Mrs. Brexit, I suppose
di Militant
Salviamo il compagno Boris! Massima solidarietà, nonostante le evidenti differenze politiche, al bizzarro Johnson, che si trova impossibilitato a dar seguito al preciso mandato popolare: l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. È difficile rintracciare, volgendo gli occhi al passato, una simile ostinazione, da parte delle élites economiche e culturali, nel negare la soluzione scelta dalla cittadinanza. In effetti un altro esempio esiste, peraltro recente: quello catalano, dove pure una importante riconfigurazione della polity di una comunità, avvenuta attraverso metodi liberal-democratici (referendum, pure lì), viene rifiutata perché… sbagliata! Il popolo ha votato in modo contrario agli interessi dell’alta borghesia… cambiamo il popolo! Questa battuta girava tanto quando il target – Brecht adiuvante – era il Comitato centrale, viene taciuta adesso, quando troverebbe una concretizzazione clamorosa e ripetuta.
In Catalogna Puigdemont e i suoi fedeli sono finiti in prigione, in Inghilterra non siamo (ancora) arrivati a tanto, ma la Brexit ha già fatto cadere due premier (corrispondenti ad altrettanti leader del Partito conservatore) e si appresta farne cadere un terzo. Inoltre ha soffiato tra le ceneri del Partito laburista e ha sfasciato il campo politico di Scozia e Irlanda. Non male per un referendum il cui esito deve ancora essere implementato…
Più ancora del caso catalano (forse perché rimane un abisso, in termini di legalità democratico-rappresentativa, tra Regno Unito e Spagna), a Londra si può toccare con mano la disperazione alto-borghese per la decisione popolare. Abbiamo sentito con le nostre orecchie un docente inglese fare questo limpido ragionamento: “Dobbiamo votare un’altra volta perché, a tre anni dal primo voto, l’esito può cambiare: in questi tre anni saranno morte alcune persone anziane che avevano votato per la Brexit e saranno diventati maggiorenni molti giovani che sono a favore dell’Unione Europea.
Se prima eravamo cinquanta e cinquanta, questi cambiamenti possono averci fatto superare la soglia!”… Prolungando il ragionamento, si potrebbero far votare i dodicenni che ascoltano MTV e organizzare l’eutanasia di massa per i vecchi che vivono in campagna… così, giusto per stare più sicuri…
Ma andiamo alla carta stampata, che continua a rappresentare la cartina di tornasole delle opinioni liberal-democratiche: il settimanale “Internazionale” – organo ufficiale dei sinceri democratici con tendenze alla vacanza all’estero – dà spazio a un articolo veramente illuminante di Martin Fletcher (da “New Statesman”), molto equilibrato nel definire l’attuale situazione britannica come “grottesca e disastrosa, un epico atto di autolesionismo provocato non da una guerra o da una catastrofe naturale ma dalla stupidità”. Secondo il giornalista-scriba i manifestanti pro Remain dello scorso 23 marzo (un milione di persone, ma nel Regno Unito gli aventi diritto al voto sono circa quaranta milioni) e i cinque milioni di sottoscriventi – sul sito del Parlamento europeo… – l’appello per revocare l’art. 50, che attiva l’uscita (sempre contro i 40 milioni circa di aventi diritto al voto, comunque) sarebbero “persone sensate”, mentre chi vuole uscire dall’UE un “nemico del popolo”. Curioso l’utilizzo di questo termine in bocca a un esponente dell’élite, che infatti lo usa al contrario… Fletcher prosegue la sua analisi, spiegandoci perché si è arrivati a questo impasse: “Il peccato originale lo ha commesso David Cameron, primo ministro conservatore dal 2010 al 2016, che oggi è impegnato a scrivere le sue memorie e ad arricchirsi grazie alle conferenze che tiene in giro per il mondo. I britannici non hanno mai chiesto a gran voce un referendum sull’appartenenza all’Unione Europea. Cameron lo ha indetto per un solo motivo: compattare il Partito conservatore e tenere a freno l’Ukip, il partito nazionalista e antieuropeo di Nigel Farage. Ha offerto a un elettorato male informato una scelta secca – dentro o fuori – su una questione straordinariamente complicata e di rilievo costituzionale, senza neanche prevedere un quorum del 60 per cento perché il voto fosse valido”.
