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Attacchi preventivi? “Altro che ‘proattivi’: siamo già in guerra anche senza pretesti”
di Fabio Mini
Attenendomi alle dichiarazioni pubbliche del Comandante supremo della Nato, generale Cristopher Cavoli e sulla base della conoscenza della sintassi operativa, ho desunto che la Nato non solo in campo cyber, ma in tutti i sensi e domini, è già in guerra contro la Russia e attaccherà per prima. Sta già mobilitando le forze di tutti i Paesi per quella “difesa” che si dovrebbe realizzare con un attacco preventivo sulla Russia talmente devastante da impedirle perfino di rispondere. “Perché – dice Cavoli – se non ci riusciamo al primo colpo, ci aspetteranno 15 anni di guerra di logoramento”.
In quest’ottica è inutile farsi delle illusioni. Qualcuno per conto nostro ha deciso che siamo in guerra e anche contro chi. Perdono così di valore tutti i distinguo di casa nostra e tutte le dichiarazioni ufficiali dei russi che non si sognano nemmeno di attaccare la Nato. A meno che… una decisione già presa nel 2022 e da allora in piena fase di strutturazione delle forze, anche nucleari, perseguita in barba alla fondamentale correzione di rotta imposta dal presidente Trump all’Aja. Al termine del vertice Nato è stato ufficialmente dichiarato che non si considera la Russia una minaccia a breve termine (da ora a 3 anni), nemmeno a medio termine (da 3 a 10 anni) ma, proprio a volercela tirare, a lungo termine (oltre 10 anni). Tale dichiarazione è stata ignorata dai principali alleati e dalla Nato stessa che invece considerano la Russia come nemico permanente. A prescindere da cosa potrà succedere da qui a 3 o 10 anni e anche da ciò che accadrà all’Ucraina.
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L’impossibile rinascita dell’industria americana (parte 2)
di Ferdinando Bilotti
Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto che il ripristino di una struttura industriale adeguata alle dimensioni e alla popolazione degli USA richiederebbe il ritorno in patria di quelle produzioni di massa che oggi i consumatori americani acquistano dalla Cina. Abbiamo visto anche, però, che diversi fattori impediscono all’amministrazione Trump di sanzionare pesantemente le merci cinesi e quindi di fare leva sui dazi per promuovere tale ritorno. Alla politica trumpiana, pertanto, arriderà un successo soltanto parziale, in quanto ad accettare le condizioni da essa imposte saranno, fra i tradizionali esportatori manifatturieri in terra americana, unicamente l’UE e alcuni paesi asiatici meno importanti della Cina. Abbiamo spiegato, inoltre, come l’imposizione dei dazi potrebbe spingere le imprese di tali aree a trasferirsi non negli USA, bensì in altri paesi, per beneficiare di costi di produzione più bassi; e come per il governo statunitense potrebbe risultare impossibile ottenere il pieno rispetto degli impegni riguardanti l’effettuazione di investimenti.
L’industria americana, in compenso, nel prossimo futuro potrebbe giovarsi dell’orientamento bellicista assunto dall’Unione Europea. Questo difatti le imporrà un riarmo che in tempi brevi non sarà conseguibile senza fare largamente ricorso alle produzioni di armamenti americane, in ragione di problemi di natura sia materiale (al momento l’apparato industriale militare europeo non è abbastanza sviluppato da poter supportare le ambizioni dei leader comunitari, e la riconversione di quello civile a fini bellici non può essere immediata) che finanziaria (gli attuali prezzi energetici si ripercuoteranno anche sui costi di produzione dei sistemi d’arma realizzati in Europa). Tuttavia, non è scontato che i popoli europei accettino senza reagire – nelle urne e nelle strade – i tagli alla spesa sociale necessari a finanziare l’espansione di quella militare. Inoltre, va rammentato che l’industria militare statunitense, pur avendo mantenuto un certo radicamento in patria, dipende comunque da forniture di componenti estere, ragion per cui, così come la fuga delle industrie dall’Europa si tradurrebbe solo in parte nella comparsa negli USA di nuovi stabilimenti, così la domanda europea di armi americane si tradurrebbe solo in parte in una maggiore attività di impianti produttivi ubicati negli Stati Uniti.
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Osservatorio internazionale: il mondo di Trump
di Alberto Benzoni
Thailandia
Il Tribunale costituzionale, emanazione del regime conservatore/militare oramai in sella da anni ha sciolto il principale partito di opposizione democratica. Fortemente presente sia nei grandi centri urbani e nelle aree neglette del paese, con 81 seggi in Parlamento su 300.
Motivazione: l’uso, a quanto pare illecito, di fondi a disposizione del presidente del partito per finanziarne la campagna elettorale. Pena accessoria: l’inibizione a svolgere attività politiche per 12 anni comminata al presidente e ai massimi dirigenti.
Reazione dei medesimi: “prendiamo atto di quanto è avvenuto; ma continueremo a lottare per ristabilire la democrazia nel nostro paese; e con mezzi pacifici”.
Reazioni della collettività internazionale; non pervenute.
India
Visite di Modi negli Stati Uniti: nessuna sotto Obama ( c’era ancora la faccenda della sua complicità, come presidente di uno stato, in un pogrom in cui erano stati uccisi 2000 musulmani ). Una, con tappeti srotolati e effusioni reciproche con l’avvento di Trump.
Oggi, visita di Trump in India. Ipermediatica, con sfilate, cerimonie, folle oceaniche e ipereffusioni complimentose e reciproche ( nessun negoziato firmato o avviato; ma lo stesso Trump ha annunciato che si apriranno presto e porteranno a risultati “terrific”, leggi strabilianti). In compenso complimenti a gogo; “comuni destini, identità di vedute, esempi per tutto il mondo libero, India simbolo dell’armonica coesistenza di etnie e religioni diverse”; e via discorrendo.
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Le prospettive economiche della crisi prolungata a Hormuz
di Giacomo Gabellini
Lo scorso 3 maggio, il presidente Trump ha proclamato l’imminente avvio del cosiddetto Project Freedom, un’iniziativa volta a «ripristinare la libertà di navigazione per le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz». Dal relativo comunicato del Central Command si evince che l’operazione prevede il coinvolgimento di «cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli terrestri e navali, piattaforme senza pilota multidominio e 15.000 militari».
Il Wall Street Journal ha sottolineato che Project Freedom «non prevede la scorta di navi da guerra statunitensi attraverso lo Stretto di Hormuz, bensì uno sforzo coordinato da parte di compagnie di navigazione e di assicurazione» per facilitare i movimenti marittimi nello stretto.
