresentanza, fatto di corone d’alloro depositate in fretta e discorsi che rifuggono ogni attrito per compiacere i contratti delle industrie belliche o i governi alleati. Nel mondo dei fatti, ieri, la Palestina occupava già lo spazio della festa. Abitava i simboli e i...
Gli eventi si concatenano in senso negativo. Allorché il presidente Trump lancia la sua Kulturkampf contro la Chiesa cattolica per riaffermare il carattere anglosassone e non azteco del Paese, subisce una pesante sconfitta nella guerra contro l’Iran. È costretto a riconoscere che il suo modo di condurre gli affari commerciali non può sostituire la diplomazia, perlomeno con l’Iran; e che l’ideologia jacksoniana cui s’ispira fa miracoli sul piano interno, ma non è consona a risolvere problemi strategici. Consapevole dell’impasse in cui si...
Tutto già visto e stravisto ma le cose non sono andate secondo le intenzioni di chi aveva concepito e scritto il copione. I sionisti si sono presentati alla manifestazione di Milano organizzati e ipocritamente camuffati dietro le insegne della Brigata ebraica. Lo scopo era scontato, provocare – la loro stessa presenza, in quanto rappresentanti di uno stato razzista e genocida e quindi in aperto conflitto con la Costituzione Italiana e lo spirito del 25 Aprile, è una provocazione – sperando di essere aggrediti per poi passare da vittime. Ma le...
Mentre l’escalation si estende dall’Ucraina al Medio Oriente, il linguaggio della guerra entra stabilmente nel discorso pubblico. Per Elena Basile, i conflitti in corso non rispondono né a esigenze di sicurezza né alla difesa dei valori democratici, ma si inscrivono in una strategia volta a preservare il predominio dell’Occidente in un contesto di crisi sistemica. In questo quadro, la propaganda assume un ruolo centrale nel costruire consenso, legittimare l’escalation militare e rendere marginali le opzioni diplomatiche. Come fa notare Pino...
La guerra alle porte di casa o in ogni casa degli italiani? E’ davvero estraneo e distante dal nostro paese il conflitto contro l’Iran scatenato da Stati Uniti d’America e Israele e che ha incendiato l’intero scacchiere mediorientale? Sì a sentire il governo Meloni e il presidente della Repubblica Mattarella. Proprio per niente se guardiamo invece alla presenza di reparti militari italiani nelle innumerevoli basi del Golfo Persico e dell’Africa orientale: prima del 24 febbraio 2026 ne avevamo in Kuwait, Iraq, Bahrein, Qatar, Libano, Gibuti,...
Un’inchiesta pubblicata il 25 aprile da NBC News, emittente statunitense, ha incrinato ulteriormente la credibilità delle frottole che Trump e la sua amministrazione hanno sistematicamente raccontato durante l’aggressione all’Iran. Sono almeno sei le fonti governative che avrebbero rivelato ai giornalisti che i danni subiti dalle basi militari statunitensi in Asia occidentale a seguito della risposta iranianiana sarebbero significativamente più gravi di quanto ammesso pubblicamente. The Donald ha ripetutamente sbandierato un successo totale e...
Il frammento 53 di Eraclito recita che «il Conflitto è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni li ha fatti essere dèi, gli altri uomini, gli uni schiavi, gli altri liberi». La guerra per i greci non è solo un evento che si verifica nelle relazioni tra due comunità, quando ogni altro mezzo di negoziazione ha fallito l’obiettivo del compromesso; è invece l’armatura ordinaria della vita di tutti, l’arché dell’essere, che stabilisce la ragione e il destino di ogni cosa. Le osservazioni preliminari di Von Clausewitz sulla guerra...
Da tempo sto sostenendo che sono i "giornalisti" a dare la linea ai politici. E che il sistema guerra li ha reclutati nella loro quasi totalità. Pronti a tessere le lodi dell'Occidente, a giustificare ogni infamia di Israele (l'ultima in data odierna è l'uccisione mirata della giornalista libanese Amar Khalil, alla quale sono stati anche impediti i soccorsi che avrebbero potuta salvarla), pronti a giustificare ogni osceno atto compiuto dagli Stati Uniti, pronti a demonizzare il "Nemico" di turno; pronti, soprattutto, a mentire, a volte a...
