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La Caccia al Cervo nella Pianura Centrale, zhúlù zhōngyuán.
di Alessandro Visalli
Nell’antica Cina si chiamava 逐鹿中原 / zhúlù zhōngyuán, ovvero “Dare la caccia al cervo della pianura centrale”. Si tratta di una metafora politica molto antica, che risale alla conquista Zhou (circa anno mille) e struttura un’immaginazione geopolitica che presume tre cose, nella ricerca della sovranità (il Cervo, lù):
- c’è un centro ordinatore, il zhōngyuán, la Pianura Centrale, che è insieme normativo-politico e geografico;
- ogni frammentazione è patologica e va considerata temporanea, sono interregni e vanno riassorbiti;
- la legittimità, conseguentemente, è essenzialmente capacità di unificare.
Zhao Tingyang scrive che:
“il potere politico significa stabilire un ordine sociale mediante la trasformazione di risorse disponibili in risorse controllate, cioè di trasformare la semplice continuazione della vita in un’aspettativa credibile. In questo senso la politica costituisce un tentativo di appropriarsi in maniera ordinata dell’avvenire”[1].
Secondo la massima di Confucio, “che coloro che sono vicini siano felici, e coloro che sono lontani accorreranno alla vostra Corte”, qui si tratta di sviluppare unità (nella Piana Centrale) tramite attrazione, e non espansione. Tingyang parla di un “modello a vortice” che sviluppa una “potente forza centripteta”.
La descrizione è interessante e rende molto vividamente l’idea:
“le numerose parti che entrano a far parte del gioco non riescono a resistere all’attrazione esercitata da tale vortice e si battono l’una dopo l’altra partecipando ‘volontariamente’ al gioco in maniera concorrenziale, mentre altri partecipanti vi vengono trascinati passivamente, e così il vertice si fa sempre più ampio e più forte, fino a raggiungere una situazione di stabilità che è quella che dà forma all’estensione complessiva del paese”[2].
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Venezuela, non solo
TAG 24 Intervista Fulvio Grimaldi
https://youtu.be/IW2H0ti8sRA
https://youtu.be/IW2H0ti8sRA?si=SphfGN92ERoC62M0
Andando oltre lo sconfinatamente discusso, analizzato, interpretato, distorto, masticato, digerito, evacuato, episodio tardocolonialista del rapimento di Maduro e del trionfo della forza sul “mondo delle regole” (regole della stessa solfa di sempre, ma in guanti bianchi), si guarda a casa nostra, dove si accumulano i rifiuti sotto e sopra i tappeti. Che sono poi quelli che andrebbero spazzati via e sepolti in discarica. Solo che da qualche decennio v’è carenza di spazzini.
Trump è la parola più usata sul pianeta almeno da un anno in qua. La meno usata è il nome di chi gli mette il carburante nel trabiccolo, l’F-35, e il navigatore sul cruscotto. Personalizziamo, c’est plus facile… Ma se si vuole incidere sullo stato del condominio, tocca incominciare da porte, finestre, pareti, soffitti, pavimenti, sottoscala, cantina, soffitta, arredi, scarichi, cessi, del proprio appartamento.
E qui una sovranista da letteratura alla baci Perugina, inane e farlocca come quella, onora il suo sovrano come neanche Pompadour con Luigi XV. Sovrano che però sta alla Casa Bianca e del paese della Meloni farebbe ciò che facciamo noi della stagnola dei Baci, una volta ingurgitato l’incentivo al diabete. E Meloni col suo sovrano non azzarda il rischio (“Gli USA non hanno amici, solo interessi”, ricordate?).
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Intelligenza artificiale, bolla e disoccupazione
di Il Chimico Scettico
La bolla AI probabilmente sta per scoppiare. Le conseguenze del suo scoppio finiranno per colpire anche chi di AI non si è mai interessato.
https://www.nature.com/articles/d41586-025-03776-0
Dopo anni di clamore e investimenti in crescita esponenziale, il boom della tecnologia dell'intelligenza artificiale comincia a mostrare segni di cedimento. Molti analisti finanziari concordano ormai sul fatto che esista una "bolla dell'IA", e alcuni ipotizzano che potrebbe finalmente scoppiare nei prossimi mesi.
In termini economici, l'ascesa dell'IA è diversa da qualsiasi altro boom tecnologico nella storia — oggi gli investimenti nell'IA sono 17 volte superiori rispetto a quelli nelle aziende Internet prima del crollo della bolla dot-com dei primi anni 2000. E, con una valutazione di circa 4.600 miliardi di dollari, l'azienda di IA NVIDIA valeva più delle economie di tutte le nazioni ad eccezione di Stati Uniti, Cina e Germania.
Ma l'IA non sta mantenendo la promessa di rivoluzionare molteplici settori — quasi l'80% delle aziende che utilizzano l'IA ha riscontrato che non ha avuto un impatto significativo sui propri guadagni, secondo un rapporto della società di consulenza gestionale McKinsey, e le preoccupazioni riguardo all'architettura di base dei chatbot stanno portando gli scienziati ad affermare che l'IA ha il potenziale di danneggiare la loro ricerca.
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Un paese ridotto alla fame e alla guerra per un punticino in più di rating
di Sergio Scorza
L’agenzia statunitense di rating, Fitch, ha appena alzato il punteggio dell’Italia, portandolo da BBB (merda di cane) a BBB+(merda di vacca). Può sembrare una differenza minima, ma era dal 2021 che non succedeva. Tra le motivazioni principali c’è il fatto che il debito pubblico sta scendendo.
Ora, facciamo pure finta che Fitch non sia la stessa agenzia di rating accusata, insieme ad altre agenzie come Standard & Poor e Moody’s, di aver assegnato rating eccessivamente elevati a titoli finanziari legati ai mutui subprime, contribuendo così alla devastante crisi finanziaria del 2008 e prendiamo per buona(con riserva) questa ultima valutazione sui conti pubblici italiani. Ed, allora, chiediamoci: perché il debito pubblico italiano sta scendendo?
La risposta è quella che stanno dando anche alcuni economisti liberal-liberisti ed è la seguente: il debito pubblico italiano si è abbassato quasi esclusivamente grazie all’inflazione che si sta mangiando salari e stipendi.
In un paese come l’Italia, in cui lavoratori e pensionati pagano circa il 96,72% dell’IRPEF; un paese con i salari e gli stipendi più bassi dell’area UE e più magri di 30 anni fa 1; un paese con milioni di trattamenti pensionistici da fame (a proposito: che fine ha fatto la proposta del governo Meloni di portare le pensioni minime a 1′.000 euro?), a fronte di un inflazione che, da qualche anno ha ricominciato a viaggiare a due cifre, chi è che ha fatto aumentare in modo considerevole il prelievo fiscale? Ma certo, lavoratori e pensionati!
