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L’omicidio di Saif Gheddafi: cui prodest?
di Francesco Fustaneo
In un giardino della remota area di Zintan in Libia, martedì scorso si è consumato l’ultimo atto della parabola di Saif al-Islam Gheddafi, il figlio più noto del colonnello Muammar, ucciso da un commando di quattro persone. Una fine violenta che sigilla non solo la storia di un uomo, ma sembra disegnare con precisione chirurgica gli equilibri di una Libia perennemente in cerca di stabilità.
Saif, 51 anni, non ricoprì mai una carica formale di vertice sotto il regime paterno, ma dal 2000 fino alla caduta del regime nel 2011 fu considerato il numero due, il volto pubblico più modernizzante.
Catturato dalle milizie proprio mentre tentava la fuga dopo la presa di Tripoli, la sua detenzione in una prigione locale a Zintan divenne per anni l’emblema plastico della frammentazione del potere libico.
Rilasciato nel 2017 grazie a una grazia generale del parlamento di Tobruk, aveva da allora mantenuto un profilo discreto ma strategicamente influente, tessendo relazioni dalla sua roccaforte tribale. La sua figura restava un potenziale catalizzatore di consenso e anche per questo era temuto; l’avversione per lui era poi acuita dalle intricate divisioni regionali e tribali del paese.
Un personaggio ingombrante per le fazioni contrapposte
“La decisione di Saif al-Islam di candidarsi alle elezioni presidenziali, previste per il 2021, era stata una delle ragioni che ne hanno causato il rinvio fino ad ora”.
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Venezuela bolivariano, petrolio e propaganda di guerra
di Gianmarco Pisa
“Stiamo aprendo le porte - ha osservato la presidente incaricata, Delcy Rodriguez - a un’alleanza strategica per aumentare la produzione, garantendo che ogni goccia di petrolio che aggiungiamo si traduca in maggiori investimenti sociali e maggiore stabilità economica per il Paese”. Né privatizzazione né, tantomeno, “tradimento” dunque; e la stessa pretesa statunitense, di “appropriarsi del petrolio” del Venezuela, è stata respinta.
La recente approvazione della Legge organica sugli idrocarburi (gennaio 2026) della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha suscitato non pochi commenti e reazioni e, come era prevedibile, ha scatenato una nuova ondata di guerra mediatica e di propaganda ostile, da parte di settori legati all’imperialismo occidentale, ma anche disinformazione e mistificazione, spesso condite di retorica ideologica e frasi scarlatte. Il contesto della riforma è noto: la resistenza all’aggressione, la continuità dello Stato e del processo rivoluzionario bolivariano; la mobilitazione delle forze politiche e sociali bolivariane e socialiste; la resistenza, a difesa delle istituzioni politiche e delle conquiste sociali della Rivoluzione bolivariana, nel contesto dell’aggressione, della pressione militare e della campagna ostile posta in essere dagli Stati Uniti, che hanno portato, come si ricorderà, il 3 gennaio scorso, al sequestro manu militari di un presidente legittimo, in carica, il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, e della prima combattente, la giurista e deputata Cilia Flores. Respinti l’assalto e il tentativo di colpo di stato, Delcy Rodriguez, già vicepresidente esecutiva con Maduro, svolge ora la funzione di presidente incaricata del Venezuela bolivariano.
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Un'umiliazione impensabile
di Andrea Cecchi
L'accordo "impensabile" che gli Stati Uniti hanno appena offerto a Cina e Venezuela
“Andava combattendo ed era morto” si trova nell’Orlando Innamorato di Boiardo; è una citazione che mostra come Orlando, ferito mortalmente da Agricane durante un duello (dopo averlo decapitato, ma il colpo era stato così veloce che il corpo continuava a combattere), non si accorgesse della propria morte, continuando a lottare finché non cade, un momento che simboleggia la fatalità dell’amore e l’incredibile forza che esso conferisce anche di fronte alla morte.
Nel caso degli USA, la furia cieca è quella dell’innamorato del POTERE. Un potere dato dal monopolio del debito. Un potere “decapitato” che continua ad andare combattendo, ma che è morto!
Con questa newsletter, vorrei condividere la trascrizione di un video di YouTube che ho trovato molto interessante. L’analisi ci pone di fronte a un momento cruciale. Un momento in cui si sta scrivendo la storia. Stiamo vivendo i giorni che segnano il punto in cui il mondo come lo conosciamo non sarà più lo stesso di prima. Ho già approfondito queste tesi nella mia newsletter.
Ma quello che stiamo per apprendere è, a mio parere, la migliore descrizione finora fornita, per il 2025, di ciò che sta realmente accadendo. La struttura del potere mondiale sta cambiando rapidamente, quindi è meglio considerare ciò che sta accadendo, con una mente aperta e con un piano per affrontare al meglio questo sconvolgimento geopolitico globale. Condivido anche le considerazioni finali, ovvero che dopo un periodo di difficoltà, quello del GRANDE RESET, ci attende un nuovo sistema basato su risorse reali. Quindi guardiamo a questa fase come a quella in cui un organismo obeso e aggressivo viene messo a dieta ferrea. All’inizio sarà dura, ma poi si va a stare meglio.
