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Pensare la fase 2 delle lotte. Incostituzionalità e contraddizioni giuridiche delle norme anti-Covid

di Alessandro Mustillo

scioperi 1 maggio 660x4002xL’attività dell’Ordine Nuovo è iniziata nel pieno della pandemia, in un contesto di riduzione dell’attività politica tradizionale e in preparazione di una fase di lotte alle porte. Tra i compiti che ci siamo assegnati c’è quello di contribuire al dibattito fornendo materiali di analisi utili anche sotto un profilo tecnico (sia esso economico, storico, giuridico ecc…) che facciano avanzare parallelamente alla coscienza di classe, le capacità effettive di lotta dei lavoratori e delle organizzazioni di classe. Fornire dunque strumenti e contributi per delineare percorsi di lotta in una fase di grande arretratezza soggettiva e allo stesso tempo di necessaria riorganizzazione dei comunisti e di un fronte di classe.

Il compito di oggi è abbastanza ostico e risponde alle richieste di molti compagni. Abbiamo detto più volte che esiste un punto di incontro tra la responsabilità nell’evitare la diffusione del contagio e la crescita della curva della conflittualità sociale per il carattere di classe delle scelte governative sulla gestione della crisi. In questo contesto diviene fondamentale comprendere quali sono le “forzature” possibili al sistema di chiusura dell’attività politica e in particolare delle manifestazioni. La premessa necessaria quando dall’ambito politico si entra in quello giuridico è che per noi comunisti questi due elementi non comunicano: le categorie del primo non sono quelle del secondo, che non è elemento neutrale, ma espressione degli interessi della classe dominante. Quando si parla del conflitto di classe il diritto è prevalentemente strumento della repressione. Non bisogna quindi cedere all’idea di fare la lotta di classe con le norme, perché questo è semplicemente impossibile.

Altro – e questo è l’ambito in discussione oggi – è interrogarsi su come utilizzare le contraddizioni del diritto borghese, per trovare spazi di maggiore copertura legale del conflitto sociale. In questo ci assistono due elementi: la contraddizione formale tipica di ogni ordinamento liberale che enuncia formalmente dei principi generali per poi tradirli nella sua applicazione pratica, generando con ciò una contraddizione ben nota ai marxisti. La seconda tipica della nostra condizione è la presenza di una Costituzione, fonte gerarchicamente sovraordinata ad ogni legge ordinaria, che seppure rientrante in una visione liberal-democratica, è espressione di rapporti sociali più avanzati di quelli odierni ed ha affermato alcuni principi particolarmente avanzati nel contesto di una società capitalistica, che entrano spesso in contraddizione con le esigenze nazionali e internazionali del capitale nella nostra fase.

Lo scopo dell’analisi è politico: fornire strumenti di lettura per concepire forme di lotta che comportino il minore spazio alla repressione possibile. L’ottica che sarà utilizzata – attenendo a un’analisi di diritto – non è politica, ma necessariamente giuridica e quindi svolta sulla base di categorie tipiche di un sistema di carattere liberal-borghese. In poche parole un’analisi finalizzata a uno scopo di classe, ma svolta sul terreno dell’avversario di classe.

A scanso di equivoci, ciò non esclude la scelta – politica – e consapevole di forme di lotta che oltrepassano i limiti della legalità in questo contesto. Questa è una questione di scelte politiche, che esula da questa trattazione, il cui unico scopo è ragionare su quali “forzature” siano possibili sulla base delle norme costituzionali, delle contraddizioni del sistema delineato dalle norme del Governo per la gestione della pandemia, dando spunti utili per chi voglia promuovere forme di conflitto in una fase iniziale di ritorno alla “normalità” evitando che la scure della repressione possa agire con più forza.

Ovviamente le norme per la pandemia non sono le uniche che incidono sulla limitazione del conflitto sociale: i decreti sicurezza ad esempio restano pienamente in piedi. Quindi tutte le normative precedenti e gli strumenti già ampiamente affinati per il contrasto del conflitto sociale, dovranno essere considerati oltre la riflessione su questo singolo aspetto.

 

Il sistema delineato dai DPCM non è affetto da incostituzionalità in generale

Molto si è detto circa la presunta incostituzionalità delle norme emanate dal Governo. Il dibattito sta interessando anche autorevoli giuristi ed ex presidenti della Corte Costituzionale tra cui Cassese e Zagrebelsky, ed è ovviamente stato al centro della polemica politica tra maggioranza e opposizioni.

Senza dubbio l’esecutivo ha svolto una funzione accentratrice in questa fase, sotto un profilo politico, comunicativo e anche giuridico. Non è questa la sede per un giudizio politico su questo aspetto, ma di interrogarsi sulla validità giuridica delle scelte del governo nel nostro ordinamento, quindi da un’ottica interna. È essenziale farlo perché se davvero l’intero sistema messo in piedi dal Governo attraverso l’art. 16 della Costituzione, i decreti legge, i DPCM e i decreti ministeriali fosse tout court incostituzionale, ogni singola previsione contenuta nei decreti sarebbe viziata a monte. A parere di chi scrive non è così, mentre è assai possibile che singole norme contenute finiscano per eccedere rispetto ai poteri attribuiti e attribuibili all’esecutivo, generando eccessi di discrezionalità nel bilanciamento dei diritti costituzionali non ammissibili nel nostro ordinamento.

Ma andiamo per ordine. È vero che la libertà di circolazione è un principio costituzionalmente riconosciuto e tutelato dall’articolo 16 della Costituzione. È però altrettanto vero che lo stesso articolo 16 prevede che la libertà di circolazione possa essere limitata «in via generale per motivi di sanità o di sicurezza». Questa possibilità di derogare a diritti costituzionali, anche di rango primario come la libertà di circolazione, è spesso prevista sia dalle norme costituzionali che dai Trattati Europei – che hanno carattere di norme costituzionali interposte nel nostro ordinamento – quando sussista la necessità di proteggere diritti, anch’essi costituzionalmente riconosciuti e di rango ancora più elevato. Il diritto alla salute collettiva e alla vita deve essere considerato formalmente[1] all’apice assoluto della piramide dei diritti costituzionali, quindi la temporanea limitazione di un diritto costituzionale può ben essere giustificata, nel nostro ordinamento, dalla necessità di tutelare questo diritto superiore.