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Per una sinistra demodernizzata
di Onofrio Romano
Il nostro pensiero “critico” è tarato entro la forma neoliberale: liberazione dei desideri, pluralizzazione delle identità. Siamo privi di un’immaginazione all’altezza del collasso dell’ordine liberale. Nei Brics, troviamo la stessa vita che in Occidente: lusso, consumo senza freni, tecnologia, performance, competizione. Arrestare la corsa, questa è la "rivoluzione"
Siamo lì
Viviamo, ci viene ripetuto, nel momento Polanyi. Il fascino un po’ malinconico delle etichette storiche ci consola con la familiarità del precedente, mentre ci lascia del tutto impreparati alla brutalità di ciò che viene. Il frangente che attraversiamo riproduce con inquietante fedeltà quello vissuto all’inizio del Novecento, quando la Prima guerra mondiale, la crisi del 1929 e l’abbandono del Gold Standard da parte degli Stati Uniti nel 1933 segnarono il congedo definitivo dal mercato autoregolato ottocentesco, cioè dal regime che Karl Polanyi individuava come il vero motore della modernità liberale.
Quel sistema arrivò al suo esito, conobbe una crisi irreversibile, e nel passaggio nacquero i mostri. Non si trattò soltanto della fine di un assetto economico, ma del crollo di una forma di regolazione sociale. Il mercato, immaginato come meccanismo naturale capace di dare ordine spontaneamente alla produzione e alla distribuzione dei beni, rivelò il proprio fondo distruttivo. Polanyi non usava mezzi termini: la mercificazione dei fattori produttivi (terra, lavoro, denaro) conduce alla dissoluzione della società. Distrugge l’habitat umano. Perché il lavoro non è una merce, ma l’esistenza stessa delle persone; la terra non è una merce, ma l’alveo naturale dentro cui la vita si dispiega; la moneta non è una merce, ma un’istituzione che organizza l’interdipendenza sociale. Trattarli come merci significa delegare la vita in comune a una macchina cieca che non può, per sua natura, prendersi cura delle condizioni della propria esistenza.
Da questo punto di vista, siamo esattamente lì. La nuova fase di regolazione avviatasi nei primi anni Ottanta – che chiamiamo neoliberismo, ma che nella sua sostanza coincide con l’ennesima mercificazione dei fattori produttivi – ha prodotto una devastazione sociale perfettamente corrispondente a quella denunciata da Polanyi. La crisi finanziaria e poi economica del 2008, la crisi sanitaria del 2020, che segnala la deregolazione strutturale del rapporto tra uomo e natura (espressione approssimativa, ma intelligibile), la guerra mondiale a pezzi che scorre sugli schermi ogni giorno, la crisi ecologica, quella energetica, quella migratoria, quella della rappresentanza: un’accumulazione di catastrofi che non si sommano, ma si moltiplicano. Il sistema non collassa, si avvita.
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Libercomunismo di Emiliano Brancaccio. Un contributo al dibattito
di Pier Giorgio Ardeni
Il libro di Emiliano Brancaccio, uscito nel febbraio 2026 da Feltrinelli, si presenta già da quanto enunciato nella quarta di copertina: «Ormai concentrato nelle mani di pochi barbari, il capitale sta trasformando la libertà, la democrazia e la pace in scorie da eliminare. Contro una tale catastrofe c’è una sola alternativa razionale. E non può venire dal passato». Quale sarebbe? Coniugare la libertà individuale e il comunismo della pianificazione collettiva.
Il tono del libro mantiene fede a quanto appena detto: spesso altisonante, ricco di metafore immaginifiche, scorre per 176 pagine da un enunciato all’altro per arrivare alla tesi finale, espressa sopra. Emiliano Brancaccio, recita il suo profilo, è un docente di economia politica, «protagonista di celebri dibattiti con esponenti di vertice della teoria e della politica economica mondiale» quali gli economisti mainstream Olivier Blanchard, Daron Acemoglu e Vernon Smith (in caso li aveste persi), un economista «innovatore critico degli studi marxisti». Con questo curriculum, Brancaccio si inerpica per il sentiero tracciato dal buon Karl Marx per farci presente che «lo spirito di questo tempo si alberga in una tendenza», la «centralizzazione del capitale, un moto inarrestabile che sta concentrando tutto il potere nelle mani di pochi giganti». Come avrebbe previsto, per l’appunto, Marx. Ricorrendo a neologismi di suo conio come esocapitale – «la “materia oscura” dell’odierno capitalismo centralizzato» – e oltrefascismo transnazionale – in cui «la libertà del capitale è destinata a divorare tutte le altre libertà» – Brancaccio arriva ad argomentare che la soluzione starebbe nell’esproprio del grande capitale («un tabù di cui dobbiamo riappropriarci»), democratizzando il controllo delle forze produttive, liberando le energie creative dei singoli individui.
Un programma politico (in chiusura il libro contiene degli «appunti per un manifesto») che non si potrebbe che salutare con un grande evviva. Se non fosse che non si capisce bene chi e come potrebbe arrivare a fare quanto auspicato (i “nuts and bolts” della politica sono assenti dall’alto volare del Brancaccio).
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Guerra digitale – Lezioni dall’Ucraina
Innovazione, l’arte della guerra e i nuovi equilibri geopolitici
di Corrado Cirio
Parte 1.Simmetria e balzi tecnologici
L’Ucraina 2022/2025: laboratorio globale
La guerra Russia/NATO via Ucraina costituirà nel prossimo futuro uno dei punti di svolta cruciali nella storia militare, che verrà analizzato da studiosi di ogni disciplina collegata alla guerra.
Lo scontro armato tra contendenti simmetrici diventa il luogo di massima accelerazione dello sviluppo tecnologico, perché impone adeguamenti in tempo reale, sperimentazioni in condizioni limite, confronto con soluzioni alternative, sotto la spinta di un’urgenza senza precedenti. È anche il luogo di massimo sviluppo della ricerca scientifica, grazie alla disponibilità di risorse straordinarie e alla forzata cancellazione di vincoli e procedure.
Sul campo di battaglia si confrontano le capacità globali dei contendenti, intesi come sistemi sociopolitici, produttivi e diplomatici. Nell’ordine: il morale e la volontà dei combattenti, l’adesione alle motivazioni, il senso di appartenenza e il consenso sociale derivano direttamente dalla situazione sociopolitica; la disponibilità di mezzi materiali, sia quantitativa sia qualitativa, dipende dalla struttura produttiva (ivi comprendendo la ricerca scientifica e tecnologica); il quadro strategico globale, con il mantenimento o la perdita di asset commerciali, economici, relazionali e reputazionali, dipende dalla situazione diplomatica.