«C’è un vecchio detto in geopolitica: puoi essere un impero o un debitore. Ma non puoi essere entrambi. Per 80 anni, gli Stati Uniti hanno sfidato questa regola.
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Il tempo di Ares e le «leggi economiche» della guerra
Francesco Maria Pezzulli intervista Stefano Lucarelli
Con grande piacere pubblichiamo questa intervista di , curatore della sezione «sudcomune», a Stefano Lucarelli sul suo ultimo libro Il tempo di Ares. Politiche internazionali, «leggi» economiche e guerre (Mondadori Università, 2025), un testo fondamentale per comprendere le dinamiche geo-economiche che influenzano, se non determinano, le attuali guerre. Se prima il nostro tempo era contraddistinto da Ermes, ci dice Lucarelli, cioè basato su commercio e libera circolazione, adesso è il tempo di Ares, un periodo in cui il conflitto, armato, diventa il perno delle relazioni politiche. La critica dell’economia politica che Lucarelli porta avanti, incentrata sull’analisi della centralizzazione dei capitali e delle politiche protezioniste, ci permette di indagare e comprendere meglio questo nostro tempo e, pertanto, ci offre qualche spunto per il suo superamento.
* * * *
Francesco Maria Pezzulli: Scrivi che l’ordine internazionale si è rotto quando il grande debitore ha visto i suoi creditori, in particolare la Cina, acquisire sempre più pacchetti azionari delle corporation di settori strategicamente rilevanti. Puoi illustrarci, in sintesi, i passaggi salienti che hanno condotto a questa rottura?
Stefano Lucarelli: Certamente, ma dobbiamo far qualche passo indietro e tornare alle origini del nostro sistema monetario. Torniamo cioè al 1971, quando unilateralmente gli Stati Uniti decisero di sospendere la convertibilità del dollaro con l’oro. Da allora il nostro sistema monetario internazionale funziona solo ed esclusivamente come un circuito monetario e militare. Il dollaro sta al centro di questo sistema che – si potrebbe dire, per costruzione – non può che generare deficit commerciali crescenti nella bilancia dei pagamenti della nazione che emette la valuta di riserva internazionale, e al contempo attrarre flussi di capitale in entrata, cioè finanziamenti.
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La causa dei salari da fame e la cortina di fumo della produttività
di coniarerivolta
Certi miti, si sa, sono duri a morire. Certi altri, tuttavia, sono orchestrati ad arte per scaricare le colpe di un fenomeno verso qualcosa di inafferrabile, vago, evanescente o comunque molto lontano. In questo modo, il colpevole resta celato dietro una misteriosa cortina di fumo, nella speranza di farla franca.
È il caso della drammatica situazione dei salari in Italia che viene attribuita, ormai da decenni dai liberisti di varia risma, alla stagnazione della produttività del lavoro. E a seguire una serie di argomentazioni cervellotiche per andare alla ricerca del perché mai la produttività in Italia non cresca in maniera sufficiente da far (automaticamente) crescere anche i salari reali.
L’ultima strombazzata in tal senso arriva dal solito Osservatorio sui Conti Pubblici con un articolo a firma di Giampaolo Galli e Fabio Martino che, alla domanda sul perché le retribuzioni in Italia siano così basse risponde con una certa sicumera: “La spiegazione più convincente è la stagnazione della produttività che induce le imprese a opporre resistenza alle richieste di aumenti”. E ancora: “Il nodo centrale resta dunque la produttività: senza un suo rafforzamento, lo spazio per aumenti retributivi elevati e duraturi rimane strutturalmente limitato.”
L’Osservatorio, dicevamo, non è nuovo a queste uscite. Carlo Cottarelli, senior economist dell’Osservatorio, sul tema si era già espresso, e aveva già raccolto la nostra attenzione critica.
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Suprematismo e retorica anti Islam e Iran
La costruzione del mostro orientale sulla stampa italiana
di Pasquale Liguori
Lo scorso 3 febbraio, i due principali quotidiani italiani hanno pubblicato editoriali sull'Islam e, in particolare, sull'Iran che, pur provenendo da prospettive diverse in apparenza, condividono una struttura argomentativa profondamente problematica. L'articolo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera e quello di Massimo Recalcati su la Repubblica costituiscono due varianti di quello che Edward Said ha definito orientalismo: una modalità di rappresentazione dell'altro che funziona come negativo speculare necessario all'autorappresentazione occidentale. Non si tratta semplicemente di analisi sbagliate o incomplete, ma di un costrutto ideologico che istituisce l'alterità radicale come conditio sine qua non per l'affermazione della propria superiorità civilizzatrice.