L’articolo 16 prevede però quella che in gergo tecnico viene definita riserva di legge[2] e cioè che la limitazione possa avvenire solo ed esclusivamente attraverso una legge – o un atto avente forza di legge (decreto legge, decreto legislativo) – con ciò sottraendo a semplici atti amministrativi, o fonti normative secondarie la possibilità di limitare libertà costituzionali. Su questo punto si è generato un equivoco dovuto alla prevalenza dell’utilizzo da parte del Governo di decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) e Decreti Ministeriali (DM) dei Ministeri interessati (Salute, Giustizia, Interno..). Si discute in dottrina se tali decreti siano da considerarsi fonti normative secondarie o atti amministrativi: quel che è certo è che i DPCM e i DM non rientrano nel concetto di “legge”, non sono fonti normative primarie e come tali non possono derogare norme costituzionali. Su questa verità oggettiva si è costruita l’ipotesi di una incostituzionalità delle previsioni contenute nei decreti proprio perché fonti secondarie e quindi non idonee a limitare diritti costituzionali.

Il Governo Conte, prima di agire con DPCM e DM, ha emanato all’inizio dell’emergenza un decreto legge[3] (DL) successivamente convertito in legge, che costituisce una copertura di legge, costituzionalmente valida dell’operato dell’esecutivo. Il decreto legge rientra infatti nell’ampio concetto di legge previsto dall’art. 16 della Costituzione: sebbene adottato per ragioni d’urgenza dal Governo – mai come in questo caso realmente sussistenti – il DL è soggetto alla successiva approvazione da parte del Parlamento da effettuarsi entro i 60 gg successivi. È pertanto a tutti gli effetti una legge. Le accuse di quanti si concentrano sull’utilizzo di DL e non di leggi ordinarie sono davvero prive di consistenza. È noto a tutti gli operatori del diritto l’utilizzo strumentale dei decreti legge avvenuto in questi anni e generalmente ammesso anche in assenza di ragioni di straordinarietà ed urgenza, che invece ben sono presenti in questa fase. Se astrattamente esiste un momento per emanare decreti legge nel nostro ordinamento, oggettivamente si tratta proprio di questo. Quindi una tale critica è oggettivamente priva di fondamento giuridico e priva di riscontro nella prassi di questi anni.

Tornando al contenuto, il decreto era stato concepito inizialmente per le zone colpite ma prevedeva già una possibilità di estensione generale. L’articolo 1 prevedeva un ampio ventaglio di misure limitative nei comuni nei quali fosse certificato almeno un contagio. Il successivo articolo 2 stabiliva «Le autorità’ competenti possono adottare ulteriori misure di contenimento e gestione dell’emergenza, al fine di prevenire la diffusione dell’epidemia da COVID-19 anche fuori dai casi di cui all’articolo 1, comma». Erano poi già presenti nell’ordinamento leggi previgenti come l’articolo 117 del decreto legislativo n. 112 del 1998 che afferma: «In caso di emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale le ordinanze contingibili e urgenti sono adottate dal sindaco. Negli altri casi l’adozione dei provvedimenti d’urgenza, ivi compresa la costituzione di centri e organismi di referenza o assistenza, spetta allo Stato o alle Regioni in ragione della dimensione dell’emergenza».

Stesso dicasi per il lato penalistico, poi ridotto dal Governo con esplicita deroga all’applicazione dell’art. 650 c.p. e delle norme di tutela sanitaria, sostituite in larga parte con un sistema di sanzioni amministrative dal successivo Decreto Legge 69/2020. Nonostante la successione di leggi e decreti, con abrogazioni e revisioni anche nel processo di conversione in legge dei DL, il quadro complessivo che si delinea gode di copertura costituzionale. Pertanto la pretesa avanzata da alcuni settori di considerare tout court incostituzionale l’impianto legislativo delineato dal Governo tramite decreti legge e successivi decreti ministeriali o DPCM – a parere di chi scrive – non è giuridicamente fondata. Non lo è neppure la critica per l’utilizzo dei DPCM al posto dei decreti dei singoli ministri, perché se è vero che il primo ministro è un primus inter pares è altrettanto vero che al premier spetta una funzione di coordinamento della direzione dell’esecutivo, e che l’utilizzo del DPCM consente di emanare norme che coinvolgono più settori dell’esecutivo (salute, difesa, istruzione ecc). Tutti i DPCM sono poi controfirmati dal Ministro della Salute. Quindi anche questa critica formale, risulta poco fondata.

Le misure emanate con i DPCM da Conte, si inseriscono nell’ambito della normale delega che fonti primarie concedono a fonti secondarie e atti amministrativi per precisare ambiti e modalità di applicazione delle misure stabilite dalle norme di legge.

Si delinea così un sistema di deroghe e deleghe in cui la legge – anche in forma di DL – deroga a un diritto costituzionale in nome della difesa di un diritto costituzionale prevalente come previsto dalla Costituzione, e allo stesso tempo delega le autorità predisposte all’emanazione di provvedimenti attuativi che nei limiti stabiliti dalla legge stessa, dispongono le modalità di attuazione delle misure astrattamente previste.

Questo sistema è costituzionalmente previsto fintanto che questa catena di deroghe e deleghe non oltrepassa i limiti stabiliti tanto dal dettato costituzionale, quanto dalle previsioni di legge.

Insistere quindi sulla presunta incostituzionalità dell’intero sistema delineato dal Governo è seguire una strada che, a parere di chi scrive, conduce in un vicolo cieco, perché priva di fondamento giuridico e perché insiste su aspetti prettamente formali-interi, per lo più sul piano della gerarchia delle fonti che non risultano lesi nel complesso. Su questo il parere espresso da Zagrebelskj appare condivisibile, più di quanto sostenuto da altri pure importanti giuristi.

Infine è certo che anche per ragioni di politica generale e tenuta del sistema nel complesso – e qui usciamo dal campo giuridico, per andare in quello dei rapporti sostanziali – la Corte Costituzionale non potrebbe mai in conseguenza di un evento come quello della pandemia mettere in discussione il sistema di decreti nel suo complesso. Le conseguenze di una scelta del genere sarebbero devastanti per il Paese. Quindi la carta dell’incostituzionalità generale dell’insieme delle norme, è una strada da scartare a priori sia per ragioni giuridiche, sia per evidenti questioni politiche.

