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il ponte

La società del debito

Andrea Sartori

Il debito su cui pare oggi fondarsi la vita degli individui e degli stati – tenuti in scacco da un pugno di oligarchi della finanza – è per un verso un ritorno a un’originaria condizione naturale dell’uomo, per un altro una sua contraffazione. Un pensiero comune alla riflessione antropologica, dall’Oratio de dignitate hominis (1486) di Pico della Mirandola al trattato di antropologia elementare L’uomo (1940) di Arnold Gehlen – passando per il Saggio sull’origine del linguaggio (1772) di Johann G. Herder, e per buona parte del pensiero di Friedrich Nietzsche, di Sigmund Freud e da ultimo di Peter Sloterdijk – individua nell’uomo un essere deficitario, privo di quelle risorse istintuali e di quelle dotazioni morfologiche, che in natura fanno invece la fortuna dell’animale. Proprio in quanto originariamente manchevole di una condotta predeterminata, l’uomo – per riprendere un’idea di Martin Heidegger espressa durante il corso invernale del 19291930 all’Università di Freiburg in Breisgau – dà forma al proprio mondo (Welt), che è pertanto qualitativamente altro dall’ambiente (Um-welt) in cui è costretto a muoversi l’animale, il quale è provvidenzialmente pilotato dall’automatismo dei propri istinti. Essendo già da sempre in debito d’un indirizzo innato a cui volgere le propria esistenza, l’essere umano non può che fare affidamento sulla libertà dell’agire, sull’uso di simboli e di un linguaggio che lo distanzino dalla coazione a ripetere della pulsione immediata, e in definitiva sulla sua autonoma capacità di generare cultura e forme condivise di socialità.

D’altra parte, è proprio perché gli uomini, a differenza degli animali, hanno la possibilità di inibire il soddisfacimento istantaneo dei loro impulsi, che Freud ha potuto pensare che la civiltà si fondasse sull’interdetto del dispositivo edipico. Senza la mediazione di una Legge e delle regole della convivenza, l’essere in debito dell’uomo avrebbe condannato quest’ultimo alla soccombenza, alla sparizione dal novero degli organismi viventi. Si può certo discutere se la plasticità che accompagna le carenze naturali dell’essere umano, come sottolinea Sloterdijk, debba avere per risvolto la libertà dell’autodeterminazione (Pico) o il volto inquietante di un Leviatano istituzionale (Thomas Hobbes e Gehlen), ma è certo che l’una e l’altro sono chiamati a riempire un medesimo vuoto, in modo che l’uomo, da mero essere in debito, possa passare a fruire concretamente di qualche credito da parte della vita.

È quindi in atto, nell’attuale contingenza storica, nel cuore della nostra iper-modernità (come la chiama Gilles Lipovetsky), una regressione a una originaria e naturale condizione di fragilità? È proprio vero che millenni di cultura sono passati invano e che ci ritroviamo in balia, da un lato, di un darwinismo sociale di ritorno, solo più incravattato di quello dell’ipotetico stato di natura e, dall’altro lato, di una sconfinata e ineseguibile libertà di decidere di noi stessi? Se così fosse, tutto ridiverrebbe daccapo possibile, e l’uomo sarebbe richiamato, da zero, a fare qualcosa del vuoto costituivo della propria esistenza.

In realtà, come ha mostrato Massimo Recalcati nella sua felice attività pubblicistica e scientifica degli ultimi anni, il vuoto pneumatico in cui si muove l’uomo della società del debito, è già compulsivamente riempito dai diktat di un consumo fine a se stesso, in ossequio ai business plan con proiezione ultradecennale dei signori del sistema bancario e delle società speculative di Borsa. Questo riempimento, tuttavia, ha il carattere patologico di una dipendenza dal consumo, di una bulimia che fagocita merci nell’apparato digerente – iper-sollecitato – della nostra società occidentale. Qui le merci non solo non soddisfano i bisogni primari (già per Marx non era proponibile un ritorno al valore d’uso che non si facesse carico dell’arcano in base al quale la merce, innanzitutto, allucina). Esse infatti spostano sistematicamente e illusoriamente l’attenzione dal problema reale del debito, comportandosi in tutto e per tutto come dei feticci, come i lucidi agenti di un depistamento delle energie intellettuali e della consapevolezza. Poveri di idee, poveri di progetti – mancanti quindi di quello che Jacques Lacan, riallacciandosi a un’intuizione hegeliana rielaborata da Alexandre Kojeve – chiamava desiderio, riempiamo il nostro presente sempre più in debito di ossigeno con il godimento assicurato da un consumo cieco, irriflesso. Un consumo coatto e ammaestrato da quei direttori di coscienza, che hanno risposte preconfezionate a timori sempre più ordinari e stereotipati, come è dato sentire durante i talk show televisivi, fiere dell’accecamento collettivo contrabbandate per agorà della parola.

Il godimento imbandito dall’alto, e somministrato in dosi sempre più massicce per fugare il residuo senso della realtà, può essere compreso al meglio se si leva dalla naftalina del tempo il concetto di desublimazione repressiva, coniato da Herbert Marcuse nel suo libro sull’ideologia della società industriale avanzata, L’uomo a una dimensione (1964). La bulimia del consumo è infatti conseguente a quell’imperativo del devi godere!, che elimina le sublimazioni dell’istinto – i filtri normativi del Super-Io, i legami simbolici che instauriamo con gli altri – interposti fin dai tempi di Sofocle tra l’avvertimento delle pulsioni e il loro soddisfacimento. Sostituendo, come scrive Marcuse, una «gratificazione mediata con una immediata», con una mera scarica pulsionale, gli individui incorrono nell’errore di credere che la società del debito sia solidale con i loro bisogni più intimi. È però esattamente in questo modo che gli uomini si dispongono supinamente ad accettare con gratitudine quanto viene loro offerto, indipendentemente dal suo significato e dal suo valore: quando il padrone chiama, il cane corre.