Entrambi gli autori operano attraverso una strategia di riduzionismo che schiaccia l'Islam politico e l’Iran su una dimensione immutabile e monolitica. Galli della Loggia si chiede se nell'Islam esista libertà, trasformando una religione praticata da oltre un miliardo e ottocento milioni di persone in un'entità omogenea, impermeabile alla storia e alle sue interne contraddizioni. Recalcati, da parte sua, descrive il governo iraniano come “un'ideologia della morte”, costruendo una dicotomia assoluta tra la vita (l'Occidente democratico) e la morte (il dispotismo orientale).
Tale operazione, ovviamente, non è neutra. Ciò che entrambi gli articoli sistematicamente omettono è la dimensione storica e politica delle dinamiche che descrivono.
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Indurre Trump a un attacco contro l'Iran? Netanyahu negherà il suo "certificato kosher" a un accordo con l'Iran se i missili iraniani saranno omessi
di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com
Netanyahu e i suoi sostenitori vedono la strategia egemonica israeliana in fase di “esplosione”: lo Stato sta cadendo in una crisi interna e lui, come Trump, si sta disperando. Ha bisogno che Trump non si limiti a bombardare l’Iran, ma che lo elimini completamente dal tavolo strategico con una campagna di bombardamenti, al fine di mantenere la spinta dietro il progetto di dominio del Grande Israele.
A tal fine, Netanyahu ha elaborato una trappola per Trump sull’Iran, che consiste nell’invertire la priorità della questione nucleare, sostituendola con quella dei missili iraniani, che ora rappresentano la minaccia primordiale ed esistenziale per Israele. Questo è stato il messaggio che Netanyahu ha trasmesso a Trump a Mar-a-Lago il 28 dicembre 2025.
La stampa israeliana sostiene con fermezza che Trump, durante il vertice di Mar-a-Lago, abbia dato il “via libera” a un attacco contro l’Iran condotto dagli Stati Uniti. Questa è la versione di Israele, ma non è stata confermata da fonti statunitensi.
Il vertice del dicembre 2025 ha portato gli Stati Uniti a tentare di imporre all’Iran l’ennesimo inganno, al fine di fornire una falsa giustificazione per un pesante attacco aereo e missilistico contro l’Iran. Falsa, poiché gli Stati Uniti sanno fin dai colloqui del 2010 guidati dall’allora negoziatore iraniano Saeed Jalili che l’Iran insiste sul fatto che la sua difesa missilistica non è negoziabile (come ci si aspetterebbe da qualsiasi nazione sovrana).
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“Con un tipo come Trump non c’è spazio per l’ammorbidimento”
Geraldina Colotti intervista Juan Carlos Monedero
Juan Carlos Monedero non ha bisogno di presentazioni per chi frequenta la politica radicale tra le due sponde dell'Atlantico. Politologo, agitatore di coscienze e architetto del pensiero post-neoliberista, Monedero ha vissuto la Rivoluzione Bolivariana dall'interno come consulente di Hugo Chávez. La sua visione è un ponte prezioso: possiede la sensibilità per comprendere i ritmi del Sud Globale e gli strumenti analitici per smascherare le ipocrisie delle democrazie europee. In questa conversazione, analizziamo la tempesta scatenata dal sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores del 3 gennaio e la resistenza di un Venezuela che continua a essere, per l'Europa, lo specchio deformante dei propri fallimenti.
* * * *
Juan Carlos, lei conosce bene la malattia dell'eurocentrismo. Perché una parte della sinistra europea, che un tempo applaudiva Chávez, oggi sembra incapace di difendere il presidente Maduro e la sovranità venezuelana di fronte al banditismo di Washington? Ritiene che sia un problema di codardia politica o di una profonda colonizzazione del pensiero?
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Iran. Evitato il primo sabotaggio, domani i negoziati con gli Usa
di Davide Malacaria
Ieri hanno provato ancora una volta a scatenare la guerra contro l’Iran. I falchi israeliani e americani hanno usato la richiesta di Teheran di tenere i colloqui in Oman piuttosto che a Istanbul per far saltare l’incontro Usa – Iran previsto per venerdì.
Tutto era stato approntato e la grancassa mediatica, al solito, era in riga per spingere sull’intervento. Serviva un pretesto ed è stato trovato: dialogo saltato perché Washington rifiuta di spostare la sede dei colloqui e perché l’Iran non vuol negoziare sulla riduzione del suo arsenale missilistico.
In realtà, l’Iran deve aver subodorato qualcosa che non andava e voleva assicurarsi che i funzionari inviati all’incontro, tra cui dovrebbe esserci il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, tornassero in patria sani e salvi evitando incidenti di percorso simili a quelli che hanno causato il decesso del presidente Ebrahim Raisi (morto in un misterioso incidente aereo). L’Oman è più vicino ai confini iraniani, meno infiltrato e i suoi cieli si possono vigilare da presso. Richiesta legittima, dunque, quella di cambiare sede, non aveva senso rifiutare il dialogo per una istanza tanto secondaria.