 

La questione dell’applicazione delle singole norme in concreto

Spostandosi dal piano meramente formale e sistematico a quello più sostanziale e, se vogliamo, parziale dell’applicazione in concreto, si possono invece argomentare ragionamenti più utili alla nostra indagine. La questione è infatti quella di valutare in concreto la sussistenza delle ragioni che sono a monte delle limitazioni dei diritti costituzionali e che giustificano l’adozione delle misure di restrizione. Ogni limitazione di diritti costituzionali è frutto di un bilanciamento di interessi contrapposti tutti meritevoli di protezione, ma a diverso livello: un interesse può essere prevalente – come in questo caso il diritto alla salute – o equiparato, o subordinato – come in questo caso avviene per la libertà di circolazione. Ma in ogni caso, all’origine di questo bilanciamento, quando ad essere subordinato è un interesse di rango primario, devono sussistere ragioni concretamente apprezzabili nel caso in specie.

Molto interessante è stata a riguardo la presa di posizione di un gruppo di giudici di Aosta. Interessante sia per le considerazioni svolte in punto di diritto – per certi versi di carattere politico seppur in senso lato – sia per il fatto che riflessioni del genere provengono da settori della magistratura, ossia da chi sarà poi chiamato a valutare nel concreto, sanzionando o eventualmente assolvendo per le condotte incriminate.

Scrivono i magistrati aostani: «Con estremo sconforto – soprattutto morale – abbiamo assistito – ed ancora assistiamo – ad ampi dispiegamenti di mezzi per perseguire illeciti che non esistono, poiché è manifestamente insussistente qualsiasi offesa all’interesse giuridico (e sociale) protetto»

Il primo punto che evidenziano è quindi il principio di offensività per cui non esiste una lesione concreta – soprattutto nell’ambito dei cd. Reati di pericolo[4], come quelli relativi alla diffusione di epidemia – se un atteggiamento, astrattamente previsto da norme come vietato sia idoneo a ledere in concreto l’interesse protetto, cioè se dalla violazione sussista o meno un pericolo reale. Farsi una passeggiata nei boschi, in modo isolato – dicono i giudici – non costituisce alcun pericolo concreto.

Ricordando che l’impianto delle misure emanate dal Governo pone limitazioni a diritti costituzionali primari, i magistrati sostengono che «le norme che vengano ad incidere e sacrificare diritti costituzionalmente garantiti, anche a tutela di altri diritti di pari rango che vengano a confliggervi, sono comunque sempre soggette a stretta interpretazione e perdono ogni legittimazione laddove le condotte sanzionate siano prive di lesività per il bene preminente salvaguardato»

Nella lettera[5] – di cui consiglio la lettura – i giudici concludono esprimendo preoccupazioni per l’impatto politico dell’impianto repressivo messo in atto che rischia di «lasciare sul tappeto libertà fondamentali e diritti primari di libertà che oggi vengono seriamente posti a rischio da condotte repressive non adeguate rispetto ai fini perseguiti».

Seguendo questo, che è il ragionamento giusto per delineare i margini legali – e le possibili “forzature” connesse – dell’azione politica e di lotta in tempi di coronavirus il ragionamento si sposta quindi sul piano sostanziale del dettato costituzionale, che è anche per certi versi espressione di un ragionamento politico insito nell’ordinamento, fortunatamente prodotto di rapporti sociali più avanzati che hanno cristallizzato nella nostra Costituzione alcuni principi che oggi capitalisti e governanti si guarderebbero bene dal concedere e che fanno di tutto per limitare nella reale applicazione.

In primis dunque difficilmente potranno essere considerate condotte idonee a generare pericolo in concreto quelle condotte che prevedano un distanziamento e l’utilizzo di presidi di protezione (mascherine, guanti). Mano a mano che la riapertura di tutti i settori produttivi avverrà sarà più complesso giustificare la differenza di trattamento tra interessi economici e diritti costituzionali di rango primario, come la libertà di manifestazione.

Se è vero che gli assembramenti sono certamente condotte idonee a generare un pericolo di diffusione del virus, è altrettanto vero che la disparità di trattamento con quanto previsto all’interno dei settori produttivi non può non porre a lungo andare un problema di violazione di diritti costituzionali. Nel concedere la riapertura a tutto il settore manifatturiero e ad alcune attività lavorative – e quindi uscendo dalla logica, invero molto derogata, dei settori “necessari” – restano in vigore le norme che prevedono addirittura deroghe per luoghi di lavoro dove non si riesca a rispettare la distanza interpersonale di un metro, configurando le mascherine chirurgiche come dispositivi di protezione individuale idonei. Perché la stessa logica non dovrebbe avvenire per un sit-in, dove peraltro sarebbe assai più facile assicurare il rispetto della distanza? Quale pericolo in concreto costituirebbe una protesta con una forma di distanziamento disciplinato da parte dei partecipanti, superiore a quella di lavoratori costretti per esigenze produttive anche di settori non necessari a non poter mantenere tale distanziamento? In questo esiste una oggettiva contraddizione, su cui è possibile ipotizzare delle apparenti “forzature” di quello che sembra un quadro cristallizzato. Senza dubbio proprio nei luoghi di lavoro è possibile “forzare”: come si può colpire uno sciopero e sit in, manifestazioni, effettuate con distanziamento se lo stesso distanziamento non è neppure sempre attuato in fabbrica o in magazzino?

Gli scioperi e le dimostrazioni attuate sul luogo di lavoro non potranno essere punite in presenza di una eventuale disparità di trattamento rispetto alla quotidianità di ciò che è richiesto nello stesso luogo ai lavoratori. Neanche a dirlo che azioni e condotte individuali, prive di pericolosità in concreto non saranno sanzionabili per le misure covid.

Un punto problematico – anche se in apparente contraddizione – è la scelta del Governo di sostituire le sanzioni penali con sanzioni di carattere amministrativo (la comune multa), avvenuta a partire dal DL 19/2020. Un passaggio del genere – evidentemente giustificato da ragioni sistematiche tanto quanto di tenuta del sistema giudiziario penale – in realtà inserisce uno strumento molto più efficace per sanzionare condotte di violazione delle norme anti-covid, di quanto l’ingolfamento dei tribunali e l’applicazione dei principi penalistici avrebbe comportato in sede penale. Il Governo era ben cosciente dell’inevitabile prescrizione della gran parte delle sanzioni; era altrettanto cosciente dell’insostenibilità sociale di un sistema in cui ogni violazione fosse sanzionata penalmente; ha apprestato nei fatti una tutela più snella e effettiva, non soggetta al rigore dei principi penalistici che facilmente avrebbero escluso la rilevanza penale di gran parte delle violazioni. Paradossalmente infatti, nel sistema delineato dalla legge 689/81 che regola le sanzioni amministrative non esiste un principio di offensività, giustificato nel sistema penalistico dal carattere residuale dell’area del penalmente rilevante. Decine di multe da centinaia di euro sono un peso in concreto maggiore della prospettiva di un processo penale dall’esito scontato.