In poche righe abbiamo un distillato di riflessione elitaria, supponente, classista e… rosicona! In sostanza, la filigrana dell’affermazione può leggersi nel modo seguente: ‘Non bisogna far votare il popolo, a proposito dell’Unione Europea, perché altrimenti il risultato sarà sempre negativo’: i referendum costituzionali del 2005 in Francia e Olanda, d’altro canto, sono una prova empirica di questa affermazione. Piuttosto, è interessante notare come nel giro di pochi lustri si sia passati dal votare addirittura una “quasi-Costituzione” dell’UE (bocciata, bocciatissima) al decidere sulla permanenza o meno di uno Stato membro. Stessa modalità decisionale (referendum ieri e referendum oggi), stesso risultato (voto anti-europeo), stessa irriducibilità da parte del ceto politico ad accoglierne l’esito. Andiamo avanti: Cameron avrebbe commesso un errore strategico, indicendo una consultazione su una tematica di politica estera, partendo da obiettivi di politica interna (togliere il terreno sotto ai piedi a Farage). Qui non vediamo dove sia il problema, perché storicamente il referendum è uno strumento che si presta a un doppio livello di utilizzo, uno formale e uno sostanziale. Renzi non voleva forse imporre un plebiscito sulla sua figura mediante un referendum costituzionale? [Quante soddisfazioni, quel voto…]. Fletcher continua con la retorica del cittadino “male informato” (‘Si informi, caro Cittadino, si informi’, pare sentirlo dire), per poi concludere con un sano pragmatismo: bisognava mettere una soglia di sbarramento più alta, era necessario porre ulteriori ostacoli. Ad esempio, si poteva limitare il voto ai manager della City oppure agli studenti di Oxford, a quelli che lavorano in un posto in cui c’è il tavolo da ping pong per farsi venire le idee e le pareti sono tutte colorate. Cose così, insomma. Invece hanno votato i pensionati, quelli dello Yorkshire, i disoccupati, quelli che portano le pizze a quelli che lavorano vicino al tavolino da ping pong e che magari vogliono qualche chance in più per fare il lavoro di cameriere o di barista al pub, magari senza la concorrenza italiana o polacca.
Sull’abbrivio di una simile partenza, Fletcher continua con la sua fantasiosa descrizione dell’esito del referendum del 23 giugno 2016: “ciarlatani, furfanti e demagoghi” hanno fatto emergere “gli aspetti peggiori del carattere britannico: la xenofobia, l’ultranazionalismo, l’aggressività, l’insularità [sic! Magari se fossero stati una penisola come la Danimarca avrebbe vinto il Remain!], l’arroganza e il perverso, testardo orgoglio della propria ignoranza”. Beh, c’è poca politica e molto folklore in questa descrizione. Il resto è anche peggio: una summa dei luoghi comuni che accompagnano, da un decennio a questa parte, i voti “sgraditi”: c’è l’influenza di Putin, ci sono i consulenti malvagi di Trump, le fake news – relative soprattutto alla facilità della futura trattativa per l’uscita [fermo restando che le difficoltà sarebbero state poste, successivamente, dai tifosi del Remain e dalle istituzioni] – c’è l’appoggio alla May definito “imbarazzante” fornito dal Partito unionista democratico, ottenuto in cambio di miliardo di sterline per l’Irlanda del Nord [eppure quando l’Ulster veniva beneficiato da trasferimenti monetari senza eguali nelle altre nazioni del Regno, per togliere ossigeno dalla rivolta dell’IRA, la mossa fu giudicata un capolavoro politico], poi si arriva a Corbyn e al Partito laburista, accusato di essere “un sostenitore della Brexit che finge di voler restare nell’Unione”… Magari, verrebbe da dire… In realtà è condivisibile quanto scritto da un altro commentatore citato da Fletcher, a proposito dei Laburisti: “Un’opposizione che si nasconde”, ma va tradotto in una prospettiva opposta. Corbyn, infatti, si era trovato nell’irripetibile condizione di essere il vero artefice della Brexit, “recuperando” da una iniziale timidezza, con l’aggiunta – in omaggio – di arrivare alla probabile vittoria elettorale. Si è ben guardato dal compiere un’impresa possibilissima, mostrandosi indeciso