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La funzione dialettica del “Manifesto del Partito Comunista” nel processo storico
di Giannetto Edoardo (Nanni) Marcenaro
Introduzione
Il 175° anniversario della pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista, ricorso l’anno passato, cade in un’epoca nella quale lo sviluppo del processo storico, da una parte, ha dimostrato come – a dispetto dei trionfali proclami dei liberali all’indomani del dissolvimento dell’Unione Sovietica– il socialismo e l’ideologia Marxista-leninista siano ben vivi e abbiano acquisito più forza e ricchezza di quanta mai ne avessero creata prima, soprattutto nella Repubblica Popolare della Cina, e dall’altra parte invece, ha segnato in Occidente l’inizio di una profonda crisi di credibilità, diffusione, e radicamento nelle popolazioni dei vari Stati europei, per quegli stessi movimento e pensiero.
Gli ultimi trent’anni hanno visto un ridimensionamento, non distante da una completa cancellazione dal panorama politico nell’Occidente capitalistico, delle formazioni comuniste o socialiste la cui influenza sulla società e sulle culture nazionali, nonostante il continuo deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro, si è sempre più ridotta, sotto l’attacco costante e sistematico del revisionismo storico e delle incessanti ondate contrarie dei prodotti culturali di massa.
La classe capitalista ha potuto prendere l’iniziativa in assenza di qualsiasi costrizione e trasformare a propria immagine e somiglianza l’intera società, disgiungendo gli aspetti politici dei rapporti sociali da quelli identitari, in modo da isolare “individuo” e “società”, disinnescando quindi qualsiasi portata rivoluzionaria dei movimenti dei diritti cosiddetti “civili”, e trasportando le questioni economiche nel loro insieme sul terreno della meccanica “celeste” del “libero mercato”, con i subdoli mezzi della retorica keynesiana di “imprese” e “famiglie”, nella quale dilegua qualsiasi nozione di conflitto sociale o di classe e la prospettiva unica sull’orizzonte degli eventi è quello del thatcheriano “there is no alternative”: è consentito soltanto appellarsi al lumicino della speranza che “un altro capitalismo” sia possibile.
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Per il 120° anniversario della morte di Antonio Labriola
di Eros Barone
I clowns politici hanno sempre di che divertirci in questo paese dove fiorisce la commedia da piangere e la tragedia da ridere.
Lettera di Antonio Labriola a Friedrich Engels del 5 novembre 1894.
La “crisi di fine secolo” e lo stato di assedio politico caratterizzarono in Italia il periodo intercorrente fra le cannonate del generale Fiorenzo Bava Beccaris, con cui fu stroncata l’insurrezione popolare (Milano, 6-7-8-9 maggio 1898), e le revolverate dell’anarchico Gaetano Bresci, con cui fu stroncata la vita del re Umberto I (Monza, 29 luglio 1900). Tuttavia, questi eventi non impedirono una fioritura di studi e di ricerche intorno alla teoria di Marx, poiché in quel drammatico tornante fra i due secoli il marxismo conquistò una posizione di prestigio nella cultura italiana e divenne il centro di un ampio dibattito intellettuale che vide impegnate le menti più acute del tempo.
- Una eccezionale fioritura di studi e discussioni sul pensiero di Marx e di Engels
Nel volgere di pochi mesi videro la luce uno dopo l’altro i saggi di Benedetto Crocesu Materialismo storico ed economia marxistica, la monografia di Giovanni Gentile su La filosofia di Marx, 1 le considerazioni Pel materialismo storico di Corrado Barbagallo e La teoria del valore di Carlo Marx di Arturo Labriola: quattro giovani intellettuali emergenti che esordivano sulla scena della cultura facendo i conti con il pensiero marx-engelsiano. Sempre nello stesso periodo esplodeva la polemica sul revisionismo fra Merlino e Bissolati, il giovane Enrico Leone pubblicava sulla «Rivista critica del socialismo» un lavoro sul Metodo nel «Capitale» di Karl Marx e uscivano La produzione capitalistica di Antonio Graziadei e Il terzo volume del «Capitale» di Vincenzo Giuffrida. Una domanda sorge spontanea: come può essere spiegato il fatto che il marxismo, appena conosciuto venti anni prima, avesse raggiunto, in un’epoca in cui le idee circolavano ancora piuttosto lentamente, una simile influenza e un simile successo?
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E' ancora attuale la categoria di imperialismo e quali sono i paesi imperialisti?
di Domenico Moro
Il termine di imperialismo è associato ai più importanti imperi del passato come quello romano o quello persiano. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il termine di imperialismo è stato ripreso per descrivere la nuova realtà mondiale, caratterizzata dalla formazione di diversi imperi facenti riferimento soprattutto agli stati dell’Europa occidentale. Per questo il periodo tra la seconda metà dell’Ottocento e il 1945, quando inizia la decolonizzazione, è stato definito l’età degli imperi. L’impero più vasto era quello britannico, seguito da quello francese, spagnolo, portoghese e olandese, che erano gli imperi più antichi. Tra gli ultimi Paesi a partecipare alla corsa alle colonie ci furono gli Stati Uniti, il Giappone, la Germania, il Belgio e l’Italia.
L’imperialismo moderno si differenzia da quello antico perché non rappresenta soltanto un espansionismo militare bensì un espansionismo in primo luogo economico, basato sulla conquista di territori da sfruttare e utilizzare economicamente, le colonie. L’imperialismo è una fase dello sviluppo del capitalismo, caratterizzando in modo peculiare l’economia dei Paesi imperialisti. Dal punto di vista globale l’imperialismo è un sistema basato sulla divisione tra un centro metropolitano, i Paesi imperialisti, e una periferia e una semiperiferia, entrambe sfruttate e oppresse dal centro.
Dal momento che dopo il 1945 è iniziato il processo di decolonizzazione e le ex colonie sono divenute stati indipendenti, si può parlare dell’esistenza di un imperialismo ancora oggi? Riteniamo di sì, ma con delle differenze. Quella di imperialismo rimane, quindi, una delle più importanti categorie di interpretazione della realtà. Per analizzare l’imperialismo attuale e definire le novità rispetto a quello della prima metà del Novecento dobbiamo partire da un testo che fu fondamentale nell’interpretazione dell’età degli imperi, “L’imperialismo. Fase suprema del capitalismo” di Lenin.