 

Il diritto di manifestazione nella fase 2 alla luce del DPCM 26 aprile

In realtà le maggiori contraddizioni sono emerse nero su bianco nelle norme che riguardano la c.d. Fase 2, andando ad acuire quel trattamento differenziato di diritti costituzionali che era già evidente nei primi decreti e che a mano a mano diventa sempre più difficile da giustificare anche sotto il profilo giuridico. In questo senso se non è incostituzionale il sistema complessivo, problemi di costituzionalità possono sorgere sulla base delle scelte discrezionali prese dal Governo, specialmente dove creino disparità di trattamento a parità di condizioni di “pericolosità” nella diffusione del virus.

L’art. 1 lettera i) del DPCM del 26 aprile, ha confermato la “sospensione” delle manifestazioni organizzate, già disposto su tutto il territorio nazionale dal DPCM del 4 marzo e successivamente confermato in tutti i decreti. In un sistema improntato ancora alla chiusura, l’esecutivo ha tuttavia previsto una serie di deroghe: la prima relativa ai luoghi di culto la seconda relativa alla celebrazione dei funerali. Si legge testualmente: «l’apertura dei luoghi di culto è condizionata all’adozione di misure tali da evitare assembramenti di persone […] tali da garantire ai frequentatori la possibilità di distanza tra loro di almeno un metro». Il concetto è replicato nelle misure relative ai funerali che dovranno svolgersi con la partecipazione di «massimo quindici persone, con funzione da svolgersi preferibilmente all’aperto, indossando protezioni delle vie respiratorie e rispettando rigorosamente la distanza di sicurezza interpersonale di un metro».

Queste previsioni, che riguardano due aspetti particolari, uno dei quali strettamente connesso con la libertà di culto che è diritto costituzionalmente garantito, insieme alle disposizioni sui luoghi di lavoro, sui trasporti e sulle riaperture degli esercizi commerciali delineano chiaramente un sistema coerente in cui il criterio di limitazione della libertà di circolazione viene ancorato al rispetto di una serie di dati oggettivi: distanza interpersonale che evita forme di assembramento, utilizzo di dispositivi di protezione individuale, maggiore flessibilità per le attività condotte all’esterno rispetto a quelle interne. I maggiori dubbi di costituzionalità dell’insieme delle norme varate dal Governo risiedono – a parere di chi scrive – proprio nella scelta operata attraverso il DPCM di consentire l’esercizio di alcune attività, spesso legate a diritti costituzionali primari, continuando a negarne formalmente altre, legate anch’esse a diritti costituzionali, con disparità di valutazione e trattamento che non è ammissibile, in quanto non giustificata da differenti condizioni oggettive.

Se è comprensibile che il Governo non possa autorizzare oggi una manifestazione di massa che si svolga nelle modalità tradizionali, che costituendo una forma di assembramento sarebbe veicolo idoneo di diffusione del virus, non lo è – e costituisce al contempo una forma di discriminazione – la mancata previsione della possibilità di esercitare ogni diritto costituzionalmente riconosciuto, tra cui quello di riunione, in forme tali da consentire il mantenimento del distanziamento interpersonale ed evitare forme di assembramento, al pari di quanto concesso per la libertà di culto. Se viene riconosciuta la differenza tra celebrare una messa con centinaia di fedeli stipati in una chiesa, e garantire il culto dei fedeli con distanziamento idoneo alle caratteristiche del luogo, per quale ragione lo stesso criterio non può essere utilizzato per una manifestazione organizzata? E ancora, se possiamo andare a lavoro, recarci in locali commerciali, utilizzare i mezzi di trasporto pubblico, mantenendo il distanziamento e utilizzando dispositivi di protezione, se molte attività sono possibili addirittura anche quando non sia possibile garantire tale distanziamento, per quale ragione ciò non può essere previsto lo stesso per le manifestazioni pubbliche, che continuano ad essere vietate?

Questa incoerenza del sistema creato dal DPCM 26 aprile, crea nei fatti una forma di discriminazione che non è idonea a rimuovere di per sé il divieto previsto e a impedire le eventuali sanzioni, ma può costituire una base giuridica valida per ottenere l’annullamento in sede giudiziaria delle sanzioni comminate, facendo leva proprio sulla disparità di trattamento nella compressione di diritti costituzionali a parità di condizioni oggettive, scelta che entra in un campo di discrezionalità che sfocia nell’arbitrarietà, risultando quindi potenzialmente incostituzionale.

La deroga a un diritto costituzionale è ammessa in virtù di un bilanciamento effettivo tra diritti, che deve essere ancorato ai medesimi criteri oggettivi, oltre i quali la compressione di un diritto costituzionalmente riconosciuto e di rango primario non può essere ammessa.

Una manifestazione condotta nelle forme utilizzate dal Pame in Grecia (nella foto in alto), per intenderci, con distanziamento dei partecipanti, utilizzo di dispositivi di protezione come guanti e mascherine, magari inizialmente limitata nel numero degli stessi, seppure vietata dalle norme in vigore e potenzialmente idonea a essere sanzionata, potrebbe non resistere facilmente a un successivo passaggio in sede giudiziaria. A fare da ombrello sarebbe la carenza di offensività rispetto all’interesse tutelato – evitare la diffusione del virus – e la ingiustificata differenza di trattamento rispetto a quanto previsto in altri ambiti e per diritti costituzionali spesso di grado addirittura inferiore a quello della libertà di manifestazione del pensiero e di riunione, che il Governo per evidenti ragioni di opportunità politica di gestione del conflitto sociale, ancora oggi intende negare.

Certo ciò che è possibile ottenere con questo ragionamento è pco più che simbolico: affermare una presenza. Ma in questo momento non è un fattore scontato, anzi è una tappa necessaria per riabituarci collettivamente a una dimensione diversa da quella della bolla informatica in cui siamo precipitati. Certo, il piano reale del conflitto sociale, quando esploderà nella sua forza, meriterà altre valutazioni.