e imbarazzato, proprio quando serviva fornire anche quelle certezze che non si avevano. In versione “Sor Tentenna”, Corbyn ha finito per scontentare tutti: la pancia del suo elettorato, che è sostanzialmente contraria all’Unione Europea (altrimenti non si capisce da dove siano giunti, tre anni fa, tutti quei voti per il Leave), e persino i moderati della buona borghesia, che ieri non si sono fidati del suo rimanere a metà del guado e che neppure oggi si fidano, nonostante l’ufficializzazione della richiesta di un secondo referendum. Richiesta suicida, evidentemente, e avvenuta fuori tempo massimo: troppo tardi per evitare la sconfitta alle Europee, probabilmente in tempo per assicurare la sconfitta alle nuove Politiche a cui sembra destinato il Paese, a meno che Boris Johnson non proceda come un bulldozer, sempre che non faccia la fine di Puigdemont. Non abbiamo abbastanza elementi per capire il perché di così poca lucidità in Corbyn, a cui va riconosciuto, come parzialissima discolpa, che da sempre gode di una pessima stampa: venne accusato di essere “vetero-comunista”, quando prese la guida del Partito, viene accusato di essere “modernista” da quando ha prodotto la giravolta pro-UE. Sarebbe semplice, dal nostro punto di vista, tacciarlo sinteticamente come “traditore della classe operaia” oppure ricordare come il partito che ha elaborato, al suo interno, l’ultima ciambella di salvataggio per una socialdemocrazia già in crisi (la “Terza via”, che Giddens mise in bocca a Tony Blair, baronetto mancato) non poteva certo essere quello che affossava da sinistra l’UE, ma il problema è più complesso: in parte chiama in causa sicuramente la complessità interna del Partito, diventato sempre di più – come in tanti altri casi europei – “omnibus”, capace cioè di essere colonizzato internamente da interi gruppi (non necessariamente vicini alle posizioni della sinistra radicale), che alzano il livello della sfida, rispetto al tempo delle semplici correnti, e lo rendono semplicemente ingovernabile oppure – che è peggio! – ostaggio dei sondaggi, del “sentiment” sui social e dei trend topic. “Con un leader laburista un minimo più capace, il Regno Unito non avrebbe mai votato a favore della Brexit”, dice Fletcher; “con un leader laburista un minimo più capace, il Regno Unito sarebbe già fuori dall’Unione Europea”, diciamo noi, e aggiungiamo anche che ciò sarebbe avvenuto senza colpo ferire, a livello di qualità della vita, soprattutto per le masse popolari. I dati parlano chiaro, per quanto si riferiscano a indicatori assolutamente parziali e “impopolari”: il Regno Unito nell’ambasce per la Brexit ha avuto nel 2017 un PIL pro capite pari a 39.700 dollari Usa. Era di 39.500 euro nel 2013, quando l’uscita dall’UE non era ancora all’orizzonte: se consideriamo che l’attuale situazione di incertezza è addirittura peggiore, per gli onnipotenti mercati, di un Leave o di un Remain, gli allarmi su un immediato default economico paiono infondati. Anche la crescita (limitata) dell’inflazione, tra l’altro, andrebbe annoverata tra le performance positive, almeno stando alle aspettative che gli economisti rivolgono da tempo all’UE. Bisognerebbe chiedersi, piuttosto, come mai quel PIL pro capite fosse di ben 45mila dollari nel 2007, nonostante la fase politica inglese stesse conoscendo il travagliato passaggio da Blair a Gordon Brown, e sia poi sceso drammaticamente. È questa, semplicemente, una delle ragioni che hanno condotto la maggioranza dei britannici, tre anni fa, a ribaltare idealmente l’esito di un altro referendum, quello che nel 1975 confermò la presenza del Regno Unito nella Comunità europea: all’epoca l’economia inglese, tra le cenerentole della CE, guardava con invidia il resto dell’Europa comunitaria e decise, quindi, di continuare a farne parte, sperando di beneficiarne. Nel 2016 era cambiato il Regno Unito, ma era cambiata anche l’Europa: più larga, più divisa e con molti Stati membri più poveri dell’Inghilterra. Concreto, quindi, il rischio di finire risucchiati giù, piuttosto che aiutati a innalzarsi.