Una ipotesi sui caratteri attuali dell’imperialismo. Le conseguenze sull’Unione Europea e le classi sociali. Forum, 9-10 maggio, Roma. Per le giornate di sabato 9 maggio e domenica 10 maggio la Rete dei Comunisti organizza a Roma un Forum di analisi e confronto. Sabato 9 maggio, ore 10.00-13.30 Centro congressi Forma Spazi (via Cavour 181) Domenica 10 maggio, ore 10.00-13.30 Cinema Aquila (via L’Aquila 66) Qui di seguito il documento di presentazione dell’iniziativa. * * * * La velocizzazione e la politicizzazione dello scontro in atto a...
Un piccolo testo-raccolta di saggi di Karl Lowith, poco più di cento pagine, ci rende un percorso filosofico e sociale, anche storico, molto significativo per comprendere il Giappone dopo il 1868, epoca Meiji, la piena restaurazione del potere imperiale sullo Shogunato che aveva avuto il controllo reale del Paese sino ad allora e ci permette di organizzare pensieri per l’oggi. Il passaggio verso la modernità, indotto dalle navi da guerra statunitensi che hanno forzato i porti giapponesi, ha resistito sino a ora. Nella seconda parte di questo...
24 aprile. L'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, lo stesso personaggio che qualche mese fa aveva “stupito” il pubblico con la trovata della “difesa proattiva” contro la Russia, non poteva meglio delineare ora i rapporti che intercorrono tra Alleanza atlantica, UE, cancellerie europee varie e la junta nazigolpista di Kiev. Nemmeno l'indicibile signora Anna Zafesova che, a giorni alterni, ora intona peana all'indirizzo di quella junta che intasca miliardi estorti ai bisogni primari delle masse europee...
La macelleria ucraina prosegue il suo corso e le armi prodotte in Occidente continuano a fluire verso Kiev colpendo obiettivi e personale russo sia in Ucraina che in Russia. Mosca finora ha accettato tale situazione limitandosi a colpire le armi e i mercenari inviati dall’Occidente nei confini ucraini. Ma ciò potrebbe cambiare, come ha avvertito, in via indiretta il ministro degli Esteri Sergej Lavrov al Forum diplomatico di Antalya. In un discorso nel quale ha accolto con favore la possibilità di un rinnovato round negoziale sul conflitto,...
Dopo aver analizzato nel precedente I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia i meccanismi attraverso cui la finanza globale ha progressivamente sostituito la politica come centro decisionale, lo storico Alessandro Volpi torna sul tema con La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza). In questo nuovo saggio, l’autore amplia e approfondisce la sua indagine, mettendo a fuoco i conflitti interni al potere economico mondiale e le loro conseguenze geopolitiche. Al...
Quando anche il nome di Noam Chomsky è apparso nel novero di personaggi collegati a vario titolo alla raccapricciante figura di Epstein, la notizia ha suscitato non poche perplessità con reazioni oscillanti tra l'indignazione e l'indulgenza, il credito di ingenuità e il discredito a tutto campo, fino alla motivazione del possibile cedimento allo sterco del diavolo. Si comprende il contraccolpo emotivo di fronte a uno strabismo che altera la figura simbolica di Chomsky agli occhi del pensiero progressista e dell'attivismo politico. Ma non...
Il concetto di “predominio energetico” è uno dei cardini della politica estera ed economica dell’amministrazione Trump. Esso si riferisce non soltanto alla capacità produttiva e di esportazione, ma alla possibilità di controllare infrastrutture e giacimenti, i flussi energetici mondiali e i loro punti nevralgici (i cosiddetti “chokepoint”, come i canali di Suez e Panama e gli stretti di Hormuz, Bab el-Mandeb, Malacca). Non siamo dunque di fronte a una mera politica energetica, ma a una vera e propria strategia geopolitica, come ha scritto...