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Introduzione a Le macchine del Capitale
di Andrea Cengia
Andrea Cengia: Le macchine del capitale. Con Marx, per la critica dell'economia politica della tecnologia, ed. Punto rosso, 2024
A partire dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, un crescente numero della popolazione mondiale sperimenta la presenza sempre più evidente di un orizzonte tecnologico. Gli oggetti, materiali o immateriali, che prendono il nome di tecnologia, hanno assunto un peso socialmente sempre più rilevante. Dalle trasformazioni di fabbrica del secondo dopoguerra fino alla proliferazione della rivoluzione digitale dei nostri giorni, la società ha subito profonde modificazioni. La tecnologia, il cui significato si cercherà di chiarire in seguito, ha spesso raccolto e ancora raccoglie speranze e timori, alimentando un dibattito sociale caratterizzato da forti prese di posizione, di adesione o di rifiuto, rispetto alle innovazioni presenti sul mercato1. Nell’autunno del 2021, dando notizia del blocco mondiale di alcuni tra i più importanti servizi social del mondo, il New York Times titolava Gone in Minutes, Out for Hours, commentando come miliardi di vite fossero state sconvolte proprio per mancanza di connessione2. È interessante notare che, poche settimane dopo, nel novembre del 2021, il Virtual Congress della Friedrich Ebert Stiftung3 veniva pubblicizzato attraverso un fotomontaggio rappresentante Marx dotato di visore per realtà aumentata. Ci sarebbe da chiedersi per quale ragione, non raramente, sia proprio Marx e il suo lavoro a essere chiamati in causa in contesti di riflessione sulla tecnologia, in particolare rispetto alle sue forme più articolate come quella dell’universo digitale. Poiché le forme di società fortemente caratterizzate dalla dimensione tecnologica sono anche società dove predomina il modo di produzione capitalistico, qualora non si desideri recepire come necessaria la forma sociale che l’orizzonte tecnologico contribuisce a realizzare, diventa importante chiamare in causa l’elaborazione teorica marxiana. La spinta senza sosta verso la creazione di spazi digitali di socialità, siano essi i social network oppure forme di virtualizzazione, ci riporta quindi a Marx.
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Cinquanta sfumature di rosso. Il marxismo e la pluralizzazione del conflitto sociale
di Alexis Piat
Introduzione: Il rosso delle origini – Marx e la teoria materialista del conflitto
1 - Pochi autori sono più difficili da leggere di Marx. Non perché la concettualità marxiana sia particolarmente astratta o complessa – se è indiscutibilmente così, queste dimensioni appartengono di diritto a qualsiasi grande pensiero – ma perché il lettore deve sempre assicurarsi di leggere Marx correttamente, senza le innumerevoli scorie lasciate dalla storia che ricopre il testo. Se tale recupero avviene, il lettore non legge più Marx: sogna il pensiero o la pratica di un altro, quello di Althusser nel migliore dei casi, quello di Stalin quando le cose vanno davvero male. Tutti sanno che per Marx «la lotta di classe è il motore della storia». Tuttavia, sarebbe difficile fare riferimento a una tale formula quando essa sembra essere una figura imposta di commento (al punto che è difficile rintracciarne l'origine), dal momento che invece non appare da nessuna parte, come tale, nell'opera di Marx. [*1]
2 - D'altra parte, è indiscutibile che la prima sezione del Manifesto del Partito Comunista si apre con l'affermazione che «La storia di ogni società fino ai giorni nostri è la storia delle lotte di classe» [*2]. Tuttavia, è necessario fare diverse osservazioni su questa affermazione. In primo luogo, non è strettamente equivalente alla formula generalmente utilizzata dal commento: è infatti descrittiva, piuttosto che analitica, e la storia stessa deve essere intesa come il periodo su cui i resoconti scritti danno conto, e non come la sostanza del futuro delle società umane [*3]. In secondo luogo, si colloca all'interno di un testo il cui statuto non è strettamente teorico: il Manifesto è un documento di propaganda e, per quanto sia una propaganda di ottima qualità, e direttamente radicata nella teoria, il suo rigore è subordinato alle necessità dell'azione rivoluzionaria.
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La teoria del valore di Marx: collasso, IA e Petro
di Michael Roberts
Un sito, Marxism and Collapse (M&C) ha condotto un "dialogo" con un modello di Intelligenza Artificiale chiamato Genesis Zero (GZ) il quale include «un'espansione e una confutazione» della teoria del valore di Marx. La voce umana (M&C) pone delle domande e spinge il modello di intelligenza artificiale (GZ) a discutere le inadeguatezze della teoria del valore di Marx, e a raggiungere una nuova e migliore teoria. Il sito web Marxism and Collapse può essere trovato qui, e qui si trova la loro "dichiarazione di programmatica". Mentre, le parti principali della discussione sulla Teoria del Valore di Marx, Genesis Zero - Gustavo Petro, si trovano qui
M&C sostiene che nell'analisi di Marx c'è una debolezza fondamentale secondo cui, in una merce, la cosa riguarda il duplice carattere del valore d'uso e del valore di scambio. L'addestratore umano di M&C fornisce delle domande guida in modo da far sì che GZ, di conseguenza, risponda che nella teoria di Marx c'è davvero una debolezza: vale a dire, che essa lascia fuori la natura in quanto fonte di valore. Quindi, GZ concorda sul fatto che abbiamo bisogno di modificare la teoria del valore di Marx, trasformandola in una teoria "generale" del valore che incorpori in sé il valore della "natura". Questo dibattito è stato distribuito principalmente in America Latina e in Spagna (ad esempio, nel giornale colombiano Desde Abajo), e ciò sebbene le precedenti versioni inglesi siano state ampiamente distribuite anche in diversi paesi di lingua inglese. Anche il presidente colombiano Gustavo Petro è entrato in questo dialogo, cosa che ha suscitato un notevole interesse. Petro non è solo il presidente della Colombia, ma è anche molto interessato alla teoria marxista, in relazione alla crisi ambientale e ai danni generati dal capitalismo a livello globale e in Colombia. Ed egli è desideroso di trovare un modo per poter applicare la legge del valore alla misurazione del danno ecologico e ambientale recato alla natura che viene causato dal capitale. Dal dialogo, si conclude che bisogna modificare la legge del valore di Marx in modo che essa incorpori la natura, la quale secondo lui è assente nella teoria del valore di Marx. Petro ha utilizzato le idee espresse in questo dialogo in diverse presentazioni orali.Prendiamo in considerazione l'idea che la teoria del valore di Marx sia inadeguata, incompleta e persino falsa poiché non considera la natura come fonte di creazione del valore. Però, ritengo invece che questa idea sia superflua, e che essa serva solo a indebolire la teoria del valore di Marx in quella che è la sua penetrante e convincente critica del capitalismo.