Durante i primi tre anni di guerra in Ucraina la battaglia sul campo ha completamente cambiato le regole dello scontro bellico, introducendo via via nuove armi e sviluppando conseguentemente le modifiche necessarie alle modalità di combattimento. Iniziata con strumenti e dottrine trasferite quasi integralmente dal secolo scorso, oggi la guerra in Ucraina rappresenta una realtà profondamente diversa.
Talmente diversa, a nostro parere, da imporre non soltanto un ripensamento delle tattiche e delle strategie militari, ma anche la presa d’atto di cambiamenti geopolitici globali.
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"Geopolitica dell’interregno". Prospettive di un 2026 nel mondo post-egemonico
di Mario Pietri
Il 2025 non verrà ricordato come un anno di guerra, perché la guerra, nella storia delle potenze, non è mai un evento eccezionale, ma una costante: una forma ricorrente attraverso cui gli equilibri vengono corretti, spostati, ridefiniti. Verrà ricordato, piuttosto, come l’anno in cui è diventato evidente che l’ordine che ha governato il mondo per decenni ha smesso di funzionare come principio organizzatore, pur continuando a esistere come apparato.
Le istituzioni sono ancora in piedi. Le alleanze non sono formalmente crollate. Le regole continuano a essere invocate, ripetute, difese. E tuttavia, sempre più spesso, non producono più gli effetti per cui erano state costruite.
Ilpotere continua a esercitarsi, ma fatica a generare consenso. Le decisioni vengono prese, ma non orientano il futuro. Le parole vengono pronunciate, ma non organizzano più la realtà. Ciò che viene meno non è la forza in sé, bensì la capacità di dare direzione, di rendere comprensibile e condivisibile il senso del movimento storico.
Per oltre trent’anni, dalla fine della Guerra Fredda in poi, l’Occidente ha vissuto all’interno di una convinzione profonda, raramente dichiarata ma costantemente praticata: che il proprio modello non fosse soltanto dominante, ma definitivo. Che il controllo finanziario, monetario e narrativo potesse sostituire indefinitamente la produzione reale, la coesione sociale e la capacità di sostenere costi materiali nel tempo. Che bastasse governare il linguaggio per governare il mondo.
Nel 2025 questa convinzione non è crollata in modo spettacolare. Non c’è stato un atto finale. Non c’è stata una sconfitta simbolica.
Si è consumata.
Ed è proprio questo tipo di passaggio — lento, ambiguo, instabile — che Antonio Gramsci aveva descritto con il termine interregno: una fase storica in cui il vecchio ordine non riesce più a imporsi come necessario, ma il nuovo non è ancora in grado di presentarsi come alternativa compiuta.
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Attacchi preventivi? “Altro che ‘proattivi’: siamo già in guerra anche senza pretesti”
di Fabio Mini
Attenendomi alle dichiarazioni pubbliche del Comandante supremo della Nato, generale Cristopher Cavoli e sulla base della conoscenza della sintassi operativa, ho desunto che la Nato non solo in campo cyber, ma in tutti i sensi e domini, è già in guerra contro la Russia e attaccherà per prima. Sta già mobilitando le forze di tutti i Paesi per quella “difesa” che si dovrebbe realizzare con un attacco preventivo sulla Russia talmente devastante da impedirle perfino di rispondere. “Perché – dice Cavoli – se non ci riusciamo al primo colpo, ci aspetteranno 15 anni di guerra di logoramento”.
In quest’ottica è inutile farsi delle illusioni. Qualcuno per conto nostro ha deciso che siamo in guerra e anche contro chi. Perdono così di valore tutti i distinguo di casa nostra e tutte le dichiarazioni ufficiali dei russi che non si sognano nemmeno di attaccare la Nato. A meno che… una decisione già presa nel 2022 e da allora in piena fase di strutturazione delle forze, anche nucleari, perseguita in barba alla fondamentale correzione di rotta imposta dal presidente Trump all’Aja. Al termine del vertice Nato è stato ufficialmente dichiarato che non si considera la Russia una minaccia a breve termine (da ora a 3 anni), nemmeno a medio termine (da 3 a 10 anni) ma, proprio a volercela tirare, a lungo termine (oltre 10 anni). Tale dichiarazione è stata ignorata dai principali alleati e dalla Nato stessa che invece considerano la Russia come nemico permanente. A prescindere da cosa potrà succedere da qui a 3 o 10 anni e anche da ciò che accadrà all’Ucraina.
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Tentiamo di fare il punto
di ALGAMICA*
A differenza di quanti si dilettano a lanciare proclami, noi cerchiamo di capire e aiutare, con le nostre limitate capacità, a rintracciare linee di tendenza di un modo di produzione che in Occidente mostra segni di crisi irreversibili.
Il mondo occidentale ha assistito per un’ora all’oratoria di un Trump raggiante che impartiva lezioni di pace imposte con la forza. Dunque si è presentato al parlamento di Israele come il potente che impone le sue regole anche a quello che è ritenuto il suo cane da guardia in Medio Oriente, ovvero quello stato di Israele che con Netanyahu ha compiuto il lavoro sporco per l’insieme dell’Occidente.
Analizziamo però i fatti per capire di cosa si è trattato per evitare di scambiare fischi per fiaschi.
Trump dell’oratoria alla Knesset è lo stesso che aveva dichiarato che avrebbe fatto di Gaza un centro vacanziero per nababbi, mentre è costretto a porre il problema della ricostruzione per i palestinesi. Ed è lo stesso Trump che aveva sostenuto con Netanyahu la necessità di estirpare la resistenza palestinese attraverso l’annientamento di Hamas. Ed è lo stesso che è stato costretto a trattare con Hamas e arrivare a un accordo con essa per la liberazione degli ostaggi israeliani. E il povero e miserabile Netanyahu, dopo aver mostrato all’Onu, con tanto di cartina geografica, le mire dello stato sionista, è stato costretto dal padrone americano a più miti consigli fino all’umiliazione di chiedere scusa al Qatar per aver bombardato in quel paese per uccidere un militante dirigente di Hamas. Un povero miserabile, quel Netanyahu, costretto a chiedere la grazia al padrone americano per il processo in corso. Un povero miserabile che per difendere il ruolo di Israele nell’area da cane da guardia è stato costretto a operare un genocidio e distruggere la striscia per il 90%, a cui oggi il padrone americano gli chiede di uscire di scena, perché lo Stato ebraico di Israele non potrà più elemosinare comprensione per l’olocausto per essersi macchiato di un genocidio nei confronti del popolo palestinese. Un povero miserabile, il personaggio Netanyahu divenuto vittima sacrificale per un nuovo tentativo di patto con i paesi arabo-islamici compreso addirittura l’Iran.