Pier Paolo Poggio, storico. Ė stato consulente della Biblioteca della Fondazione Feltrinelli per la sezione russa. Dagli anni ’70 si occupa di organizzazione delle fonti per lo studio dell’età contemporanea e di archeologia industriale. Ė stato direttore scientifico della Fondazione Luigi Micheletti e direttore del Museo dell’Industria e del Lavoro (MUSIL). Ha pubblicato diversi volumi, tra i quali Comune contadina e rivoluzione in Russia: l’obscina (Jaca Book, 1978), Nazismo e revisionismo storico (Manifestolibri, 1997), Le tre agricolture....
“Il conflitto con l’Iran è entrato in una nuova fase dannosa: un limbo paralizzante tra guerra e pace che lascia lo Stretto di Hormuz chiuso e la prospettiva di un’escalation incombente”. Così il Wall Street Journal, che allarma sui pericoli della chiusura dello Stretto che, a causa del blocco americano, che a sua volta ha innescato la nuova stretta di Teheran sullo stesso, non solo prolunga l’aggravio dei mercati globali, ma rischia anche un nuovo scontro aperto. Infatti, prosegue il WSJ. “La battaglia per il controllo dello Stretto, uno dei...
Le analisi prodotte in una chiave marxiana rimangono le più potenti nell’interpretare la società contemporanea, le più capaci di dare conto e anticipare le sue dinamiche di fondo, tuttavia esse soffrono spesso di “scarsa intuitività”, di scarsa “figuratività”. Se spieghi a qualcuno che le sue azioni, qualunque cosa lui creda di sé stesso, sono nel lungo periodo incanalate o almeno condizionate dai macromeccanismi strutturali dell’autoriproduzione del capitale, la reazione istintiva dei più è di diffidenza o incredulità. Questo perché loro (ma...
L’articolo interpreta la diffida della famiglia Mattei come segnale di un disallineamento tra memoria storica e prassi geopolitica. Il richiamo a Enrico Mattei mette in luce il deficit di autonomia strategica dell’Italia e l’incapacità di tradurre in azione politica una tradizione fondata su indipendenza energetica e visione multipolare. C’è un dato che, più di altri, segnala la profondità della frattura apertasi attorno alla figura di Enrico Mattei: la necessità, da parte dei suoi eredi, di intervenire formalmente per impedirne un uso...
L’eccezionalismo americano è spesso scambiato per una politica, ma in realtà è una forma di religione, un culto semi-secolare. Richiede fede, non prove. Sebbene sia spesso associato alla destra politica, i suoi principi fondamentali permeano l’intera psiche americana, inclusa una parte della sinistra che dice di opporsi allo status quo. Questa visione del mondo poggia su una serie di pilastri che rimangono in gran parte indiscussi, anche dalla maggior parte di quegli americani che si considerano anti-sistema. Per capire il potere americano,...
Questo sito è autofinanziato.
L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
Details
Hits: 1458
Un mese di conflitto: nessuna exit strategy dall’inferno di Gaza
di Roberto Iannuzzi
Tutti gli scenari post-bellici nella Striscia appaiono problematici, mentre il prolungarsi della campagna militare mantiene alto il rischio di escalation
A poco più di un mese dallo scoppio della guerra, l’inferno di Gaza non sembra avere vie d’uscita. Sicuramente non per i residenti di questa prigione a cielo aperto, sottoposta a uno dei più violenti bombardamenti della storia contemporanea. Ma apparentemente nemmeno per coloro (Israele, USA) che dovrebbero disegnare i futuri assetti dell’area.
I raid dell’aviazione di Tel Aviv sono in corso dal 7 ottobre, dopo che 1.200 - 1.400 israeliani erano rimasti uccisi nell’attacco terroristico senza precedenti condotto da Hamas quel giorno. Israele ha sganciato oltre 25.000 tonnellate di bombe su un’esigua lingua di terra, lunga 41 km e larga da 6 a 12 km.