Continuiamo, però, con Fletcher, vessillo dell’upper class che vuole rimanere attaccata ai suoi privilegi come un gabbiano alle scogliere di Dover. Dopo aver paragonato i Brexiter ai bolscevichi del 1917 e ai rivoluzionari francesi del Settecento (troppa grazia, qui scende la lacrimuccia di commozione…), il nostro eroe adombra minacce che pensavamo essere prerogativa degli scriba italiani: “È estremamente improbabile che i fautori dell’uscita possano convincere un milione di persone a scendere in piazza o che un’eventuale manifestazione a favore della Brexit si svolga in modo allegro e pacifico”. Insomma, o sono pochi, questi estremisti, o sono cattivi e violenti, ben lontani dai gioiosi, democratici ed entusiasti giovani europeisti. È la vecchia storia: provare con l’estetica a imporre quei contenuti che la materialità dei fatti esplicitamente nega.
Più interessanti, a questo punto, i ragionamenti proposti da Remainers maggiormente sofisticati, come quelli che si interrogano sui limiti del sistema elettorale inglese, da sempre portavoce ufficiale del maggioritario con collegi uninominali: come si deve comportare quel laburista – in cuor suo europeista – eletto in un collegio a maggioranza Brexit? Pare non siano pochi i parlamentari in questa condizione, tanto da far emergere – si potrebbe dire ‘ufficializzare’ – la separazione tra rappresentanti e rappresentati nel sistema politico britannico. A chi spetta l’ultima parola? Alla piena espressione della sovranità popolare oppure al meccanismo della rappresentanza, che pure è esplicitamente previsto, all’interno delle democrazie liberali? Cosa fare, inoltre, nel caso del referendum del 23 giugno 2016, quando – si calcola – andarono a votare tre milioni di britannici che solitamente disertano le urne? La democrazia diretta si è presa la sua definitiva rivincita su quella rappresentativa?
Accanto alla teoria politica, però, ci interessa la prassi: adesso cosa succede? Una Brexit compiuta assumerebbe le sembianze del sol dell’avvenire? Sicuramente no, dal momento che Boris Johnson già minaccia politiche ultra-liberiste, magari stringendo un patto mortale con Trump, e che l’accozzaglia dei mille motivi per fuggire da Bruxelles comprende aspetti poco condivisibili. Fare politica, però, significa avere una progettualità che consenta al movimento delle cose reali di passare attraverso tappe intermedie, quando non ci sia lo spazio per procedere spediti. Una di queste tappe, indifferibile, consiste nel rompere la gabbia dell’Unione Europea con ogni mezzo necessario. Il grimaldello, in questo caso, verrebbe fornito da un Paese che ha da sempre uno “statuto speciale”, come Stato membro dell’UE. Nonostante questo, la sua cittadinanza chiede di uscire e crea un rompicapo che è stato definito “la più complicata questione con cui la Gran Bretagna si è trovata a confrontarsi dai tempi della II Guerra Mondiale”.
Lo conferma il caro Fletcher e il suo finale con il botto: “Se questo non succederà [rimanere nell’Unione Europea alle attuali condizioni], il Regno Unito – impoverito, emarginato e ridimensionato – sgattaiolerà via con la coda tra le gambe dal più grande esperimento di cooperazione multinazionale che il mondo abbia mai tentato”. Applausi. Sipario.










