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Il “cortile di casa degli Usa” guarda ai Brics per uscire dalla stretta del trumpismo
di Marco Consolo
In un mio articolo precedente avevo esaminato i risultati del vertice BRICS 2025 (Rio de Janeiro 6-7 luglio) [i]. Questa nota è invece dedicata al rapporto tra l’America Latina e i Brics.
Il commercio interno dell’America Latina beneficia di una lingua comune, di una cultura in gran parte condivisa e di legami storici. In particolare, nel continente sono intensi gli scambi commerciali tra Messico, Brasile, Cile e Argentina.
La regione è però caratterizzata da una debolezza politica intrinseca. Infatti, nonostante abbia legami culturali e storici molto più stretti di quelli condivisi dai BRICS tra loro, nella politica internazionale l’America Latina non forma un blocco unito.
Nel passato decennio “progressista”, la cosiddetta “decada ganada”, la regione aveva cercato di avere una sola voce e si era data un’architettura istituzionale in cui, per la prima volta, non c’era la presenza ingombrante degli Stati Uniti e del Canada. Attraverso le organizzazioni UNASUR, CELAC, ALBA i Paesi del continente hanno cercato una propria strada, autonoma dal gigante del nord. Da subito è iniziata una “offensiva conservatrice”, guidata dalla Casabianca, per soffocare i vagiti di una integrazione regionale autonoma e riconquistare i governi del “cortile di casa”. Un obiettivo parzialmente raggiunto, con le vittorie delle destre in Argentina, Ecuador, El Salvador, Panama, Paraguay, Perù.
Più in generale, la regione deve affrontare tre insidie dello sviluppo: una bassa capacità di crescita; un’elevata disuguaglianza con una scarsa mobilità sociale e una debole coesione sociale; una capacità istituzionale e di governo poco efficaci.
I Paesi della regione possono migliorare le proprie politiche di attrazione degli investimenti e coordinarle con le politiche di sviluppo produttivo, in modo da aumentare anche il loro impatto sulle economie destinatarie.
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Dall’Iran droni e missili contro il “cane pazzo”
di Geraldina Colotti
Il regime sionista, si sa, approfitta del ruolo di vittima perenne per imporre, con la politica dei fatti compiuti e forte del suo ruolo di gendarme degli Usa in Medioriente qualunque violazione dei diritti umani e della legalità internazionale: a cominciare da un’occupazione criminale che, dal 1948, ha espropriato ed espulso il popolo palestinese in una successione di massacri, oggi culminati col genocidio che ha ucciso più di 30.000 persone, un terzo dei quali bambini.
Questa volta, però, Netanyahu ha stabilito un altro primato, compiendo un atto di aggressione inedito: l’attacco aereo al consolato iraniano a Damasco, in Siria che, il 1° di aprile, ha ucciso 16 persone, fra cui due generali dei Guardiani della rivoluzione. Un’ulteriore escalation nella provocazione a Teheran, per allargare il conflitto in Medioriente, tirando per la giacca gli Usa e i loro alleati europei - Francia, Gran Bretagna e Germania. Il governo iraniano ha dichiarato che avrebbe esercitato il proprio diritto all’autodifesa e, il 13 sera, ha fatto partire decine di missili e droni “su dei bersagli specifici all’interno dei territori occupati”: in risposta “ai numerosi crimini commessi dal regime sionista”, nello specifico l’attacco contro la sezione consolare a Damasco. Il mattino di quello stesso giorno, le forze speciali marittime dei guardiani della rivoluzione iraniana si erano impadronite del porta-container Msc Aries, circa un centinaio di chilometri a nord della città emiratina di Foujeyra. Una nave battente bandiera portoghese, ma riconducibile alla società Zodiac che – ha fatto sapere l’agenzia stampa iraniana Irna – “appartiene al capitalista sionista Eyal Ofer”.
Dopo lo schiaffo del 7 ottobre, inflitto dalla resistenza palestinese al regime occupante, il quale ha dato inizio al genocidio programmato da Netanyahu, ci sono stati numerosi attacchi contro navi dirette a Tel Aviv che transitavano nel mar Rosso e nel golfo di Aden o che commerciavano con Israele.
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Osservatorio internazionale: il mondo di Trump
di Alberto Benzoni
Thailandia
Il Tribunale costituzionale, emanazione del regime conservatore/militare oramai in sella da anni ha sciolto il principale partito di opposizione democratica. Fortemente presente sia nei grandi centri urbani e nelle aree neglette del paese, con 81 seggi in Parlamento su 300.
Motivazione: l’uso, a quanto pare illecito, di fondi a disposizione del presidente del partito per finanziarne la campagna elettorale. Pena accessoria: l’inibizione a svolgere attività politiche per 12 anni comminata al presidente e ai massimi dirigenti.
Reazione dei medesimi: “prendiamo atto di quanto è avvenuto; ma continueremo a lottare per ristabilire la democrazia nel nostro paese; e con mezzi pacifici”.
Reazioni della collettività internazionale; non pervenute.
India
Visite di Modi negli Stati Uniti: nessuna sotto Obama ( c’era ancora la faccenda della sua complicità, come presidente di uno stato, in un pogrom in cui erano stati uccisi 2000 musulmani ). Una, con tappeti srotolati e effusioni reciproche con l’avvento di Trump.
Oggi, visita di Trump in India. Ipermediatica, con sfilate, cerimonie, folle oceaniche e ipereffusioni complimentose e reciproche ( nessun negoziato firmato o avviato; ma lo stesso Trump ha annunciato che si apriranno presto e porteranno a risultati “terrific”, leggi strabilianti). In compenso complimenti a gogo; “comuni destini, identità di vedute, esempi per tutto il mondo libero, India simbolo dell’armonica coesistenza di etnie e religioni diverse”; e via discorrendo.
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Chicken's Game
di Enrico Tomaselli
Alcune considerazioni a caldo, sull’ultima novità nel conflitto mediorientale.
Nell’immediato, la notizia di queste due settimane di cessate il fuoco ha avuto un duplice effetto: una flessione del prezzo del petrolio (tutto sommato inferiore a quella che ci si sarebbe potuti aspettare) e soprattutto l’offuscamento mediatico del colossale flop dell’operazione statunitense a Isfahan. E, ovviamente, ha rappresentato l’ennesima via d’uscita dal cul de sac in cui Trump s’era cacciato ancora una volta.
Al di là del trionfalismo statunitense, e di quello ancor più ridicolo degli emiratini, l’essere passati nel giro di poche ore dal “distruggeremo la vostra civiltà” al “negoziamo”, per di più accettando come base i 10 punti proposti da Teheran, è inequivocabilmente segno di una sconfitta. Ma questo non significa in alcun modo che si arriverà ad un accordo di pace definitivo, o anche solo duraturo. Il conflitto tra Israele e Iran, e soprattutto quello tra Stati Uniti e paesi leader del multilateralismo – di cui quello con la Repubblica Islamica è parte – non finisce adesso, e tanto meno così. Nella migliore delle ipotesi, stabilisce una tregua. Quanto duratura, si vedrà.