In questo spazio ristretto – una delle aree più densamente popolate al mondo – vivono circa 2 milioni e 300 mila palestinesi (circa metà dei quali hanno meno di 18 anni), impossibilitati ad uscirne a causa di un blocco terrestre, aereo e navale in atto dal 2007.
I bombardamenti hanno provocato finora circa 11.000 morti fra i residenti della Striscia, in gran parte civili – per il 70% anziani, donne e bambini. Le stime sono fornite dal ministero della sanità di Gaza, controllato da Hamas ma ritenuto affidabile da organismi internazionali come l’ONU e da osservatori come Human Rights Watch.
E’ anzi probabile che il bilancio delle vittime sia molto più elevato, a causa dei numerosi cadaveri tuttora non estratti dalle macerie.
Secondo l’ONU, coloro che hanno dovuto abbandonare le loro case, e sono ormai sfollati all’interno della Striscia, ammontano a 1,5 milioni. Sulla base di immagini satellitari, si stima che circa un terzo degli edifici nella parte settentrionale della Striscia siano danneggiati o distrutti.
In tutta Gaza, compresa la parte meridionale, almeno 38.000 edifici sono stati colpiti, fra il 13 e il 18% del totale.
Dal 9 ottobre, Israele ha imposto un assedio totale alla Striscia, tagliando i rifornimenti di cibo, acqua, elettricità, carburante, medicine ed altri beni essenziali. Da allora, in un mese sono entrati nella Striscia appena 526 camion di aiuti attraverso il valico di Rafah con l’Egitto. Tali aiuti, già di per sé scarsi, in minima parte raggiungono il nord di Gaza.
Prima del 9 ottobre, una media di 500 camion di rifornimenti al giorno faceva il proprio ingresso in questa enclave palestinese, 100 dei quali trasportavano cibo. Secondo l’Oxfam, è entrato a Gaza appena il 2% delle derrate alimentari che venivano abitualmente consegnate in precedenza.
Rischio di pulizia etnica
Il 12 ottobre, in previsione della propria offensiva di terra, Israele ha ordinato l’evacuazione in tempi ristrettissimi di tutta la parte settentrionale della Striscia, un’area abitata da oltre un milione di palestinesi, che include Gaza City. L’ONU ha denunciato che un’evacuazione di simili proporzioni avrebbe avuto conseguenze umanitarie disastrose.
A causa della mancanza di farina, acqua e carburante, nessuna panetteria nel nord è più funzionante. Da una settimana neanche le bottiglie d’acqua vengono più distribuite. A causa della sospensione delle forniture mediche, gli ospedali del nord eseguono operazioni chirurgiche senza anestesia.
Serbatoi idrici, pozzi, e sistemi fognari sono stati bombardati. Gli impianti di dissalazione sono stati chiusi a causa della mancanza di carburante. Anche ospedali, scuole e luoghi di preghiera sono stati colpiti. L’OMS ha messo in guardia sul crescente rischio di epidemie a causa del collasso del sistema sanitario. Oltre a diverse infezioni respiratorie, più di 33.000 casi di diarrea sono stati registrati da metà ottobre, in gran parte in bambini sotto i 5 anni.
L’ordine di evacuazione forzata del nord di Gaza, i violentissimi bombardamenti, e l’esistenza di almeno due piani israeliani – uno di un think tank vicino al premier Benjamin Netanyahu, e l’altro del ministero dell’intelligence – per il trasferimento della popolazione di Gaza nel Sinai egiziano, hanno suscitato allarme a livello internazionale sul rischio concreto di una imminente pulizia etnica.
Per il momento, tali piani sembrano essere perlomeno rinviati a causa della durissima opposizione manifestata dai paesi arabi, ed in particolare dall’Egitto. Ma la prospettiva non può essere definitivamente esclusa nel caso in cui la già drammatica situazione all’interno della Striscia dovesse precipitare ulteriormente.