Privi della funzione mediatrice del desiderio – che richiede respiro, lungimiranza, disposizione all’attesa e alla riflessione – e ricchi solo di compulsione, frenesia per il sensazionale con le effigi del nuovo (come scrive Cristoph Türcke ne La società eccitata, 2012) – siamo ormai incorsi in un disagio della civiltà ben più grave di quello nevrotico diagnosticato da Freud. A fare le spese della mancanza di un limite al godimento, di una Legge che, in dialettica con il desiderio inconscio, definisca la geografia d’un mondo in cui orientarsi, è infatti il pensiero stesso della realtà, ormai prossimo a scivolare nella psicosi. Fondamentalmente de-realizzanti, scrive Recalcati in L’uomo senza inconscio (2010), sono le psicopatologie della iper-modernità: la follia odierna, rifiutando la mediazione dell’Edipo in nome di gratificazioni istantanee ed incalzanti, toglie gli argini allo strapotere dell’Es, che in tal modo esonda nella realtà rimuovendone i cardini, i punti fermi.

In luogo della liberazione cui doveva mettere capo, secondo Gilles Deleuze e Félix Guattari, l’affrancamento dalla sublimazione degli impulsi (L’anti-Edipo, 1972 e Mille piani, 1980), ci siamo ritrovati al fondo d’un cratere psichico che, per poter alimentare giornalmente le compulsioni degli individui, deve rimanere aperto. In questa prospettiva, l’inestinguibilità del debito, da parte degli individui e degli stati, è la condizione necessaria perché gli uni e gli altri continuino a essere catturati nell’orbita d’un consumo che, quanto più mancano i denari, tanto più è ricercato e ambito, con tutta la pompa sacra, e allucinatoria, del suo culto.

L’idea secondo cui, se vi sono dei debiti, da qualche parte vi saranno pure dei crediti in attesa d’essere riscossi, ossia delle ricchezze per lo meno allo stato potenziale, è coerente con l’inganno allucinatorio della società del debito. A essere spostati da un capo all’altro del mondo sono infatti, ormai, solo i valori nominali del capitale. È della fondamentale importanza che quest’ultimo, come massa ingombrante e produttiva, sia dileguato e che il debito non sia l’occasione per instaurare una relazione negoziale con dei creditori, ma il vuoto costituivo d’una economia dell’asservimento, e delle facili e narcisistiche gratificazioni, che fanno velo a quel vuoto. A ben vedere, l’immagine che meglio riflette l’essenza del capitale odierno, è quella scatologica allusa nel romanzo profetico del 1989 di Paolo Volponi, Le mosche del capitale: una massa improduttiva e inerte, intorno alla quale svolazzano famelici gli speculatori.

Se il capitalismo, nella sua prima fase – quella studiata a fondo da Max Weber – doveva legare la produzione industriale al consumo, nella sua seconda fase – quella del consumismo storico teorizzato da Jean Baudrillard quarant’anni fa – aveva finalizzato il consumo alla crescita indefinita della produzione. Oggi, giunti al terzo tempo di quella vicenda, non si tratta più di lavorare per consumare (e vivere), né di consumare (e vivere) per continuare a lavorare: è lo stesso rinvio a un fine, proprio d’ogni utilitarismo, a essere collassato, sprofondato in se stesso. L’utile non serve più a qualcosa, ma è santificato – nella perpetuità festiva d’un culto che propriamente non conosce giorni feriali (così Walter Benjamin nel citatissmo frammento del 1921, Capitalismo come religione) – come un fine in se stesso, come il volto d’una sacralità che non ambisce a un terminus ad quem ad essa estrinseco. Detto altrimenti, l’utile è perseguito non perché arrechi un domani ricchezza, benessere, felicità, ma solo perché è utile in sé, e garantisce – come ci viene inculcato dalla spietata ideologia della società del debito – l’unica gratificazione possibile, quella onanistica della scarica pulsionale.

In un paesaggio così delineato, la percezione individuale del dolore, la sofferenza dell’abitante di un mondo il cui linguaggio è appiattito su quello sempre identico degli slogan e delle grida degli imbonitori, è una benedizione – la vera benedizione. Occorre, però, essere all’altezza della propria sofferenza, una volta che questa trova la strada per giungere alla coscienza (e ciò non è affatto scontato). Se almeno quel dolore, quel disagio, quella percezione di non perfetta coincidenza con sé, talvolta balenano in una crisi di panico, in uno stress, in una sensazione d’impotenza, proprio lì – sui sintomi e sulla loro indubitabile realtà – possono concentrarsi le attenzioni e gli sforzi della riflessione e della speranza. La psicanalisi sa bene che le verità dei sintomi sono sempre singolari e che non c’è guarigione che non passi per una discesa nell’infero individuale.

Essa sa anche però – perché glielo ha insegnato, in particolare in Italia, la ricchezza del dibattito culturale degli anni ’70 – che nell’affrontare le urgenze del tempo attuale non è sola. Forse qui si cela davvero la possibilità, auspicata da Recalcati, di un rinnovato umanesimo critico, che sappia cogliere i segni del tempo ed elaborare la prospettiva di un futuro che sembra negata.

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