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Il prestito e le tasse, anche. Cronache marXZiane n. 15
di Giorgio Gattei
1. Se la moneta è “Dio” (vedi la Cronaca precedente), di quanto “Dio” ci sarà bisogno sul pianeta Marx, quel corpo teorico celeste comparso improvvisamente nel cielo dell’economia e a cui Karl Marx, che più di tutti l’ha investigato, ha dato il suo nome?
Intanto facciamo il punto su quanto abbiamo finora appreso, e cioè che la moneta non deriva affatto dall’iniziativa spontanea degli “scambisti democratici” sul mercato, come l’ha raccontata Aristotele e si continua a ripetere, bensì dalla pratica di “buon vicinato” di prestare qualcosa a qualcuno con l’impegno di farsela restituire in futuro (che poi non sarebbe altro che lo sviluppo di quella originaria “economia del dono”, studiata da Marcel Mauss, che impone comunque l’obbligo di ricambiare il dono ricevuto e addirittura ad abundantiam). Se poi a certificazione del prestito concesso venisse redatta una qualche scrittura con l’indicazione di quanto prestato e del nome del debitore, saremmo davanti a una promessa di pagamento, a queli “pagherò” che sarebbero stati all’origine della moneta «prima delle sue origini», per dirla con il bel titolo di un libro di O. Bulgarelli (2001). Quella primitiva “scrittura monetaria” (se tale ci azzardassimo di chiamarla) resterebbe però nelle mani del creditore finché il debitore non avesse restituito quanto ricevuto in prestito, dopo di che gli sarebbe riconsegnata liberandolo dalla sua obbligazione. Se così può essere stato, come la documentazione storica sembra provare, allora la moneta avrebbe trovato la sua origine in una relazione di debito/credito piuttosto che in uno scambio tra compratori e venditori, ma questa interpretazione alternativa (“cartalista” come è stata chiamata, ma il termine è equivoco e non ha fatto presa) ha potuto farsi strada soltanto nel corso del Novecento, man mano che venivano alla luce le “pratiche monetarie” di Sumeri e Babilonesi e sulle quali abbiamo adesso almeno i due testi riepilogativi di D. Graeber, Debito. I primi 5000 anni (2012) e La natura della moneta (2016) di G. Ingham. ma qui soprattutto merita citare la succosa sintesi di P. Tcherneva, Il cartalismo e l’approccio alla moneta come entità guidata dalle tasse (2019, in rete) che ha ispirato questa “Cronaca marXZiana”.
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I tanti volti del Capitale
di Marcello Musto
L'opera di Karl Marx possiede le doti dei grandi classici: stimola nuovi pensieri ed è capace di illustrare aspetti fondamentali del passato quanto della contemporaneità
Passano i lustri e, sebbene sia stato descritto più volte come un testo antiquato, si ritorna a discutere del Capitale di Karl Marx (appena ripubblicato in una nuova edizione da Einaudi). Nonostante abbia compiuto 157 anni (fu pubblicato il 14 settembre del 1867), la «critica dell’economia politica» conferma di possedere tutte le virtù dei grandi classici: stimola nuovi pensieri a ogni rilettura ed è capace di illustrare aspetti fondamentali del passato quanto della contemporaneità. Simultaneamente, ha il pregio di circoscrivere la cronaca del presente – così come il peso dei suoi, spesso inadeguati, protagonisti – nella posizione relativa che le spetterebbe. Non a caso, il celebre scrittore italiano Italo Calvino affermò che un classico è tale anche perché ci aiuta a «relegare l’attualità al rango di rumore di fondo». I classici indicano le questioni essenziali e i punti ineludibili per poterle intendere a fondo e dirimerle. Per questo motivo essi conquistano perennemente l’interesse di nuove generazioni di lettori. Un classico rimane indispensabile nonostante il trascorrere del tempo e, anzi, nel caso del Capitale si può affermare che questo scritto assume tanto più efficacia quanto più il capitalismo si diffonde in ogni angolo del pianeta e si espande in tutte le sfere delle nostre esistenze.
Ritorni a Marx
In seguito allo scoppio della crisi economica del 2007-2008, la riscoperta del magnum opus di Marx fu una vera e propria necessità, quasi la risposta a un’emergenza: rimettere in circolazione il testo – da tutti dimenticato, dopo la caduta del Muro di Berlino – che forniva chiavi interpretative ancora valide per comprendere le vere cause della follia distruttiva del capitalismo.
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Lucio Colletti: marxismo dell’alienazione contra marxismo dell’astrazione
di Roberto Finelli*
§1. Scienza contro dialettica
È all’indistinzione tra marxismo della alienazione-contraddizione e marxismo dell’astrazione che si lega a mio avviso la rapida parabola del marxismo filosofico in Italia nella seconda metà del ‘ 900.
Con tale denominazione s’intende infatti quel marxismo che, caratterizzato soprattutto dai nomi di G. della Volpe, L. Colletti, M. Rossi e N. Merker, ha provato nella seconda metà del Novecento, dopo l’impresa di Labriola alla fine del secolo precedente, a far valere il marxismo, non solo come teoria politica dell’emancipazione e della rivoluzione, ma, insieme e soprattutto, come scienza del presente storico e sociale, dotata di una sua autonoma e autosufficiente fondazione logica e teoretica. Ovvero propriamente quale scienza della storia, lontana dalle fumoserie e dai misticismi della dialettica, e omologa, quanto a metodo conoscitivo, a quello delle scienze esatte della natura. E valida in tal modo a proporsi come filosofia egemone del nostro tempo, in quanto capace di coprire sia il campo e la legittimazione del conoscere che il campo e la legittimazione dell’agire.
Secondo Della Volpe e i suoi allievi, Marx andava infatti letto come il Galileo delle scienze storiche, come uno scienziato cioè che aveva indagato solo la fattualità concreta ed empirica dell’esperienza sociale e che aveva elaborato, fin dal suo scritto giovanile del 1843 Per la critica della filosofia statuale hegeliana, una logica materialistica della conoscenza storica radicalmente critica della logica speculativa e astratta del sistema di Hegel1.