Accerchiamento
Nel frattempo, le forze armate israeliane stanno procedendo ad una manovra di accerchiamento di Gaza City (considerata la roccaforte di Hamas) nella regione settentrionale dell’enclave, dove però si trovano tuttora centinaia di migliaia di persone che non sono evacuate, o perché impossibilitate da malattie o ferite, o perché temono che, se decidessero di andarsene, non farebbero mai più ritorno alle loro case.
Tre divisioni israeliane sono penetrate nella Striscia da nordovest, da nordest e dalla zona mediana dell’enclave. Esse usufruiscono di copertura aerea fornita da elicotteri, droni e caccia. Secondo ufficiali e riservisti che hanno preso parte a precedenti operazioni a Gaza, in quest’occasione l’esercito israeliano sta impiegando una potenza di fuoco enormemente superiore.
Hamas al momento non sta tentando di bloccare l’avanzata delle forze avversarie. I miliziani del gruppo compiono operazioni di disturbo, utilizzando armi anticarro, droni e cariche esplosive contro i mezzi corazzati israeliani.
I vertici militari di Tel Aviv stimano di aver eliminato fra i 1.500 e i 2.000 miliziani, oltre ad una quindicina di ufficiali al livello dei comandi tattici. Ma le strutture di comando e controllo di Hamas appaiono funzionanti. E man mano che i combattimenti si intensificano, il rischio di causare vittime civili cresce ulteriormente.
In analoghe operazioni americane in Iraq e Afghanistan vi era un rapporto di 1 a 10 fra le vittime militari e quelle civili: per ogni miliziano ucciso, si registravano dieci morti fra i civili.
Solo quattro giorni fa, il generale israeliano in congedo Giora Eiland ha espresso pessimismo sui progressi dell’operazione di terra: “Non vi sono segni che Hamas stia cedendo”, ha affermato. “Li vediamo compiere operazioni coordinate e complesse con droni, mortai, missili anti-tank. Non si tratta di poche persone che lottano per la loro vita, ma di un sistema funzionante. Possono muovere le loro forze di luogo in luogo, controllano almeno l’80% del sottosuolo, e sanno come rispondere rapidamente a ciò che facciamo”.
La metro di Gaza
Eiland faceva riferimento al sistema di tunnel sotterranei che si estendono per centinaia di chilometri sotto la superficie della Striscia, una rete costruita nell’arco di decenni.
I tunnel di Gaza cominciarono ad essere scavati ben prima dello scontro tra Fatah e Hamas che portò quest’ultimo a prendere il potere nella Striscia nel 2007. Essi erano inizialmente rudimentali gallerie, utilizzate per il contrabbando o per compiere imboscate in territorio israeliano.
Dopo l’imposizione dell’embargo israeliano a Gaza nel 2007, i tunnel cominciarono a svilupparsi enormemente, in particolare quelli costruiti da Hamas a scopo militare, che avevano muri in cemento, sistemi di ventilazione e reti di comunicazione.
Questa rete di tunnel, a cui si aggiunsero veri e propri bunker, alcuni dei quali scavati anche a 50 metri di profondità (allo scopo di resistere ai bombardamenti più violenti), è divenuta famosa come “la metro di Gaza”.
Israele sostiene che alcuni fra i bunker più importanti si trovino proprio sotto l’ospedale al-Shifa, il più grande della Striscia, e fa capire che presto o tardi neanche questa struttura ospedaliera sarà risparmiata dalle operazioni militari.
Ad ogni modo, la conoscenza di questa estesa e sofisticata rete di tunnel, da parte delle forze armate israeliane, sembra essere tuttora alquanto limitata. Ma a Tel Aviv vi è la crescente consapevolezza che Hamas l’abbia concepita con l’obiettivo di resistere all’interno di questi tunnel per mesi.
Il fattore tempo
In questa devastante guerra asimmetrica, mentre l’obiettivo dichiarato di Israele è quello di assassinare o catturare l’intera leadership del gruppo palestinese, di uccidere i responsabili dell’attacco del 7 ottobre, e di distruggere il potenziale militare dell’organizzazione e la sua capacità di governare la Striscia, per Hamas l’obiettivo è semplicemente resistere: emergere dai tunnel con una struttura ancora funzionante infliggerebbe un ulteriore colpo al prestigio militare di Israele già intaccato dall’attacco del 7 ottobre.
