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Produrre e lobotomizzare
di Salvatore Bravo
Il ciclo del capitale con i suoi processi di valorizzazione è trattato da Marx nel II Libro de Il Capitale. Nell’esposizione marxiana vi è la condanna etica ai processi di monetarizzazione del lavoro umano. La condanna assiologica è il fondamento della critica marxiana. Il capitale è ciclo improntato all’accrescimento illimitato del plusvalore nel quale gli esseri umani (i sussunti) sono cannibalizzati da tale processo e incorporati nel sistema produttivo. Il capitalismo è, quindi, una visione del mondo in cui si converte la vita in morte, è “antiumanesimo militante”.
Il lavoro vivo è trasformato in lavoro morto, ovvero in accrescimento del profitto e in allargamento delle spire del mercato. Su tutto campeggia la sola categoria di quantità: il totalitarismo della quantità condanna ogni essere umano a vendersi al capitalista; è il rapporto di forza a determinare le relazioni di dominio legalizzate dai diritti astratti che li “definiscono”ed eguali. La logica di dominio è inoculata nel sistema sociale fino alla naturalizzazione della stessa mediante l’addestramento al’astratto. Si educa a pensare senza valutare le condizioni materiali in cui il soggetto opera. La quantità è il fine che muove il capitalismo, esso deve spogliare ogni esperienza del suo contenuto soggettivo, creativo e assiologico per immetterla nel mercato e per convertirla in strumento-azione che sostiene il capitalismo. Le macchine con cui i capitalisti si pongono in competizione incorporano il lavoro muscolare e intellettuale, esse “non sono solo macchine”, perché sono l’effetto dell’incorporamento nell’acciaio dei subalterni. Sono vampiri animati dal sacrificio dei popoli. La schiavitù salariata dell’operaio come dei tecnici non è solo nel prodotto finale ma in tutto il sistema produttivo.
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Marx: scomodo e attuale, anche nella vecchiaia
di Sandro Moiso
Marcello Musto, L’ultimo Marx. Biografia intellettuale (1881-1883), Donzelli editore, Roma 2023, pp. 278, 19 euro
«L’umanità ora possiede una mente in meno, quella più importante che poteva vantare oggi. Il movimento proletario prosegue il proprio cammino, ma è venuto a mancare il suo punto centrale, quello verso il quale francesi, russi, americani e tedeschi si volgevano automaticamente nei momenti decisivi, per ricevere quel chiaro e inconfutabile consiglio che solo il genio e la completa cognizione di causa potevano offrire loro. I parrucconi locali, i piccoli luminari e forse anche gli impostori si troveranno ad avere mano libera. La vittoria finale resta assicurata, ma i giri tortuosi, gli smarrimenti temporanei e locali – già prima inevitabili – aumenteranno adesso più che mai. Bene, dovremo cavarcela. Altrimenti che cosa ci stiamo a fare?» (F. Engels, lettera a F. Sorge, 15 marzo 1883 – 24 ore dopo la morte di Karl Marx)
Marcello Musto, professore di Sociologia presso la York University di Toronto, può essere considerato tra i maggiori, se non il maggiore tra gli stessi, studiosi contemporanei di Karl Marx. Le sue pubblicazioni sono state tradotte in venticinque lingue e annoverano, tra le più recenti, dallo stesso scritte o curate: Karl Marx. Biografia intellettuale e politica (Einaudi 2018), Karl Marx. Scritti sull’alienazione (Donzelli 2018), Marx Revival. Concetti essenziali e nuove letture (Donzelli 2019), Karl Marx. Introduzione alla critica dell’economia politica (Quodlibet 2023) e Ricostruire l’alternativa con Marx. Economia, ecologia, migrazione (Carocci 2023 con M. Iacono).
L’attuale volume costituisce la riedizione ampliata di una ricerca già pubblicata nel 2016 dallo stesso editore che pone al centro dell’attenzione gli ultimi due anni di attività del Moro di Treviri prima della morte, giunta per lui alle 14,45 del 14 marzo 1883. Sono anni di sofferenza fisica e psicologica per Marx, segnati pesantemente, ancor più che dai malanni fisici che lo perseguitano, dalla morte della moglie (Jenny von Westphalen, 12 febbraio 1814 – 2 dicembre 1881) e della figlia maggiore Jenny (1° maggio 1844 – 11 gennaio 1883). Ancora nella stessa lettera citata in esergo, l’amico Engels avrebbe commentato:
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La "Critica dell’ideologia fascista" di György Lukács
di Antonino Infranca*
In questo volume ripropongo due saggi pubblicati nel 1982 dall’Archivio Lukács di Budapest presso la casa editrice Akadémiai Kiadó e curati dall’allora direttore dell’Archivio László Sziklai. La stessa operazione editoriale fu compiuta, nel 1989, dalla casa editrice dell’allora Repubblica democratica tedesca, Aufbau Verlag.
Nel 1933, in seguito alla salita del potere di Hitler, Lukács scrive a Mosca, subito dopo la fuga da Berlino, un lungo saggio Wie ist die faschistische Philosophie in Deutschland entstanden?, che rimarrà inedito fino al 1982. Il libro ricostruisce la nascita dell’ideologia fascista in Germania fin dalla reazione irrazionalistica contro la filosofia hegeliana fino alla vera e propria ideologia nazista. Lukács vi analizza l’influenza di Schopenhauer e Nietzsche sull’intellighenzia tedesca sia accademica e non. Infatti sia Schopenhauer sia Nietzsche non fecero mai parte dell’accademia tedesca, che fu influenzata dalle loro filosofie più tardi rispetto a certi strati della società civile tedesca. Piuttosto sulla società civile influì la politica culturale bismarckiana o del periodo guglielmino con gli storici Treitschke e Meinecke. Lukács mette in rilievo il fatto che prestigiosi filosofi e sociologi, come Max Weber o Simmel, dell’inizio del Novecento aderirono alla cultura imperialistica bismarckiana e guglielmina, approvando – nel caso di Weber – entusiasticamente l’entrata in guerra della Germania nel 1914.