Né il dialogo poteva saltare perché l’Iran rifiutava di mettere in discussione il suo arsenale balistico, dal momento che tale niet era chiaro e irrevocabile già al momento in cui è stato fissato l’incontro. Teheran non può rinunciare alla sua deterrenza.
Nella stessa giornata, l’abbattimento di un drone iraniano da parte della U.S. Navy perché giudicato aggressivo. Si voleva alzare la tensione con Teheran abbattendo un innocuo drone spia, uno dei tanti, iraniani e statunitensi, che battono i cieli della regione.
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Il "gigante dai piedi di argilla" è una narrazione, non un fatto
di Mario Pietri
Continuo a leggere analisi che descrivono la Russia come un sistema ormai senza ossigeno, un’economia di guerra arrivata al capolinea, costretta a divorare il proprio futuro per sopravvivere al presente, ma quando si entra davvero nel merito dei dati e dei meccanismi reali – non degli slogan – questa rappresentazione si sfilaccia rapidamente e rivela una funzione più propagandistica che analitica.
Si cita, come prova definitiva, il calo delle entrate fiscali da petrolio e gas di gennaio 2026, scese a circa 393 miliardi di rubli, quasi la metà rispetto all’anno precedente e ai minimi dal 2020, ma si omette che un dato di gettito mensile riflette soprattutto prezzi più bassi, sconti più elevati e un rublo più forte, non la scomparsa delle vendite; e infatti, mentre si parla di “ossigeno finito”, i flussi energetici continuano a muoversi: a gennaio 2026 il gas russo verso l’Europa tramite TurkStream è aumentato di circa il 10% su base annua, e nello stesso mese le esportazioni di LNG russo sono cresciute del 7,7% rispetto a dicembre, con oltre 1,69 milioni di tonnellate provenienti da Yamal dirette in Europa, pari a più del 90% dell’export di quel progetto, e in aumento di circa 8% rispetto a gennaio 2025.
Anche sul fronte petrolifero e dei prodotti raffinati la narrativa del “crollo” regge poco, perché le esportazioni continuano verso Asia e mercati intermedi, con Cina, India e Turchia tra i principali sbocchi, a dimostrazione che il tema non è l’assenza di flussi ma la riconfigurazione delle rotte, con margini ridotti ma volumi che non scompaiono; confondere deliberatamente prezzo e volume serve solo a costruire l’immagine di un collasso imminente che viene annunciato da tre anni e puntualmente rimandato al trimestre successivo.
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Antisionismo criminalizzato, genocidio ignorato
di Riccardo D'Amico
Mentre il governo di Beirut, con la conferma dell’ONU, testimonia che Israele rilascia volontariamente diserbanti dai propri aerei sui terreni agricoli libanesi, in Italia le proposte di leggi che equiparano l’antisionismo all’antisemitismo, raccolgono l’unanimità politica parlamentare.
È uno dei numerosi esempi in cui la realtà revisionista che viviamo, supera di gran lunga il grottesco. Ancora una volta, le istituzioni di palazzo e i media mainstream, tendono a distorcere la definizione di antisemitismo, trasformandola in uno strumento di censura. Il fatto appena citato non è isolato: è il sintomo di una memoria storica che viene riscritta stando a certe convenienze.
Il semitismo indica una vasta area di questioni culturali e linguistiche di determinate popolazioni: arabe, ebraiche, babilonesi e altri gruppi etnici.
Di conseguenza, il carattere antisemita, non si rivolge solo ed esclusivamente agli ebrei (in quanto tali), ma a diversi componenti che rientrano all’interno del contesto semitico. Pertanto, un individuo, o un gruppo che manifesta posizioni riconducibili all’antisemitismo, rivolge atteggiamenti razzisti e denigratori nei confronti di interi assetti sociali (antichi e contemporanei).
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I nessi tra finanza, servizi segreti e regine change
di comidad
La narrativa mainstream è all’insegna della miliardariolatria e della miliardariomachia; cioè oggi i miliardari sarebbero i nuovi leader che hanno trionfato nella selezione darwiniana, coloro in grado di rappresentare le grandi concezioni politiche, e sarebbe appunto l’epica lotta tra i miliardari a determinare l’affermazione o l’arretramento di quelle concezioni politiche. In questa narrazione mitologica Trump e Soros rappresenterebbero rispettivamente il nazionalismo e il globalismo, e quindi i due miliardari sarebbero agli antipodi e reciprocamente ostili. A supporto di questa pretesa contrapposizione si rileva ogni tanto qualche volata di stracci, come la questione delle centinaia di milioni di dollari che il dipartimento di Stato, tramite la sua agenzia USAID, ha versato alla Open Society Foundation di Soros. Niente di strano, dato che, ad onta delle panzane darwiniste, quasi tutti i capitalisti privati operano con denaro pubblico; si chiama assistenzialismo per ricchi. Sta di fatto che queste presunte denunce da parte trumpiana sono di più di un anno fa, e non hanno comportato conseguenze reali. Tra l’altro oggi risulta chiusa l’USAID, ma le sue operazioni sono passate direttamente al dipartimento di Stato.