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Classe e popolo secondo Dussel interprete di Marx
di Fabio Ciabatti
Enrique Dussel, Marx e la modernità. Conferenze di La Paz, Castelvecchi 2024, € 17,50, pp. 147
Un Marx che critica l’economia politica da un punto di vista etico e cioè dal punto di vista della materialità della vita, della soggettività corporea del lavoratore inteso come non essere del capitale. Una critica che parte dall’esteriorità, da ciò che la totalità del capitale esclude. È questa l’interpretazione di Marx per certi versi spiazzante, ma sempre sorretta da una solida conoscenza dei testi che ci presenta Enrique Dussel, studioso argentino scomparso lo scorso anno. Uno studioso che, partendo dalla teologia della liberazione, negli anni Novanta si dichiara discepolo di Marx per rifiutare l’idea, oramai comune, che il rivoluzionario tedesco sia da considerare un “cane morto”.
Marx e la modernità, recentemente tradotto in italiano da Antonino Infranca, è un testo formato dalla trascrizione di un ciclo di conferenze tenute a La Paz da Dussel nel 1995 e può essere letto come una introduzione sufficientemente completa all’opera del pensatore sudamericano. La provenienza geografica è essenziale perché la valorizzazione dell’esteriorità cui abbiamo accennato nasce proprio dal punto di osservazione rappresentato dalla periferia dell’impero.
Una collocazione che si vede a partire dalla critica del tradizionale concetto di modernità. In breve,
la Modernità non si è allargata dall’Europa. Questa è l’idea sostanzialista della Modernità: prima c’è una sostanza e dopo si espande. No, il Sistema-Mondo si origina incorporando una periferia che lo costituisce.1
Questa sostanza, secondo la narrazione convenzionale, avrebbe avuto un’evoluzione con diversi stadi storico-geografici che rileverebbe la sua intrinseca forza espansiva: Rinascimento, riforma protestante, illuminismo, Rivoluzione francese, parlamentarismo inglese e, nel frattempo, diffusione a livello mondiale.
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Charles Bettelheim, il teorico della transizione al socialismo
Appunti su Calcolo economico e forme di proprietà
di Collettivo Le Gauche
Calcolo economico e forme di proprietà di Charles Bettelheim ha come obiettivo presentare alcuni concetti chiave da utilizzare nel dibattito sulla transizione socialista e trarre alcune conclusioni dal loro impiego in un’analisi concreta delle formazioni economico-sociali che dicono di marciare verso un nuovo modo di produzione. Lo scopo ultimo del lavoro è capire se effettivamente paesi come l’URSS sono stati socialisti o meno. A questo quesito l’autore risponderà nei volumi de Le lotte di classe in URSS utilizzando i concetti sviluppati nel libro. Presento in questo saggio degli appunti sparsi presi dal volume in questione che mi sono serviti per le introduzioni ai volumi 1 e 2 di Le lotte di classe in URSS recentemente pubblicati dalla collana Filo Rosso della casa editrice Pgreco.
La prima macrotematica analizzata è quella del calcolo economico nelle formazioni sociali di transizione dal capitalismo al socialismo. Il tema si lega a quello della pianificazione e alle condizioni di circolazione dei prodotti. Il ragionamento dell’economista francese inizia assumendo alcune proposizioni teoriche in merito al calcolo economico e al piano nell’economia socialista per poi metterle in relazione alle pratiche effettive delle formazioni economico-sociali di transizione. Uno dei primi testi analizzati per raccogliere le informazioni necessarie per procedere con il ragionamento è l’Anti-Dühring di Engels che affronta il tema delle condizioni necessarie per elaborare un piano economico in una società socialista, caratterizzata dal possesso di mezzi di produzione da parte dei lavoratori che li usano per una produzione immediatamente socializzata. Questo, dice Engels, presuppone l’esclusione di ogni scambio di merci e l’assenza della trasformazione dei prodotti in merci e la conseguente trasformazione in valori. La pianificazione, in questo contesto, avverrebbe mediante il calcolo delle ore di lavoro necessarie per produrre un determinato prodotto.
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Per costruire il socialismo del secolo XXI non serve rileggere il passato con le vecchie categorie
Serve analizzare il presente da prospettive inedite
In merito a uno scambio epistolare fra il sottoscritto e gli amici del Forum Italiano dei Comunisti
di Carlo Formenti
Da qualche tempo gli amici del Forum italiano dei comunisti mi hanno inserito in una loro mailinglist. Qualche settimana fa mi hanno inviato un file che contiene un libro di Roberto Gabriele che ha lo stesso titolo del mio blog (lo potete scaricare al seguente indirizzo). Mi hanno chiesto di darne un giudizio critico e di stendere eventualmente una prefazione (o una postfazione) in vista della pubblicazione che, se ho ben inteso, è prevista dopo l'estate in corso. Ho letto con attenzione il testo in questione, tuttavia, a mano a mano che procedevo nella lettura sono passato da una benevola aspettativa (dovuta al fatto che gli amici del Forum, rispetto alla galassia dei partitini, gruppi e gruppuscoli neocomunisti residuati dallo sfascio di PCI, PdRC e cespugli vari, hanno almeno il merito di rifiutare la scorciatoia di una illusoria riaggregazione per sommatoria dell'esistente), a una profonda irritazione, dovuta al fatto che, ancora una volta, l'attenzione si concentra prevalentemente sul passato alla ricerca di errori e tradimenti e di un mitico "filo rosso" che marcherebbe la continuità di un genuino orientamento comunista dal Manifesto del 1848 ai giorni nostri. Sull'onda di tale irritazione ho risposto all'invito di cui sopra con la mail che riproduco quasi integralmente qui di seguito (solo con qualche minima correzione e integrazione).
(...) ho la sensazione che tutti voi di area neo-post comunista leggiate poco o almeno con poca attenzione le cose che vado scrivendo sul blog e/o sui miei libri. Altrimenti vi sareste resi conto che sono lontanissimo dal taglio memorialista-nostalgico di approcci come quello di Gabriele (e di molti, ahimè quasi tutti, gli altri amici del giro). Per essere brutalmente franco e per semplificare al massimo:
1) non credo più da tempo che esista qualcosa come il socialismo “scientifico” di cui si parla nel libro.