L’estrema violenza della campagna israeliana obbliga Tel Aviv a una corsa contro il tempo: si tratta di debellare Hamas prima che le pressioni internazionali, provocate dall’orrore per la drammatica situazione umanitaria di Gaza, giungano al punto di spingere Washington, il principale protettore di Israele, a ritirare il proprio appoggio all’operazione, obbligando il governo israeliano a capitolare.
Washington sostiene Israele non solo politicamente, ma con l’invio di armi e con lo schieramento di un’impressionante forza navale nel Mediterraneo al fine di scongiurare l’intervento nel conflitto degli alleati regionali di Hamas (Hezbollah e altre milizie filo-iraniane).
Ma a causa del doppio standard applicato alle due crisi internazionali nelle quali sono impegnati (Gaza e Ucraina), gli Stati Uniti vedono franare la propria credibilità soprattutto di fronte a quei paesi del sud del mondo che la Casa Bianca vorrebbe sottrarre alla sfera di influenza di Cina e Russia.
Americani ed israeliani si trovano in una situazione paradossale: per gestire la Striscia nella fase post-bellica, stanno cercando la cooperazione dei paesi arabi, quegli stessi paesi – primo fra tutti l’Egitto – dei quali si stanno alienando le simpatie portando avanti una azione militare così distruttiva.
Il governo israeliano, dal canto suo, deve anche fare i conti con le pressioni delle famiglie degli ostaggi in mano a Hamas e alle altre organizzazioni armate della Striscia. Tali famiglie in massima parte preferirebbero un negoziato con i rapitori ad un’operazione militare devastante e rischiosa nella quale i loro cari potrebbero finire uccisi.
Per il momento gli Stati Uniti, pur dichiarandosi favorevoli all’introduzione di “pause umanitarie”, si sono detti contrari ad un cessate il fuoco. Ma il segretario di stato Antony Blinken ha dovuto subire critiche e umiliazioni da parte dei partner regionali di Washington in occasione dei suoi ripetuti viaggi in Medio Oriente.
Ad eccezione di Qatar e Turchia, i regimi della regione non vedono di buon occhio Hamas. La loro irritazione nei confronti di USA e Israele non è dovuta tanto all’angoscia per ciò che avviene in Palestina, quanto ai timori per ciò che potrebbe accadere in casa loro se il conflitto dovesse prolungarsi.
Nessuna proposta credibile
Vi sono poi divergenze fra Washington e Tel Aviv sui possibili scenari post-bellici. Il premier israeliano Netanyahu ha recentemente dichiarato che Israele dovrà assumersi la responsabilità della sicurezza a Gaza, “perché abbiamo visto cosa succede quando non ce l’abbiamo” (salvo poi tornare parzialmente sui propri passi).
Dal canto suo, la Casa Bianca ha più volte ribadito di essere contraria ad una rioccupazione di Gaza, per i rischi e i costi che ne deriverebbero. Alla riunione dei ministri degli esteri del G7 a Tokyo, Blinken ha cercato di rassicurare la platea mediorientale ed internazionale affermando che gli elementi chiave di una soluzione per la Striscia dovrebbero includere: “nessun trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza, né ora né dopo la guerra, […] nessuna rioccupazione di Gaza dopo la guerra, nessun tentativo di sottoporre Gaza ad un embargo o ad un assedio, e nessuna riduzione del territorio di Gaza”.
L’amministrazione Biden preferirebbe vedere il ritorno nella Striscia dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) del presidente Mahmoud Abbas. Ma l’ANP è debole e corrotta, da tempo sull’orlo del collasso perfino in Cisgiordania, e certamente sarebbe vista a Gaza come uno strumento nelle mani di USA e Israele.