Note
[1] Formalmente perché nei fatti l’ordinamento borghese deroga quotidianamente a questo diritto, non appena il dato formale lascia spazio a quello sostanziale della società capitalistica, nella quale il profitto privato dei grandi monopoli è la legge fondamentale. Ma questo giudizio di carattere politico, non muta il ragionamento svolto in termini formali e giuridici, rispetto ai principi dell’ordinamento.
[2] Il principio della riserva di legge rappresenta una garanzia liberale con la quale si sottopone al legislatore (ossia al Parlamento) un controllo politico delle limitazioni ai diritti costituzionali, impedendo che ciò possa accadere attraverso semplici atti autoritativi, ponendo così un limite formale a poteri arbitrati in relazione alla limitazione di diritti e libertà fondamentali.
[3] Si tratta del DL 6/2020 entrato in vigore il 23/02/2020 convertito con modificazioni dalla L. 5 marzo 2020, n. 13 (in G.U. 09/03/2020, n. 61).
[4] Tralascio per ragioni di sintesi la differenza tra reati di pericolo cd concreto o astratto, anche se utile a un approfondimento maggiore.
[5] Testo riportato dall’Ansa: https://www.ansa.it/valledaosta/notizie/2020/04/21/coronavirus-magistrati-aosta-passeggiate-non-sono-illeciti_57cfbed6-37c8-48b9-939f-208bb03fcced.html
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Cittadino Italiano
Sunday, 21 March 2021 20:03
A scanso di ogni dubbio, in merito alla costituzionalità dei DPCM e dei decreti legge Conte e Draghi, ogni Italiano farà bene oggi a scaricare e leggere attentamente la sentenza inequivocabile, n. 54 del 27.01.20121, emessa dal tribunale di Reggio Emilia, quì allegata, nella quale il giudice stabilisce l'illegittimità, sia le restrizioni alla circolazione contenute da principio, nei DPCM, sia di quelle successive, contenute nei decreti legge ai sensi del primo e secondo corollario dell'art.13 della Costituzione.
Gli Italiani, fin troppo a lungo abusati, con lo strumentalizzato art.16 della Cost., che tanto ha fatto discutere perchè utilizzato come perno dal governo per limitare i nostri diritti alla libera circolazione, faranno bene a salvarla sul proprio smartphone, trascrivendone i riferimenti sul modulo di autocertificazione che seppure illegittimo anch'esso perchè incompatibile con lo stato di diritto, come dichiara sempre il tribunale, comunque potrà esservi richiesto. In caso, varrà a difendere i vostri inviolabili diritti costituzionali. Lasciate che a parlare sia la giustizia, attraverso questa sentenza, non servirà aggiiungere altro. Và ricordato che le autorità, sono nostri concittadini che hanno l'obbligo di difenderci anche dall'eventuale abuso da parte del potere politico. Essi condividono i nostri stessi valori. In extremis, se sanzionati e denunciati, gli Italiani possono sempre appellarsi alla giustizia, ai sensi dell'art. 323 del c.p. L'Italia si desti !
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sandro caddeo
Saturday, 16 May 2020 16:28
Vorrei, se possibile, integrare il mio commento precedente: continuando i questo modo.