Comments
I ruoli sono impersonali quantunque modificabili proprio perché il capitalismo si rivoluzione continuamente.
Il suo punto di crisi non consiste perciò nel soggetto capace di rivoluzionare i suoi meccanismi, ma le sue stesse leggi che lo stanno portando a una crisi irreversibile e sistemica che lo farà implodere.
Michele Castaldo
non credo proprio che i miei vicini di casa siano i principali azionisti dei gruppi di potere a cui ho fatto riferimento.
E' vero è che negli ultimi anni c'è stata una spinta per spostare i piccoli risparmiatori verso i mercati finanziari, soprattutto in paesi (tipo in Italia) poco propensi a forme di investimento che prevedono guadagni in conto capitale. Affermare, però, che dietro a determinate concentrazioni di capitale ci siamo tutti noi - intendo la classe lavoratrice - è alquanto semplicistico. Che dire allora del credito al consumo? I ceti medio-bassi, fortemente impoveriti, sono stati costretti a ricorrere in misura sempre maggiore a prestiti ed indebitamenti, ma non per questo mi sento di dire che tali classi sono "nome e cognome" degli attori principali dei mercati. Semmai le vittime. No, io mi riferivo a quelli che Braudel definiva i "piani alti" del capitalismo, quelli dove appunto vengono fatte le scelte strategiche e che poi vengono subite dagli altri attori sociali,
Bene, adesso non intervengo più in questa discussione perché vado allo stacco dei dividendi di azioni che non sapevo di possedere....
E chi sono questi azionisti ? Esclusi i nullatenenti, sono persone di qualsiasi estrazione sociale, dal grandissimo al piccolo possidente di capitale mobile : e la grande maggioranza di quelle azioni sono possedute da milioni di persone di classe media ( e anche medio bassa ) che investono i loro risparmi ( tramite i loro consulenti finanziari e/o le loro banche ) in fondi di investimento e altri strumenti finanziari.
E quale cittadinanza hanno questi azionisti ? Qualsiasi. Probabilmente uno di loro è il tuo vicino di casa.
Sono proprio le formule "Elite sovranazionali versus popolo" , "capitale sovranazionale versus capitale nazionale" etc ad essere false ( oltre che palesemente reazionarie ).
mi spiace che la tua compagna abbia l'aerofagia. Si può curare. Quello che non si può curare è l'incapacità di comprendere quello che si legge,
Nessuno ha parlato di complottismi, I poteri a cui faccio riferimento hanno nome e cognome, la definizione di "elite", per quanto infelice, serve per riassumere, purtroppo qui lo spazio è limitato.... Con il termine "elite economica" il riferimento è ovviamente alla Comunità Europea, al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Centrale Europea. Meglio agli interessi che sottendono queste pseudo-istituzioni, che so possiamo citare le banche d'affari: Credit Suisse, Goldman Sachs, JB Morgan, Morgan Stanley, ma anche banche commerciali come Santander, BNP Pariba, Crédit Agricole, Deutsche Bank, ABN AMRO (ma anche la nostra Intesa e Unicredit). Nelle "elite" aggiungerei, se sei d'accordo, anche il cosidetto capitalismo familiare, tipo la famiglia Quandt (BMW) e Porsche (sa van sa dir...) Ma anche gruppo Henkel (non hai idea che razza di brand possiede....) la famiglia Michelin, Peugeot, Lagardere (aerospaziali e armamenti), Bouygues (costruzioni e telecomunicazioni), Defforey (e sì proprio quelli del Carrefour....) Pinault, Bettencourt (l'Oreal!). Ci sono anche Ferrero e Benetton....Poi ci sono le grosse realtà dell'intrattenimento tipo Endemol.... etc...etc...etc...