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Il metodo di Marx contro Zizek
di Alfonso Strazzullo
“Una delle trappole più subdole che insidiano i marxisti è la ricerca del momento della Caduta, quando le cose hanno preso la piega sbagliata nella storia del marxismo: fu già Engels con la sua concezione positivista-evoluzionista del materialismo storico? Sono stati il revisionismo e l’ortodossia della Seconda Internazionale? È stato Lenin? O è stato Marx stesso nella sua ultima opera, dopo aver abbandonato il suo umanesimo giovanile (come alcuni “marxisti umanisti” hanno sostenuto decenni fa)? L’intero argomento deve essere respinto: non c’è nessuna opposizione, la Caduta è necessariamente inscritta nelle origini stesse. (Per dirla tutta, una simile ricerca dell’intruso che ha infettato il modello originario e ne ha causato la degenerazione non può che riprodurre la logica dell’antisemitismo). Ciò significa che, anche se – anzi, soprattutto se – si sottopone il passato marxista a una critica spietata, bisogna prima riconoscerlo come “proprio”, assumendosene la piena responsabilità, non sbarazzarsi comodamente della “cattiva” piega delle cose attribuendola a un intruso estraneo (il “cattivo” Engels che era troppo stupido per capire la dialettica di Marx, il “cattivo” Lenin che non ha capito il nucleo della teoria di Marx, il “cattivo” Stalin che rovina i nobili piani del “buon” Lenin, ecc.)”.
Mi è giunta tra i meandri del Telegram questa citazione con cui sono assurdamente d’accordo, tranne, paradossalmente, che con il nucleo stesso del ragionamento di Zizek.
L’autore sloveno (col quale ho un rapporto strano, mi diverte, mi affascina, mi disgusta e mi fa incazzare allo stesso tempo) mi trova assolutamente d’accordo con l’osservazione del fatto che spesso si immagina un marxismo in un modo o nell’altro puro, non pervertito, originario per così dire, inseguendo una forma ideologica tipica della religione e non della scienza (tolgo, per questo, la filologia, essendo la prima scienza o il primo approccio scientifico tra ciò che oggi chiamiamo “discipline umanistiche”, la prima forma laica di studio della scrittura, che perde la S maiuscola che aveva in ambito teologico) e ha a sua volta ragione nel ribadire che la struttura logica dell’antisemitismo è esattamente questa (per dirla con Eco, è la struttura logica dell’urfascismo).
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La scienza del valore
recensione di Ascanio Bernardeschi
Michael Heinrich, La scienza del valore. La critica marxiana dell’economia politica tra rivoluzione scientifica e tradizione classica, a cura di Riccardo Bellofiore e Stefano Breda, tr. it. di Stefano Breda, Pgreco edizioni, Milano 2023, pp. 559, € 26,60.
Per troppi anni in Italia non sono circolati adeguatamente gli importantissimi studi che si basano sulla nuova edizione critica delle opere di Marx ed Engels (Mega2). Una significativa rottura di questo assordante silenzio vi fu nel 2001 con la pubblicazione da parte di Roberto Fineschi di Ripartire da Marx, di cui recentemente è uscita un’edizione aggiornata intitolata La logica del capitale (Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Press, Napoli 2021). Sempre Fineschi ha curato la pregevole nuova edizione del primo libro del Capitale includente un volume di apparati che documenta importanti varianti fra le varie edizioni. Naturalmente vi sono stati altri saggi in materia di autori italiani, ma la prima traduzione importante di un’opera di uno studioso straniero mi pare sia il quasi introvabile Dialettica della forma di valore, di Hans Georg Backhaus (Editori Riuniti, Roma 2009). C’è pertanto da salutare con soddisfazione l’uscita, verso la fine del 2023, della traduzione di un grande lavoro di Michael Heinrich, la cui prima edizione in tedesco risale al 1991, poi rivisitata notevolmente in successive edizioni: Die Wissenschaft vom Wert. Die Marxsche Kritik der politischen Ökonomie zwischen wissenschaftlicher Revolution und klassischer Tradition. Breda ci avverte opportunamente che la traduzione di Wissenschaft con scienza non dà conto completamente del significato originale e potrebbe indurre il lettore a un accostamento alle scienze esatte, mentre il termine tedesco è usato per indicare in generale attività sistematiche per la produzione di conoscenza. Basti pensare – esemplifico – al titolo della grandiosa opera di Hegel, Die Wissenschaft der Logik, la nota Scienza della logica.
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Critica della Wertkritik. Risposta ad Afshin Kaveh
di Collettivo Le Gauche
Premessa
Questo scritto è una risposta, su sollecitazione del mio amico Afshin Kaveh, a un suo articolo apparso su l’Anatra di Vaucanson. Si tratta infatti di una elaborazione di alcune critiche che mi è capitato di rivolgergli nelle nostre discussioni. Da queste critiche locali ho deciso di ricavare uno scritto più articolato di critica alla Wertkritik, su quelli che secondo me sono i suoi limiti interni e che a mio avviso la rendono una teoria poco “praticabile”. La speranza è quella di accendere un dibattito che in Italia fatica a prendere piede.
Se infatti in Germania, Francia e Brasile la Wertkritik è ormai un argomento comune nel dibattito a sinistra, in Italia la “critica del valore” è stata relegata ai margini di un dibattito già di per sé specialistico. Non c’è da sorprendersi in merito. Lo stato pietoso dell’editoria comunista in Italia è sotto gli occhi di tutti. Mentre fiumi di inchiostro continuano a essere spesi per il buon Gramsci, per Berlinguer e per il PCI, all’appello mancano testi fondamentali del dibattito marxista internazionale. Pensiamo alla completa assenza dei testi di J. B. Foster, autore fondamentale in materia ecosocialista. O pensiamo alla mancanza di Capitalism di Anwar Shaikh, forse il testo più importante di economia marxista scritto dopo il Capitale. Se non fosse stato per l’azione lungimirante di Bellofiore poi, chissà se avremmo mai avuto la traduzione di La Scienza del Valore di Heinrich.
In merito a questo scritto, credo che per onestà intellettuale sia importante specificare che io non sono un esperto della Critica del Valore. Oltre ai vari articoli che ho letto (naturalmente Kaveh, ma anche Hemmens, Frola, Jappe e Wolf Bukowski) gli scritti che conosco sono principalmente Il Collasso della Modernizzazione di Robert Kurz e il Manifesto contro il Lavoro del Gruppo Krisis, di cui facevano parte lo stesso Kurz assieme a Norbert Trenkle e Ernst Lohoff prima della rottura.
