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sinistra

All’incrocio fra teoria e prassi: György Lukács

di Eros Barone

balla demeter 1931 lukc3a1cs gyc3b6rgy 1971Le scarpe pesanti il gomito sui libri
il sigaro spento non per il dubbio
ma per il dubbio e la certezza
nell’ultima foto
dall’altra parte del vero
occhi smarriti guardandoci.
Alle sue spalle guardiamo i libri deperiti
i tappeti il legno gotico
del San Martino a cavallo
che si taglia il mantello
per darne metà al mendicante.
Gli uomini sono esseri mirabili
(F. Fortini, Paesaggio con serpente).

Individuare nella centralità del rapporto teoria-prassi la vera essenza del marxismo è il modo più corretto e più produttivo per definire le premesse di una nuova filosofia politica a quasi cinquant’anni dalla morte di György Lukács (1885-1971). In effetti, solo un’indagine che sappia andare oltre la ricostruzione di biografie intellettuali pur prestigiose per porsi sul terreno di un’analisi bifronte (non solo descrittiva ma anche prescrittiva, non solo gnoseologica ma anche teleologica) della prassi storicamente costituita può permettere di cogliere il rilievo di questa centralità nell’opera di colui che è stato senza dubbio uno dei più grandi pensatori marxisti del nostro secolo. Il testo, fra i molti, che meglio si presta ad una tale disamina è il saggio, tanto affascinante quanto sottovalutato, che il giovane Lukács scrive sull’opera e sulla personalità di Lenin in occasione della morte di quest’ultimo (1924).

Il senso e il valore della ricostruzione del pensiero e dell’azione di Lenin, delineata da Lukács, non consistono soltanto nel documentare carattere e portata della ricezione del leninismo tra gli intellettuali europei degli anni ’20, né per un altro verso nella contiguità temporale rispetto alla tanto celebrata e tanto discussa Storia e coscienza di classe (1923). Il senso e il valore del saggio su Lenin risiedono soprattutto nella sua provocante attualità, verificabile proprio sul piano della concezione del rapporto teoria-prassi. Nel Lenin di Lukács il recupero della dialettica, asse teorico del lavoro svolto da Lukács e dagli altri redattori della rivista «Kommunismus», s'inserisce nel contesto di una ripresa del marxismo che è, nella prima metà degli anni ’20, espressione diretta del conflitto di classe dispiegato a livello mondiale dall’Ottobre russo. L’interpretazione della figura di Lenin, contenuta in questo saggio, recide ogni rapporto con il marxismo della Seconda Internazionale e si distingue nettamente dalle versioni teoriche, improntate ad uno stile di pensiero formalistico e schematico, fornite, ad esempio, da un Bucharin. L’errore filosofico che condiziona Storia e coscienza di classe, riconosciuto e criticato dallo stesso autore (vale a dire l’identificazione tra il concetto di ‘oggettivazione’ e quello di ‘estraneazione’, resa inevitabile dalla lettura hegelianeggiante della teoria della reificazione e del feticismo), e la trasvalutazione ideal-tipica del proletariato costituiscono la base dottrinale da cui derivano gli esiti fallimentari dell'elaborazione politica, a forte curvatura settaria e messianica, del gruppo di intellettuali raccolti attorno alla rivista «Kommunismus». Nella prefazione del 1967 a Storia e coscienza di classe Lukács rileva come la monografia su Lenin segni un certo «progresso» rispetto alle deviazioni idealistiche di quello che egli stesso definisce il suo periodo di «apprendistato al marxismo». Lukács, ricostruendo «la sua via al marxismo»1 riconduce infatti Storia e coscienza di classe al secondo periodo della sua evoluzione teorica, contrassegnato sul piano politico dalle esperienze della rivoluzione ungherese e sul piano filosofico da un recupero della dialettica marxista attraverso la «lente hegeliana»; mentre gli anni successivi, dedicati allo studio di Marx e di Lenin, aprono un terzo periodo, nel quale «il carattere totale e unitario della dialettica materialistica» diventa per Lukács «concretamente chiaro»2 .

L’esposizione dell’opera di Lenin, svolta dal filosofo ungherese, è imperniata su due concetti-chiave: quello di ‘totalità’ e quello di ‘attualità della rivoluzione’. In prima approssimazione è da notare che si tratta di due nozioni che pervadono l’intera attività intellettuale di Lukács e ne scandiscono l’articolato percorso teorico dagli scritti giovanili fino al grande disegno filosofico della Ontologia dell’essere sociale.