Ad appena un giorno di distanza, lo stesso Trump ha annunciato la sospensione «per un breve periodo di tempo» dell’iniziativa. Più specificamente, recita il relativo post pubblicato dall’inquilino della Casa Bianca sul suo profilo Truth, «su richiesta del Pakistan e di altri Paesi, in considerazione del formidabile successo militare conseguito durante la campagna contro l’Iran e, inoltre, del fatto che sono stati compiuti grandi progressi verso un accordo completo e definitivo con i rappresentanti iraniani, abbiamo concordato reciprocamente che, pur rimanendo il blocco pienamente in vigore ed efficace, il Project Freedom sarà sospeso per un breve periodo, al fine di verificare se l’accordo possa essere finalizzato e sottoscritto».
Nel frattempo, il Pentagono continua ad ammassare truppe e mezzi militari in vista di una eventuale ripresa delle operazioni militari, reputata possibile se non addirittura probabile da una moltitudine di osservatori alla luce del sostanziale impantanamento delle trattative tra Washington e Teheran.
Per settimane, i contendenti hanno continuato a manifestare totale indisponibilità a temperare il tenore delle richieste, convinti di poter contare su una soglia di tolleranza al dolore più alta della controparte. Il blocco navale statunitense contro i porti iraniani ha limitato la capacità della Repubblica Islamica di esportare petrolio, senza tuttavia azzerarla. Quando l’iniziativa statunitense è scattata, l’Iran manteneva già centinaia di petroliere cariche di greggio in acque internazionali a “distanza di sicurezza” dal Golfo Persico.
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Per le differenze
Adelino Zanini e la filosofia economica
di Ubaldo Fadini
Nel testo che pubblichiamo oggi, Ubaldo Fadini riflette sulla nuova edizione di Filosofia economica (DeriveApprodi, 2025) di Adelino Zanini, sottolineando la «differenza» di Marx nel confronto con i teoremi sofisticati degli economisti «classici», come lo sono non soltanto Smith e Ricardo ma anche quelli dentro il Novecento, da Schumpeter a Keynes.
Prossimamente, pubblicheremo un altro contributo, a cura di Federica Giardini, sul libro di Adelino Zanini.
* * * *
La nuova edizione ampliata di Filosofia economica presenta indubbie novità rispetto all'edizione del 2005. Innanzitutto il sottotitolo: Fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche, che indica proprio nell'ultima formula un'aggiunta essenziale rispetto al precedente, Fondamenti economici e categorie politiche. Il rinvio alle «forme giuridiche» mi permette di considerare la nuova edizione come una sintesi certo parziale ma ben calibrata e incisiva di un percorso di ricerca assolutamente indispensabile per coloro che vogliono acquisire strumenti raffinati per l'articolazione di un pensiero critico-radicale all'altezza dei tempi estremamente difficili a cui siamo consegnati.
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Ventunesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) PARTE XI
n. «andare alle masse» e democrazia operaia
Questi militanti e quadri capivano, soprattutto, che dalla loro azione sindacale, che comprendeva sia la lotta, sia l’educazione in quella “scuola di comunismo” vera e propria, dipendeva il successo dell’intera rivoluzione fra le masse, fra i non iscritti, fra i non simpatizzanti, fra i dubbiosi, fra i renitenti, fra i disfattisti, fra tutto quel campionario di umanità che ogni giorno timbrava entrata e uscita al lavoro. Una responsabilità enorme, operativamente ben più complessa di chi dava la linea. E questo lo stesso Lenin lo aveva ben chiaro, eccome se lo aveva! Non mancava di rimarcarlo, soprattutto ai suoi, che magari di quel mondo avevano scarsa, o poca conoscenza. Tomskij aveva fatto sicuramente tesoro di tutto questo. Questa relazione, e man mano che aggiungiamo tessere al mosaico ce ne accorgiamo sempre di più, attinge a piene mani, è intrisa della lezione leninista, e non come semplice, meccanica ripetizione di slogan, bensì come traduzione ed elaborazione di una linea ben più profonda. Ecco perché continua a ribadire certi concetti, che riprende subito dopo questa doverosa, necessaria, interruzione:
Le decisioni sono giuste o sbagliate, buone o cattive. Ma non si può sempre lasciarne la responsabilità al partito. Ecco perché è necessario redistribuirla, attraverso una democrazia operaia (рабочая демократия) ben più ampia rispetto a quanto finora successo. E se oggi, in verità meno di ieri, si sentono voci perplesse che obiettano – “Ma non è terribile gettarsi nel mare delle libere elezioni senza liste predefinite?” – basti pensare a quanto recentemente accaduto nelle elezioni dei comitati di fabbrica di Mosca: lì il successo elettorale, pur in assenza di liste predefinite, è stato schiacciante. Possiamo anche guardare ad altri centinaia di esempi, dove proprio i non iscritti hanno modificato sì le liste comuniste, ma per aumentare i candidati comunisti da votare! E che dire dei casi dove, chiesta e ottenuta l’abolizione delle liste e proceduto alla presentazione individuale dei candidati, i lavoratori hanno eletto gli stessi candidati comunisti presenti nelle liste? In una situazione dove ciascun lavoratore sapeva perfettamente chi stava scegliendo in quel momento?
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Attualità della pianificazione
di Roberto Lampa, Matteo Gaddi, Nadia Garbellini
Produttività e competitività non sono parametri naturali, indicano modelli che hanno mostrato di essere ingiusti e inefficaci. Bisogna invece sceglire collettivamente cosa e come produrre
Produttività e competitività vengono spesso presentate come categorie neutrali, semplici strumenti tecnici per interpretare le prestazioni dell’economia. Questa presunta neutralità è però una costruzione ideologica: serve a trasformare scelte politiche in vincoli oggettivi e a spostare sulle lavoratrici e sui lavoratori il peso degli squilibri macroeconomici.
Per ripensare un’alternativa occorre quindi innanzitutto smontare questi concetti che, sotto una veste tecnico-contabile, reggono l’architettura del capitalismo contemporaneo. In particolare va preso atto che quest’ultimo, dallo shock seguito alla scelta di Richard Nixon, nel 1971, di far saltare il sistema di cambi fissi basati sul dollaro americano in vigore dalla fine della Seconda guerra mondiale, si è caratterizzato per la fortissima apertura commerciale e finanziaria. Solo questa mutazione profonda delle economie di mercato ha posto al centro della scena i concetti di produttività e competitività, dato che in una simile configurazione del capitalismo la crescita economica è stata indissolubilmente legata ai surplus commerciali (neomercantilismo) e finanziari (differenziali dei tassi d’interesse).
Tuttavia, l’ennesima riconfigurazione dei mercati cui stiamo assistendo suggerisce che non si trattava certo di caratteristiche naturali delle economie capitaliste. In questo senso, assumere invece quelle specifiche caratteristiche istituzionali come date una volta e per tutte (e, quindi, insistere aprioristicamente su produttività e competitività) diviene un errore grave per un buon economista, e diventa imperdonabile per un economista «eterodosso» o «progressista».