All’adesione dell’accademia tedesca alla concezione del mondo irrazionalistica seguì nel primo dopoguerra anche la debolezza della socialdemocrazia tedesca, che non seppe contrastare l’ingresso in guerra della Germania e poi intervenne per uscire dalla guerra soltanto dopo il disastroso andamento della guerra.
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Sull'idealismo di Marx
di Flores Tovo
Sebbene due grandissimi pensatori, quali Hegel e Marx, siano quasi del tutto scomparsi nelle riflessioni storico-filosofiche del presente, la loro attualità, pur nascosta, è sempre viva, anche se momentaneamente coperta dalla fuliggine del pensiero nullo.
Uno dei pochi temi ancor discussi nell’ambito di quei pensatori che si rifanno alle loro teorie riguarda il problema se Marx sia da considerare un idealista o un materialista. Un tema assai sviscerato, ma mai completamente risolto. Di solito il motivo di coloro che avversavano la filosofia di Marx era quello dovuto al fatto che ritenevano che questi fosse un materialista. Del resto spesse volte Marx si proclamava tale. Inoltre molti suoi seguaci che si rifacevano alle sue vedute e a quello del suo sodale, Engels, si dichiaravano apertamente materialisti. Tuttavia in epoca recente un filosofo da poco scomparso, che si era sempre palesato come un marxista mai pentito, ossia Costanzo Preve, aveva espresso la convinzione che Carlo Marx fosse da annoverare in linea di massima come un filosofo idealista, in quanto unico e vero erede di Hegel: il che ha scombinato gli abituali e maggioritari giudizi che appunto reputavano Marx un filosofo materialista per antonomasia. Gli argomenti che Preve ha addotto sono vari, sebbene siano incentrati in quattro punti principali che, secondo il suo parere, rivelavano l’idealismo sostanziale di Marx, ossia: 1) il concetto di alienazione; 2) il feticismo delle merci; 3) la definizione di modo di produzione e di struttura economica; 4) l’uso del principio logico di contraddizione dialettica. Si tratta allora di esaminare queste questioni, cominciando per ordine e con lo scopo di accertare se Marx sia davvero un “idealista”.
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Marx e il General Intellect nelle dinamiche della produzione
di Luciano Vasapollo
Marx formula nei Lineamenti il concetto di General Intellect, o intelletto generale.
Ciò che Marx espone circa le macchine, indica in maniera inequivocabile l’importanza della scienza, delle macchine all’interno del processo di produzione, affermando «che la conoscenza, la tecnologia, seppur offrono incremento di produttività, trasformano anche i rapporti di produzione».
Questo intelletto generale non è posseduto dai singoli individui, ma è distribuito a livello sociale. È una forza produttiva pertanto collettiva, per tale ragione il progresso scientifico e tecnologico è una parte fondamentale del processo di produzione, contribuisce alla creazione di ricchezza non individuale, di ricchezza sociale.
Questo tema del pensiero marxiano, si riflette nei Lineamenti, dove affronta la questione centrale della divisione del lavoro, il ruolo della scienza e delle macchine.
Marx mette in guardia dalle contraddizioni insite nel processo tecnologico, evidenziando la duplice finalità delle macchine.
Solitamente l’approccio marxiano a concetti di particolare interesse, sono ridondanti negli scritti del filosofo, vengono ripetuti ai fini di una migliore assimilazione da parte del lettore. Il concetto del General Intellect, invece, lo incontriamo solo una volta, non viene approfondito e gli viene data una definizione generale: viene visto come la capacità di acquisire la conoscenza da parte dell’umanità nel corso del suo sviluppo e viene applicata al processo produttivo attraverso l’uso di macchine e di tecnologie.
Marx si sofferma sulla natura contraddittoria dell’intelletto generale: il progresso scientifico e tecnologico aumenta la produttività del lavoro; pertanto, una macchina libera potenzialmente gli individui dai lavori ripetitivi, meno alienanti, più faticosi.
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La guerra alla luce della teoria marxista
di Eros Barone
La guerra – riguardata nella lunga prospettiva – rappresenta un organo esecutivo acceleratore (ma talvolta è anche un freno) del generale sviluppo economico-sociale. Il ruolo attivo di questo complesso nel quadro della totalità sociale, nella interazione con lo sviluppo economico, lo si riscontra nel fatto che le conseguenze di una vittoria o di una sconfitta possono modificare il cammino dell’economia in generale per un periodo più o meno lungo. Ma che l’economia costituisca il momento soverchiante, qui appare con nettezza ancora maggiore che nella lotta di classe.
György Lukács, Ontologia dell’essere sociale, vol. II, trad. it., Roma 1981, p. 248.
1. La guerra come forma del lavoro sociale
La prima domanda che occorre porsi per definire la guerra (qui intesa nella sua accezione moderna e contemporanea) riguarda la natura generale e reale della guerra, interpretata non in senso figurato o nelle sue espressioni più generiche di lotta o conflitto o conseguenza di decisioni umane o di reazioni emotive da parte di singoli uomini o di interi popoli. Così, per rispondere a questa domanda si potrebbe partire da un raffronto tra il processo bellico e il processo lavorativo, cercando di porre in luce la somiglianza e, al tempo stesso, la differenza tra i due tipi di processo. In altri termini, la domanda che ora va posta è la seguente: è possibile considerare la guerra come una forma di lavoro? 1
«In primo luogo il lavoro – scrive Marx nel Capitale – è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura». 2
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A cento anni dalla morte, perchè Lenin è ancora attuale?
di Domenico Moro
Il 21 gennaio 1924 moriva Lenin. Cento anni sono tanti e moltissime cose sono cambiate, eppure il lascito di Lenin è, in gran parte, ancora attuale. Lenin è stato uno dei personaggi storici più importanti del XX secolo, l’uomo che più di ogni altro ha contribuito alla Rivoluzione di Ottobre e alla fondazione dell’Unione Sovietica. Ma, come diceva il filosofo ungherese Lukács in un pamphlet, scritto subito dopo la morte di Lenin, l’importanza dell’uomo politico russo va oltre le vicende politiche immediate che l’hanno visto protagonista: “Egli resta perciò sul piano storico-universale l’unico teorico di livello pari a quello di Marx che fino a oggi sia venuto dalle file della lotta di emancipazione proletaria”[i]. Forse mettere Lenin a un livello teorico pari a quello di Marx può essere eccessivo, ma sicuramente Lenin, subito dopo Marx, rimane ancora oggi il maggiore teorico nell’ambito del marxismo.