Certo, si tratta di due nozioni che richiedono, per essere tradotte nel linguaggio della gnoseologia materialistica, una ‘messa a punto’ che, depurandole, rispettivamente, della matrice hegeliana e del guscio messianico-apocalittico, ne sviluppi tutto il potenziale euristico ed esplicativo. E’ evidente infatti che il carattere hegelianeggiante della concezione lukacsiana della ‘totalità’ la differenzia sia dal concetto marxiano di ‘base economica’ sia dalla ‘parzialità’ dell’intelletto scientifico. D’altra parte, se si tiene presente la critica fatta da Althusser a questa nozione di ‘totalità espressiva’, il concetto di una totalità strutturata a dominante si rivela più funzionale alla triplice esigenza - cui, almeno per la prima parte, cercava di rispondere la stessa soluzione lukacsiana - di evitare il frazionamento astratto degli oggetti in una cieca analisi empirica, di differenziare il ‘concreto di pensiero’ dal ‘concreto reale’ e di ricondurre la definizione della ‘natura’ degli elementi che compongono la totalità alla definizione del loro ‘rapporto’. Da ciò che si è detto emerge quindi un’importante costatazione: la totalità materialistica, costituita dall’insieme di struttura, sovrastrutture e prassi, è il vero nodo teorico del marxismo di ieri e di oggi ed è la base di concezioni teoriche divergenti, gravide di conseguenze assai rilevanti sia nel campo della prassi scientifica che nel campo della prassi socio-politica. Il concetto di ‘attualità della rivoluzione’, l’altro termine del binomio che informa il suo saggio, significa per Lukács che il movimento operaio e la teoria di Lenin, nel «fissare negli occhi questo signore del mondo» che è il capitale, si confrontano con lo “hic Rhodus, hic salta” della nostra epoca, vale a dire con il problema della transizione da una società divisa in classi ad una società senza classi. Qui assume tutto il suo significato storico-epocale la dimensione totalizzante della teoria marxista in quanto scienza della transizione, cui Lenin ha dato un contributo decisivo perché, esattamente come Marx, nella sua analisi ha sempre tenuto presente la totalità del processo di produzione e riproduzione del capitale. Nel far lavorare la categoria di ‘totalità’ su oggetti concreti: la rivoluzione d’ottobre, il conflitto di classe mondiale per lo Stato dei Consigli, Lukács dimostra quale poderoso strumento di chiarificazione teorica sia tale categoria e come il posto centrale che essa occupa nel pensiero leniniano ne faccia un’astrazione (non general-generica ma) determinata, realizzando così il salto, che è un salto verso un livello di superiore concretezza, dalla «pura teoria» a quella che è l’anima e l’essenza vivente del marxismo: «l’analisi concreta della situazione concreta». All’intima fusione tra modello teorico ed analisi concreta, che si esplica nella prassi leniniana, corrisponde, sul piano dello stile di lavoro, la fusione etico-politica d'intenzione e risultato, di finalità ultima ed azione quotidiana, per cui il concetto di ‘attualità della rivoluzione’ significa che la società senza classi non è un obiettivo che si perde nelle brume indistinte di un lontano futuro, ma è una tendenza immanente, radicata nelle contraddizioni della totalità storico-sociale.