L’ideologia della produttività
L’indicatore canonico della produttività – il valore aggiunto reale per ora lavorata – viene utilizzato come se misurasse l’efficienza fisica del lavoro. Quest’equivalenza, tuttavia, è un artificio teorico derivato da un impianto concettuale costruito esplicitamente per servire una visione dell’economia centrata sulla massimizzazione del profitto.
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L’infantilismo dell’Ue disfa i piani per Kiev
di Fabio Mini
Se il teatrino europeo riesce a far fallire ancora i negoziati, Putin potrà dimostrare agli alleati dei Brics che non è colpa sua e passare così all’opzione militare, la sola cosa che conta nelle trattative
I piani sono cose serie, sono l’articolazione delle strategie e della politica. Il presunto piano per l’Ucraina di 28 punti di Trump e quello di 18 degli europei non sono piani.
Sebbene siano attribuiti alla mente maligna di Putin, a quella rapace di Trump e ai geni europei sono solo i prodotti maldestri, ingenui e raffazzonati che qualche burocrate statunitense o europeo ha tratto da una cosa seria: l’elenco delle quattro o cinque priorità e condizioni che Trump e Putin concordarono in Alaska, a voce ma opportunamente registrate, stenografate e verbalizzato. Una lista di ciò che Putin aveva sempre e pubblicamente dichiarato e che Trump sembrava aver capito. I punti che lo stesso Putin aveva illustrato ai leader dei Paesi amici della Russia che nel frattempo, durante la guerra, sono aumentati. La Russia non ha mai fatto mistero dei propri interessi e principi fondamentali riguardanti l’Ucraina: neutralità, denazificazione e demilitarizzazione e cessione dei suoi territori acquisiti con le operazioni militari e con i referendum popolari. Tutto il resto apparso nei 28+18 punti era fuffa, che però eccitava in particolare gli europei votati a sostenere il martirio ucraino come altrettanti politici americani ed europei.
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Draghi dall’agenda alle lamentazioni
di Francesco Piccioni
E’ bastato un anno per verificare che “l’agenda Draghi” era una tigre di carta. O, più precisamente, che si trattava di mega-piano costruito sul wishful thinking, una sfilza di desideri messi nero su bianco, ma sostanzialmente privo di programmazione, direzione politica e operativa, connessione stretta tra mezzi e obiettivi. Irrealistico, insomma.
Parlando di nuovo a Bruxelles, nella conferenza della Commissione Ue sul primo anno del suo report sulla competitività, ieri “superMario” ha recitato come sempre la parte del guru che saprebbe come mettere a posto le cose, ma non può. Un super-consigliere che vede le sue parole perdersi nei corridoi, citate da tutti, messe in pratica da pochi, con risultati inevitabilmente nulli.
La lettura del suo discorso, però, mette in evidenza anche i difetti strutturali che rendono quel mega-piano una costruzione che comunque non potrebbe produrre risultati.
Tutte le indicazioni concrete, non a caso, risultano anche ai suoi occhi difficili da realizzare, tardive, ostacolate non solo da “egoismi nazionali” ma da una struttura dell’economia globale che ha dimostrato l’inconsistenza strategica del mercantilismo europeo a trazione tedesca. Ovvero di quel “modello” fatto di bassi salari, austerità nei bilanci pubblici, rifiuto dell’intervento dello Stato nell’economia, privatizzazioni a raffica e produzione per l’esportazione extra-UE che è stato l’alfa e l’omega della costruzione europea “a trazione tedesca”.
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Il laboratorio della guerra
Tracce per un’inchiesta sull’università dentro la «fabbrica della guerra» di Modena
di Kamo
0. Un’ipotesi a premessa
Rita Cucchiara è la nuova rettrice dell’Unimore. Prima donna ad assumere questo ruolo nella storia dell’Università di Modena e Reggio, è stata eletta a giugno 2025 al ballottaggio contro Tommaso Fabbri, con un corpo accademico votante spaccato in due.
Come gruppo di inchiesta universitario, è indicativo per il nostro discorso lo spostamento dei rapporti di forza, di bilanciamento e di potere interni all’istituzione Università dal dipartimento di Economia a quello di Ingegneria. Come vedremo, questo elemento può essere già inteso come indizio della direzione e del ruolo che l’istituzione università sta assumendo, in questa fase accelerata e acuta di crisi, sul nostro territorio inteso nelle sue connotazioni produttive e sociali, nel suo rapporto con lo sviluppo capitalistico a vocazione industriale e dei soggetti da esso messi al lavoro, e in relazione alle trasformazioni del contesto politico e capitalistico non solo locale, ma regionale, nazionale ed europeo, dentro la crisi globale che si fa stato di guerra.
La figura della nuova rettrice sta lì a esprimere questa fase di cruciale trasformazione. Partiamo da qui, cominciando a tracciare qualche punto d’inchiesta sull’università come «laboratorio della guerra», da ampliare, mettere a verifica e agire in senso militante, con punto di vista di parte.
1. La nuova rettrice: Rita Cucchiara
Ordinaria di ingegneria informatica e direttrice di numerosi laboratori di ricerca sull’intelligenza artificiale, Rita Cucchiara viene descritta dai giornali come il volto delle donne nelle STEM italiane, con un curriculum accademico invidiabile.
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Paolo Virno: esodo e linguaggio
di Franco Berardi Bifo
Con questo testo inedito del 2013 di Franco Berardi anticipiamo alcuni dei temi che saranno trattati nell’incontro su “Paolo Virno: l’uso della vita” che si svolgerà a Esc atelier autogestito a via dei Volsci 159, Roma, sabato 7 febbraio 2026 dalle ore 10
Paolo Virno e Franco “Bifo” Berardi sono stati militanti di Potere Operaio, uno a Roma l’altro a Bologna, entrambi in giro per l’Italia. Hanno vissuto, chi a Roma chi a Bologna, l’esplosione del Settantasette. A seguire, prima e durante la furia repressiva, hanno condiviso l’esperienza editoriale di “Metropoli”. Del Settantasette, allo stesso modo negli anni Ottanta e Novanta, hanno messo in rilievo un tratto decisivo: l’emergere in primo piano del marxiano general intellect, inteso però come lavoro vivo. Per dare conto del linguaggio messo al lavoro, del capitalismo digitale, le loro ricerche hanno percorso sentieri diversi: Wittgenstein e l’antropologia filosofica, il primo, Baudrillard e Guattari, la cybercultura, il secondo. Sempre sviluppando, entrambi, una proposta filosofica originale. Negli ultimi anni, seppur da prospettive diverse, tutte e due hanno riflettuto sul problema dell’impotenza (della moltitudine).