Lenin è stato insieme un teorico, un interprete del modo di produzione capitalistico e della società che vi si erge sopra, e un politico che opera per la trasformazione della realtà in senso rivoluzionario. In un’epoca, come quella attuale, in cui la politica spesso si riduce a politicismo e tatticismo, rimanendo separata dalla scienza sociale e dall’analisi di ampio respiro, l’esempio di Lenin assume un valore ancora più grande. Teoria e prassi sono fuse nel modo più intimo possibile in Lenin, nel quale la strategia, ossia gli obiettivi di lungo periodo – la trasformazione della società del capitale in quella socialista –, è sempre strettamente connessa con la tattica, ossia con i compiti e l’agire sul piano pratico politico, a differenza di quanto la politica attuale ci ha abituato. L’azione di Lenin è sempre guidata dall’analisi concreta della situazione concreta, lì dove il concreto sta per il complesso dei fatti e delle relazioni sociali in un dato luogo e in un dato periodo storico. Non a caso, secondo Lukács, una delle categorie più importanti del marxismo è quella di totalità, cioè la capacità di comprendere e analizzare nelle loro connessioni reciproche tutti gli aspetti di una data società, quelli economici, politici, culturali e ideologici.
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Lenin a Wall Street: imperialismo e centralizzazione nel XXI secolo (II)
di Andrea Pannone
A 100 anni dalla morte di Lenin (21 gennaio 1924) e nel pieno di una fase storica nuovamente caratterizzata dalla contrapposizione diretta tra superpotenze mondiali, una riflessione critica sul concetto di imperialismo formulato dal leader bolscevico nel 1917 assume una specifica rilevanza. Partendo da qui, questo scritto si focalizza sul nesso tra eccesso di capacità produttiva e centralizzazione internazionale dei capitali alla luce del processo di finanziarizzazione dell’economia mondiale che sta caratterizzando il XXI secolo. La nostra tesi, infatti, è che i connotati assunti da questi tre fenomeni negli ultimi quindici anni concorrano in modo decisivo a interpretare la natura delle recenti tensioni belliche tra alcune nazioni.
Il lavoro è organizzato come segue. Nel primo paragrafo si esamina la categoria centrale della teoria dell’imperialismo di Lenin ossia il concetto di esportazione di capitale in eccesso. Nel secondo paragrafo si cerca di evidenziare l’attuale rilevanza di questa categoria concettuale alla luce di quella che può essere considerata una sua proxy: gli investimenti diretti esteri. Nel terzo paragrafo si esamina il nesso tra eccesso di capacità e centralizzazione del capitale nella sua evoluzione storica, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso. Il quarto paragrafo analizza la crescente influenza delle oligarchie economico-finanziarie sulle politiche degli Stati e sulle relazioni internazionali. Il quinto paragrafo conclude evidenziando il ruolo dei conflitti bellici nell’equilibrio instabile tra gruppi di potere che perseguono logiche di accumulazione diverse.
Pubblichiamo oggi la seconda parte dello scritto (A.P.)
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IV. Oligarchie economico-finanziarie e potere politico
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Engels oggi: genere, riproduzione sociale e rivoluzione
di Marnie Holborow
È sorprendente quanto spesso nei resoconti marxisti sull'oppressione delle donne si trascuri Friedrich Engels. Lo si liquida come un determinista, eccessivamente economicista e addirittura non marxista. Heather Brown, nel suo importante lavoro su Karl Marx e la questione di genere, considera Engels un "meccanicista grossolano" rispetto a Marx.[1] Un più recente giudizio sostiene che quanto scritto da Engels sulle donne rappresenti «una revisione di Marx».[2] Lise Vogel, una scrittrice di riferimento su Marx e la questione di genere, ritiene Engels responsabile delle successive, errate spiegazioni dualistiche capitalismo-e-patriarcato circa l’oppressione delle donne.[3]
Per altri teorici marxisti della riproduzione sociale, Engels semplicemente non figura nella discussione. In una raccolta del 2017 sulla teoria della riproduzione sociale e basata sull'economia politica marxista, Engels non viene menzionato nemmeno una volta a pieno titolo, ma solo come co-autore con Marx.[4]
Eppure Engels, a differenza di Marx, ha dedicato un intero libro alle origini dell'oppressione femminile: L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, che metteva in discussione la visione accettata della famiglia nucleare come naturale e universale. È rimasto il testo di riferimento per molte donne socialiste del passato, come Eleanor Marx, Clara Zetkin, Rosa Luxemburg e Alexandra Kollontai, così come per quelle delle generazioni successive, come Claudia Jones e Angela Davis. In occasione del centenario della pubblicazione di L'origine della famiglia, femministe di diverso orientamento hanno ritenuto Engels talmente importante da dedicare un volume alla rivalutazione della sua eredità.[5] Se si include anche il libro di Engels sulla vita operaia del XIX secolo a Manchester, descritto da Eric Hobsbawm come pionieristico e che conteneva intuizioni anticipatrici sul cambiamento dei ruoli di genere, la tesi che Engels abbia poco da offrire riguardo all'oppressione di genere semplicemente non regge.
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L’inquietudine di Lenin. L’attualità del suo pensiero a cento anni dalla sua morte
di Salvatore A. Bravo
L’inquietudine politica di Lenin
Una delle ultime opere di Lenin è stata pubblicata sulla Pravda il 4 marzo 1923. Il lungo articolo “Meglio meno, ma meglio” non è solo una sintesi critica del percorso tormentatissimo della Rivoluzione bolscevica, tra Prima Guerra mondiale e guerra civile, ma anche “testamento politico” nel quale Lenin si spinge a ipotizzare, su dati materiali e oggettivi, previsioni geopolitiche ed economiche che avrebbero potuto rompere l’assedio militare ed economico di cui l’Unione Sovietica era oggetto.