Pertanto noi abbiamo bisogno, non di cambiare delle regole, per migliorare questa società che sta morendo come sono morte le società precedenti a questa, nata dalla rivoluzione industriale, ma dobbiamo pensare che una società che sta morendo deve essere sostituita da una nuova società con una rivoluzione che permetterà ai soggetti umani di vivere meglio e di permettere a tutti di sentirsi uguali, una società che non può permettere a nessuno di impedire agli esseri umani di essere diversi e di non poter avere una vita migliore di quella terribile che stiamo vivendo, non tutti, ma una parte fondamentale della società, quella del lavoro che produce beni e servizi che ci servono, che servono a tutti, in funzione, non della ricchezza smisurata di pochi, ma di una vita felice per tutti, sapendo che chi sta peggio oggi deve stare meglio, molto meglio domani. Questa società che deve nascere, e che nascerà, non interessa a nessuno come si chiamerà, ma sarà una società enormemente migliore di quella di oggi, che sta distruggendo il futuro, non nostro, ma delle generazioni future, dei nostri figli, dei nostri nipoti e dei nostri pronipoti. Non possiamo continuare a ridurre la nostra libertà, le nostre risorse economiche e sociali che non ci possiamo permettere di spendere, che possono essere il suolo, l’atmosfera, la capacità di guardare al futuro, con sprechi enormi di risorse umane e nello stesso tempo la stessa natura che ci permette di vivere sulla terra, che è, non nostra, ma è di tutti, per oggi e per il futuro. O si farà questa rivoluzione, altrimenti si farà il contrario, si continuerà a sprecare e quindi a distruggere il nostro suolo, la nostra terra, le nostre montagne, i nostri boschi, la nostra stessa economia, intesa come le risorse, quelle vere di cui abbiamo bisogno tutti nessuno escluso.
Fermo restando questo capitolo, vorrei entrare nel merito di come noi da tempo abbiamo distrutto tutti i miglioramenti che avevamo fatto negli anni 60 e 70, e che ci hanno permesso di uscire da una situazione grave venuta dalla seconda guerra mondiale. Prima di tutto vorrei ricordare che alla fine della seconda guerra mondiale gli Stati Uniti avevano una parte del Pil mondiale pari all’incirca del 50%, e oggi ne ha all’incirca il 25 % del Pil mondiale. E questo dimostra già uno degli aspetti economici e ovviamente di porte mondiale che avevano gli Stati Uniti in quegli anni, e che oggi, non hanno più. Anzi possiamo anche dire che in tempi brevissimi, avremo un chiaro sorpasso da parte dei paesi non occidentali rispetto a quelli occidentali. Il nostro potere quindi che pensavamo di avere nella parte che risultava essere di potere enorme nei confronti di tuti gli altri, dalla parte che eravamo insieme agli altri paesi e che chiamavamo Occidente, parte dalla supremazia degli Stati Uniti, che diventavano per tutto l’Occidente un punto di riferimento, oggi non c’è più. E lo dimostrano profondamente il comportamento del Presidente degli Stati Uniti, che si sta mettendo contro il mondo intero, come se fosse oggi nella situazione di un periodo in cui gli Stati Uniti avevano il potere quasi assoluto nel mondo intero e oggi quel potere non ce l’ha più. Bisogna comprendere questo aspetto fondamentale della crisi di oggi. Il capitalismo era diventato il punto di riferimento di tutto l’occidente, creando una società liberista, fino ad arrivare ad una società ultra liberista, come si capisce da troppi anni. Tutti i diritti che erano scritti nella nostra Costituzione hanno potuto diventare reali solo dopo circa 25 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, in cui il nostro paese è rimasto sconfitto, subito dopo la sconfitta e la resa delle truppe tedesche, che avevano distrutto quasi l’intera Europa, compresa la Russia, per cui il nostro Paese che comunque è stato sconfitto nella guerra, ha avuto la possibilità, grazie alla guerra partigiana contro i fascisti e contro i nazisti, di essere dalla parte della ragione, e conseguentemente, noi italiani grazie proprio alla vittoria dei partigiani, abbiamo potuto essere liberi di creare noi la nostra Carta Costituzionale, per la quale ancora oggi siamo capaci di decidere il nostro destino, e così abbiamo costruito la nostra Carta Costituzionale. Ma soltanto dopo molti anni, e siamo arrivato alla fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, siamo riusciti a trasformare quei valori e quei diritti fondamentali scritti nella nostra Carta Costituzionale in fatti concreti, come quelli della riforma sanitaria, che molti si sono dimenticati, come quelli del lavoro come la legge 300, come quelli della famiglia che è stata modificata profondamente. Insomma quel periodo a cavallo degli anni 60 e 70 ci hanno permesso di diventare un Paese veramente civile. Ma come dimostrano i dati statistici che abbiamo già da molti anni a disposizione perché molti studiosi hanno studiato quei periodi, oggi siamo sicuri che dal 1974 in poi i dati economici, ed in modo particolare quelli riguardanti la disoccupazione, in Italia ed in Francia, ma diciamo in tutta l’Europa, e nel mondo occidentale, quindi anche negli Stati Uniti d’America, è andata aumentando, così come già aveva studiato un grande economista francese, Maurice Allais, il quale aveva scritto dei libri su questo problema. Maurice Allais, premio Nobel per la scienza economica, francese, ha praticamente studiato il periodo dal 1950 al 1995, e voglio ricordare che la sua morte è avvenuta alla fine del 2008, e i questo studio ha verificato che dal 1950 al 1974, la disoccupazione è rimasta all’incirca costante, annualmente, perché ovviamente la linea non è mai lineare, ma comunque se facciamo una regressione nel tempo, la curva di regressione è diciamo pressappoco costante. Dal 1974 invece la disoccupazione ha incominciato ad aumentare, prima lentamente e poi sempre più rapidamente, fino a diventare quasi con una curva verso l’infinito, e questo periodo di ascesa quasi verso l’infinito si trova pressappoco negli anni 2007-2008. Basterebbe cioè studiare la curva con una regressione rispetto al tempo per comprendere questa equazione dei valori della disoccupazione rispetto al tempo per capirlo facilmente. Che cosa è accaduto affinchè gli scienziati, cosiddetti economisti, non hanno interpretato quello che invece è riuscito a far Maurice Allais, che quando ero morto in Francia si erano perfino dimenticati che fosse uno scienziato e che avrebbe dovuto essere ricordato come un grande della scienza moderna, pur essendo uno studioso, non marxista come me, ma liberale, anche se nei suoi libri, faceva soprattutto riferimento proprio a Marx, ma anche ad altri ovviamente. È lui che ha ripreso un argomento che io personalmente non avevo ancora studiato e che riguardava il denaro dal nulla. Oggi sento parlare di questo argomento, ma moltissimi non sanno nemmeno che cosa sia. Il denaro infatti deve rappresentare questioni concrete, e quindi in funzione di qualcosa reale, ci deve essere il denaro. La produzione di denaro deve essere in funzione della ricchezza prodotta, per cui nel mondo la quantità di denaro deve rappresentare questa ricchezza. Ma se invece di fare come si faceva prima ad un certo punto si decede di creare il denaro dal nulla, che cioè non rappresenta beni e servizi prodotti veramente, quello che si produce nel nostro pianeta è molto inferiore a quello che viene determinato dal danaro prodotto dal nulla. Gli Stati Uniti d’America lo sanno meglio di tutti. La quantità di dollari che circola nel mondo è enormemente maggiore della sua capacità economica, fermo restando che ancora oggi, gli Stati Uniti detengono