Che nel corso di queste due settimane si possa giungere a un qualche accordo mi sembra improbabile, poiché Trump ha detto di accettare i 10 punti iraniani come base solo per convincere Teheran, ma in sede di negoziato ritireranno sicuramente fuori le loro richieste massimaliste.
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Guerra alla biosfera. Il ruolo dei né né e dei curdi
di Fulvio Grimaldi
Nè nè
Parto con una considerazione che col resto dell’articolo c’entra solo di striscio. Ma capita che a volte sia determinante.
Ci sono quelli che danno ragione a tutti e stanno comodi comodi, senza dare gran fastidio e senza essere neanche tanto infastiditi. Sono come fiocchi di neve di primavera che non fanno in tempo a esserci che spariscono, si sciolgono. Lasciano niente, solo un po’ di umido per terra.
Poi ci sono coloro, perlopiù caratterialmente tanto saccenti quanto superficiali, che danno torto a tutti e, se contendenti, a entrambi. Sono nefasti, sono i più nefasti. Fanno danno. Allignano nella sedicente e detta, incredibilmente, ancora sinistra. Sono quelli che la sanno più lunga. Spesso si definiscono dirittoumanisti, con particolare voluttà se si tratta di diritti conculcati delle donne. Si presentano in forma organizzata di ONG, quasi universalmente celebrate, alla pari da furbi e sciocchi, che si professano propugnatori dei diritti umani e denuncianti di coloro che li violano. Hanno agevolato più guerre d’aggressione, più rivoluzioni colorate e regime change, più dannanti demonizzazioni, loro, che gli stessi attori di queste operazioni. Come i missionari nei fasti del colonialismo sanno farsi, oggettivamente, apripista di armate che, nel nome delle superiori verità da loro proclamate, spazzano dalla scena popoli e civiltà. La Storia ce ne tramanda una definizione che risale alla guerra contro la Serbia: i “né né”. Né con la Nato (che da noi aveva le sue polene in D’Alema e Mattarella, che ancora parlano), né con Milosevic.
Esempio recente, che peraltro si trascina da decenni, è che tanti fenomeni analoghi perfettamente e abiettamente rappresenta, è quello di gente la cui anima è fatta di puzza al naso quando critica l’aggressore imperialsionista dell’Iran. Cosa, questa facile, anzi inevitabile, imposta dall’incontrovertibile realtà dei fatti (che ci vuole una madre cristiana della Garbatella a non vedere).
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“Con un tipo come Trump non c’è spazio per l’ammorbidimento”
Geraldina Colotti intervista Juan Carlos Monedero
Juan Carlos Monedero non ha bisogno di presentazioni per chi frequenta la politica radicale tra le due sponde dell'Atlantico. Politologo, agitatore di coscienze e architetto del pensiero post-neoliberista, Monedero ha vissuto la Rivoluzione Bolivariana dall'interno come consulente di Hugo Chávez. La sua visione è un ponte prezioso: possiede la sensibilità per comprendere i ritmi del Sud Globale e gli strumenti analitici per smascherare le ipocrisie delle democrazie europee. In questa conversazione, analizziamo la tempesta scatenata dal sequestro del presidente Maduro e della deputata Cilia Flores del 3 gennaio e la resistenza di un Venezuela che continua a essere, per l'Europa, lo specchio deformante dei propri fallimenti.
* * * *
Juan Carlos, lei conosce bene la malattia dell'eurocentrismo. Perché una parte della sinistra europea, che un tempo applaudiva Chávez, oggi sembra incapace di difendere il presidente Maduro e la sovranità venezuelana di fronte al banditismo di Washington? Ritiene che sia un problema di codardia politica o di una profonda colonizzazione del pensiero?
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Profilo di un importante filosofo del Novecento
di Eros Barone
Pensare significa obiettare.
Ugo Spirito
1. La “riforma della dialettica” e il problematicismo
La filosofia di Giovanni Gentile, che va sotto il nome di attualismo, ha trovato nella cosiddetta “sinistra gentiliana”, rappresentata da Ugo Spirito (1896-1979), un suo qualificato rappresentante. A lui è legato il tentativo di sottoporre a una “riforma” la dialettica e la logica dell’idealismo italiano nel senso che si può definire problematicistico. Del resto, il filosofo aretino ha sperimentato diverse vie di “riforma” della dialettica gentiliana e dell’attualismo in generale. A lungo è stato considerato un esponente fedele della concezione gentiliana, ma alla fine degli anni Trenta del secolo scorso si è allontanato dalla filosofia di Gentile, anche se, in realtà, non ha mai cessato di sottolineare i legami, diretti e indiretti, con essa. In effetti, l’evoluzione teoretica di Spirito è stata abbastanza complessa, poiché dal positivismo, “aria di famiglia” della sua generazione, questo pensatore è passato all’attualismo gentiliano, quindi al cosiddetto problematicismo, che generalmente viene collegato al suo nome, per poi elaborare l’“onnicentrismo” e l’“ipotetismo”, concezioni che hanno caratterizzato le sue ultime posizioni.
La “riforma” dell’idealismo neohegeliano, che Spirito ha intrapreso, si articola in quattro punti: la dialettica, l’idea dell’assoluto, i rapporti con la scienza e la visione dello sviluppo dell’umanità. Ritenendo che la riforma gentiliana della dialettica di Hegel non avesse raggiunto il suo scopo, in quanto Gentile non era riuscito a superare i limiti dogmatici di un tradizionale sistema metafisico, Spirito ha proposto una soluzione relativistica e scetticheggiante del problema: soluzione il cui fulcro, da lui denominato problematicismo, è l’assolutizzazione della stessa ricerca filosofica. Alla posizione attualistica della sintesi, intesa come unica realtà, egli ha contrapposto la realtà delle sole tesi e antitesi: in altri termini, l’idea di un’assoluta antinomicità.
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Il non luogo della sinistra che non c’è
di Oronzo Mario Schena
Tratto da: Fausto Bertinotti “La sinistra che non c’è p. 89”:
“Di fronte all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin nel febbraio 2022, così come di fronte alla tremenda reazione militare che Israele, in risposta al vile atto terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023, in termini intollerabili ha inflitto alla popolazione civile di Gaza, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere a prese di posizione contraddittorie in tutto l’Occidente".
“A differenza di quanto accade in Ucraina, dove ci sono indiscutibilmente un Paese aggressore e un Paese aggredito.”
E qui il Bertinotti prova, a sciorinare il suo mantra apodittico “indiscutibilmente”. Ma di apodissi è purtroppo lastricata la via dell’inferno!