In vista della giornata di sabato 7 febbraio a Esc, dedicata al ricordo di Paolo Virno, pubblichiamo un testo di Franco “Bifo” Berardi del 2013 – inedito nella lingua italiana e destinato, in inglese, ai lettori nordamericani – su Paolo Virno e la sua inconfondibile singolarità nella scena del pensiero contemporaneo. Franco “Bifo” Berardi, che ringraziamo per il regalo prezioso che ha fatto a DinamoPress e alle sue lettrici e ai suoi lettori, sarà anche lui presente e interverrà a Esc sabato 7 febbraio.
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La finanziarizzazione non è invincibile
di Marco Cattaneo
Consiglio la lettura di un libro pubblicato da pochi mesi, “Prima che tutto crolli” di Luciano Balbo (Longanesi 2025). Contiene parecchie considerazioni illuminanti e centrate sulla finanziarizzazione delle economie, cioè sul predominio dell’establishment finanziario rispetto al sistema produttivo e al sistema economico, sugli effetti negativi che ha prodotto riguardo a diseguaglianze e concentrazione della ricchezza, sul rischio che prima o poi (più prima che poi) inneschi una crisi sistemica.
Consiglio la lettura ma siccome sono un noto rompiscatole (!) segnalo il suo principale (s’intende a mio parere) difetto. Una carenza di interpretazione di alcuni temi macroeconomici, che conduce l’autore a pensare che gli Stati dipendano necessariamente dai mercati finanziari per sostenere i deficit e i debiti pubblici e che la mobilità dei capitali sottragga ai singoli governi la capacità di contrastarli (“se no scappano altrove”).
Per la verità qualche sentore che le cose non stiano esattamente così Balbo ce l’ha: cita la MMT commentando grossomodo che sembrano degli eretici ma forse, probabilmente, hanno delle ragioni. Ma è solo un sentore.
I fatti che, rispetto all’interessante esposizione di Balbo, vanno meglio compresi sono IMHO i seguenti (ben noti ai lettori di questo blog…).
UNO: il deficit pubblico non è un impoverimento del paese che lo genera ma un normale strumento di immissione del potere d’acquisto finanziario, che deve crescere di pari passo con lo sviluppo del PIL nominale.
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“È un attacco alla libertà di stampa e al grande movimento per la Palestina in Italia”
Giuseppe Acconcia intervista Angela Lano
Abbiamo intervistato Angela Lano, direttrice dell’agenzia Infopal, indagata nell’ambito dell’inchiesta di Genova che lo scorso 27 dicembre ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp), insieme ad altre nove persone, accusate di associazione con finalità di terrorismo. Il 16 gennaio si è svolta l’udienza davanti al tribunale del Riesame.
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L’assunto che Hamas sia un gruppo terroristico in Italia è vero?
L’Italia si aggrega a Stati Uniti e Israele che hanno messo Hamas nella blacklist. Ma ci sono 180 stati, tra cui il Brasile e altri, per i quali Hamas è un movimento di resistenza islamica, a cui viene riconosciuto il diritto di esistere, di difendere, di decolonizzare il proprio territorio così come sancito dalle Nazioni Unite.
L’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Mohammed Hannoun dà anche fondi alle brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas?
Ci sono stati venti anni di indagini e di archiviazioni su questa accusa che Israele solleva.
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I punti critici (tipping points): clima, impero, AI
di Paolo Di Marco
Ricordo la prima volta che ne parlai pubblicamente, quando a un seminario alla Facoltà di Architettura del Poli Milano nell’84 raccontai ai colleghi come nasce il caos, facendo il classico esempio del cerchio di difesa del cane: se sei fuori il cane non reagisce, se entri attacca; se sei proprio sul bordo allora il fattore distanza perde importanza e intervengono altri fattori secondari (odore, atteggiamento…). Un fenomeno lineare e prevedibile diventa improvvisamente multifattoriale e caotico, quindi imprevedibile.
Ma vale anche nel verso opposto: se dal bordo entri dentro tutta la complessità scompare, e con essa l’imprevedibilità: il cane attacca.
a) il clima
Questo è quello che succede con i fattori climatici, dove per varie componenti si sono evidenziati i punti critici: quelli oltre i quali inizia una discesa certa e inarrestabile. Sappiamo che esistono, in parte sappiamo anche dove collocarli nel tempo.
Uno è l’Amoc, di cui ho già parlato (Il mondo, come lo conosciamo, finisce nel 2050, Poliscritture.it, 27/11/2025)
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Il mondo in mano
di Pierluigi Fagan
Spifferi chissà come motivati e da chi soffiati, affermano che esisterebbe una parte “esoterica” (ovvero non rivolta all’esterno) del recente piano New National Security US di cui sia noi che altri abbiamo parlato di recente.
L’amministrazione Trump ha più volte usato questo metodo di far uscire “unofficial” qualcosa per vedere l’effetto che fa e magari pre-abituare a qualche nuova iniziativa politica. Ma non abbiamo elementi per dire che è questo il caso. Sta il fatto che il sito Defense One ripreso da Politico (di solito serio e ben informato) afferma che alla Casa Bianca circolerebbe una nuova idea di tavolo per le relazioni mondiali.
Si tratterebbe della definitiva presa d’atto almeno di tre fatti.
1) Il G7 rappresenta oggi intorno al solo 15% della popolazione mondiale e comunque una minoranza in termini sia di potere economico, che militare destinata a ulteriore declino. Il G20 ha il difetto di essere troppo grande, non si discutono cose e poi mediano gli interessi di cose molto complesse in venti soggetti (vedi UE), ognuno attaccato al suo irrinunciabile punto di vista. Infine, da tempo, si discuteva della riforma del Consiglio di Sicurezza UN dove non si capisce cosa ci facciano Francia e UK mentre non c’è il più grande paese e quarta economia del mondo (oggi, fra poco terza) e potenza atomica ovvero l’India.
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Intelligenza Artificiale, tecnofascismo e guerra
di Giorgio Griziotti
Questo documento è il compendio di un saggio di Giorgio Griziotti “How to Survive Artificial Intelligence – Intelligenza artificiale, tecnofascismo e guerra“. Per chi fosse interessato/a, il saggio è disponibile nella sua interezza cliccando qui.
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A differenza della minaccia nucleare del secolo scorso — catastrofe possibile da cui si illudeva di potersi proteggere –con l’intelligenza artificiale siamo immersi in una trasformazione devastante già in corso.
Nei discorsi dominanti si oscilla tra narrazioni semplificate: l’IA come dominio delle macchine, come promessa salvifica o come strumento transumanista.