una quantità enormemente più alta di armi nucleari e di altre armi da guerra rispetto a tutti gli altri paesi del mondo compreso quelli europei. Questo non si chiama il rispetto delle regole fra i paesi del mondo, ma si chiama in un altro modo. E’ coke se dovessimo giocare a poker, egli Stati Uniti avessero a disposizione solo loro i colori per fare il poker, e a casa nostra avremmo deciso di non farli giocare, come dovremmo fare realmente oggi. Le guerre si combattono per vincere. Ma se per vincere impedisco gli altri di nemmeno difendersi, allora vi è una questione grande di democrazia che non c’entra niente con il Comunismo, anzi sembrerebbe che rispetto agli Stati Uniti d’America da troppi anni questo paese non si renda nemmeno conto che è fuori dalle regole che lei stessa ha cercato di mettere per tutti, e che quelle regole che erano sue non serva più. Insomma diciamo che gli stati Uniti d’America che erano punto di riferimento fino a pochi anni fa, oggi non lo è più, e tanti paesi, anche dell’Europa, incominciano già da tempo a rendersene conto al punto che ci sarebbe veramente bisogno di costruire quella nuova Europa che avevamo sognato da prima della seconda guerra mondiale, per trasformare questa Europa finalmente in un nuovo Stata che deve poi chiamarsi Stati Uniti d’Europa, e che permetterebbe all’Europa di diventare finalmente un punto di riferimento a livello internazionale facendo quel collante che permetterebbe di dialogare con tutti i paesi del mondo contro la guerra e contro il terrorismo, quello vero, non quello che spesso gli stessi Stati Uniti d’America hanno pagato per fare cose incredibili in vari Stati, e noi lo sappiamo dalla storia del mondo le cose che hanno fatto.
Una volta che abbiamo capito che dal 1974 in poi la disoccupazione è sempre aumentata, ci dovremmo chiedere come mai non abbiamo dai dati statistici capito questo dilemma. Ma è molto più semplice di quello che crediamo. Basta modificare le formule delle statistiche. Faccio un esempio molto semplice che tutti dovrebbero già conoscere e non capisco come sia possibile che questa cosa non venga capita ancora. Se negli anni 70, per essere occupato in un luogo di lavoro, era indispensabile statisticamente parlando che chi lavorava dovesse lavorare 8 ore la giorno per tutto l’anno, poi è accaduto che si arrivasse, anche grazie a Berlusconi a dire che per essere occupato bisognava lavorare almeno 1 ora di lavoro mediamente al giorno per tre mesi. Non voglio spigare oltre perché credo che già questo concetto è chiarissimo. Ancora oggi è così. Quindi per 1 ora al giorno per tre mesi significa che chi ha un contratto di questo tipo lavora per un quarto d’anno, più per un ottavo di giorno, quindi la sua retribuzione risulta essere uno stipendio diviso per 32. Ovvero se uno guadagna 1000 euro al mese, che fanno 13.000 euro all’anno, significa 406.22 all’anno. E secondo voi questo significa occupazione. Ma soltanto questo dimostra quanto siano falsi i dati messi a disposizione dei cittadini. Basta entrare nel sito dell’Istat che spiega queste semplici cose per capirlo. Eppure i politici che siedono in parlamento, così come siedono nelle altre istituzioni non possono non sapere queste cose. Se non le sanno è meglio che se ne vadano a casa, invece di prendere stipendi che non sono questi di cui sto parlando. Questo è solo un esempio. Molti di noi hanno dei figli che hanno dovuto spostarsi ogni volta che avveniva quello di cui sto parlando. È letteralmente una vergogna. Chi lo sa dovrebbe quindi parlarne più spesso, perché molti cittadini queste cose non le sanno per niente, e guardano in televisione i loro politici preferiti i quali se ne fregano completamente, o perché sono ignoranti e questo è grave, o perché se ne fregano, e questo è ancora più grave. Possiamo anche immaginare poi quando parlano di economia e di migliorare la vita degli esseri umani, di quello che è indispensabile per vivere meglio. C’è da mettersi le mani nei cappelli. La vita degli uomini in una società complessa non è la stessa cosa della vita deli uomini primordiali, e la complessità della nostra vita è per questo molto più difficile, anche se proprio in una situazione in cui abbiamo una vera rivoluzione tecnologica dovremmo tutti, nessuno escluso stare molto meglio di prima. Avremmo a nostra disposizione più tempo per liberarci anche dal lavoro, invece di vedere oggi lavoratori che lavorano con sempre più straordinario e tra le altre cose, lavoro non pagato.
Riprendo il discorso sull’aumento della disoccupazione. Quando siamo arrivati alla crisi del 2007-2008 che ovviamente proviene come sempre dagli Stati Uniti d’America che ha invaso il mondo di soldi che non esistono, bene siamo entrati finalmente nella fase finale. Siamo infatti entrati in un tunnel dal quale non ne siamo usciti più. Come sia possibile che non riusciamo a comprendere che le crisi dal 1974 in poi sono diventate punto di riferimento per comprendere che quelle crisi sono diventate sempre più vicine una dall’altra, e questo soprattuto dal periodo della crisi della Fiat del 1980, queste crisi sono state presenti sempre più spesso, Finchè nel periodo successivo al 2007-2008 l’ultima crisi dalla quale ancora non siamo usciti, e non ne usciremo più, è questa crisi permanente che praticamente dimostra finalmente in maniera evidente a tutti, nessuno escluso che questa società è ormai nella sua fase finale. Chi crede ancora che non sia così, sta profondamente sbagliando; tutto quello che è accaduto nel passato si ricompone nello stesso modo e contemporaneamente in modo anche diverso. Perché le crisi, anche se sono simili, sono comunque diverse, per ovvie ragioni. Una cosa è la rivoluzione industriale che ha cambiato profondamente il lavoro e la società rivoluzionando i rapporti di produzione, ma creando una società di diseguali tra i più ricchi e i più poveri. E quella società ormai deve essere sostituita da una migliore, ma soprattutto di persone in carne ed ossa che hanno una nuova proprietà di valori di esseri uguali e non differenti come abbiamo in questa società in cui ormai le diseguaglianze sono andate alle stelle. Ascolto sempre i commenti di giornalisti e di politici, di istituzioni nazionali ed internazionali, che parlano come se questa società debba essere salvata a tutti i costi, senza considerare che in pochissimi anni grazie al capitalismo siamo riusciti a distruggere le nostre bellezze, i nostri prati, la nostra terra, i nostri boschi le nostre foreste, i nostri fiumi e i nostri laghi, i nostri mari, i nostri oceani, i nostri poli insomma tutte le nostre bellezze del nostro pianeta, in un tempo talmente piccolo, che mi piace dire come un periodo storico pari allo sbattere delle ali di una farfalla, cioè niente. Se noi non smettiamo di continuare a portare avanti questa politica distruttiva, le nostre future generazioni non potranno più vivere come prima. Ma nello stesso tempo questa nuova società che è nata già con la rivoluzione tecnologica, ci può permettere di fare dei cambiamenti, che possiamo anche chiamare un’altra nuova rivoluzione che permetta finalmente di lasciare in pace la vecchia società nata dalla rivoluzione industriale, e che da molti anni sta morendo sempre più velocemente e noi oggi abbiamo questa opportunità che non possiamo lasciare al tempo futuro, prima che sia troppo tardi. Noi anziani, con le nuove generazioni, da una parte con la nostra memoria storica che abbiamo voluto mantenere, per consegnarla alle future generazioni, come abbiamo sempre fatto, e le nuove generazioni che stanno entrando nell’età adulta e che possono darci il loro contributo migliore per trasformare una società morente con una nuova società nata già dalla rivoluzione tecnologica. Abbiamo una prateria di fronte a noi. Non lasciamola alle nostre spalle.