Lo stesso Abbas, pur offrendo a Blinken la propria disponibilità a prevedere un ritorno dell’ANP nella Striscia, ha chiarito che ciò sarà possibile solo “nel quadro di una soluzione politica complessiva”, ovvero di un percorso finalizzato alla soluzione dei due stati – un’ipotesi irrealizzabile, sia per l’opposizione del governo Netanyahu, sia per la massiccia presenza di insediamenti e coloni israeliani in Cisgiordania, dove i palestinesi sono ormai costretti a vivere in 167 enclave separate fra loro.
Nessun orizzonte rassicurante
Le stesse parole pronunciate a Tokyo da Blinken non costituiscono una garanzia: i fatti sul terreno sono altri.
Israele sta effettivamente spopolando la parte settentrionale di Gaza, concentrando la popolazione nel sud. E la prospettiva di un ritorno a casa dei residenti del nord potrebbe non concretizzarsi. L’area settentrionale potrebbe essere parzialmente annessa o trasformata in una zona militare.
Col passare del tempo, la pressione demografica al confine con l’Egitto potrebbe crescere a tal punto da provocare la ridislocazione di almeno una parte della popolazione nel Sinai.
Hamas, una vasta e complessa organizzazione che ha un’ala militare, un’ala politica e un’ala amministrativa (per citare solo le sue componenti più estese e radicate) forse cambierà a seguito della perdita di numerosi combattenti e del licenziamento di molti amministratori, ma probabilmente non svanirà.
Se Hamas non sarà smantellata, o considerevolmente ridimensionata, la Striscia potrebbe essere sottoposta ad un embargo ancora più duro di quello subito fino allo scoppio dell’attuale conflitto.
Lo stesso panorama politico interno in Israele è profondamente lacerato. Vi sono divisioni nell’apparato militare e nell’establishment politico. Netanyahu è fortemente impopolare. Ciò aggiunge incognite al quadro complessivo.
Un’occupazione militare di Gaza, secondo alcune stime, potrebbe richiedere il dispiegamento di 40.000 soldati per diversi anni. Ciò avrebbe l’effetto di “saturare” le capacità dell’esercito israeliano e costituirebbe un peso enorme per l’economia di Israele.
Una gestione internazionale della Striscia appare altrettanto problematica, visto che i paesi limitrofi non vogliono assumersi questo compito temendo un trasferimento di fatto della questione palestinese sulle loro spalle.
Che Israele si assuma la responsabilità di Gaza o meno, i bisogni della popolazione della Striscia saranno immensi, richiedendo un imponente piano di ricostruzione.
In tutti questi scenari, talvolta incompatibili fra loro, la Striscia rimarrà una polveriera, un concentrato di povertà e disperazione ancor più di quanto non lo sia stata in passato, e una permanente fonte di instabilità.
E prima ancora che alcuni di questi scenari si concretizzino, il prolungarsi e l’inasprirsi delle operazioni belliche (il cui esito, bisogna ricordarlo, rimane incerto) continua a mantenere elevato il rischio di un’escalation al confine settentrionale con il Libano, e di una propagazione del conflitto a livello regionale.
Enrico Grazzini è giornalista economico, autore di saggi di economia, già consulente strategico di impresa. Collabora e ha collaborato per molti anni a diverse testate, tra cui il Corriere della Sera, MicroMega, il Fatto Quotidiano, Social Europe, le newsletter del Financial Times sulle comunicazioni, il Mondo, Prima Comunicazione. Come consulente aziendale ha operato con primarie società internazionali e nazionali.
Ha pubblicato con Fazi Editore "Il fallimento della Moneta. Banche, Debito e Crisi. Perché bisogna emettere una Moneta Pubblica libera dal debito" (2023). Ha curato ed è co-autore dell'eBook edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall'austerità senza spaccare l'euro" ” , 2015. Ha scritto "Manifesto per la Democrazia Economica", Castelvecchi Editore, 2014; “Il bene di tutti. L'economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011; e “L'economia della conoscenza oltre il capitalismo". Codice Edizione, 2008
Salvatore Minolfi: Le origini della guerra russo-ucraina
Add comment