Occorre invece un’indagine che affronti l’insieme dei fenomeni complessi generato dall’ingresso dell’IA nel paesaggio quotidiano, situandola nel contesto storico e nel regime di guerra che stiamo attraversando.
Lavorando sul concetto di neurocapitalismo sviluppato negli anni Dieci, cercavo di mettere in luce come le tecnologie digitali, i social media e le piattaforme globali avessero trasformato emozioni, cognizione e affetti in materia prima della valorizzazione e in variabili di controllo sociale. Oggi il progetto di IA dei tecno-oligarchi — Musk, Thiel, Altman &C — cerca addirittura di riconfigurare l’umano dalle fondamenta.
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La scuola riparte da Gaza
di Marina Polacco
1. Una sublime opera di fantapolitica: l’Agenda 2030
1. Non so quanti conoscono al di fuori del mondo scolastico l’Agenda 2030. In realtà non si tratta di un documento pensato per la scuola, ma di una dichiarazione politica di intenti: presentata come “programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità”, sottoscritta il 25 settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri delle Nazioni Unite, e approvata dall’Assemblea Generale dell’ONU, l’Agenda 2030 è un capolavoro assoluto di fariseismo. Con impeccabile rigore indica diciassette obiettivi da realizzare entro il 2030, ovviamente sulla base dell’accordo e dell’azione condivisa di tutti i paesi firmatari: sconfiggere la povertà nel mondo; eliminare la fame; assicurare salute e benessere per tutti; garantire un’istruzione di qualità, equa e inclusiva; porre fine a ogni forma di discriminazione di genere; raggiungere la completa disponibilità e la gestione sostenibile dell’acqua e delle strutture igienico-sanitarie; sostenere una crescita economica duratura e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva, un lavoro dignitoso per tutti; rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili; garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo; adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze, promuovere società pacifiche e inclusive. Chi potrebbe avere qualcosa da ridire su un simile programma? Peccato che tutte le affermazioni siano completamente de-materializzate, avulse da qualsiasi contestualizzazione socio-politica ed economica, affidate genericamente al potenziamento di “buone pratiche” e di “spirito di resilienza”, prive di ogni riferimento ai dati di realtà (se non le statistiche che fotografano la situazione oggettiva di partenza), e quasi sempre in netta controtendenza rispetto alle reali politiche europee e internazionali. In definitiva, condividono lo stesso statuto immaginifico-fantastico delle letterine di buoni propositi indirizzate al bambino Gesù la sera di Natale. Eppure, per quanto del tutto estranea al piano della politica fattuale, l’Agenda 2030 è stata diffusamente adottata come punto di riferimento da scuole (e in seconda battuta da molte Università) per promuovere progetti di greenwashing e attività in linea con i diciassette obiettivi proposti.
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Il nazionalista inconsapevole
di Richard Seymour
‘E’ l’economia, stupido’. Questo è stato l’impudente, ottimista slogan elettorale di Bill Clinton nel 1992. Lo slogan sembrava sintetizzare la Weltanschauung prevalente di un ordine neoliberista, una versione volgarizzata dell’”egoismo illuminato” ereditato dall’economia politica classica. Più di un quarto di secolo dopo, in mezzo al collasso neoliberista, nulla potrebbe essere maggiormente l’opposto. L’egoismo illuminato, da Londra a Mumbai, non domina più. Non è l’economia, stupido.
I Conservatori di Boris Johnson sono stati rieletti con una grande maggioranza dopo un decennio di austerità e di stagnazione dei redditi, come se Johnson non fosse stato in carica. La sola quasi sua unica promessa era stata di ‘realizzare la Brexit’, un obiettivo per il quale il 60 per cento dei votanti a favore dell’Uscita (Leave) dice che sarebbe felice di vedere danneggiata l’economia. Il 40 per cento afferma persino di essere disposto a perdere il proprio lavoro.
Queste sono minoranze, ma minoranze di milioni, sufficienti a costituire lo zoccolo duro del voto Conservatore. Gli attivisti Tory sono una minoranza ancora inferiore, ma più influente. Quando chiesto loro che cosa sacrificherebbero per ‘realizzare la Brexit’, hanno risposto chiaramente: l’economia, l’unione [Regno Unito] e persino il loro stesso partito.
Molto è stato detto dei votanti a favore della Brexit “ingannati” da promesse di maggior spesa per il Servizio Sanitario Nazionale (NHS), ma la caduta di quell’affermazione non ha danneggiato la Brexit. E in ogni caso non era su questo che la campagna per il Leave era stata condotta.
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Impero in disfacimento: Hezbollah neutralizza il "Grande Israele"
di Kit Klarenberg - Al Mayadeen
L'8 aprile, l'entità sionista ha sferrato un colpo diabolico al cuore di Beirut, sganciando bombe da 450 kg su zone residenziali densamente popolate, uccidendo innumerevoli civili e ferendone molti altri. Uno dei più efferati massacri in Libano dalla fine dell'aggressione israeliana del 2024, ha segnato la ripresa dell'invasione dichiaratamente genocida di "Israele". Mentre le bombe continuano a piovere senza sosta, anche in concomitanza con i rari colloqui di persona tra le due parti, i coloni sostenuti dalla Forza di Occupazione Sionista si stanno muovendo rapidamente per stabilire una presenza permanente nel sud del Paese.
Qualsiasi improvvisa pausa nella guerra contro l'Iran, dovuta ai blocchi navali contrapposti dello Stretto di Hormuz, deve essere vista nel contesto della ferma determinazione dell'entità sionista ad annettere il territorio libanese, al servizio della "Grande Israele". L'incursione criminale di Tel Aviv, iniziata il 16 marzo e definita in modo orwelliano dai funzionari come "un'operazione di terra mirata contro obiettivi chiave", è stata solo dieci giorni dopo che i principali organi di informazione si sono degnati di definirla un'invasione.
Il 23 marzo , il ministro delle finanze di Tel Aviv, Bezalel Smotrich, un autoproclamato fascista, ha reso inequivocabili gli obiettivi di "Israele". Ha esortato la ZOF (Zero Opposition Force) ad annettere formalmente il Libano meridionale. Da allora, oltre un milione di persone sono state sfollate, migliaia uccise e infrastrutture civili rase al suolo in massa.
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Tutti a casa!
Un voto contro il sistema e la guerra
di Infoaut
Ciò che abbiamo pronosticato qualche giorno fa alla fine si è avverato, stra-vince il No al referendum costituzionale e il Governo prende la più grossa batosta, in termini di consenso, di tutta la sua legislatura.
Nel voto vanno lette alcune tendenze “inaspettate” da intendersi come fatti andati oltre le aspettative e su cui è importante provare a riflettere, cercando, di non far combaciare la realtà con l’immagine che vorremmo darle.