“Meglio meno, ma meglio”(in russo Лучше меньше, да лучше, Lučše men’še, da lučše) è da allora diventato un detto della lingua russa che invita alla qualità dell’azione da preferire alla quantità.
Lenin scorge nella Russia sovietica la sindrome del fare senza la qualità, perché presa dalla trappola dell’accerchiamento. Il prevalere della quantità sulla qualità non è casuale, dato che la lunga guerra non poteva che condurre a una notevole quantità di provvedimenti e il “fare” era spesso deficitario della qualità. Lenin nella sua solitudine, mentre la salute declinava (sarebbe deceduto il 21 gennaio 1924) non poteva non constatare i limiti della Rivoluzione sovietica e indicare i processi per risolverli. Per poter rafforzare la Rivoluzione essa andava sottoposta a critica radicale in modo da intervenire e fare tesoro degli errori. Il problema si poneva in modo stringente per l’elezione dei Commissari del popolo, i quali avevano il compito di controllare i settori produttivi e di stimolarne la crescita:
“Per poter migliorare il nostro apparato statale, l’Ispezione operaia e contadina, a parer mio, non deve correr dietro alla quantità e non deve aver fretta.
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Lenin a Wall Street: imperialismo e centralizzazione nel XXI secolo (I)
di Andrea Pannone
A 100 anni dalla morte di Lenin (21 gennaio 1924) e nel pieno di una fase storica nuovamente caratterizzata dalla contrapposizione diretta tra superpotenze mondiali, una riflessione critica sul concetto di imperialismo formulato dal leader bolscevico nel 1917 assume una specifica rilevanza. Partendo da qui, questo scritto si focalizza sul nesso tra eccesso di capacità produttiva e centralizzazione internazionale dei capitali alla luce del processo di finanziarizzazione dell’economia mondiale che sta caratterizzando il XXI secolo. La nostra tesi, infatti, è che i connotati assunti da questi tre fenomeni negli ultimi quindici anni concorrano in modo decisivo a interpretare la natura delle recenti tensioni belliche tra alcune nazioni.
Il lavoro è organizzato come segue. Nel primo paragrafo si esamina la categoria centrale della teoria dell’imperialismo di Lenin ossia il concetto di esportazione di capitale in eccesso. Nel secondo paragrafo si cerca di evidenziare l’attuale rilevanza di questa categoria concettuale alla luce di quella che può essere considerata una sua proxy: gli investimenti diretti esteri. Nel terzo paragrafo si esamina il nesso tra eccesso di capacità e centralizzazione del capitale nella sua evoluzione storica, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso. Il quarto paragrafo analizza la crescente influenza delle oligarchie economico-finanziarie sulle politiche degli Stati e sulle relazioni internazionali. Il quinto paragrafo conclude evidenziando il ruolo dei conflitti bellici nell’equilibrio instabile tra gruppi di potere che perseguono logiche di accumulazione diverse.
Pubblichiamo oggi la prima parte dello scritto (A.P.)
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I. L’esportazione di capitali in eccesso e la teoria dell’imperialismo di Lenin
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La forma di merce della forza-lavoro
di Gianfranco Pala
Tratto da Gianfranco Pala, Il salario sociale. La definizione di classe del valore della forza-lavoro, Laboratorio Politico, Napoli, 1995
“La ricchezza delle società nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una “immane raccolta di merci” e la merce singola si presenta come sua forma elementare. Perciò la nostra indagine comincia con l’analisi della merce”.
Così – è ben noto – Marx comincia e articola lo studio del capitale nel Capitale. Considerata oggi la radicata e datata ignoranza tradizionale del marxismo, le categorie elementari semplici, che Marx espresse intorno alla forma di merce, sono generalmente sconosciute e unilateralmente rimosse. Tuttavia partendo da lì, si spera di chiarire una volta per tutte la questione sociale del salario procedendo attraverso la rilettura dei testi marxiani.
Una simile lettura conduce a spiegare come Marx denoti quale sia il carattere dominante della merce nella “forma di società che noi dobbiamo considerare”: poiché sapere per prima cosa con quale oggetto reale si ha a che fare è il solo modo scientificamente corretto di procedere nell’analisi e nella comprensione di ciò che si vuole spiegare, ed eventualmente trasformare. Altrimenti ci si rifugia nel peggiore sentimentalismo romantico. Che tutte le componenti basilari della ricchezza sociale non nascano come merce – nulla nasce come merce, neppure il pane – è fin troppo ovvio. Ma che esse – e tendenzialmente tutte le cose fruibili, pure coscienza e onore – in epoca moderna, nelle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico, non lo siano diventate o non lo diventino crescentemente è molto meno ovvio.
Il massimo di confusione sul carattere di merce della produzione sociale, e sulla sua contraddizione, è raggiunto dall’errata convinzione, che tutte le riassume e le supera, secondo la quale “il lavoro non è una merce”.
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Venti tesi su Marx
di Moreno Pasquinelli*
«Chi non spera quello che non sembra sperabile non potrà scoprirne la realtà, poiché lo avrà fatto diventare, con il suo non sperarlo, qualcosa che non può essere trovato e a cui non porta nessuna strada». Eraclito
Premessa
La dottrina marxista è figlia del suo tempo, dell’epoca in cui la borghesia, malgrado il poderoso sviluppo delle forze produttive, non mantenne la promessa di un umanistico e vero progresso sociale. È in quella temperie che il nascente proletariato venne considerato il soggetto storico destinato a realizzare l’agognata redenzione dell’umanità dal suo stato di abiezione. La dottrina marxista — sintesi ingegnosa di materialismo meccanicistico di matrice nominalista, di storicismo di matrice hegeliana, e positivismo scientista —, nelle vesti di socialismo scientifico, riuscì a imporsi come alfiere della classe proletaria e come araldo di una nuova civiltà. A questo punto, con alle spalle un secolo tremendo, occorre avere il coraggio di riconoscere che anche la dottrina di Marx, malgrado la sua penetrante fisiologia del capitalismo, non ha superato la spietata prova della validazione fattuale. La storia è inflessibile, punisce chi fallisce il proprio scopo, la cui disgrazia è tanto più grande quanto più maestosa la sua profezia.