Le mappe dell’inferno sono ormai illeggibili e almeno secondo Piero Camporesi (La casa dell’eternità), l’inferno non solo non si sa come raggiungerlo, ma non è nemmeno più chiaro dove si trovi. Né se sia ancora aperto. Un prestigioso teologo, poco tempo fa ha affermato, non si sa sulla base di quali informazioni, che l’inferno esiste ma probabilmente è vuoto. Alcuni suppongono che si debba intendere l’inferno come un non-luogo, altri ne parlano malvolentieri, con qualche imbarazzo, come una logora metafora.
Dominatore della scena cristiana. Punto di riferimento indispensabile all’Europa medievale e moderna, protagonista ancor prima di Costantino il Grande d’innumerevoli drammi spirituali, potente macchina di condizionamento, continuamente perfezionata e aggiornata durante i secoli, questo grande collettore di terrori e di spasimi, inesauribile deposito di angosce e di incubi, si sta tranquillamente dissolvendo nella coscienza e nell’inconscio della gente.
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Draghi dall’agenda alle lamentazioni
di Francesco Piccioni
E’ bastato un anno per verificare che “l’agenda Draghi” era una tigre di carta. O, più precisamente, che si trattava di mega-piano costruito sul wishful thinking, una sfilza di desideri messi nero su bianco, ma sostanzialmente privo di programmazione, direzione politica e operativa, connessione stretta tra mezzi e obiettivi. Irrealistico, insomma.
Parlando di nuovo a Bruxelles, nella conferenza della Commissione Ue sul primo anno del suo report sulla competitività, ieri “superMario” ha recitato come sempre la parte del guru che saprebbe come mettere a posto le cose, ma non può. Un super-consigliere che vede le sue parole perdersi nei corridoi, citate da tutti, messe in pratica da pochi, con risultati inevitabilmente nulli.
La lettura del suo discorso, però, mette in evidenza anche i difetti strutturali che rendono quel mega-piano una costruzione che comunque non potrebbe produrre risultati.
Tutte le indicazioni concrete, non a caso, risultano anche ai suoi occhi difficili da realizzare, tardive, ostacolate non solo da “egoismi nazionali” ma da una struttura dell’economia globale che ha dimostrato l’inconsistenza strategica del mercantilismo europeo a trazione tedesca. Ovvero di quel “modello” fatto di bassi salari, austerità nei bilanci pubblici, rifiuto dell’intervento dello Stato nell’economia, privatizzazioni a raffica e produzione per l’esportazione extra-UE che è stato l’alfa e l’omega della costruzione europea “a trazione tedesca”.
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Il laboratorio della guerra
Tracce per un’inchiesta sull’università dentro la «fabbrica della guerra» di Modena
di Kamo
0. Un’ipotesi a premessa
Rita Cucchiara è la nuova rettrice dell’Unimore. Prima donna ad assumere questo ruolo nella storia dell’Università di Modena e Reggio, è stata eletta a giugno 2025 al ballottaggio contro Tommaso Fabbri, con un corpo accademico votante spaccato in due.
Come gruppo di inchiesta universitario, è indicativo per il nostro discorso lo spostamento dei rapporti di forza, di bilanciamento e di potere interni all’istituzione Università dal dipartimento di Economia a quello di Ingegneria. Come vedremo, questo elemento può essere già inteso come indizio della direzione e del ruolo che l’istituzione università sta assumendo, in questa fase accelerata e acuta di crisi, sul nostro territorio inteso nelle sue connotazioni produttive e sociali, nel suo rapporto con lo sviluppo capitalistico a vocazione industriale e dei soggetti da esso messi al lavoro, e in relazione alle trasformazioni del contesto politico e capitalistico non solo locale, ma regionale, nazionale ed europeo, dentro la crisi globale che si fa stato di guerra.
La figura della nuova rettrice sta lì a esprimere questa fase di cruciale trasformazione. Partiamo da qui, cominciando a tracciare qualche punto d’inchiesta sull’università come «laboratorio della guerra», da ampliare, mettere a verifica e agire in senso militante, con punto di vista di parte.
1. La nuova rettrice: Rita Cucchiara
Ordinaria di ingegneria informatica e direttrice di numerosi laboratori di ricerca sull’intelligenza artificiale, Rita Cucchiara viene descritta dai giornali come il volto delle donne nelle STEM italiane, con un curriculum accademico invidiabile.
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Guerra permanente: l’Occidente tra propaganda e declino
di Elena Basile
Secondo l’ambasciatrice Basile, le guerre contro Iran e Russia sono strumenti di egemonia
Mentre l’escalation si estende dall’Ucraina al Medio Oriente, il linguaggio della guerra entra stabilmente nel discorso pubblico. Per Elena Basile, i conflitti in corso non rispondono né a esigenze di sicurezza né alla difesa dei valori democratici, ma si inscrivono in una strategia volta a preservare il predominio dell’Occidente in un contesto di crisi sistemica. In questo quadro, la propaganda assume un ruolo centrale nel costruire consenso, legittimare l’escalation militare e rendere marginali le opzioni diplomatiche.
* * * *
Come fa notare Pino Cabras, si perora tranquillamente sul Washington Post, rispettabile giornale dell’establishment statunitense, l’uccisione rinnovata dei negoziatori iraniani se essi non vorranno pervenire a un accordo, in altre parole se non vorranno accettare i diktat di Donald Trump. Quel che un tempo erano operazioni coperte della Cia, assassini negati come quello di Lumumba in Congo, sono oggi accettati strumenti mafiosi di relazione con Stati più deboli. Mi chiedo se Paolo Mieli, Maurizio Molinari, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi e i tanti cantori dell’Occidente buono – che demonizzano Russia, Cina, Iran e così via – abbiano qualcosa da dire in merito.
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Nel gioco del Golfo entrano “gli adulti”
di Francesco Piccioni
“Non interrompere mai un tuo nemico mentre sta commettendo un errore.” Che sia una massima di Napoleone oppure di Sun Tzu, il significato strategico non cambia. Di errori catastrofici l’amministrazione Trump ne sta accumulando a decine, e il ritmo accelera.
Neanche il tempo di mordersi la lingua per aver stupidamente attaccato un Papa che se ne stava tranquillo sulle sue – Bergoglio, al suo posto, avrebbe fatto fuoco e fiamme – alienandosi il voto dei cattolici negli Usa e guadagnandosi il disprezzo di quelli del mondo, ed ecco scattare il suo “controblocco” dello Stretto di Hormuz.
Nella visione strategica ridicola che regola questa scelta si tratta in fondo di fermare le navi che gli iraniani lasciano passare (quelle dei paesi “amici” e dei “neutrali” che accettano di pagare un pedaggio). Una cosa un po’ complicata sul piano operativo – come spiegavamo ieri – perché una flotta militare non dispone di “doganieri” capaci di discernere tra tipologie contrattuali stipulate online, ma tutto sommato semplice da ottenere “spontaneamente”.