L’affluenza. 12 milioni e mezzo per il Sì, e 14 e mezzo per il No, grosso modo il 60% degli aventi diritto. Pur non necessitando di quorum, una fetta significativa di società si è politicizzata su questa faccenda ed è andata a votare.
La composizione del voto. Analizzando il fronte del No, si tratta di almeno 2 milioni e mezzo in più dell’ultimo referendum sul lavoro. Contando il dato di percentuale del voto giovanile è facile intuire che un buon pezzo, anche se non tutto, di questo surplus siano i giovani under 35. Contano però sicuramente gli scontenti del campo “sovranista”, tra leghisti e fratelli d’Italia un buon numero dichiara di aver votato No. Inoltre, non è da escludere una partecipazione al voto variegata da quel magma sociale che solitamente non partecipa alle elezioni, e che se si politicizza lo fa “fuori” dai canoni classici della politica.
La geografia. Il No fa percentuali importanti nelle grandi città, tutte da nord a sud, e in generale va meglio al centro e al meridione. Nei comuni sotto i diecimila abitanti è in vantaggio il Sì, oltre che nelle regioni in cui la Lega è storicamente forte.
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‘De Russophobia’
di Alba Vastano
““La russofobia, come dimostrato in modo convincente in quest’opera, non è un’emozione spontanea, ma uno strumento di pressione politica, di giustificazione dell’aggressione, di sostituzione di concetti e di deformazione della memoria. Diventa una comoda giustificazione, sia per i tentativi revisionisti di falsificare i risultati della seconda guerra mondiale, sia per la censura attiva della cultura russa contemporanea” (Marija Zakharova)
Stralci di alcuni punti della Risoluzione del 27 Novembre del Parlamento europeo testo sulla posizione dell’Ue, sul piano proposto e l’impegno dell’Ue a favore di una pace giusta e duratura per l’Ucraina
‘Il Parlamento europeo: Considerando che l’obiettivo dell’UE rimane una pace giusta e duratura/ che la Russia dimostra costantemente di non avere alcun interesse a conseguire la pace/ esorta l’Ue e i suoi Stati membri ad assumere maggiore responsabilità per la sicurezza nel continente europeo/ ribadisce che la pace non può essere raggiunta cedendo all’aggressore, bensì fornendo un sostegno risoluto e costante all’Ucraina e dissuadendo in maniera adeguata la Russia dal ripetere tale aggressione in futuro. Sottolinea che qualsiasi accordo di pace deve obbligare la Russia a risarcire appieno l’Ucraina per tutti i danni materiali e immateriali da essa causati …e che la Russia e i suoi alleati rispondano appieno, a norma del diritto internazionale, del reato di aggressione e dei crimini di guerra commessi contro l’Ucraina e il popolo ucraino/ribadisce, data l’attuale volatilità della sicurezza in Europa, l’importanza di mantenere la presenza militare della Nato e degli Stati Uniti lungo il fianco orientale come elemento cruciale per garantire la stabilità della regione….’.
Non sarà una pace giusta per due oggettive motivazioni: perché l’aggettivo giusta legata al sostantivo pace è una forzatura, un nonsense. Può avvenire una pace ingiusta? Che senso avrebbe? E, motivazione fondamentale, perché non è credibile nella sostanza, in quanto sarà solo un accordo travestito da finto pacifismo fra i leader dell’Ue e Usa per sanzionare economicamente la Russia e censurarne ogni aspetto della cultura.
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Il genocidio di Gaza tra decolonizzazione e competizione vittimaria
di Fabio Ciabatti
Pankaj Mishra, Il mondo dopo Gaza, Guanda, Milano 2025, pp. 320, € 20,00.
Sentimento di impotenza di fronte alla tragedia, senso di “colpa metafisica” per non aver fatto tutto il possibile per evitare l’abisso, sensazioni di vertigine, di caos e di vuoto. Il libro Il mondo dopo Gaza ci descrive queste angoscianti emozioni del suo autore, lo scrittore e saggista indiano Pankaj Mishra, di fronte al terrificante destino riservato ai palestinesi. Reazioni più che giustificate se è vero che la posta in gioco, politica ed etica, non è mai stata così alta come quella che ci propongono le vicende della martoriata Striscia di terra tra Israele ed Egitto: le atrocità commesse a Gaza, approvate senza vergogna dall’élite politica e mediatica del cosiddetto mondo libero e sfacciatamente rivendicate dagli israeliani, non si limitano a minare la nostra fiducia nel progresso, ma mettono in discussione la nostra stessa concezione della natura umana, soprattutto l’idea che essa sia capace di empatia.
L’antisemitismo, oramai lo sappiamo, è stato cinicamente trasformato nella foglia di fico dietro cui si nasconde la ferocia di un genocidio trasmesso in diretta. Ma “La narrazione secondo cui la Shoah conferisce legittimità morale illimitata a Israele non è mai apparsa più debole”.1 Infatti “molta più gente, dentro l’Occidente e fuori, ha iniziato ad abbracciare una contronarrazione secondo cui la memoria della Shoah è stata pervertita per consentire degli omicidi di massa, mentre al tempo stesso si oscurava una storia più ampia di moderna violenza occidentale al di fuori dell’Occidente”.2
Come è possibile che tanta atrocità abbia un appoggio internazionale così ampio, nonostante il comportamento israeliano neghi alla radice qualsiasi forma di autorappresentazione della civiltà occidentale? Certamente ci sono fondamentali ragioni di natura geopolitica. Ma c’è anche qualcosa di più che ha a che fare con il fatto che il cosiddetto mondo sviluppato si rispecchia in qualche modo nello stato sionista.
Tra i movimenti maggioritari c’è un forte senso di identificazione con uno stato etnonazionale che scatena la sua forza letale senza alcun vincolo. Questo spiega, molto meglio di qualsiasi calcolo di interesse geopolitico ed economico, la sorprendente complicità di molti occidentali in quella che è una trasgressione morale assoluta, vale a dire un genocidio3.
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“L’Iran e Gaza sono solo l’inizio”
di Chris Hedges*
Il genocidio a Gaza è solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Assistiamo quotidianamente a questa follia con la guerra contro l’Iran, i bombardamenti a tappeto del Libano meridionale e le sofferenze a Gaza.
Organismi internazionali come le Nazioni Unite sono stati neutralizzati, trasformati in inutili appendici di un’altra epoca. La sacralità dei diritti individuali, le frontiere aperte e il diritto internazionale sono svaniti. I governanti più psicopatici della storia umana, coloro che hanno ridotto le città in cenere, ammassato popolazioni prigioniere verso luoghi di esecuzione e disseminato le terre occupate di fosse comuni e cadaveri, sono tornati con sete di vendetta, aprendo un immenso abisso morale.