In virtù del suo carattere sincretico il pensiero di Marx era destinato a dare vita a multipli e opposti “marxismi”. Ognuno di essi si è cimentato nel tentativo di riformare la dottrina. Se tutti questi tentativi andarono incontro allo scacco è anzitutto perché nessuno di essi rinunciò al fondamento teleologico e finalistico della dottrina. Non si tratta di riformare il marxismo, né di compiere una mera decostruzione.
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Il Marx "verde" di Kohei Saito
di Carlo Formenti
Mi sono già occupato delle tesi del marxista giapponese Kohei Saito nella prima puntata dell'articolo "La cassetta degli attrezzi. Postille a Guerra e rivoluzione", uscito il 18 gennaio scorso su questo blog (https://socialismodelsecoloxxi.blogspot.com/2024/01/la-cassetta-degli-attrezzi-postille.html). In quell'occasione avevo discusso un suo libro dal titolo Marx in the Anthropocene (Cambridge University Press, 2022). Poco dopo, l'editore Fazi ha dato alle stampe l'edizione italiana di un testo precedente, L'ecosocialismo di Karl Marx (Karl Marx's Ecosocialism), un saggio che ha avuto uno strepitoso successo in Giappone (mezzo milione di copie!) e che, grazie alle sue tesi provocatorie, presumo ne avrà altrettanto a livello mondiale. Ho quindi ritenuto opportuno dedicargli questo secondo intervento nel quale, da un lato, ribadisco le perplessità formulate nel primo, dall'altro tento di approfondire alcuni dei temi affrontati da Saito che mi sono parsi tutt'altro che privi di interesse.
Saito mette le mani avanti, riconoscendo che, se ci si limita a considerare la produzione marxiana "canonica", sembrano più che fondate le critiche rivoltagli sia dagli ecologisti che da coloro che lo accusano di eurocentrismo (1): il filosofo di Treviri, il che vale a maggior ragione per Engels, aveva ancora, infatti, una visione unilateralmente ottimistica della funzione storica del capitalismo, al quale riconosceva il merito di avere accelerato, non solo il progresso economico, ma anche quello civile dell'umanità, contribuendo a emanciparla dai vincoli sociali e ideologici che impastoiavano il mondo precapitalista.
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Black marxism
di Francesco Festa
Cedric J. Robinson, Black marxism. Genealogia della tradizione radicale nera, prefazione e postfazione di M. Mellino, traduzione di E. Giammarco, Edizioni Alegre, Roma, 2023, pp. 800, € 35,00
Quando il 20 gennaio 2009 varcò la porta della Casa Bianca di Washington, Barack Obama era il primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti d’America. Dati i due mandati consecutivi, fino al 2017 visse in quella casa. Una sineddoche epifenomenica: un nero che s’insedia a capo del paese fra i più razzisti della storia contemporanea. Al mondo intero parve che quell’elezione ponesse fine alla febbre del razzismo, inaugurando un’era post-razziale.
Il 9 agosto 2014, nel Missouri, un poliziotto, Darren Wilson, sparò e uccise durante un controllo il diciottenne afroamericano Michael Brown. Per settimane si susseguirono rivolte e proclami di coprifuoco. Ferguson, Los Angeles, New York, Houston, e altre città vennero sconvolte dalle proteste a seguito della sentenza di assoluzione del poliziotto emessa dal Gran Giurì e dal pubblico ministero della contea di St. Luis, Robert P. McCulloch – un democratico eletto ininterrottamente alla carica dal 1991.
Dopo quasi un decennio di presidenza di Obama, al soglio di quella casa salì Donald Trump. Il presidente più sfacciatamente razzista e suprematista della storia statunitense.
Insomma, la questione razziale non sembra proprio esser stata superata. Anzi, oltre la siepe di quella casa vi è un’escrescenza che cresce sempre più, assumendo forme inquietanti – i confini e i margini delle società democratiche che spingono verso il centro della realtà sociale.
Conviene analizzare la questione stessa in altro modo, ossia come il razzismo e la supremazia bianca siano elementi strutturali della società statunitense, per dirla con Angela Davis.
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Sulla “follia babilonese” di John Maynard Keynes, ovvero: la verità, vi prego, sulla moneta
Cronache marXZiane n. 14
di Giorgio Gattei
Dicono alcuni che la moneta è merce
e alcuni che invece è pagherò
alcuni che manda avanti il mondo
e alcuni che è una assurdità
e quando ho domandato al mio vicino
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.
(ad imitazione di Wystan Hugh Auden)
1. Se Federico Nietzsche ha voluto insegnarci che «non ci sono fatti, ma solo interpretazioni», la sua affermazione è sia vera che falsa: falsa perché i fatti ci sono, eccome, e ci arrivano addosso alle volte inaspettati, ma pure vera perché noi ci muoviamo dentro i fatti secondo l’interpretazione che ne diamo comportandoci di conseguenza. E valga il caso clamoroso della scomparsa fisica, all’apice del suo potere, di Romolo, il primo re di Roma, che per storici come Tito Livio o Plutarco fu dovuta a un omicidio a opera dei senatori che ne avrebbero smembrato il corpo portandosene ciascuno un pezzo fuori dal Senato «nascondendolo sotto la toga», mentre il popolino credette a una sua ascesa al cielo, ne fece una divinità aggiuntiva col nome di Quirino e gli dedicò uno sette colli cittadini, per l’appunto il Quirinale.
Altrettanto sull’origine della moneta si confrontano due interpretazioni, che oggi è però più snob chiamare “narrazioni (R. Shiller, Economia e narrazioni. Come le storie diventano virali e guidano i grandi eventi economici, 2020) perché, più che spiegare, raccontano, che sono tra loro in radicale contrasto, come aveva ben compreso fin dal 1917 Joseph A. Schumpeter scrivendo che «vi sono soltanto due teorie della moneta degne di questo nome: la teoria della moneta come merce e la teoria della moneta come certificato di credito che non sono compatibili già in base al loro nucleo, benché in moltissimi casi esse conducano agli stessi risultati». Ma vediamole partitamente.