Molto più decisivo è invece il fatto che Trump abbia nominato come segretario al dipartimento del Tesoro un ex collaboratore di George Soros. Si tratta ovviamente di un altro miliardario, Scott Bessent, che risulta anche tra i principali “donors” di Trump; cioè Bessent ha finanziato Trump sia in modo diretto, sia raccogliendo fondi a suo favore.
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I tre fattori anti-sociali che hanno permesso alle banche italiane di fare una montagna di profitti
di Alessandro Volpi*
La finanziarizzazione per pochi. Potrebbe essere questa la forma migliore per sintetizzare in maniera chiara il nocciolo dell’economia italiana. Nel 2025, dopo vari anni record, le prime sei banche italiane hanno realizzato utili per quasi 28 miliardi di euro, il 16,2% in più rispetto all’anno precedente, con una crescita del tutto sconosciuta rispetto ad altri settori.
Non è un caso che l’unico comparto in grado di avvicinarsi a tali record sia quello del riarmo con una percentuale del 14%. Simili dati, davvero impressionanti, meritano alcune considerazioni generali, declinabili poi in maniera più specifica caso per caso.
Questa enorme mole di profitti è stata trasformata in dividendi e buy back -un’operazione senza alcuna tassazione- per quasi il 90%: tali dividendi sono andati dunque a vantaggio degli azionisti che nella stragrande maggioranza sono fondi internazionali, con punte intorno al 70% del totale del capitale e, naturalmente, con BlackRock in larga evidenza. La quota di dividendi di cui hanno beneficiato i piccoli azionisti retail italiani oscilla invece, nelle varie banche, dal 7% al 15% del totale. I dividendi bancari sono stati, pertanto, un significativo trasferimento di ricchezza all’estero.
Prendiamo il caso di Unicredit che ha distribuito nel 2025 ai propri azionisti 9,5 miliardi di euro, di cui 4,75 miliardi in dividendi e il resto in operazioni di buy back.
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Libia, Italia e due morti eccellenti
di Stefano Bellucci
L’assassinio di Saif al-Islam Gheddafi segna il continuo fallimento strategico italiano in Libia. Aver contribuito alla caduta del regime nel 2011 senza un piano e ora assistere all’eliminazione dell’ultimo potenziale interlocutore unitario, ha lasciato l’Italia in balia del caos a cui essa stessa ha contribuito
Il rapporto coloniale con Libia poneva l’Italia in una posizione centrale nella questione mediterranea. Se da un lato il colonialismo italiano è stato segnato da violenze umanitarie indicibili; dall’altro lato il rapporto post-coloniale italo-libico ha visto entrambi i paesi usare pragmatismo e opportunismo a fini di reciproca convenienza. Ora due morti eccellenti segnano la storia di questo rapporto ambiguo ma fruttifero per entrambe le compagini.
Il peso della storia
La prima morte, quella del colonnello Muammar Gheddafi, simboleggia la fine del rapporto post-coloniale che dai tempi della DC, del PSI e anche del PCI aveva visto tessere una trama strategica che la nuova classe politica italiana, inclusi gli ex-missini, senza storia e cultura politica, non ha saputo o potuto proseguire. La seconda è quella del figlio Saif al-Islam Gheddafi, avvenuta qualche giorno fa, che estingue la possibilità per l’Italia di avere un interlocutore libico unitario a garanzia dei propri interessi nazionali.
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La svolta di Trump sull'Ucraina è solo retorica
di Davide Malacaria
La svolta di Trump sul conflitto ucraino, a quanto pare, resta limitata alla retorica. In realtà, al di là delle roboanti critiche a Mosca, il nocciolo del discorso all’Onu era una presa di distanza dalla guerra con relativo scaricabarile sulla sola Europa. Lo ha capito anche la stolida rappresentate degli Esteri Ue Kaja Kallas, che in un’intervista ha dichiarato: “Non possiamo essere solo noi“, Trump deve aiutarci.
Peraltro, che fosse quello il punto focale del discorso lo conferma il New York Times: “Grattando la superficie, un desiderio più profondo sembra celarsi nel cambiamento di posizione di Trump […]. Trump sembra volersi lavare le mani del conflitto ucraino, dal momento che non è riuscito a portare il presidente Vladimir Putin al tavolo dei negoziati e ha visto diminuire le sue possibilità di agire come mediatore”.
Il rapporto Usa-Russia resta più o meno inalterato, come conferma l’incontro avvenuto in parallelo al’invettiva di Trump, tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. A dimostrazione della proficuità del vertice, la risposta di Lavrov a un cronista che gli chiedeva come fosse andata. Nessuna parola, solo un gesto inequivocabile: pollice in sù.