«L’attualità della rivoluzione, che è l’idea fondamentale di Lenin, è anche il punto che lo collega decisivamente a Marx», scrive Lukács, il quale aggiunge che essa «è lo sfondo di un’intera epoca»3 . Tali proposizioni sono alternative al revisionismo socialdemocratico che pone una cesura tra il ‘movimento’ e il ‘fine’ (si pensi a Bernstein) o che colloca il ‘fine’ in un orizzonte che, per definizione, è sempre oltre le fasi contingenti e particolari (si pensi a Kautsky); esse hanno un netto carattere anti-evoluzionistico e anti-meccanicistico, che ci ricorda le osservazioni sviluppate da Gramsci e la ricerca, condotta dal pensatore sardo, di una teoria che potesse tradursi in azione politica, di fronte alla ‘crisi del marxismo’ di allora e all’opera di restaurazione e insieme di rinnovamento compiuta da Lenin. Sarebbe assai interessante mostrare quali siano i tratti comuni tra il saggio lukacsiano, così penetrante ed incisivo, e l’assimilazione del pensiero leniniano da parte di Gramsci. Basti indicare i seguenti: l’attualità della rivoluzione, la critica dell’economicismo, il ruolo dirigente del proletariato. E’ assai probabile che un esame sinottico dei testi lukacsiani e gramsciani della prima metà degli anni ’20 rivelerebbe l’identità dei rispettivi percorsi filosofici (il pensiero di Hegel, lo storicismo) e politico-sociali (l’esperienza consiliare tra Budapest e Torino) e fornirebbe la trama di una storia affascinante che ancora non possediamo: la storia del rapporto tra intellettuali e leninismo in Occidente. Dall’intreccio dialettico fra i due concetti di ‘attualità della rivoluzione’ e di ‘totalità’ scaturiscono proposizioni teoriche assai puntuali su temi e problemi che costantemente si ripresentano nell’azione e nel dibattito del movimento operaio, come, ad esempio, la definizione del ‘realismo rivoluzionario’:

Il riconoscimento della realtà di un fatto o di una tendenza è ancora ben lungi dal significare che questa debba essere riconosciuta come realtà normativa del nostro agire. Se è sacro dovere di ogni marxista guardare arditamente e senza illusioni ai fatti, v’è pur sempre qualcosa per i veri marxisti che è più reale e quindi più importante dei ‘singoli fatti’ o tendenze: “la realtà del processo complessivo”, la totalità dello sviluppo sociale4 .

Più avanti, Lukács mostra come Lenin pervenga, nel quadro della polemica sull’inevitabilità dello sviluppo capitalistico russo e sulla funzione storica del proletariato, ad una pregnante individuazione del terreno della prassi, che supera sia il fatalismo sia il volontarismo:

E’ soltanto con questa concezione dialettica della necessità delle tendenze storiche che si costituisce lo spazio teorico atto all’intervento autonomo del proletariato nella lotta di classe5 .

Su questa concezione si fonda la capacità, propria del metodo leniniano, di cogliere dialetticamente il «problema centrale» di ogni situazione concreta, così come la possibilità stessa di caratterizzare il leninismo come «una nuova fase dello sviluppo della dialettica materialistica»6 . Benché Lukács si sia poi preoccupato di circoscrivere agli anni ’20, in altre parole ad «un periodo passato e concluso del movimento operaio rivoluzionario»7 la portata del suo scritto, è possibile rilevare in esso, a causa del suo taglio di scritto ’di transizione’, sia il ruolo cruciale che svolge nell’itinerario teorico del filosofo ungherese8 sia il carattere esemplare di ‘grande modello’, costituito dalla figura politico-intellettuale di Lenin e dagli insegnamenti che essa continua a proiettare sul nostro tempo.

Uno dei pochi autori che negli anni ’70 abbiano cercato di fare i conti con Lenin, prima della rimozione compiuta negli anni ’80 e ’90, è stato Antonio Negri, in quelle 33 lezioni su Lenin, raccolte nel volume intitolato La fabbrica della strategia9 , le quali, assieme a non pochi meriti analitici e pregi interpretativi, manifestano però il limite di fondo di una concezione ultrasoggettivistica, che sconta non solo la mancata comprensione del rapporto fra teoria e prassi, ma anche la mancata comprensione del rapporto fra economia e Stato, e, a causa di una teoria ‘revisionistica’ del capitalismo odierno (connotata dall’abbandono della teoria del valore-lavoro), finisce da ultimo con lo scambiare l’attualità con l’imminenza della rivoluzione e l’istanza organicistica del modo di produzione capitalistico con una sua compiuta realizzazione attraverso il ‘piano del capitale’. A quali risultati politicamente distruttivi abbia condotto questa posizione teorica non è ora il caso di ricordare. Ciò nondimeno, uno dei meriti analitici dell’approccio di Negri è quello di aver applicato il parametro materialistico della ‘composizione di classe’ al pensiero leniniano (parametro che va però integrato, secondo noi, entro il quadro della ‘composizione di capitale’, procedendo quindi in senso inverso rispetto a quell’approccio). Ora, non c’è dubbio che tale criterio si riveli congruente all’esigenza di discriminare la validità di determinate posizioni teoriche, spesso accolte o respinte in base ad esili schemi storicistici, al di fuori di un’analisi scientifica del modo di produzione capitalistico e delle forze sociali che si muovono al suo interno. Sennonché, il concetto di ‘composizione di classe’, nella accezione ad esso conferita da Negri, subisce un depotenziamento, poiché viene rescisso dalla solida base scientifica della teoria del valore-lavoro.