La legge, nonostante i coraggiosi sforzi di una manciata di giudici – che presto saranno epurati – sia a livello nazionale che in organismi internazionali come la Corte Internazionale di Giustizia, viene violata con disprezzo. Barbarie all’estero. Barbarie in patria.
Lucy Williamson della BBC riferisce che Israele sta distruggendo il Libano meridionale “usando Gaza come modello: un progetto di distruzione riproposto come via per la pace“.
In poche settimane, oltre un milione di persone sono già state sfollate in Libano, un quinto dell’intera popolazione di un Paese che già ospita il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo. A questi si aggiungono 2 milioni di sfollati a Gaza e 3 milioni in Iran. Sei milioni di persone sono rimaste senza casa.
Per quattro decenni il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto pressioni affinché gli Stati Uniti entrassero in guerra con l’Iran.
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La guerra santa tra il paradiso islamico e il paradiso fiscale
di comidad
Il buffo caso del ministro Guido Crosetto, bloccato a Dubai dai missili iraniani, rischia di essere sottovalutato proprio a causa della sua comicità. Ovviamente non ha alcun senso recriminare sul fatto che il governo italiano non fosse stato preavvertito dell’attacco all’Iran da parte del cosiddetto alleato USA o dal cosiddetto alleato israeliano, poiché questo era un dato scontato. Il punto è che erano di pubblico dominio sia l’eventualità di un imminente attacco, sia il coinvolgimento nel conflitto di tutti i paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, visto che l’Iran lo aveva più volte preannunciato. Era inoltre probabile che, rispetto allo scorso anno, il contrattacco iraniano partisse dopo pochi minuti, e non a molte ore dall’attacco israelo-americano, come invece era accaduto nel giugno scorso. Si deve quindi constatare che il nostro ministro della Difesa ha mancato a qualsiasi norma di prudenza e di buonsenso; tanto più incauto perché a Dubai ci aveva spedito anche la famiglia. Il ministro quindi non può pretendere che questa vicenda passi come una sua questione privata. Se Crosetto non ritiene di dare lui le dovute spiegazioni, starà agli altri cercarle. Crosetto è notoriamente un consulente del maggior appaltatore del ministero della Difesa, Leonardo SpA, che è presente in tutte le edizioni di quella grande vetrina delle armi che è l’Airshow che si svolge a Dubai. In base alle informazioni fornite dal sito della stessa azienda, sappiamo che dal novembre dello scorso anno Leonardo SpA sta allestendo un insediamento industriale negli Emirati Arabi Uniti, insieme con investitori locali.
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La transizione rivoluzionaria senza capitalismo
la nuova democrazia maoista è superamento di una doppia subalternità
di Ferdinando Dubla
gennaio 1940. Yan’an
Il nodo teorico della concezione di “nuova democrazia” di Mao è la transizione al socialismo. Stretto nella morsa dell’aggressione giapponese alla Cina e al furore anticomunista del suo alleato nazionalista, alleato che finora ha goduto della fiducia immotivata di Stalin e delle ‘spinte unitarie’ dei cominternisti del PCC come Wang Ming, Mao rimane saldo nell’obiettivo strategico: una democrazia di tipo nuovo, un “blocco storico” di classe ma che abbia forza motrice rivoluzionaria nella classe contadina povera; dunque il proletariato urbano diventa alleato ma non ha centralità egemonica nella lotta di classe e quindi perde di importanza la borghesia compradora rispetto alla borghesia latifondista. Non c’è bisogno alcuno di sviluppare nessun capitalismo come forma di dominio borghese, altrimenti si replicherebbe la causa imperialista dello stesso dominio. La ‘doppia subalternità’ del popolo cinese si deve alla struttura semifeudale delle campagne nella forma politica della semicolonia. Anche teoricamente, allora, il leninismo di Mao non è scolastico e meccanicistico, ma creativo marxismo aderente al reale contesto storico-politico nella pratica rivoluzionaria.
Mao prende il nucleo dell’analisi leninista dell’imperialismo ma la rilegge alla luce della realtà semicoloniale e semifeudale della Cina: la rivoluzione diventa principalmente rurale e anti‑imperialista.
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Quattro modi per negare un genocidio: Gaza e la guerra delle parole
di Riccardo Capoferro
1. Introduzione
Quando, sia pure di sfuggita, la nostra premier ha chiamato quel che si sta consumando a Gaza “genocidio”– unendosi così ai molti italiani che lo considerano tale (secondo YouTrend il 63%)[1] – l’evidenza è parsa così flagrante da prevalere sulla Realpolitik[2].
Ma l’evidenza non è incontestata. Dal giorno in cui la parola “genocidio” è stata associata ai fatti di Gaza, si è messa in moto una specie di polizia terminologica, che molto alacremente (mentre le bombe continuavano a cadere e i palestinesi a morire) ha inchiodato gli accusatori di Israele alle loro responsabilità semantiche.
“Genocidio”, ci è stato detto, non è la parola giusta, non c’è certezza che di questo si tratti. “Genocidio” è, infatti, una parola politicizzata, polarizzata, permeata di narcisismo etico e ansia di demonizzazione, se non di un vero e proprio sentimento antisemita; spesso, infatti, esprimerebbe la volontà perversa di azzerare la memoria della Shoah accusando lo stato ebraico del crimine dei crimini; sarebbe, dunque, una parola carica di aggressività, che fa degenerare il dibattito, fomentando un muro contro muro politicamente sterile.
Ragionare su questi argomenti, le loro logiche di fondo e i loro aspetti problematici – a cominciare dalla loro inconsistenza giuridica – può essere utile: può servire a chiarire importanti sfumature dell’idea di “genocidio”, a risalire alle sue radici storiche, e a identificare con più chiarezza le situazioni in cui è indispensabile chiamarla in causa. Può offrici, in particolare, l’opportunità di evidenziare un fattore chiave dei processi genocidari: il fattore tempo (la cui importanza è tanto ovvia quanto trascurata).
Quali sono state, dunque, le logiche della negazione? Ne identificherò quattro tipi – che spesso si intrecciano – e di ciascuno mostrerò i risvolti problematici. Prima di iniziare, però, sono necessarie due note di metodo: 1) l’elenco potrebbe essere più lungo, perché idee legate a un certo argomento sono spesso sviluppate e sostenute indipendentemente, ma ho cercato di puntare all’essenziale; 2) le mie considerazioni non si addentreranno nel fondo oscuro della psiche individuale e collettiva, tra le radici profonde della negazione.
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Introduzione a Il salario sociale
di Gianfranco Pala
Tratto da Gianfranco Pala, Il salario sociale. La definizione di classe del valore della forza-lavoro, Laboratorio Politico, Napoli, 1995
La capacità di lavoro, se non è venduta, non è niente.
(Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi)
Ciò che l’operaio scambia con il capitale è il suo stesso lavoro;
nello scambio è la capacità di disposizione su di esso: egli la aliena.
Ciò che riceve come prezzo è il valore di questa alienazione
[Karl Heinrich Marx]
Il salario, per il suo stesso carattere storico, è sociale. Dunque, l’apposizione di quest’ultimo aggettivo sembrerebbe tautologica, suona come un pleonasmo. L’essere “sociale” del salario, la sua dimensione di classe, deriva direttamente dal suo essere la categoria centrale delle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico. L’analisi di Marx sul tema è talmente inequivocabile che occorre solo riesporla, con le sue stesse parole, aggiungendo solo quel tanto di attualizzazione, che potrebbe essere perfino ridondante, se non fosse per la dimenticanza e il travisamento in cui è caduta. Numerosi sono i luoghi da cui sono state tratte le parole di Marx; in particolare, tuttavia, si rimanda al Capitale [I-4.8.15.17/19; II-16.20; III-48], ai Lineamenti fondamentali [Q.II-26/28; Q.III-5/16; Q.VI-11.12]; e al Salario [Laboratorio politico, Napoli 1995]. Con una riscrittura della lezione marxiana troppo spesso ignorata, dimenticata o fraintesa, quindi, si può offrire quella proposizione di concetti, categorie e determinazioni economiche delle quali è inutile tentare rielaborazioni artificiose. Giacché non potrebbero essere scritte meglio, neppure per l’attualità.
Il salario racchiude in sé la forma necessaria del rapporto di capitale. É una forma di relazione, pertanto, che non riguarda il singolo lavoratore e il singolo capitalista. Il lavoratore salariato, la cui sola risorsa è la vendita della sua capacità di lavoro, non può abbandonare l’intera classe dei compratori, cioè la classe dei capitalisti, se non vuole rinunciare alla propria esistenza.
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Hantavirus e bioterrorismo psicologico
di Dott. Robert W. Malone
La paura è una delle droghe più potenti mai inventate.
A differenza degli antibiotici o degli antivirali, non richiede l’approvazione della FDA, né impianti di produzione, né trasporto a catena del freddo. La paura si diffonde da sola. Bastano un titolo, qualche esperto in televisione, una musica inquietante in sottofondo durante un notiziario, e improvvisamente milioni di persone iniziano a scrutarsi il corpo alla ricerca di sintomi di cui non sapevano di soffrire dieci minuti prima.
Il bioterrorismo psicologico è l’uso della paura della malattia come arma per manipolare individui, popolazioni, mercati e governi. A volte l’obiettivo è politico. A volte finanziario. A volte burocratico. Spesso, è tutte e tre le cose insieme.
Questa non è una teoria del complotto. È una forma riconosciuta di guerra psicologica. Ne abbiamo scritto ampiamente nel nostro libro Psywar.
In quel libro, parliamo del dottor Alexander Kouzminov, un ex ufficiale dell’intelligence sovietico-russa con una profonda esperienza nello spionaggio biologico e nelle operazioni di biosicurezza, che nel 2017 ha descritto come la paura delle malattie infettive possa essere strategicamente amplificata per plasmare il comportamento dei cittadini, influenzare i governi e creare opportunità per coloro che sono in grado di trarre vantaggio dal panico. Questo processo si chiama bioterrorismo psicologico.
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Guerra all’Iran: Israele alimenta l’escalation ma avverte il peso del conflitto
di Roberto Iannuzzi
Malgrado la volontà del governo Netanyahu di proseguire la guerra, emergono interrogativi sulla tenuta militare, economica e sociale del paese
Le dichiarazioni rilasciate dal presidente americano Donald Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu nei giorni scorsi tradiscono l’impasse dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran.
Nel suo discorso del 1° aprile, Trump ha parlato di una missione praticamente compiuta, ma allo stesso tempo ha annunciato un’intensificazione delle operazioni militari “per le prossime due tre settimane”.
Dietro la retorica della vittoria non vi è dunque alcuna data chiara per la fine delle ostilità, ma una prosecuzione – e un inasprimento – del conflitto.
Il presidente americano ha brutalmente affermato che “li riporteremo all’età della pietra, dove è giusto che stiano”, lasciando intendere che è l’intera nazione iraniana a essere obiettivo dell’attacco, non soltanto il suo governo.
Nei giorni scorsi egli aveva minacciato di distruggere le infrastrutture petrolifere e la rete elettrica del paese, se Teheran non avesse accettato la resa.
Nel frattempo altri soldati e mezzi militari statunitensi continuano a confluire nella regione del Golfo, lasciando presagire non un’invasione su vasta scala, ma probabilmente rischiose incursioni e operazioni speciali in territorio iraniano.
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MANIFESTO DEL REALISMO VISIONARIO
(a cura di Paolo Bartolini)
Premessa
La realtà fa frizione, non tutto è possibile. La stagione del decostruzionismo radicale è finita: ha avuto un suo senso, oggi non più. La “svolta linguistica”, e la pretesa di ridurre i fenomeni a come li raccontiamo, sono state assorbite dal neoliberalismo e dal pensiero ipermoderno funzionale alla dismisura tecno-capitalista. L’effetto, ben visibile nelle guerre culturali di questi anni, è la perdita di dialettica tra struttura e sovrastruttura. La vita di ogni giorno, le sue condizioni materiali plasmate dai rapporti di potere e dai mercati capitalistici, interessa sempre meno un ceto intellettuale miope e autoreferenziale. Bisogna correggere la rotta.
Detto questo aggiungiamo: la realtà non è una “cosa”; è un dinamismo relazionale dove, per ogni limite e vincolo, si sprigiona un campo (non infinito) di possibili adiacenti da esplorare. La realtà ci ricorda che il vivente non può essere colonizzato, usato e manipolato oltre un certo limite (che non è fissato a priori, ma sempre si manifesta a un certo punto). Prima o poi, nella forma di sintomi o di reazioni abnormi, le logiche di sfruttamento e oppressione producono risposte che incrinano la narrazione del migliore dei mondi possibili (quello governato dal motto thatcheriano e ultraliberista “There Is No Alternative”, TINA). Il presente manifesto muove dalla consapevolezza che, sul piano esistenziale e su quello politico, la cura e la trasformazione passino attraverso una tensione generativa tra senso di realtà e capacità di immaginare altrimenti. La visionarietà è l’elemento decisivo che distingue questa proposta da qualunque soluzione “riformista” che si accontenti di levigare i meccanismi dell’impianto tecno-capitalista sperando di temperarne un po’ le disuguaglianze strutturali.
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