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Il fratello di Prometeo

di Sergio Bruno

Mosaico Messico le immagini di John MackLa condotta delle maggiori economie mondiali dai tempi di Bretton Woods alle attuali condanne delle agenzie di rating. Pubblichiamo la prima parte di un articolo di Sergio Bruno. Che sostiene: siamo passati dalla cultura di Prometeo (“colui che riflette prima”) a quella del suo maldestro fratello Epimeteo (“colui che riflette dopo”)...

Che potremmo fare, noi di Sbilanciamoci, all’indomani della nostra ipotetica vittoria alle prossime elezioni? Nonostante le tante proposte, anche recenti, della rivista, direi che non ci si possano fare molte illusioni, a parte ristabilire – e non è poco – un clima di etica, di giustizia e, non ultimo, di buon gusto, oltre che correggere – ma senza grandi impegni di spesa – la maggior parte possibile dei danni prodotti dall’amministrazione Berlusconi. Davvero poco potremmo fare per affrontare i problemi connessi allo sviluppo: per l’occupazione, per la soluzione dei problemi del precariato, per pensioni sociali e sanità, per la ricerca. La ragione di questa sostanziale irrilevanza della sovranità politica sta nei ristretti margini in cui si muovono le politiche di bilancio. In un articolo di qualche settimana fa (“Tutto cominciò con undivorzio”) ho ricondotto ciò agli effetti cumulativi di un percorso perverso avviato negli anni '80 del Novecento con la cessione alle banche centrali del potere statuale di signoraggio monetario. Il problema è stato ulteriormente chiarito da Luciano Gallino (“La crisi greca e le colpe della Ue”; ma si veda anche il suo recente libro “Finanzcapitalismo”).

È relativamente facile vedere nel venir meno della sovranità politica e nell’acquiescenza delle leadership politiche europee ai diktat delle tecnocrazie internazionali (Fmi, Bce, Commissione europea) e delle agenzie di rating un fattore capace di condurre all’emergere di spinte alla disgregazione dei fattori di cooperazione e solidarietà europea. La condotta politica delle economie occidentali è passata dalla lungimiranza cooperativa di Bretton Woods alla miopia, ottusa e conflittuale di oggi. Siamo passati dalla cultura di Prometeo (“colui che riflette prima”) a quella del suo maldestro fratello Epimeteo (“colui che riflette dopo”). È utile meditare su come sia stato possibile questo slittamento progressivo.

La conferenza di Bretton Woods è del luglio 1944, a guerra non ultimata. Il tema della conferenza era la promozione del commercio internazionale e a tal fine della stabilizzazione dei cambi, nella convinzione, ben interpretata dall’allora segretario di stato americano Cordell Hull e da Roosevelt, che le rivalità economiche internazionali non regolate da spirito cooperativo fossero il focolaio delle guerre armate. Il clima culturale era quello rooseveltiano (e keynesiano): atteggiamento favorevole verso mercati e scambi, all’interno di un sistema di regole e di attività di coordinamento pubbliche e di interventi pubblici attivi complementari al mercato; il ruolo sovraordinato del soggetto pubblico, ben collaudato dall’esperienza bellica ancora in corso, era fuori discussione; il governo inglese e quello statunitense stavano già (da almeno un paio di anni) pensando (e studiando) le problematiche connesse al passaggio dalle economie di guerra alle economie post-belliche (ciò che avrebbe partorito il Piano Marshall, un mirabile marchingegno finanziario-organizzativo di sostegno specifico della produzione reale). Keynes, grazie a una serie di proposte convincenti, si era guadagnato dal governo Churchill la nomina a capo della delegazione britannica. Secondo H. D. White, il capo delegazione Usa, “... l’assenza di un elevato grado di collaborazione economica tra le nazioni leader sfocerebbe inevitabilmente in una guerra economica che non sarebbe che il preludio e il fattore di istigazione di una guerra militare di scala ancor più vasta”.