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Eurocentrismo di Samir Amin
Recensione di Monica Quirico
Samir Amin: Eurocentrismo. Modernità, religione e democrazia. Critica dell’eurocentrismo, critica dei culturalismi, a cura di G. Riolo, La Città del Sole, Napoli/Potenza, 2022, pp. 274, Isbn 9788882925529
Nel 1988 usciva Eurocentrismo di Samir Amin (1931-2018), che, sfidando la rappresentazione dominante della storia e della cultura occidentali (introiettata anche da una parte del marxismo), contribuiva a innovare radicalmente le categorie interpretative del capitalismo. In un’epoca contrassegnata (in Occidente come altrove) dalla politica identitaria, la traduzione italiana della seconda edizione dell’opera, uscita in francese nel 2008 con una Prefazione e un Capitolo conclusivo che aggiornano la versione originale, invita a riflettere sulla genealogia dei fenomeni odierni, il cui punto d’arrivo Amin così sintetizza: “l’ideologia borghese, che in origine avanzava ambizioni universalistiche, vi ha rinunciato per sostituirvi il discorso postmodernista delle ‘specificità culturali’ irriducibili (e, in forma volgare, lo scontro inevitabile delle culture)” (p. 32).
Nella sua Introduzione, Riolo ripercorre la vita di Amin dalla nascita in Egitto agli studi in Francia, suo paese di adozione. Il giovane ricercatore, che a Parigi si iscrive al PCF, si trova a lavorare alla sua tesi di dottorato in una fase in cui la Conferenza di Bandung (1955) e successivamente la Conferenza di Belgrado (1961) pongono all’ordine del giorno il processo di decolonizzazione e insieme l’emergere del movimento dei paesi non-allineati. Diventa così urgente un confronto sulle cause dell’”arretratezza” (nella terminologia occidentale) del Sud del mondo. Amin figura, insieme con Giovanni Arrighi, Andre Gunter Frank e Immanuel Wallerstein, tra i fondatori della scuola che guarda al capitalismo come sistema globale, il cui centro (l’Occidente) prospera impedendo lo sviluppo dei paesi periferici, per poter estrarre valore dalla loro forza-lavoro e depredarne le risorse naturali.
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Concretezza e storicità della contraddizione
di Salvatore Bravo
La contraddizione è la legge oggettiva della storia, è sinolo di universale e particolare; la legge della contraddizione è concreta e storica, perché si esplica nelle contingenze particolari. Capire la contraddizione significa coglierla nei suoi movimenti storici. La tensione tra particolare e universale necessita della valutazione attiva e consapevole degli uomini e delle donne in lotta. Non tutte le contraddizioni hanno lo stesso valore, ci sono priorità che devono essere oggetto di azione e pensiero, in modo da discernere le contraddizioni antagoniste dalle secondarie e calibrare le risposte alle circostanze che si presentano.
La duttilità del pensiero di Mao Tse-tung ha la sua genesi nella lotta per liberare la Cina dalla “grande mortificazione”, a cui l’aveva sottoposta l’Occidente con le guerre dell’oppio fino all’invasione giapponese nel 1937. L’aggressione giapponese è stata parte del disegno egemonico liberalista di spartizione del pianeta in aree di influenza e di saccheggio delle risorse. Dinanzi alla Cina devastata dall’invasione giapponese Mao Tse-tung dichiara la guerra di liberazione della Cina “contraddizione principale”, per cui l’alleanza con il Kuomintang diviene il mezzo con cui liberare la Cina dal nemico giapponese. Le contraddizioni interne alla Cina con relative visioni politiche sono valutate secondarie rispetto alla lotta di indipendenza della Cina:
“Dato che la contraddizione fra la Cina e il Giappone è divenuta la contraddizione principale e che le contraddizioni interne sono passate in secondo piano e vengono subordinate alla prima, si sono verificati cambiamenti nelle relazioni internazionali e nei rapporti tra le classi all’interno del paese; questi cambiamenti hanno segnato l’inizio di una nuova fase nello sviluppo dell’attuale situazione.
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C’era una volta… oppure c’è ancora Marx?
di Sandro Moiso
Marcello Musto, Alfonso Maurizio Iacono (a cura di), Ricostruire l’alternativa con Marx. Economia, ecologia, migrazione, Carocci editore, Roma 2023, pp. 350, 32 euro
Si adopera l’espressione «marxismo» non nel senso di una dottrina scoperta o introdotta da Carlo Marx in persona, ma per riferirsi alla dottrina che sorge col moderno proletariato industriale e lo «accompagna» in tutto il corso di una rivoluzione sociale e conserviamo il termine «marxismo» malgrado il vasto campo di speculazioni e di sfruttamento di esso da parte di una serie di movimenti antirivoluzionari. (Amadeo Bordiga – Riunione di Milano, 7 settembre 1952)
Occorre iniziare dalla perentoria e sintetica frase pronunciata da Amadeo Bordiga più di settant’anni fa per cogliere lo smarrimento che al giorno d’oggi può cogliere un certo numero di militanti antagonisti ogni qualvolta sentono usare il nome del filosofo di Treviri oppure il termine che ne indica l’opera e la sua interpretazione da parte di terzi.
Condizione che, spesso, trasmette un’idea di inutile deja vù o, ancor peggio, di opportunistica rivendicazione di una dottrina ridotta a fantasma di se stessa proprio a opera di coloro che un tempo, ora sempre meno, a Marx ed Engels si richiamavano, magari insieme al nome di Lenin o di altri appartenenti al periodo dello stalinismo trionfante e dell’opposizione allo stesso.