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Sovranità in Marx
di Leo Essen
Non è vero che Marx non si sia occupato di politica. Se si sfogliano i suoi appunti o i suoi tentativi più riusciti di scrivere il benedetto sistema – i Lineamenti –, si trovano pagine di primo livello di (cosiddetta) politica.
In un breve capitolo del volume I dei Lineamenti, da p. 207 a p. 221, Marx parla appunto della politica, dei concetti centrali della politica borghese, Sovranità e Libertà, e dice: Cosa sono la Sovranità e la Libertà? Non sono niente. Non c’è Sovranità e non c’è Libertà. Gli agenti economici sono gli uni legati agli altri in una catena di dipendenze. Solo per quei boriosi di socialisti francesi sono immaginabili agenti liberi e sovrani indipendenti da ogni relazione con gli altri agenti. Per Proudhon, per esempio, che aspira a filosofare alla tedesca, la libertà è un affare dell’uomo, è una proprietà che bisogna restituire all’uomo, una condizione – uno stato – che è represso, inibito, impedito dalla società borghese, impedito dagli affari, dal commercio, dalla polizia, dal vaccino, dalla scienza, etc., diremmo oggi – il rosario lo conosciamo.
Ebbene, dice Marx, Proudhon è uno spocchioso, e quando scimmiotta Hegel è uno spocchioso al quadrato. Prendete gli empiristi inglesi, dice. Non si fanno tante storie. Non hanno difficoltà a riconoscere che negli affari non c’è libertà e non c’è sovranità. Nessun narcisismo impedisce loro di dire che l’uomo non ha alcuna sovranità e libertà, che sovranità e libertà, e qui sta il genio inglese, non stanno in mano a nessuno, men che meno a un essere trascendente. La libertà è in una mano invisibile, anonima, sta in mano al mercato, ed è oggettivata in una cosa che portiamo in tasca e che parla a tutti con la stessa indifferenza: il denaro.
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Su L'ecosocialismo di Karl Marx di Kohei Sato
di Francesco Saverio Oliverio
L’ecosocialismo di Karl Marx di Kohei Saito è comparso in lingua italiana per i tipi di Castelvecchi nell’ottobre 2023 [1]. La pubblicazione in lingua inglese risale al 2017, l’editore fu la Monthly Review Press [2]. Saito è filosofo del pensiero economico, professore all’Università di Tokyo; il suo nome è giunto al grande pubblico grazie al boom di vendite del successivo Capital in the Antropocene (Ed. Shueisha, 2020) vincitore dell’Asia Book Award del 2021 nella categoria dei libri con un gran numero di lettori che colgono con acutezza i cambiamenti della società moderna.
L’autore – sin dalle pagine introduttive – si immerge nel dibattito che ha attraversato le opere di Marx, in particolare in merito all’ecologismo. Il rivoluzionario di Treviri è stato criticato – ricorda Saito – a partire dagli anni Settanta anche dall’emergente movimento ambientalista per il suo “prometeismo” ovvero per il suo elogio al progresso delle forze produttive e anche in campo sociologico non sono mancate voci autorevoli – come quella di Anthony Giddens – che hanno condiviso lo stereotipo secondo il quale in Marx lo sviluppo tecnologico avrebbe permesso di manipolare la natura.
Proprio l’emergere delle preoccupazioni per le sorti dell’ecosistema – poste dal noto rapporto Limits to Growth nel 1972 nei termini di un prossimo raggiungimento dei limiti naturali se la linea di sviluppo fosse continuata inalterata in alcuni settori strategici come l’industrializzazione e la produzione alimentare [3] – e la nascita dei movimenti ambientalisti hanno posto alla tradizione di pensiero marxista delle sfide importanti, in primis quella di individuare gli elementi teorici con cui aggredire problemi nuovi. Si trattava di recuperare e costruire un’immaginazione socialista sull’ecosistema.
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Marx, il marxismo italiano e lo Stato come problema
di Carla Maria Fabiani*
Es ist der Gang Gottes in der Welt
dass der Staat ist.
Es ist die Gewalt der sich
als Wille verwirklichenden Vernunft.
Hegel
È innanzitutto una falsa astrazioneconsiderare una nazione,
il cui modo di produzione
è fondato sul valore,
e per dipiù
organizzata capitalisticamente,
come un corpo collettivo
che lavora unicamente
per i bisogni nazionali.
Marx
L’autonomia relativa dello Stato
non è un dato,
è una creazione continua.
Suzanne de Brunhoff
§1. Esiste una dottrina dello Stato in Marx? Bobbio e i marxisti italiani negli anni Settanta. Una ricapitolazione sintetica
Vent’anni prima del confronto polemico, aperto da Norberto Bobbio con i marxisti italiani sulle pagine di «Mondoperaio» nel 1975 (Bobbio et al. 1976), il filosofo torinese ingaggiò una accesa discussione con Ranuccio Bianchi Bandinelli, Galvano Della Volpe e Palmiro Togliatti (Bobbio et. al. 1951-1955)1, intorno al problema del rapporto fra libertà e socialismo, democrazia e dittatura, durante il disgelo, seguito alla morte di Stalin, anticipando l’ondata revisionista, che investì la sinistra dopo il XX congresso del PCUS.
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L’onda lunga della crisi del marxismo (tra prassi e teoria)
di Roberto Fineschi
Italo Calvino e la crisi del marxismo italiano negli anni Sessanta
Premessa
La prima difficoltà nell’affrontare il tema proposto nasce dalla articolata definizione della stessa categoria di marxismo. Nel dibattito corrente si tende a distinguere tra (i) Marx come fondatore di una teoria della storia che nasce dall’esperienza pratica e che è capace di conseguenze pratiche, (ii) il marxismo, in generale, come tentativo di applicarla alla realtà con intenti trasformativi e (iii) i marxismi, al plurale, come diversificate modalità attraverso le quali quel tentativo viene concretizzato[1]. Si discute anche di quanto i vari marxismi siano stati coerenti con l’impianto generale della teoria di Marx, oggi in particolare alla luce delle novità emerse con la pubblicazione della nuova edizione storico-critica[2]. In via preliminare mi atterrò a questa articolazione, declinando quindi il tema a partire da una possibile individuazione di quale fosse il peculiare marxismo che entrò in crisi negli anni Settanta; poiché tuttavia caposaldo di questa impostazione è la mediata dialettica di teoria e prassi, di movimento reale e sua trasposizione politica, ritengo necessaria una premessa storico-reale e non meramente teorica. Le riflessioni qui proposte sono di carattere preliminare e da verificare in studi più approfonditi.