L’intemerata di Trump all’Onu era un modo per allentare le pressioni che il partito della guerra sta esercitando su di lui, incrementate dagli sviluppi del mese di settembre, tra cui l’assassinio di Charlie Kirk, che l’ha mandato in confusione. Ha dato loro quel che volevano, ma solo a livello retorico.
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Hamas rifiuta di disarmare finché continua l’occupazione sionista, e chiama alla resistenza in Cisgiordania
di Il Pungolo Rosso
Un primo, importante alt all’attuazione della “fase due” del famigerato “piano Trump” su Gaza, la cui natura colonialista e schiavista abbiamo più volte rimarcato, è arrivato in questi giorni da Hamas.
Da Hamas erano giunte notizie di altro segno, come la decisione di sciogliere tutte le strutture di governo di Gaza con il passaggio delle loro competenze e dei loro poteri al Comitato Nazionale per l’amministrazione di Gaza diretto dall’ex vice-ministro dell’ANP Ali Shaath, nominato da Trump stesso.
Gli storici sostenitori italiani dell’ANP hanno vissuto questa decisione come un trionfo del loro “realismo” e dei loro beniamini dell’ANP. Replicando ad una loro sfida (“ora che anche Hamas e Jihad islamica accettano di entrare nella ‘fase due’, cosa avete da dire?”), abbiamo preso in considerazione l’ipotesi che Hamas, la Jihad islamica e le altre organizzazioni attive della Resistenza palestinese si siano incamminate sulla strada percorsa nei decenni scorsi da al-Fatah. Sostenendo che se davvero così fosse per effetto di una guerra “terribilmente asimmetrica”, sarebbero “le ultime da biasimare”. Perché “in ogni caso la resistenza opposta dall’intero popolo palestinese e da loro all’aggressione genocidaria dei sionisti, con le armi e con ogni altro mezzo, resterà scritta a caratteri indelebili nella storia universale della liberazione dei popoli dal colonialismo. I loro protagonisti e martiri, militanti e capi, sono da onorare anche da parte di chi, come noi, non condivide la loro ideologia e la loro strategia”.
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Il risveglio dal “terreno originario”. Tertium non datur
di Eugenio Donnici
1. Nel 1890, J. G. Frazer pubblica Il ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, un’opera di dodici volumi, che è considerata una pietra miliare dell’antropologia.
Il suo approccio esprime il percorso lineare della scuola evoluzionista inglese e interpreta lo sviluppo del pensiero umano attraverso la trilogia del filo nero (la magia), il filo rosso (la religione), e il filo bianco (la scienza). La radice etimologica “mito” (mýthos), che è comune ai termini mitologia e mitosi, rimanda sia al significato di “racconto” che di “filo”, cioè dell’aspetto filiforme che assumono i cromosomi durante la fase iniziale del processo di divisione cellulare. Il filo del racconto è alla base di ogni narrazione.
Quando Frazer racconta la storia del re-sacerdote della foresta di Nemi, dice Wittgenstein, lo fa con un tono che indica che qui avviene qualcosa di strano e terribile. E siccome non riesce a capacitarsi della modalità cruenta di quel rito, finisce con il sentenziare che esso è semplicemente terribile. Il suo discorso inciampa nella tautologia: la concezione tragica del rito genera l’evento stesso. Frazer non riesce a concepire che la credenza del re-sacerdote del bosco di Nemi formi un tutt’uno con l’idea che la comunità tribale ha di quel rito, in quanto «non è in grado di immaginarsi un sacerdote che non sia un pastore inglese del nostro tempo, con tutta la sua stupidità e insipidezza».(1)
L’uomo, argomenta Wittgenstein, oltre che a soddisfare i bisogni basici come il nutrirsi, il trovare un rifugio per ripararsi dal freddo e dalle fiere pericolose, etc., è un animale cerimoniale – un animale sociale, come direbbe Aristotele – sennonché pratica i rituali. La credenza, che il sangue del re-sacerdote, disseminato nei boschi di Nemi, avrebbe reso la terra più fertile e la vegetazione lussureggiante, non è molto lontana dalla convinzione che lo sfruttamento dei bambini nelle fabbriche inglesi avrebbe consentito un aumento della ricchezza sociale. Il sacrificio e il sangue di quelle anime innocenti, come ci ricorda Marx, diventa il capitale per finanziare la costruzione delle ferrovie negli USA.
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La pericolosa adolescenza dell’Intelligenza Artificiale
di Federico Repetto
Dario Amodei, il manager di Anthropic, una società leader nel settore delle AI, ha di recente pubblicato sul suo sito una specie di articolo-manifesto, intitolato The Adolescence of AI, che agli spettatori di Netflix farà venire in mente la miniserie Adolescence, in cui un ragazzino inglese, chiuso e indecifrabile, è colpevole dell’assassinio (col coltello) di una compagna. Allusivo è anche il titolo del primo capitolo dello scritto, “I’m sorry, Dave”, che è la frase che HAL 9000, l’intelligenza artificiale assassina di Odissea nello spazio, rivolge all’astronauta Dave Bowman.