Se, infatti, il presidente del paese militarmente più potente del mondo dice che affonderà le navi che entrano od escono dallo Stretto, chi mai oserà contravvenire il suo diktat?
Detto fatto, una nave cinese – la Paya Lebar – è entrata nello Stretto dirigendosi verso un porto iraniano. Al momento in cui scriviamo (le 8.00 del 14 aprile) si trova al largo dell’isola di Kush, avendo come meta Umm al Qasr.
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Per le differenze
Adelino Zanini e la filosofia economica
di Ubaldo Fadini
Nel testo che pubblichiamo oggi, Ubaldo Fadini riflette sulla nuova edizione di Filosofia economica (DeriveApprodi, 2025) di Adelino Zanini, sottolineando la «differenza» di Marx nel confronto con i teoremi sofisticati degli economisti «classici», come lo sono non soltanto Smith e Ricardo ma anche quelli dentro il Novecento, da Schumpeter a Keynes.
Prossimamente, pubblicheremo un altro contributo, a cura di Federica Giardini, sul libro di Adelino Zanini.
* * * *
La nuova edizione ampliata di Filosofia economica presenta indubbie novità rispetto all'edizione del 2005. Innanzitutto il sottotitolo: Fondamenti economici, categorie politiche, forme giuridiche, che indica proprio nell'ultima formula un'aggiunta essenziale rispetto al precedente, Fondamenti economici e categorie politiche. Il rinvio alle «forme giuridiche» mi permette di considerare la nuova edizione come una sintesi certo parziale ma ben calibrata e incisiva di un percorso di ricerca assolutamente indispensabile per coloro che vogliono acquisire strumenti raffinati per l'articolazione di un pensiero critico-radicale all'altezza dei tempi estremamente difficili a cui siamo consegnati.
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Bloch, Lukács e il farsi delle cose
di Rino Malinconico
Per cercare qualche luce nel buio di questo tempo può essere d’aiuto aggrapparsi a un’idea di attesa di mondi nuovi non come un arco vuoto, ma come qualcosa carico di un possibile legato al farsi concreto delle cose e alla disponibilità ad agire. Un’idea di speranza – per dirla con Bloch, che tanto deve anche al pensiero di Lukács – come atto non solo conoscitivo o profetico ma agente nel qui e ora
Durante l’ultima conferenza pubblica che Ernst Bloch tenne nella Repubblica Democratica Tedesca (la DDR, la cosiddetta Germania Orientale della “guerra fredda tra Est e Ovest), gli ascoltatori si trovarono di fronte a un concetto non scontato nell’anno 1956 a quelle latitudini, e cioè che “la libertà deve essere intesa come una categoria sociale e non come un fattore limitato esclusivamente all’ambito della soggettività”. Nella cultura del cosiddetto “socialismo reale”, l’idea di gran lunga prevalente era che la libertà come principio della vita sociale fosse una formula ingannevole, buona soltanto a giustificare l’ideologia borghese della proprietà privata. Non stupisce, perciò, che già nel dicembre del ‘56 su Neues Deutschland, il più importante quotidiano del Paese, nonché organo della SED, il Partito-Stato della Germania Orientale,i uno dei filosofi del comunismo ufficiale, Rugard Otto Gropp (che insegnava a Lipsia, nella stessa università di Bloch), scrivesse senza mezzi termini che “la filosofia di Bloch tornava a vantaggio di obiettivi politici oggettivamente reazionari”.ii E gli anni successivi saranno punteggiati da analoghi giudizi sulla sua opera, duramente bollata come “filosofia metafisica della speranza”.
Mi pare molto significativo che una delle più rappresentative figure del pensiero marxista del Novecento venisse trattata con questa acrimonia. Tanto più che appena sette anni prima, nel 1949, Bloch aveva accettato con sincero entusiasmo l’incarico di direttore dell’Istituto di filosofia di Lipsia, lasciando gli Stati Uniti, dove s’era stabilito dal 1938 negli anni dell’esilio dalla Germania nazista, che lo avevano visto lungamente soggiornare anche in Svizzera e a Praga. Riteneva che la Germania Orientale avrebbe potuto essere finalmente la sua patria, la sua Itaca. E per la DDR, la sua scelta rappresentò, all’inizio, un fiore all’occhiello, poiché Ernest Bloch era già allora considerato uno dei principali filosofi viventi.
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L’infantilismo dell’Ue disfa i piani per Kiev
di Fabio Mini
Se il teatrino europeo riesce a far fallire ancora i negoziati, Putin potrà dimostrare agli alleati dei Brics che non è colpa sua e passare così all’opzione militare, la sola cosa che conta nelle trattative
I piani sono cose serie, sono l’articolazione delle strategie e della politica. Il presunto piano per l’Ucraina di 28 punti di Trump e quello di 18 degli europei non sono piani.
Sebbene siano attribuiti alla mente maligna di Putin, a quella rapace di Trump e ai geni europei sono solo i prodotti maldestri, ingenui e raffazzonati che qualche burocrate statunitense o europeo ha tratto da una cosa seria: l’elenco delle quattro o cinque priorità e condizioni che Trump e Putin concordarono in Alaska, a voce ma opportunamente registrate, stenografate e verbalizzato. Una lista di ciò che Putin aveva sempre e pubblicamente dichiarato e che Trump sembrava aver capito. I punti che lo stesso Putin aveva illustrato ai leader dei Paesi amici della Russia che nel frattempo, durante la guerra, sono aumentati. La Russia non ha mai fatto mistero dei propri interessi e principi fondamentali riguardanti l’Ucraina: neutralità, denazificazione e demilitarizzazione e cessione dei suoi territori acquisiti con le operazioni militari e con i referendum popolari. Tutto il resto apparso nei 28+18 punti era fuffa, che però eccitava in particolare gli europei votati a sostenere il martirio ucraino come altrettanti politici americani ed europei.
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La finanziarizzazione non è invincibile
di Marco Cattaneo
Consiglio la lettura di un libro pubblicato da pochi mesi, “Prima che tutto crolli” di Luciano Balbo (Longanesi 2025). Contiene parecchie considerazioni illuminanti e centrate sulla finanziarizzazione delle economie, cioè sul predominio dell’establishment finanziario rispetto al sistema produttivo e al sistema economico, sugli effetti negativi che ha prodotto riguardo a diseguaglianze e concentrazione della ricchezza, sul rischio che prima o poi (più prima che poi) inneschi una crisi sistemica.