§1. Il marxismo-leninismo del PCI e la sua evoluzione negli anni Settanta
Credo si debba partire dall'individuazione dei tratti caratterizzanti il marxismo-leninismo del PCI, forma egemone di organizzazione pratica e politica in Italia, adattamento togliattiano di ispirazione gramsciana della tradizione sovietica sul modello del Partito nuovo[3]. Procedendo in maniera estremamente schematica e approssimativa, ritengo si possano individuare alcuni punti chiave:
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I Grundrisse secondo David Harvey, tra totalità e doppia coscienza
di Fabio Ciabatti
David Harvey, Leggere i Grundrisse. Un viaggio negli appunti di Karl Marx, Edizioni Alegre, Roma 2024, pp. 526, € 26,60
Parte prima
I Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica di Karl Marx, conosciuti anche come i Grundrisse, sono un testo “eccitante, frustrante, ingegnoso, ma anche ripetitivo ed estenuante”, sostiene David Harvey, eminente marxista britannico che ha scritto nel 2023 un commentario a questa opera, tradotta da poco in italiano per le Edizioni Alegre con il titolo Leggere i Grundrisse. Quando leggiamo questo scritto dobbiamo considerare che si tratta di appunti di lavoro non destinati alla pubblicazione in cui Marx parla fondamentalmente a sé stesso “attraverso qualsiasi strumento o idea a portata di pensiero, pronto a scatenare un flusso di coscienza in grado di proiettare su carta possibilità e interrelazioni che potevano o non potevano rilevarsi importanti per i suoi studi più ragionati”. In questo testo, scritto tra il 1857 e il 1858, troviamo dei “passaggi in cui Marx getta alle ortiche ogni cautela” dando spazio a “intuizioni geniali, drammatiche e spesso sbalorditive per le possibili implicazioni”.1
Insomma, i Grundrisse possono certamente letti come un testo preparatorio al Capitale, che vedrà la luce un decennio dopo, ma ci offrono anche di più. Perché si spingono oltre le conclusioni del Capitale, opera in cui Marx costringe sé stesso a un rigore metodologico che gli impedisce di anticipare qualsiasi risultato fino a che lo svolgimento del ragionamento non abbia ancora posto tutti gli elementi necessari per trattare l’argomento. Rigore senz’altro condivisibile. Peccato che Marx abbia realizzato solo una piccola parte del suo immane progetto di lavoro e questo ci privi di molte delle conclusioni cui voleva arrivare.
Per quanto spesso dispersivi, i Grundrisse hanno comunque un focus ben definito e cioè “l’elaborazione esatta del concetto di capitale” che risulta necessaria poiché, ci dice Marx,
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Quale forma per il contenuto della “Critica del valore”?
di Afshin Kaveh
Questi appunti di poche e brevi note, assolutamente non definitive, vorrebbero da una parte sintetizzare – nei limiti del possibile – una serie di questioni lamentate spesso come difficili e, dall’altra, stimolare il primo passo di un dibattito in seno alla “Critica del valore”, nella speranza d’intessere una tela continuativa con gli sforzi teorici dei compagni e delle compagne del gruppo Crise&Critique in Francia rispetto alla critica della “forma-soggetto”, o ai contributi del compagno tedesco Julian Bierwirth del gruppo Krisis sulla necessità di riformulare la lotta sociale. Ciò che segue è stato inizialmente abbozzato – perlomeno a grandi linee – a margine di un incontro informale animato da un gruppo di circa venti persone e svoltosi in due giornate, nella suggestiva cornice delle campagne di Gragnano (LU), tra il 15 e il 16 giugno. Il primo giorno si è caratterizzato dall’esposizione della storia e delle istanze teoriche della “Critica del valore”. Il secondo dall’esposizione delle pratiche comunitarie dell’America Latina e dei pensieri di Ivan Illich e Gustavo Esteva (che, per curiosità, si sarebbe avvicinato, negli ultimi anni di vita, alla “Wertkritik” con la lettura delle opere di Kurz e Jappe, ricercando poi una comunanza d’intenti tra le teorizzazioni di Illich e quelle di Marx). Da lì è maturata in me un’esigenza sostanziale che, in diverse occasioni nel corso dell’ultimo anno, avevo già privatamente discusso con Anselm Jappe e Massimo Maggini: può la “Critica del valore” dialogare col “municipalismo libertario” di Murray Bookchin e darsi l’assemblearismo, la democrazia diretta, il confederalismo democratico, l’esperienza dello zapatismo o il consiliarismo operaio (così come teorizzato da Debord e dall’Internazionale situazionista) come forme da cui partire e a cui guardare? Lancio il sasso e non nascondo la mano. (Afshin Kaveh – estate 2024)
* * * *
Cosa ci insegna la “Wertkritik”?
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Le chimere del frontismo e dell’antifascismo elettoralistico: il cadavere ancora cammina
di Sandro Moiso
“Il risultato peggiore, per le sorti della classe proletaria, è l’entrata nel tronfio affasciamento antifascista della parte proletaria che aveva finalmente imboccata la via originale e autonoma” (Amadeo Bordiga)
Nel corso degli anni Novanta, quando chi scrive faceva ancora parte di una ristretta compagine militante dal chiaro riferimento bordighista, che in seguito avrebbe dato vita alla rivista «n+1», un circolo politico di estrema destra scrisse al medesimo gruppo chiedendo un contatto per una eventuale collaborazione, una volta considerate le possibili affinità di vedute.
La risposta del militante più anziano, allora alla guida dello stesso, fu ferma e decisa, perché: «tra comunisti e fascisti non possono esistere punti in comune e soltanto le condizioni storiche ci impediscono di rapportarci con questi nell’unico modo possibile. Ovvero a colpi di fucile.»
Molta acqua è passata sotto i ponti da quel tempo a oggi ma, nonostante il fatto che le divergenze di vedute su molti aspetti dell’agire politico abbiano poi portato il sottoscritto a lasciare l’esperienza bordighista, quelle poche parole sono rimaste scolpite nella memoria di chi scrive come chiaro insegnamento. Perché ponevano alcuni ordini di problemi che oggi gran parte della sinistra presunta radicale sembra per molti aspetti ancora ignorare.