L’articolo di Amodei è uscito parallelamente all’intervento da lui fatto a Davos per mettere in allerta i grandi della terra e l’opinione pubblica sui gravi rischi per la società umana che ci attendono nei prossimi anni con lo sviluppo di “AI potenti”. Esso è stato anticipato da un’intervista con l’agenzia Axios, che lo riassume enfatizzando l’urgenza dell’allarme e la gravità dei problemi (https://www.axios.com/2026/01/26/anthropic-ai-dario-amodei-humanity).
Che cosa intende Amodei con “AI potenti” - che potrebbero forse essere realizzati tra due-tre anni o poco più? Si tratta di congegni con menti da premi Nobel, capaci ormai di “dimostrare teoremi matematici irrisolti, scrivere romanzi estremamente validi, scrivere basi di codice difficili da zero”, ecc.
<<[Un’AI potente] oltre a essere semplicemente una "cosa intelligente con cui parlare", dispone di tutte le interfacce disponibili a un essere umano che lavora virtualmente, inclusi testo, audio, video, controllo di mouse e tastiera e accesso a Internet. Può intraprendere qualsiasi azione, comunicazione od operazione remota abilitata da questa interfaccia, tra cui intraprendere azioni su Internet, dare o ricevere istruzioni da esseri umani, ordinare materiali, dirigere esperimenti, guardare video, realizzare video e così via. Svolge tutti questi compiti con, ancora una volta, un'abilità che supera quella degli esseri umani più capaci al mondo.>>
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Trump torna alla deregulation bancaria
di Luca Lombardi
L'allentamento del controllo sul sistema creditizio alimenterà un circolo vizioso che farà dimenticare le norme più restrittive seguite alla crisi finanziaria del 2008
L’attività bancaria è per sua natura alquanto rischiosa e incerta. Ciò dipende anche dalla struttura dei bilanci delle banche, che è «innaturale», essendo composta, per buona parte dell’attivo, da attività a lungo termine (si pensi a un mutuo a 20 anni o a un Btp a 10 anni) e, per buona parte del passivo, da attività a vista (i depositi). Solo per citare due numeri, a marzo del 2025 le banche italiane avevano circa 1.650 miliardi di prestiti e 1.840 miliardi di depositi. Essendo le banche essenziali per finanziare l’economia, ed essendo il loro business intrinsecamente rischioso, il free banking, ossia l’idea di lasciarle libere di fare quello che vogliono, non ha mai attecchito nemmeno tra gli economisti liberisti. Anzi, paradossalmente alcune delle proposte di controllo più radicale del loro operato venivano da ambienti alquanto liberisti, come il famoso «piano di Chicago» proposto da economisti dell’omonima università, notoriamente centro del monetarismo più radicale.
La vigilanza moderna
Gli obiettivi della vigilanza bancaria non sono cambiati molto nel tempo, rimanendo soprattutto inalterata la finalità generale di garantire la stabilità finanziaria, impedire le corse agli sportelli e in generale evitare che le banche destabilizzino l’economia. Sono però cambiati nel tempo gli strumenti con cui la vigilanza viene applicata. Negli ultimi decenni ha acquisito preminenza la vigilanza prudenziale, che si basa sulla valutazione delle varie componenti dell’attivo della banca commisurandole al suo capitale, per impedire un’eccessiva leva finanziaria.
Per fare un esempio semplificato, poniamo che la banca X abbia 100 milioni di attivo (prestiti, titoli, ecc.) e abbia 5 milioni di capitale, essendo il resto del passivo formato, poniamo, da depositi. La leva (il capitale come proporzione dell’attivo) sarà 5 a 100, ossia 20 volte.
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Se attaccato, l'Iran colpirà obiettivi Usa in tutto il Medio oriente
di Davide Malacaria
L’attacco all’Iran incombe. I tamburi di guerra rullano su tutti i media come fosse un destino irrevocabile, senza alcun palpito per la devastazione che potrebbe abbattersi sul popolo iraniano, chiamato ad accogliere le bombe come una benedizione dal cielo e la destabilizzazione successiva, l’impoverimento e l’asservimento del loro Paese, come una liberazione dagli attuali ceppi cui li costringe un regime oppressivo.
Inutile discettare su tale stolida narrazione, che ripete pedissequamente quanto avvenuto per altre disastrose avventure belliche. Resta da vedere se tale destino sia così irrevocabile. Anzitutto chi prevedeva che la visita di Netanyahu negli Usa avrebbe dato il “la” all’attacco deve ricredersi.
Tra questi il pur intelligente Larry Johnson, ex analista della CIA, il quale non solo ammette con sollievo l’errore, ma aggiunge che, durante il burrascoso incontro, “Trump ha cercato di placare Bibi annunciando di aver ordinato alla Marina di PREPARARSI a schierare un altro gruppo d’attacco di portaerei nel Mar Arabico. La parola chiave è PREPARARSI… Prepararsi non è la stessa cosa di dare un ordine di schieramento”.