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sandro caddeo
Saturday, 16 May 2020 16:22
Ho letto attentamente l’articolo di Alessandro Mustillo, e al di là di alcune sfumature, è sicuramente molto attento alle questioni di una società di grave decadimento morale, politico, storico, economico e sociale, e i suoi ragionamenti lo dimostrano. Ma ci sono delle questioni che secondo me, avrebbero dovuto essere messe a disposizione di tutti, proprio a causa, non tanto del CoronaVirus che ci ha portato ad una guerra contro un nemico invisibile, in una situazione di gravissima crisi economica e sociale inaudita da moltissimi anni. E per questo ho pensato che, di fronte alla distruzione sempre più avanzata della morte del nostro pianeta, visto che tra le altre cose, non solo le grandezze economiche e sociali stanno diventando sempre più piccole, ma nello stesso tempo le diseguaglianze sociali ed economiche stanno aumentando in maniera incredibilmente alte, e noi stiamo tutti facendo finta di niente. Eppure abbiamo a disposizione i numeri, le cosiddette statistiche che sono nei siti istituzionali e che sono quindi a disposizione di tutti. Lo so che non tutti hanno studiato statistica, non tutti hanno studiato filosofia, una delle materie fondamentali per la società da sempre, non tutti hanno studiato matematica a livello universitario, soprattutto se insieme alla matematica si sono studiate le materie scientifiche, dalla fisica, alla chimica, alla stessa matematica pura, fino ad arrivare alla scienza economica. Tutti coloro che hanno studiato da sempre, fin dall’antichità queste materie, che ovviamente, con i secoli che sono passati, sono diventati sempre più vicini alla realtà grazie soprattutto al miglioramento della matematica e della filosofia, fino ad arrivare alla rivoluzione tecnologica. Il fatto stesso che tutto questo è avvenuto, chiunque, dovrebbe chiedersi: “Ma per quali motivi siamo dentro una vera e propria rivoluzione tecnologica, per cui ciascuno di noi potrebbe vivere enormemente meglio rispetto a prima, e invece è accaduto esattamente il contrario, ovvero dal 1974 fino ad oggi, abbiamo avuto un percorso che inizialmente la disoccupazione è aumentata lentamente ma poi dagli anni 80, tale disoccupazione è aumentata sempre più rapidamente, al punto che dal 2007-2008 a causa della gravissima crisi proveniente dagli Stati Uniti d’America che ha inondato di denaro inesistente, che come spiegava il grande economista Maurice Allais, premio Nobel per la scienza economica, morto alla fine del 2008, tale denaro inesistente lo chiamava semplicemente “denaro nato dal nulla. Dietro quel denaro cioè non c’era niente. Il danaro è sempre stato un elemento che aveva valore in funzione della produzione di beni e servizi che servono a chi deve vendere e a chi deve acquistare i prodotti che vengono venduti. E questo, al di là del baratto, dove io ti do una mela e tu mi dai un arancio, oppure io ti do 10 uova e tu mi dai 1 chilo di pane, al di là di chi acquista e quindi anche vende il prodotto che gli serve. Il denaro non è nato nella società capitalistica, la quale ha rivoluzionato il mercato attraverso la grande industria che ha permesso di fare un salto enorme rivoluzionando il mercato internazionale. Ma come tutte le società che sono nate prima della nostra, che è proprio quella che nasce, come poi ha spiegato benissimo nel suo Capitale Marx, da quella rivoluzione industriale, alla fine deve anche questa società morire. Bene, se guardiamo alla storia da sempre sono accadute delle rivoluzioni. Sono nate delle società dal niente, come per esempio, l’impero Romano che dal niente è diventato il grande impero che poi, dopo centinaia di anni, in un battito delle ali di una farfalla, in tempo storico ovviamente, si è prima sfasciato in due, e poi definitivamente è scomparso, ma è chiaro che la scomparsa di una società, come anche quelle precedenti, non hanno fatto morire la società fatta da uomini e donne, al loro posto sono arrivati quelli che noi, quando eravamo bambini e studiavamo nelle scuole elementari e medie, leggevamo nei nostri libri di storia che chiamavamo popoli barbari. Ma quei popoli barbari che si sono succeduti, hanno permesso a quelle società di uomini e di donne, di migliorare il loro vivere. Questa vita e contemporaneamente questa morte che viene sostituita da nuova vita è continuata nella nostra storia. Così come accade a ciascuno di noi, esseri umani che nasciamo, diventiamo bambini, poi ragazzi poi uomini, poi arriviamo alla nostra massima capacità e poi inesorabilmente invecchiamo, prima lentamente e poi sempre più rapidamente, fino al nostro naturale destino, ovvero la morte. Già perché quando siamo nati, al di là delle nostre capacità cognitive, una cosa è certa, il nostro confine e la nostra fine della vita è la morte. Nessuno sa quando morirà, ma una cosa è certa, il nostro destino finale è proprio la nostra fine di vita, ovvero la morte. Lo stesso grande Re francese, chiamato il Re Sole, era considerato come se fosse un Dio e aveva il potere della vita e della morte dei suoi cittadini, che fossero vassalli, principi o servi, non faceva nessuna differenza. Ma alla fine anche lui è morto, come tutti gli uomini, o le donne. In fondo gli esseri umani hanno lo stesso destino, quando nascono alla fine muoiono, e forse questa è la sola cosa che ci accomuna. Tutte le altre che sono dentro la nostra vita sono soltanto ed unicamente distinte dalle diseguaglianze. La politica purtroppo non è capace di diffondere giustizia per cui gli uomini e le donne, e purtroppo anche i bambini sono diseguali e non sono certamente capaci di poter difendersi da soli, come dicono i liberisti che più liberisti di così non si può, alla faccia della nostra Carta Costituzionale. E per chiudere questa questione che riguarda l’aumento vertiginoso della diseguaglianza che facciamo finta di riuscire a risolvere, come se si potesse fare con un colpo di spugna, dimenticandoci le motivazioni che hanno portato a questo squilibrio straordinario, ci devono portare ad un’analisi seria, direi rivoluzionaria per riprendere i diritti delle persone e per permettere a tutti i cittadini del mondo di essere cittadini a pieno diritto. E per farlo dobbiamo cacciare tutti quelli che lo impediscono di fare. Se non lo faremo, sarà solo ed esclusivamente colpa del pensiero liberista, spinto al punto di riprendere la politica degli anni 20 quando si è pensato che l’unico modo di poter respingere le rivoluzioni socialiste e comuniste venute dalla Russia, e non solo, era la dittatura, facendo ritornare indietro nella storia tutto il mondo attraverso il fascismo ed il nazismo, con le guerre terribili che hanno distrutto mezza Europa con decine di milioni di morti, comprese lo sterminio nei campi di concentramento in Italia, prima di tutto, e in Germania in termini assoluti, che ancora oggi non possiamo mai dimenticare, perché quegli stermini gridano vendetta, mentre alcuni di noi occidentali, pretendono di avere come punto di riferimento quella storia, vergognosa, che nessuno di noi ha il diritto di dimenticare. Ne va, non tanto per la nostra memoria che come sappiamo spesso cercano di cancellarla, ma non potranno mai riuscire a farlo, ma ne va del nostro destino, perché il nostro futuro è sicuramente migliore rispetto al nostro passato. Alla faccia di chi crede il contrario.
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