L'elenco è molto lungo, a volte per pragmatismo è meglio sintetizzare, per non stare a citare le principali concentrazioni capitaliste che detengono chiaramente le redini dell'economia anche grazie ai fenomeni di lobbing che tali realtà esercitano sulle varie commissioni delle UE al fenomeno delle sliding doors, che vede spesso personaggi delle società private rivestire funzioni pubbliche....Ecco, per tutto questo noi sovranisti storpiatori di Marx usiamo, per sintesi, parole tipo "elite", poteri forti, concentrazione di capitale, etc...
Ma girala come vuoi, questi soggetti sono quelli che difendono l'interesse del capitale e che mettono in gioco tutti i fattori antagonistici che possono frenare l'erosione del loro profitto.... Marx ne aveva evidenziati, se non ricordo male 6, non vorrei ristorpiarlo e sicuramente tu li conosci a memoria...Sono coloro che ti fanno credere che l'UE è sinonimo di crescita quando in realtà (almeno nel ns. paese) i principali indicatori economici, nel medio lungo periodo, hanno subito trend negativi....
Beh, se il tuo riferimento e Mario Monti allora faccio finta di ignorare i tuoi insulti sulla "disonestà intellettuale e la pochezza...." Oltre al CV di Monti, che forse ignori, ti consiglio di valutare i danni che ha fatto al nostro paese....
Ma qui siamo a dei livelli da anni '30 del Novecento (e meno male che siamo su sinistrainrete) !
Nessuno vieta al "compagno Boris" di uscire senza accordarsi, nessun complotto, nessun Savio anziano di Sion , nessuna Spectre ! E' che non gli conviene economicamente. E non gli conviene perché non siamo più nell'Ottocento dove gli Stati Nazione erano solo quelli Europei e fuori dall'Europa c'erano la caccia grossa, le colonie da sfruttare! In un mondo composto da 195 stati sovrani , il sovranismo equivale o all'autarchia ( che fa ridere solo pensarla ai tempi di internet ) oppure alla politica di potenza , che nemmeno Trump (nonostante la retorica acchiappa voti reazionari) può permettersi , visto che alla fine sa che conviene a tutti accordarsi ( ad esempio con la Cina ) . La sovranità della nostra Costituzione esclude il sovranismo rossobruno : lo fa all'art 2 ( diritti umani ) all'art 10 ( conformità al diritto internazionale ) all'art 11 ( limitazione di sovranità per favorire la pace ) e in tanti altri articoli. Ora, dando per assodato che questa Europa è da cambiare, che siamo tutti contro il neoliberimo e l'ordo liberismo ( perfino Mario Monti critica il libero mercato senza regole e senza redistribuzione ) , mistificare Marx per giustificare posizioni sovraniste dimostra solo la disonestà intellettuale e la pochezza di questi sinistri che di sinistra hanno solo una mano e un piede e che in realtà sono solo dei replicanti di M.Le Pen, Borghezio, CasaPound, Meloni, Salvini, AFD etc. ( che almeno in una cosa sono onesti : nel non citare e mistificare Marx )
sul fatto che le parole hanno perso il loro significato mi trovi assolutamente d'accordo. Molti concetti sono stati ribaltati nel loro opposto e questa è sicuramente una trappola in cui non dobbiamo cadere. Il linguaggio è un aspetto fondamentale ma ancora più importante è la sua capacità di descrivere la realtà. Nel merito dell'articolo però le domande che ti faccio sono le seguenti (perdonami le semplificazioni userò): siamo sicuri che l'europeismo sia più di "sinistra" del ritorno alla sovranità nazionale? Siamo sicuri che l'idea di cosmopolitismo sia più "progressista" dell'ormai antiquato concetto di nazione? Sono aspetti su cui la controffensiva neoliberista ha spinto molto negli ultimi decenni, soprattutto su un avvitamento dei significati e un ribaltamento del linguaggio, proprio quello che tu hai denunciato. Sono d'accordo con te che solo un'uscita in senso socialista, di classe, può rappresentare un'alternativa all'attuale stato di sfruttamento delle classi subalterne. Il ritorno alla dimensione nazionale, e soprattutto alla possibilità di gestione delle leve economiche, monetarie e fiscali è condizione necessaria MA NON SUFFICIENTE per una