Il primo, naturalmente è quello costituito dal semplice fatto che tra l’interpretazione comunista e rivoluzionaria della realtà e delle sue contraddizioni economiche, sociali e politiche, e quella fascista e reazionaria delle stesse non può esistere alcunché di comune, al contrario di quanto recentemente sostenuto da formazioni che, pur rivendicando la vicinanza del proprio agire politico all’esperienza della sinistra antagonista, hanno invece fatto proprie le posizioni nazionaliste e populiste tipiche del fascismo.
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Attualità di Evald Ilyenkov
di Carlo Di Mascio
Tratto da Carlo Di Mascio, Ilyenkov e la filosofia marxista-leninista. Introduzione a Dialettica leninista e metafisica del positivismo di Evald Ilyenkov, Phasar Edizioni, Firenze, 2024, pp. 176.
I.
Tuttavia - ci dicono i nostri avversari - anche l’opera di Lenin è invecchiata. Oggi la scienza ha raggiunto nuove vette e non è più possibile impostare i problemi alla maniera di Lenin. No, affatto,«la questione resta ancora valida proprio come Lenin la pose nel 1908» [Evald Ilyenkov, Dialettica leninista e metafisica del positivismo. Riflessioni sul libro di Lenin ‘Materialismo ed empiriocriticismo’].
Ilyenkov è morto suicida nel 1979, circa dodici anni prima della dissoluzione dell’URSS, una dissoluzione che in realtà aveva già in gran parte anticipato con tutta la sua variegata produzione filosofica. I vertici accademici e istituzionali, intenti a vigilare dogmaticamente sull’ideologia ufficiale, accolsero con singolare ostilità la sua concezione marxista-leninista. Ilyenkov rappresentava difatti un avversario molto pericoloso, perché, diversamente da quanto inizialmente ritenuto dall’intellighenzia occidentale, egli in realtà non mirava affatto a ridimensionare il marxismo-leninismo, bensì a riattivarlo criticamente, mostrando proprio come il «marxismo ufficiale sovietico» si fosse invece incredibilmente allontanato dall’autentica eredità di Marx, Engels e Lenin, mediata peraltro anche da una accurata lettura hegeliana.
Ora, questo allontanamento per Ilyenkov era innanzitutto da ascrivere all’abbandono di fatto del materialismo dialettico, quale «portato naturale e necessario di tutto il più recente sviluppo della filosofia e della scienza sociale»1 - vale a dire di quel metodo scientifico che non solo tende a considerare una società, storicamente determinata, come un organismo vivente e non come un semplice ingranaggio da gestire meccanicisticamente dall’alto, ma soprattutto che si oppone a qualsivoglia forma di idealismo soggettivistico, essendo, come ancora sottolineava Lenin, «un processo di storia naturale retto da leggi che non solo non dipendono dalla volontà, dalla coscienza e dalle intenzioni degli uomini, ma che, anzi, determinano la loro volontà, la loro coscienza e le loro intenzioni»2.
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Le forze viventi e la logica del capitale
di Chiara De Cosmo
Michael Heinrich arricchisce la lettura di Marx con uno sguardo nitido sul rapporto tra scienza e critica. Occorre, però, non tralasciare in questo quadro le potenzialità del lavoro vivo
A partire dagli anni Ottanta, con l’affermazione crescente delle politiche neoliberiste e il depotenziamento, almeno nel mondo occidentale, dell’immaginazione di un futuro alternativo rispetto ai rapporti capitalistici, la teoria marxiana pareva non tenere più il passo con i tempi. Lo studio dell’economia iniziò progressivamente a ridursi alla sola indagine quantitativa, all’esplorazione di modelli di equilibrio che facevano astrazione dalle relazioni materiali e storiche. Una seria presa in carico della teoria del valore marxiano sembrava, in questo contesto, ormai anacronistica.
Nata come una tesi di dottorato elaborata tra il 1987 e il 1990, La scienza del valore di Michael Heinrich, recentemente edita in italiano a cura di Stefano Breda e Riccardo Bellofiore (PGreco, 2023), si proponeva di sfidare questa prospettiva. Tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, riprendendo alcuni degli esiti più alti raggiunti dal dibattito degli anni Venti sulle categorie della critica dell’economia politica marxiana da parte di autori come Isaak I. Rubin e Henryk Grossman, il problema del valore e la teoria del capitale di Marx erano state rimesse a fuoco in una duplice direzione. Da un lato, letture di più stretta competenza economica – come quelle legate al paradigma neo-ricardiano che si rifaceva alla riflessione di Piero Sraffa – ne avevano tentato una formalizzazione; dall’altro, alcuni pensatori che rientrano nel novero di quella che è conosciuta come Neue Marx Lektüre, tra cui Helmut Reichelt e Hans Georg Backhaus, ne avevano colto la centralità per comprendere il modo in cui, in un mondo dominato dal capitale, si costruissero le forme della socializzazione. Tuttavia, proprio questo divaricarsi di orientamenti, da un lato più strettamente economico, dall’altro più apertamente sociologico, aveva impedito di cogliere la reale portata scientifica della teoria marxiana.
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Imperialismo, marxismo e questione nazionale
Riflessioni sul pensiero e sulla prassi di Marx e di Lenin
di Eros Barone
La borghesia è sempre in lotta; da principio contro l’aristocrazia, più tardi contro le parti della stessa borghesia i cui interessi vengono a contrasto col progresso dell’industria, e sempre contro la borghesia di tutti i paesi stranieri.
Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro quello che non hanno. Poiché la prima cosa che il proletariato deve fare è di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, è anch’esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia. 1
K. Marx e Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista.
1. Una priorità strategica
La questione nazionale ha occupato un posto centrale nel pensiero di Lenin soprattutto a partire dal 1913-1914 in poi, diventando una priorità strategica negli anni della guerra mondiale e, dopo la rivoluzione d’Ottobre, in quelli della costruzione dello Stato sovietico, che coincidono con un nuovo periodo della storia del movimento operaio: il periodo dell’Internazionale comunista. Il concetto di nazione elaborato da Lenin traeva origine, per un verso, dalla categoria storica di Stato nazionale come prodotto dello sviluppo democratico borghese soggetto alle variazioni strategiche della lotta di classe internazionale, categoria messa a punto da Kautsky, e per un altro verso dalla tesi di Marx il quale affermava il carattere condizionato e temporaneo della validità del principio di autodeterminazione delle nazioni in rapporto ai fini dell’internazionalismo proletario e, nel contempo, subordinava il superamento delle differenze e delle rivalità nazionali al progresso del socialismo.
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