Per far uscire l’opera di Marx da questa sorta di terra di nessuno in cui è stata relegata, grazie anche all’assenza di una significativa ripresa della lotta di classe, può risultare utile la lettura del volume collettivo appena pubblicato da Carocci editore che raccoglie i contributi di quattordici studiosi di fama mondiale, appartenenti a diversi ambiti disciplinari e provenienti da vari paesi, nei quali si prova a offrire uno sguardo più moderno e attualizzato sulle idee del filosofo tedesco riguardo all’ecologia, ai processi migratori, alle questioni di genere, al modo di produzione e riproduzione capitalistico, alla composizione del movimento operaio, alla globalizzazione e alle possibili caratteristiche di un’alternativa allo stato di cose presente.
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Rileggere oggi il “Manifesto contro il lavoro”
di Paolo Lago
Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro e altri scritti, introduzione di M. Maggini, prefazione di A. Jappe, postfazione di N. Trenkle, Mimesis, Milano-Udine, 2023, pp. 164, euro 16,00
È sicuramente un’esperienza interessante rileggere oggi il Manifesto contro il lavoro (Manifest gegen die Arbeit) del Gruppo Krisis, uscito in Germania nel 1999 e tradotto per la prima volta in italiano nel 2003 per DeriveApprodi1. Come ci informa Massimo Maggini nell’introduzione di questa nuova edizione uscita per i tipi di Mimesis, il Manifest ebbe in Germania altre tre edizioni, la seconda già nel settembre del 1999, la terza nell’ottobre del 2004 e la quarta ed ultima nel 2019. Le teorie esposte nel Manifest appartengono alla corrente di pensiero chiamata Wertkritik, cioè “Critica del Valore”, secondo la quale la crisi che sta investendo il sistema del capitale è irreversibile ed è determinata proprio dalla crisi del lavoro, provocata a sua volta dalle varie ‘evoluzioni’ che esso stesso ha subito nel tentativo di aumentare e rendere migliori le sue applicazioni tecnico-scientifiche. Ciliegina sulla torta è stata la “rivoluzione micro-elettronica”, che ha espulso e reso inutili enorme masse di forza lavoro umana, ormai improduttive dal punto di vista della valorizzazione capitalistica. Naturalmente, come ricorda anche l’autore dell’introduzione, il lavoro che attaccano gli studiosi della “Critica del Valore” non è tanto l’operare umano in sé quanto invece quello che Marx definisce “lavoro astratto”, non finalizzato al benessere degli individui ma all’aumento del profitto e all’accumulazione monetaria in vista di nuovi investimenti.
Gli autori del Manifesto sono tre fra gli studiosi di spicco del Gruppo Krisis: Robert Kurz, Norbert Trenkle e Ernst Lohoff. La presente edizione2 ripropone, insieme al Manifesto, dei saggi significativi di questi studiosi (ai quali si aggiunge un saggio di Anselm Jappe) già presenti nella traduzione italiana del 2003.
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Le fasi dell'imperialismo e Lenin
Il capitale monopolistico finanziario nel divenire in processo
di Gianfranco Pala*
Il senso di questa riedizione del poscritto di Gianfranco Pala al libro "Imperialismo" è in memoria dell’anniversario della morte di Lenin avvenuta il 21 gennaio 1924. Più che una commemorazione vuole essere un nesso con analisi che in un passato, anche recente, sembravano essere utili alla crescita di una coscienza sociale, che avrebbe potuto costituire un argine, almeno, alla voracità dell’imperialismo come spartizione del mondo.
Oggi si parla di pace ma “non si dice di quale pace”; che potrà essere “solo un armistizio, una tregua, una preparazione a un nuovo massacro di popoli”. Tuttora continua “l’uso di mezzi pacifici per imporre una pacifica dominazione” cui contrapporre una “guerra democratica, giusta, rivoluzionaria”. Lenin chiedeva di rivendicare in modo fondamentale da parte degli sfruttati “pace e pane”, e oggi l’impoverimento aumenta esponenzialmente su tutto il pianeta. Le analisi possono corredarsi di fatti attuali e contingenti, ma le categorie di riferimento hanno bisogno di essere rammentate e, quando possibile, arricchite. Il virgolettato riguarda frasi di Lenin del 1917 [Carla Filosa].
* * * *
Il capitalismo è progressivo rispetto al feudalesimo,
e l’imperialismo è progressivo rispetto al capitalismo pre-monopolisltico.
Non sosterremo la lotta delle classi reazionarie
contro l’imperialismo e il capitalismo.
[V.I.Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo (1916)]
{Progress, Mosca 1974, os, ii, p.581}
1. Anzitutto si deve avere bene in mente che si sta analizzando l’imperialismo moderno e non l’imitazione caricaturale dell’attitudine “imperiale” delle più diverse forme di potere del passato, man mano che esse venivano accumulando e consolidando la loro forza.
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Lenin e la transizione dal capitalismo al socialismo
di Andrea Catone
A 100 anni dalla morte di Lenin riteniamo utile pubblicare la relazione di Andrea Catone tenuta in occasione del Convegno Lenin e il Novecento, Urbino, 13-15 gennaio 1994. Atti a cura di Riggero Giacomini e Domenico Losurdo, pubblicati da La Città del Sole, Napoli, 1997, pp. 175-215
1. Il concetto di transizione
Il termine transizione diventa equivoco e inutilizzabile per l’analisi scientifica quando lo si assuma nel suo significato letterale di ‘stato di passaggio’, forma astratta del divenire, momento relativo di un assoluto processo di trasformazione del reale. In questo senso tutto appare come transizione: qualsiasi società o regime sociale, dovrebbe essere definita di transizione, poiché segna il passaggio da una forma di società all’altra o da una precedente a una successiva formazione economico–sociale. […] Se si vuol dare al termine ‘transizione’ un significato che non sia indeterminato, non si può parlare concretamente di ‘problemi della transizione’ che in relazione a regimi e a periodi storici di trapasso da un modo determinato di produzione, riferibile a un’organica formazione sociale, a un altro modo di produzione proprio di una nuova formazione sociale (Gerratana, 320).