Da questo punto di vista, le considerazioni svolte da Althusser in Lenin e la filosofia10 rappresentano un salutare contravveleno anti-soggettivistico nel momento in cui la sua negazione della categoria ‘idealistica’ del soggetto e, in modo particolare, la sua ripresa e reinterpretazione della nozione hegeliana di ‘processo senza soggetto’ permettono di affrontare i problemi di storia e di teoria del movimento operaio in termini non ideologici e liquidano uno dei più tenaci ‘idola fori’ del senso comune filosofico, che è penetrato anche nella cultura marxista e si è mescolato in forme improprie al suo discorso teorico: quello del cosiddetto ‘soggetto rivoluzionario’, vero ‘lucus a non lucendo’ di tutte quelle superfetazioni ideologiche radicaleggianti che, se da una parte hanno ormai perduto qualsiasi ancoraggio ontologico-sociale, restano dall’altra ben avvinghiate ad una (più o meno mascherata) ideologia giuridico-religiosa del soggetto.

L’esame della monografia su Lenin, inserito nel contesto della produzione lukacsiana, ci ripropone fondamentali interrogativi di metodo e di concezione, sui quali ci proponiamo di avanzare, in forma molto schematica, alcune tesi. Cominciamo dalla questione del rapporto di Lenin e di Marx con Hegel, croce e delizia della marxologia. Certamente, non si può negare che il rapporto con Hegel sia un ‘leitmotiv’ del percorso teorico di Marx, ma esso, a nostro avviso, è un rapporto tanto stretto quanto strumentale. Marx ha assunto da Hegel il meccanismo logico della dialettica (assunzione che Lenin ha approfondito nel corso della sua lettura di Hegel, riferendosi in modo particolare alla Scienza della logica), ma in termini completamente diversi da quelli che uno dei luoghi comuni più triti della marxologia presume di poter definire mediante la metafora del “rovesciamento” della dialettica hegeliana. A questo proposito, va detto che il giudizio sulla ‘rinascita idealistica’ del primo Novecento, rinascita che vide accomunati Lukács e Gramsci, non può non essere negativo; e va detto parimenti che resta un merito di Lenin non averla condivisa. Il giudizio sui tentativi oggi esplicati in direzione di un recupero critico dell’eredità hegeliana è, invece, tanto più positivo quanto più essi tendono, come attesta l’opera del tardo Lukács, a fondare materialisticamente un’ontologia dell’essere sociale che restituisca al pensare e all’agire umano un carattere concreto, cioè un terreno, un movente, un senso ed un fine, tali da fare di quelle determinazioni oggetti di conoscenza e di previsione. L’assioma scolastico, secondo cui “operari sequitur esse”, torna in un certo senso di attualità, anche se è chiaro che (nei termini dell’ontologia lukacsiana) la struttura del reale viene individuata come un complesso contraddittorio, correlato alla dinamica conflittuale dei modi di produzione e alla scansione specifica del tempo storico della presente società. La rottura con il soggettivismo di qualsiasi tipo (idealistico, epistemologico, pragmatistico ecc.) è molto netta, così come molto netta e del tutto conseguente è la riaffermazione che non è il movimento a fondare le prospettive, ma sono le prospettive a fondare (materialisticamente) il movimento.