ripresa della lotta delle classi lavoratrici. Lo STATO non è mai stato (scusa il gioco di parole) qualcosa di neutro, ha sempre rappresentato degli interessi di classe. Ma l'annullamento completo delle possibilità che aveva lo Stato di svolgere un ruolo moderatamente redistributore e minimamente regolatore dell'economia è uno degli obiettivi fondamentali che si è dato il Capitale a livello di riorganizzazione mondiale.Questo ha provocato danni immani nella quotidianità dei paesi periferici (i famigerati PIGS), permettendo di socializzare le perdita a vantaggio solo dei profitti privati. Il problema è che nel frattempo la gente si è incazzata, l'impoverimento sociale chiede risposte che non trovano sbocchi nei partiti cosidetti di sinistra (anzi questi sono funzionali alla trasformazione ultra-liberista), motivo per cui poi i vari populisti di destra si fanno interpreti di questo malcontento, con grandi successi elettorali (vedi Salvini e Co)..... Non facciamo l'errore di pensare che tutti quelli che criticano la UE siano ignoranti, analfabeti e imbruttiti.... Cerchiamo invece di capire le contraddizioni reali per dare una risposta realmente rivoluzionaria, per togliere alla destra il monopolio dell'incazzatura e ritornare ha definire le "cose" con le parole "giuste" con un linguaggio che sia portatore di significato...ma le rivoluzioni purtroppo non sono così immediate e spesso coinvolgono soggetti sociali molto eterogenei...
Motivo per cui, concludo, secondo il mio modesto parere l'articolo di Militant è importante perché mette a nudo questo tentativo di mistificazione dei media, ormai tutti omologati.
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io non so molte cose, ma alcune le so. E so che Marx, quando ha fatto riferimento alla concorrenza tra lavoratori non ne ha parlato in senso elogiativo o come qualcosa di positivo, ma come uno dei tratti fondamentali del rapporto di capitale, che voleva abolire. Sono impressionanti l'approssimazione, il pressapochismo e la faciloneria a cui i discorsi della c.d. sinistra sono giunti: certi gruppi, partiti e intellettuali non si rendono conto di dire le stesse cose che ripete da decenni la destra più schifosa! Assumono concetti propri delle vulgate liberali, conservatrici e reazionarie e pretendono di declinarli in senso progressista, se non addirittura rivoluzionario! Questa è la realtà nella quale vivo e nella quale vivi anche tu! Se si rimpiazza un vocabolo con un altro, facendo finta di continuare ad usare quello che si è scartato, si prendono delle enormi cantonate, si generano malintesi e si devasta un intero patrimonio di conoscenza e di militanza...ma va bene, continuate pure così...
ti pregherei di leggere attentamente Marx, le sue opere intendo, per capire quale è la sua idea di sovranità nazionale. Detto questo, la devastazione social messa in atto dalla UE e dall'Euro è ormai sotto gli occhi di tutti, dati alla mano è stata confermata non solo da economisti marxisti, ma anche da vari correnti eterodosse e addirittura da economisti mainstream. L'euro è un potentissimo strumento delle elite per ricomporre il processo di accumulazione del capitale, concentrandolo nelle mani di pochi soggetti. Questo processo ha avuto conseguenze bestiali per le classi più deboli, e ha determinato un forte impoverimento delle classi medie. Non so tu dove vivi e che realtà vedi ogni giorno....Finché si affronta la questione solo da un punto di vista della dicotomia sovranisti vs. globalisti o nazionalisti vs europeisti si fa veramente poca strada. Forse bisogna tornare ad analizzare le problematiche da un punto di vista economico, più che filosofico, ma va bene continuiamo così....
Sveglia!
vi leggo, purtroppo, solo sul sito di Sinistrainrete, ma siete una delle poche voci lucide in uno scenario della sinistra devastato e ormai omologato al pensiero mainstream....un pensiero banalizzato dai mezzi di informazione che tutto fanno tranne che informare... Articolo veramente interessante l'ho scaricato e cercherò nel mio piccolo di divulgarlo....