Nonostante questa concordanza di prospettive di fondo e il comune atteggiamento lungimirante, le tesi di Keynes vennero sconfitte in due strategici dettagli, imposti più che da White dall’acquisita egemonia della potenza nordamericana. La tesi di Keynes era che dovesse essere istituita una banca capace di creare moneta di riserva a livello internazionale (l’idea di Keynes era di chiamarla Bancor) e intervenire attivamente in caso di squilibri negli scambi. Inoltre i criteri d’intervento, comunque limitativi delle sovranità nazionali, erano ispirati da una logica “a tenaglia”: i paesi in disavanzo commerciale o che avessero avuto altre forme di debolezza avrebbero potuto ottenere prestiti condizionati a comportamenti favorevoli a sviluppo e libero scambio, ma anche quelli in avanzo sarebbero stati vincolati: essi avrebbero infatti dovuto praticare politiche rivolte alla espansione dei consumi, capaci di garantire sbocchi adeguati alle esportazioni dei paesi in disavanzo. La ragioni di questa doppia lama derivavano dalla consapevolezza, da parte di Keynes, che interventi operati solo sui paesi deficitari avrebbero esercitato pressioni recessive e deflazionistiche sull’economia mondiale.

Le priorità statunitensi erano altre, oltre a quella (condivisa) della stabilità dei cambi al fine di agevolare il commercio internazionale. Gli Usa, in particolare, preferivano vedere il dollaro quale moneta di riserva e fornitore della liquidità internazionale necessaria. Prevalsero gli orientamenti americani. Fu creato l’International Monetary Fund (Fmi), le cui capacità di prestito sarebbero dipese da quote sottoscritte dai paesi membri (escludendo quindi creazione diretta di strumenti monetari). Il ruolo di promuovere lo sviluppo fu attribuito (con un ruolo minore e più microeconomico, ma sempre comunque con strumenti monetari derivati) alla International Bank for Reconstruction and Development (Ibrd, cui si fa riferimento ellittico, nell’uso comune, come World Bank, Banca mondiale). Passò l’idea di condizionare la sovranità dei paesi destinatari dei prestiti ma non quella dei paesi forti.

Gli esiti di queste decisioni hanno pesato incisivamente sugli sviluppi successivi. Far funzionare una moneta specifica come moneta di riserva dava certamente vantaggi iniziali, sia economici che (nel successivo clima di guerra fredda) politici, agli Usa. A lungo andare tuttavia sarebbero emerse delle contraddizioni tra la politica monetaria nazionale, rivolta agli obiettivi interni, e la politica monetaria globale, come posto in evidenza da Robert Triffin fin dal 1960. I fatti si incaricarono di dar ragione a quest’ultimo; si passò per una serie di congiunture critiche che sfociarono nella sospensione della convertibilità del dollaro in oro (il “Nixon shock” dell’Agosto del 1971), che segnò in pratica la fine degli originari accordi. Le tecnocrazie da essi partorite tuttavia restarono in piedi e vitali, mentre le quote nazionali dell’Fmi vennero ridefinite in Diritti speciali di prelievo (Sdrs), in pratica in termini di un paniere di monete.

Da ultimo infine si sta dimostrando che la maggior parte delle idee di Keynes erano corrette e lungimiranti. Il 13 aprile 2010 un rapporto dello Strategy, Policy and Review Department dell’Fmi (stimolato da un discorso per molti versi “scandaloso” di Zhou Xiaochuan, Governatore della Banca popolare cinese, del marzo 2009) concludeva riproponendo la banca globale e l’istituzione del Bancor, sia pure con passaggi graduali facenti leva sul potenziamento degli Sdrs. Fatti, questi, scarsamente enfatizzati dai media.

Minore riflessione critica vi è stata sull’indicazione di Keynes dell’esigenza di bilanciare gli interventi restrittivi con l’imposizione di responsabilità, per i paesi forti, nell’espandere consumi e importazioni. Conseguenza di ciò è che l’Fmi, seguìto con sfumature diverse dalla “cugina” Banca mondiale, fin dall’inizio del suo operare ha condizionato la concessione di prestiti a Programmi di aggiustamento strutturale (Structural Adjustment Programs, Saps). Per soggetti chiamati a favorire il commercio internazionale e a rimuovere i fattori d’instabilità monetaria erogando prestiti prevalentemente a paesi in via di sviluppo, sia pure ricchi di materie prime ma afflitti da insufficiente capacità imprenditoriale, era abbastanza naturale disegnare gli interventi sulla base di principi riguardati come favorevoli al mercato e limitanti la discrezionalità nella sfera del bilancio pubblico e della creazione di moneta. Questo ruolo di “valutatore” d’intere economie innescava tuttavia un processo dinamico complesso e sfaccettato:

(a) Le Banche centrali e le varie istituzioni internazionali, del tutto giustamente, reclutavano funzionari con potenzialità di élite, stabilendo rapporti stretti con le più prestigiose università; le istituzioni internazionali stabilivano rapporti stretti con le banche centrali, non solo perché queste erano chiamate nei loro vertici a cooperare con i vertici dell’Fmi (i “vice” dei ministri del Tesoro nazionali nel Board erano per lo più i Governatori delle banche centrali), ma attraverso la circolazione dei propri funzionari. Si creava in tal modo un ambiente culturale omogeneo, dotato di immensi mezzi, prestigioso;

(b) le guidelines per le valutazioni e le prescrizioni, per molti versi procedurali e tecniche ma per altri di sostanza politica, venivano elaborate in questo ambiente, mentre i governi, che nel frattempo si andavano deprivando di proprie e autonome capacità di elaborazione in materia economica, perdevano gradualmente il controllo in materia. Il fenomeno era favorito, dal lato delle istituzioni internazionali, dal fatto che si dovesse stabilire una relativa omogeneità nei principi di valutazione dei diversi paesi che richiedevano prestiti. Si sviluppavano quindi criteri e procedure standardizzate per le missioni di valutazione. Si costruiva in tal modo una sorta di egemonia, quando non di monopolio culturale delle istituzioni stesse nel campo delle valutazioni, sia micro che macroeconomiche;

(c) poiché molte istituzioni monetarie e finanziarie e grandi banche operanti a livello internazionale ricorrevano alle agenzie di rating per operazioni in paesi sottosviluppati, queste da un lato emulavano gli standard di valutazione di Fmi e Banca mondiale, dall’altro vedevano salire il loro ruolo e la loro credibilità, a dispetto degli intrecci di interesse che le legavano ad altri clienti paganti, estendendo progressivamente le proprie valutazioni agli stessi paesi avanzati.
 

La svolta culturale monetarista e favorevole al mercato “a tutti i costi” che si determinò dall’inizio degli anni ’80 del secolo scorso si trovò a operare su questo sostrato complesso. Gli effetti, allora, incisero soprattutto nei confronti dei paesi più deboli, dei paria della terra, senza grandi preoccupazioni per i paesi più sviluppati, anzi spesso con vantaggi per i più forti di essi.

Oggi, quando analoghe prescrizioni sono impartite ai più deboli dei paesi avanzati ma esistono pericoli di contagio anche per i più forti, i nodi stanno venendo al pettine. Strano, ma tutti si preoccupano e nessuno interviene a “fare le bucce” a teorie, prassi, responsabilità e limiti culturali che stanno dietro a questo stato di cose; uno stato di cose che, invece, concreta quei pericoli di sfaldamento della cooperazione, di conflitto, di peggioramento del benessere che i padri degli accordi di Bretton Woods – da Roosevelt a Churchill, da Cordell Hull a White a Keynes – intendevano prevenire.

Vi ho fatto assistere, sia pure per brevi e superficiali cenni, alla nascita di Epimeteo.

Ora disveliamone il volto, elencando le tipologie d’interventi “strutturali” prescritti: restrizioni di bilancio (di recente divenute ritorno al pareggio), liberalizzazione degli scambi attraverso l’eliminazione di contingentamenti e dazi, eliminazione di controlli sui prezzi e di sussidi, nonché condizioni rivolte a favorire gli investimenti diretti stranieri e a creare mercati finanziari nei paesi cui è erogato il prestito, privatizzazioni di aziende pubbliche e libertà di iniziativa nello sfruttamento delle risorse naturali (tanto per intenderci, la privatizzazione delle acque in Bolivia faceva parte dei SAPs), ecc..

Mancava per lo più l’indicazione di riforme del mercato del lavoro, che invece era una chicca riservata alla Commissione Europea (ma se ne comprendono i motivi, visti i salari di sussistenza di buona parte dei paesi destinatari). A fronte di queste connotazioni, tutte restrittive, l’aggiunta relativamente recente di programmi specifici contro la povertà, tutta da valutare al di là degli interventi umanitari, appare poco più che un abbellimento.