Consiglio la lettura ma siccome sono un noto rompiscatole (!) segnalo il suo principale (s’intende a mio parere) difetto. Una carenza di interpretazione di alcuni temi macroeconomici, che conduce l’autore a pensare che gli Stati dipendano necessariamente dai mercati finanziari per sostenere i deficit e i debiti pubblici e che la mobilità dei capitali sottragga ai singoli governi la capacità di contrastarli (“se no scappano altrove”).
Per la verità qualche sentore che le cose non stiano esattamente così Balbo ce l’ha: cita la MMT commentando grossomodo che sembrano degli eretici ma forse, probabilmente, hanno delle ragioni. Ma è solo un sentore.
I fatti che, rispetto all’interessante esposizione di Balbo, vanno meglio compresi sono IMHO i seguenti (ben noti ai lettori di questo blog…).
UNO: il deficit pubblico non è un impoverimento del paese che lo genera ma un normale strumento di immissione del potere d’acquisto finanziario, che deve crescere di pari passo con lo sviluppo del PIL nominale.
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Rileggere “Postmodernismo” di Jameson
di Marco Fontana
Postmodernismo, ovvero La logica culturale del tardo capitalismo di Fredric Jameson è tornato in libreria per Einaudi. Forse la scomparsa del suo autore nel settembre del 2024 ha incoraggiato una ripubblicazione che si aspettava da troppo tempo, dato che la versione uscita per Fazi nel 2007 era ormai fuori mercato. Rispetto a quella prima e già ottima edizione è cambiato poco: la traduzione è rimasta quella di Massimiliano Manganelli, la postfazione di Daniele Giglioli è diventata una prefazione arricchita da un’aggiunta, e in copertina una scultura di Jeff Koons ha sostituito una foto di Jeff Wall. Com’è ovvio, invece, molte cose sono cambiate dal 1991, anno di uscita del saggio negli Stati Uniti. E se già la prima traduzione integrale del 2007 arrivava in Italia dopo che il dibattito su questi temi aveva dato i suoi frutti più maturi (Ceserani, Raccontare il postmoderno, 1997; Jansen, Il dibattito sul modernismo in Italia, 2002; Luperini, La fine del postmoderno, 2005), ora questo saggio non solo può sembrare appartenere a un’altra epoca, ma può persino essere percepito come il reperto di una stagione intellettuale esaurita – con il postmoderno che è stato dato per morto e con un marxismo ridotto a pezzo da museo già a partire da quegli anni Novanta in cui diventavano egemoni i metodi destrutturanti della French Theory. E tuttavia, a differenza di tanti altri testi coevi, anche a rileggerlo oggi pare che Postmodernismo non sia per nulla invecchiato male.
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“È un attacco alla libertà di stampa e al grande movimento per la Palestina in Italia”
Giuseppe Acconcia intervista Angela Lano
Abbiamo intervistato Angela Lano, direttrice dell’agenzia Infopal, indagata nell’ambito dell’inchiesta di Genova che lo scorso 27 dicembre ha portato all’arresto di Mohammed Hannoun dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp), insieme ad altre nove persone, accusate di associazione con finalità di terrorismo. Il 16 gennaio si è svolta l’udienza davanti al tribunale del Riesame.
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L’assunto che Hamas sia un gruppo terroristico in Italia è vero?
L’Italia si aggrega a Stati Uniti e Israele che hanno messo Hamas nella blacklist. Ma ci sono 180 stati, tra cui il Brasile e altri, per i quali Hamas è un movimento di resistenza islamica, a cui viene riconosciuto il diritto di esistere, di difendere, di decolonizzare il proprio territorio così come sancito dalle Nazioni Unite.
L’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese di Mohammed Hannoun dà anche fondi alle brigate al-Qassam, il braccio armato di Hamas?
Ci sono stati venti anni di indagini e di archiviazioni su questa accusa che Israele solleva.
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Il "gigante dai piedi di argilla" è una narrazione, non un fatto
di Mario Pietri
Continuo a leggere analisi che descrivono la Russia come un sistema ormai senza ossigeno, un’economia di guerra arrivata al capolinea, costretta a divorare il proprio futuro per sopravvivere al presente, ma quando si entra davvero nel merito dei dati e dei meccanismi reali – non degli slogan – questa rappresentazione si sfilaccia rapidamente e rivela una funzione più propagandistica che analitica.
Si cita, come prova definitiva, il calo delle entrate fiscali da petrolio e gas di gennaio 2026, scese a circa 393 miliardi di rubli, quasi la metà rispetto all’anno precedente e ai minimi dal 2020, ma si omette che un dato di gettito mensile riflette soprattutto prezzi più bassi, sconti più elevati e un rublo più forte, non la scomparsa delle vendite; e infatti, mentre si parla di “ossigeno finito”, i flussi energetici continuano a muoversi: a gennaio 2026 il gas russo verso l’Europa tramite TurkStream è aumentato di circa il 10% su base annua, e nello stesso mese le esportazioni di LNG russo sono cresciute del 7,7% rispetto a dicembre, con oltre 1,69 milioni di tonnellate provenienti da Yamal dirette in Europa, pari a più del 90% dell’export di quel progetto, e in aumento di circa 8% rispetto a gennaio 2025.
Anche sul fronte petrolifero e dei prodotti raffinati la narrativa del “crollo” regge poco, perché le esportazioni continuano verso Asia e mercati intermedi, con Cina, India e Turchia tra i principali sbocchi, a dimostrazione che il tema non è l’assenza di flussi ma la riconfigurazione delle rotte, con margini ridotti ma volumi che non scompaiono; confondere deliberatamente prezzo e volume serve solo a costruire l’immagine di un collasso imminente che viene annunciato da tre anni e puntualmente rimandato al trimestre successivo.
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I punti critici (tipping points): clima, impero, AI
di Paolo Di Marco
Ricordo la prima volta che ne parlai pubblicamente, quando a un seminario alla Facoltà di Architettura del Poli Milano nell’84 raccontai ai colleghi come nasce il caos, facendo il classico esempio del cerchio di difesa del cane: se sei fuori il cane non reagisce, se entri attacca; se sei proprio sul bordo allora il fattore distanza perde importanza e intervengono altri fattori secondari (odore, atteggiamento…). Un fenomeno lineare e prevedibile diventa improvvisamente multifattoriale e caotico, quindi imprevedibile.
Ma vale anche nel verso opposto: se dal bordo entri dentro tutta la complessità scompare, e con essa l’imprevedibilità: il cane attacca.
a) il clima
Questo è quello che succede con i fattori climatici, dove per varie componenti si sono evidenziati i punti critici: quelli oltre i quali inizia una discesa certa e inarrestabile. Sappiamo che esistono, in parte sappiamo anche dove collocarli nel tempo.
Uno è l’Amoc, di cui ho già parlato (Il mondo, come lo conosciamo, finisce nel 2050, Poliscritture.it, 27/11/2025)
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