E qui si può notare una discrasia rispetto ad altri resoconti secondo i quali l’ordine sarebbe stato impartito, anche se in realtà tale notizia, a quanto abbiamo visto, proviene da fonti confidenziali; finora non abbiamo rinvenuto nulla di ufficiale. L’ordine riguarderebbe la portaerei U. S. Gerald Ford e la flotta a cui si accompagna.
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“È un attacco alla libertà di stampa e al grande movimento per la Palestina in Italia”
Giuseppe Acconcia intervista Angela Lano
Abbiamo intervistato Angela Lano, direttrice dell’agenzia Infopal, indagata nell’ambito dell’inchiesta di Genova che lo scorso 27 dicembre ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp), insieme ad altre nove persone, accusate di associazione con finalità di terrorismo. Il 16 gennaio si è svolta l’udienza davanti al tribunale del Riesame.
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L’assunto che Hamas sia un gruppo terroristico in Italia è vero?
L’Italia si aggrega a Stati Uniti e Israele che hanno messo Hamas nella blacklist. Ma ci sono 180 stati, tra cui il Brasile e altri, per i quali Hamas è un movimento di resistenza islamica, a cui viene riconosciuto il diritto di esistere, di difendere, di decolonizzare il proprio territorio così come sancito dalle Nazioni Unite.
L’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Mohammed Hannoun dà anche fondi alle brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas?
Ci sono stati venti anni di indagini e di archiviazioni su questa accusa che Israele solleva.
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Mal d’Europa
di Antonio Cantaro
Anticipiamo l’intervento di Antonio Cantaro al seminario del prossimo 20 febbraio che si terrà presso il Senato della Repubblica (Sala ISMA, Piazza Capranica n. 72, ore 17,30) e in cui verrà discusso il volume curato da Enzo Di Salvatore “L’Europa in transizione. Gli Stati membri, le sfide della globalizzazione e la crisi dell’ordine internazionale” (Giuffrè, 2025).
Il titolo del volume che discutiamo oggi pomeriggio ha un titolo – L’Europa in transizione -politicamente e accademicamente corretto. Cioè, noioso e respingente per i comuni mortali. Ma sin dalla densa introduzione di Enzo Di Salvatore si capisce che si tratta, al contrario, di un libro mosso, tormentato, pieno di contributi inquieti. L’Europa in transizione di cui parlano i saggi che compongono il volume è chiaramente una Europa e un Occidente che hanno da tempo oltrepassato la soglia della transizione e navigano nelle acque del male. La martoriata Ucraina, l’etnocidio dei gazawi e, in queste settimane, l’orrore di un sistema, il sistema Epstein, che sarebbe un errore pensare destinato soltanto a sfiorare le classi dirigenti del Vecchio continente. Il male, il male assoluto, c’è e questo non è il tempo delle “anime belle”. È – deve essere – il tempo del politicamente e accademicamente scorretto, il tempo del coraggio, se non vogliamo ipocritamente consolarci con la cattiva retorica della responsabilità verso le generazioni future. Abbiamo il gramsciano dovere etico-politico di essere controcorrente: urticanti dice il filosofo. E urticante è Luigi Ferrajoli quando parla senza mezzi termini di “disfatta dell’Unione europea” e della necessità di una sua “rifondazione”.
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L’era del disordine
di Dante Barontini
Negata per oltre un anno, per non indebolire il “sostegno all’Ucraina” e la credibilità “deterrente” dell’alleanza euro-atlantica, la crisi tra le due sponde dell’oceano ha finalmente ricevuto a sua certificazione più autorevole.
Alla Conferenza di Monaco – nome da brividi, per chi conosce la Storia – il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha steso una lapide sull’ordine internazionale creato a partire dal 1989, dopo la “caduta del Muro” e lo scioglimento dell’Unione Sovietica.
“L’ordine internazionale basato su diritti e regole… non esiste più come una volta”, ha sentenziato Merz, riconoscendo addirittura che “La pretesa di leadership degli Stati Uniti è messa in discussione, forse già perduta” e che “Nell’era delle grandi potenze, la nostra libertà non è più semplicemente garantita. È minacciata“.
Al punto che viene fatto cadere l’ultimo tabù dell’epoca ormai conclusa: l’arsenale nucleare tedesco. “Ho parlato con Emmanuel Macron di una deterrenza nucleare europea”, ha detto Merz, suggerendo che la Germania sta apertamente lavorando ad alternative vista l’incertezza sulla protezione a lungo termine degli Stati Uniti.
La soluzione indicata per il momento, visto il rischio concreto di far esplodere contemporaneamente anche tutte le contraddizioni interne all’Unione Europea e nello stesso rapporto con gli Usa, viene indicata in una “Nato 3.0”, che prosegue la collaborazione euro-atlantica ma con una UE “patriottica”, più autonoma, che spende molto di più in armamenti.
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