In tal modo, Lukács sviluppa, negli ultimi anni della sua lunga attività, un recupero del dato dell’oggettività, che è forse il più grande risultato del suo pensiero. E però l’aspetto che oggi appare più significativo non è tanto il condizionamento che l’eredità hegeliana ha esercitato sulla sua riflessione facendo sì che l’elemento della negazione, presente e decisivo nel rapporto di Marx con Hegel, si diluisse e quasi svanisse nell’aspetto della continuità, quanto i ‘modi di impiego’ di quella eredità, che nell’ultimo Lukács, il più maturo e il più grande, trovano una sintesi impressionante per vigore sistematico ed acutezza teoretica. Dalle premesse or ora poste consegue che l’esigenza di affrontare l’analisi della società in termini complessivi non può essere soddisfatta mediante il ricorso alla totalità di ascendenza hegeliana, perché con il ricorso ad una siffatta categoria viene abbandonato un caposaldo del marxismo come il rapporto tra base economica, sovrastrutture e prassi, e la definizione marxiana della totalità non si distingue più da quella hegeliana. Al contrario, la nozione corretta di totalità scaturisce dal punto di vista della produzione e riproduzione della vita materiale, che esclude sia il riduzionismo economicistico sia l’organicismo onnicomprensivo.

Dalla lezione di marxismo che ci ha dato Lukács, un uomo che è stato politico in quanto teorico ai livelli più alti del pensiero contemporaneo e teorico in quanto militante politico attivamente inserito in grandi processi storici; da quella lezione deriva la centralità del recupero di alcuni punti forti del pensiero leniniano, che resta un cardine insopprimibile del marxismo della nostra epoca. Se, per un verso, la centralità di quel recupero nasce dalla necessità di ridefinire il rapporto fra teoria e prassi, disarticolato dalle vicende che hanno coinvolto il movimento operaio negli ultimi decenni, è opportuno ricordare, per un altro verso, che questo rapporto costituisce, innanzitutto, un essenziale problema filosofico che occorre affrontare e risolvere mediante l’elaborazione di una teoria dell’unità dialettica fra la teoria e la prassi. Il pensiero leniniano offre, come Lukács ci ha insegnato nel corso di tutta la sua opera e, in modo paradigmatico, nel suo saggio su Lenin, la chiave per la soluzione di tale problema, ossia l’unico punto di vista correttamente fondato da cui è possibile operare la sintesi di teoria e prassi (intesa, marxianamente, come sintesi della trasformazione sociale e della emancipazione umana). Il senso di una riflessione e di una ricerca che conservino e sviluppino gli elementi essenziali del pensiero di Lukács, che abbiamo cercato di indicare nel presente articolo, è infatti quello di concorrere ad una ripresa del lavoro teorico capace di interagire con il movimento della trasformazione sociale.

Lukács, con quella attenzione al nuovo, che è l’altra faccia della fedeltà ad una grande tradizione di pensiero e che costituisce la caratteristica del pensatore di razza, non dimenticò mai che fra i diretti interlocutori del socialismo scientifico vi sono, oltre ai lavoratori, gli intellettuali e gli studenti. Rivolto, in particolare, a questi ultimi, egli rilevava, nelle sue Conversazioni del 1967, che «la pura utilità o la pura correttezza tattica di una rivoluzione non bastano a risvegliare nei giovani l’entusiasmo necessario al loro agire pratico. La debolezza dei movimenti di sinistra è consistita e in generale consiste nel fatto che essi sono troppo poco in grado di risvegliare un entusiasmo di questo genere». Lukács notava anche, acutamente, che «dal tecnicismo moderno, dal neopositivismo, dal comportamentismo e così via, ha origine una tendenza praticistica alla quale soggiacciono, in certo senso, anche coloro che non condividono questi orientamenti»; e concludeva con una pregnante caratterizzazione storico-materiale di questo vettore del movimento per la trasformazione sociale, che è l’entusiasmo, riaffermando che il risveglio dell’entusiasmo è possibile soltanto sul fondamento di una prospettiva”11.


Note
1 G. Lukács, Marxismo e politica culturale, Torino, Einaudi 1977, pp. 11-26.
Ibid., p. 15.
3 G. Lukács, Lenin, Einaudi, Torino, 1970, p. 13.
Ibid., p. 15.
Ibid., pp. 21-22.
Ibid., p. 109.
Ibid., pp. 113-114.
8 Cfr. la Prefazione a Storia e coscienza di classe, Sugar, Milano, 1967, pp. VII-XLIII.
9 A. Negri, La fabbrica della strategia, CLEUP, Padova, 1977.
10 L. Althusser, Lenin e la filosofia, Jaca Book, Milano, 1972.
11 W. Abendroth, H.H. Holz, L. Kofler, Conversazioni con Lukács, De Donato Bari, 1968, pp. 182-183.
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