Lenin, com’è noto, non dedica nessun lavoro specifico a una teoria della transizione dal capitalismo al socialismo. Tuttavia, il problema della transizione è costantemente presente al suo orizzonte, almeno a partire dal momento in cui si fa concreta la possibilità della rivoluzione socialista.
Al di là delle svolte strategiche (l’ultima in ordine di tempo e forse la più travagliata è quella della NEP), rimangono alcune costanti nella sua concezione della transizione.
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Cento anni dalla morte di Lenin
di Salvatore Bravo
Cento anni ci separano dalla morte di Lenin, in un arco temporale così ampio nel quale la trasformazione sembra la cifra del nostro tempo. I processi trasformativi sono governati da leggi che bisogna decriptare, in modo da storicizzare ciò che appare “l’assoluto in Terra”. Lenin può essere un punto di riferimento dialettico per pensare “il tempo nuovo della Rivoluzione”. Il capitalismo nella sua fase imperiale occupa lo spazio e il tempo per neutralizzare ogni prospettiva storica altra. La logica competitiva-imperiale è nel quotidiano e si estende anche nelle attività divergenti. Il tempo libero è in continuità con la logica competitiva, la coscienza infelice motore della storia è anestetizzato dall’anglosfera. Le tossine del capitale sono tentacolari e hanno l’effetto di neutralizzare l’immaginazione concettuale con cui pensare l’alternativa. Occupare lo spazio-tempo in senso assoluto conduce a un pessimismo depressivo generalizzato, in quanto il presente all’ombra del capitale “sembra tutto”, non c’è scampo a esso. Il capitalismo è percepito come “totalità/gabbia d’acciaio senza alternativa” alla quale non si può sfuggire. Il centenario di Lenin avviene in un clima storico senza speranza. La possibilità di confrontarsi con un rivoluzionario che “ce l’ha fatta”, è motivo per comprendere l’importanza dell’evento e riattivare la dimensione della speranza.
Il capitalismo esalta gli organici al sistema e i disperati che si adattano rabbiosi e reificati. Lenin ci dimostra con la sua storia individuale inscindibile dalla storia del partito comunista, che la storia non è mai conclusa. Il rivoluzionario di ogni epoca deve cogliere le occasioni della storia che improvvise possono materializzarsi per trasformarle in azione. Lenin dunque dimostra che la prassi bisogna prepararla e agguantarla nel contempo.
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Lenin con gli occhi a mandorla: l’asiacentrismo
di Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli
Lenin, Meglio meno ma meglio (1923): «L’esito della lotta» (tra comunismo e imperialismo moderno) «dipende, in ultima istanza, dal fatto che la Russia, l’India, la Cina ecc., costituiscono l’enorme maggioranza della popolazione».
Dato per assodato il decisivo apporto reso da Lenin, dal 1893 al 1923, alla vittoria e al consolidamento dell’epocale Rivoluzione d’Ottobre, in gran parte sull’ex impero zarista, risulta ora poco apprezzato nella sinistra antagonista delle metropoli imperialiste il geniale contributo teorico (oltre che pratico) offerto da Lenin al processo di sviluppo del marxismo creativo e antidogmatico: gli schemi e le analisi innovative via via prodotte dal grande rivoluzionario russo (1870-1924) rispetto al capitalismo russo dal 1894 al 1916, al partito rivoluzionario, allo sviluppo in fasi differenti del processo rivoluzionario, al materialismo e alla logica dialettica, all’imperialismo contemporaneo, al capitalismo monopolistico di stato, al complicato processo di costruzione del socialismo in Russia, costituiscono una serie impressionante di gemme assai preziose e incastonate tra loro che servono, ancora oggi, all’elaborazione e alla praxis collettiva dei comunisti del Ventunesimo secolo, a un secolo dalla scomparsa del fondatore del bolscevismo/comunismo moderno.
Molto meno nota si rivela invece un’altra sezione del pensiero leninista, rilevante e importante, che consiste nella teoria dell’asiacentrismo.
Bisogna subito precisare che lo stesso concetto di Asia risulta di origine europea e risale allo storico greco Erodoto, essendo una categoria geopolitica non accettata dagli abitanti dell’Asia fino ai primi del Novecento.
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Materialismo dialettico in Mao Tse-tung
di Salvatore Bravo
Il marxismo è analisi oggettiva della realtà, è ricerca delle condizioni che conducono alla rivoluzione e all’emancipazione. Il materialismo dialettico è filosofia della prassi, essa con le sue categorie indaga la realtà permettendo di valutare i processi più idonei che conducono al comunismo. Il materialismo dialettico è una visione del mondo, aderire a esso significa partecipare alla lotta di classe nelle circostanze storiche date. Il materialismo dialettico è la Filosofia del proletariato, mentre l’Idealismo è la filosofia della borghesia capitalista. Mao Tse tung contrappone le due filosofie a cui corrispondono le classi sociali in lotta.
La Filosofia per Mao Tse-tung è sviluppo analitico della realtà, è dialettica materialistica con la quale la classe subalterna diviene consapevole delle condizioni oggettive che conducono alla rivoluzione. Dal fatalismo dell’Idealismo che eternizza i rapporti di forza, il proletariato può uscirne sono con il materialismo dialettico con il quale diviene consapevole che la subalternità non è un dato naturale, ma una relazione materiale dinamica e come tale trasformabile. La Filosofia non insegna il semplice rispecchiamento, essa è movimento di liberazione dalle catene che opprimono i dominati. Le classi operaia e contadina decodificano politicamente le condizioni per ribaltare i rapporti di forza e lo sfruttamento mediante il materialismo dialettico. Mao Tse-tung è erede della lesione filosofica di Marx ed Engels:
“Per quanto riguarda il problema dell’oggetto della filosofia, Marx, Engels e Lenin si opposero tutti quanti alla separazione della filosofia dalla realtà concreta e alla trasformazione della filosofia in una serie di dottrine indipendenti. Essi sottolinearono che la filosofia deve svilupparsi dall’analisi della vita reale e dei rapporti reali e si opposero al metodo della logica formale e dell’idealismo menscevico secondo il quale oggetto di studio sono i concetti logici o un mondo naturale di concetti logici.
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