Il tipo di cultura emerso dal processo descritto per sommi capi è assertivo, meccanico, privo di articolazioni e di rispetto delle differenze, incapace comunque di vedere la radicale diversità che esiste tra debiti pubblici e debiti privati. Esso non sembra al momento avere alternative. Il rischio greco non è visto come possibile incapacità di pagare interessi ai creditori esteri, bensì come incapacità di “restituire” il debito, come se i debiti pubblici del passato, mai restituiti bensì sempre e solo rinnovati, avessero fatto indefettibilmente fallire le nazioni.

Eppure su tale diversità esiste una letteratura economica immensa, sufficientemente prestigiosa da portare a dubitare anche il liberale più incallito, purché di buon senso. Ma tant’è! Ormai gli occhi sono talmente assuefatti a vedere le cose con occhiali privatistici da non sollevare mai dubbi, da non esercitare alcun principio di cautela, come si fa per i rischi ambientali. E, siccome non esistono limiti alla miopia di quegli occhi, si finisce per agire facendo rincarare per i paesi in difficoltà gli interessi da pagare sul rinnovo del debito, mentre il livello di austerità fiscale imposto dalle varie tecnocrazie in missione lascia intravvedere ben poche possibilità di ripresa dell’economia reale. In un recente libro di Petros Markaris (Prestiti scaduti, Bompiani), ambientato nella Grecia della crisi, un personaggio fa notare al protagonista, commissario Charitos, che l’usuraio intelligente non uccide le vittime, finché qualcosa pagano. C’è perfino da dubitare che i funzionari che dettano le riforme strutturali sappiano davvero cosa realmente sia un “mercato”.

L’enfasi politica va quindi posta sulla costruzione di un atteggiamento culturale condiviso, a livello europeo, che sappia rovesciare queste inerzie culturali a partire da adeguate analisi teoriche. Possibile? Probabile? I segni sono davvero contraddittori.

Al di là delle tante parole, la sfera politica (ovunque) non ha osato aprire una riflessione sulle responsabilità delle Banche centrali nell’indurre la crisi (eppure, nel timore di un tale “processo”, quelle autorità hanno assunto una posizione defilata per un paio d’anni; dopo di che sono tornate a “prescrivere” con rinnovata intensità). Succubi della cultura qui descritta non sono in Europa solo gli schieramenti conservatori e i ceti agiati. Lo sono i partiti di sinistra; lo sono in buona parte i sindacati. Non vi è dubbio che i danni evidenti che si stanno inducendo siano in qualche misura buoni alleati di una possibile reazione. Pochi avrebbero pensato fino a poco tempo fa che un atteggiamento favorevole alla Tobin Tax (che personalmente non ritengo in alcun modo risolutiva) potesse aversi al livello del Parlamento europeo; ma Commissione e governi vari si oppongono. È vero che personaggi importanti, dalla Merkel a Barroso, hanno cominciato a trattare male le agenzie di rating, ma non vanno oltre a dire che “vanno riformate” o che “bisogna costituire un’agenzia europea”; ma che senso ha “riformare” soggetti privati cui altri soggetti privati credono (e che probabilmente usano), senza neanche provare a riflettere su come si costruiscono e si contrastano in questo campo i meccanismi di reputazione? E che senso avrebbe creare un’agenzia di rating europea? Non bastano Commissione e Bce? Si parla di Eurobonds, e ciò potrebbe far sperare in qualche novità. Ma si parla poco o niente della possibilità di gestire un bilancio europeo in disavanzo direttamente monetizzato dalla Bce per finanziare interventi ben organizzati in campo reale e orientati allo sviluppo. Sul piano teorico induce certo speranze il fatto che la World Economic Association (Wea), portatrice di nuove idee e nuovi metodi e di cui questa rivista ha dato notizia recentemente, abbia raggiunto rapidamente le 5.000 adesioni; ma il problema e le virtù risolutive non vanno cercate nella sfera degli economisti ma in quella delle forze politiche.

Si sta giocando una guerra contro il tempo, contro le differenze culturali e politiche tra paesi, contro gli egoismi nazionali. Dalla rapidità con la quale la politica reagirà, con la quale noi saremo capaci di farla reagire, dipenderà se il “goodbye Prometeo” potrà intendersi come “addio” o come “arrivederci”.

 

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