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communia

1977. Il movimento inaudito

di Felice Mometti

d amico 77La vicenda di chi cerca un’altra via per le Indie
e proprio per questo scopre nuovi continenti 
è molto vicina al nostro modo attuale di procedere;
"A/traverso" 1977.

I movimenti sociali sono strani animali. Non ce n’è uno che somigli a un altro. Le alchimie che si creano tra subalternità, antagonismo e autonomia sono spesso il risultato di uno sguardo verso il passato e di un’anticipazione del futuro. E il movimento del Settantasette fu un movimento al tempo stesso atteso e imprevisto. Il 1976 fu l’anno della campagna per le elezioni politiche dopo che l’anno precedente l’alleanza Pci-Psi aveva conquistato le amministrazioni delle principali città del Paese. Intorno al Pci erano nate grandi speranze e altrettante illusioni. Il sogno del “sorpasso” e di un governo delle sinistre, l’ascesa dei comunisti al governo come grande trasformazione del Paese ebbe una reale presa su larghi settori di massa che aspiravano ad un cambiamento radicale. In realtà, già da molto tempo il gruppo dirigente del Pci aveva altri piani. La tenuta elettorale della Dc diede la definitiva giustificazione alla strategia del “compromesso storico”, teorizzata apertamente fin dal 1973.

Dopo essersi contrapposti nella campagna elettorale, Dc e Pci si accordarono per governare insieme su un programma di austerità e di sacrifici. Nacque il governo Andreotti di unità nazionale. Fu allora che la più numerosa giovane generazione militante della storia italiana del dopoguerra si trovò di fronte, nei fatti, a un bivio: cercare di resistere, con strumenti già conosciuti e usati, alla normalizzazione annunciata oppure anticipare un possibile futuro politicizzando il conflitto sociale, inventando nuovi linguaggi e forme comunicative, scardinando i riferimenti culturali di una sinistra politica ormai quasi tutta interna al gioco elettorale.

 

La politica diventa amministrazione e repressione

Quella precaria sintesi tra socialdemocrazia e stalinismo che fu il Pci aveva scelto di governare la crisi capitalistica da attore protagonista insieme ai settori più lungimiranti delle classi al potere, facendone pagare il prezzo ai lavoratori, agli studenti, ai disoccupati. La contropartita era la legittimazione istituzionale a cui i gruppi dirigenti del Pci pensavano di avere ormai diritto, dopo aver gestito per tre decenni il cosiddetto “modello sociale emiliano”, nonché bisogno, visto l’esaurirsi dell’attrazione verso il blocco dei paesi del “socialismo realizzato”. Non a caso alla fine del ‘76, in un’intervista a una rivista americana, Gianni Agnelli, allora presidente della Fiat, disse che l’Italia era il laboratorio più interessante dell’Occidente sul piano economico, politico e sociale.

Quando una politica degrada progressivamente verso la sola amministrazione della società, sopraggiunge inevitabilmente il momento del cortocircuito in cui la repressione del dissenso, del difforme, dell’incompreso diventa la modalità principale dell’agire politico e istituzionale.

Questo era lo scenario e questo fu il vicolo stretto in cui si infilò il Settantasette. Un movimento permeato dalla critica della politica, che tentò di costruire un’altra idea e soprattutto un’altra pratica di politica, e fu così costretto a fare i conti con la violenta volontà di soffocamento che, in stretta alleanza, lo Stato e l’intero apparato politico e sindacale del Pci gli rivolsero contro.

Questo non è il solo motivo per cui ancora oggi vale la pena di guardare a quel movimento. Esiste una tradizione degli oppressi, una storia dei vinti che vollero vincere, ma questa tradizione vive solo se viene fatta vivere, se ogni generazione politica si riappropria criticamente del passato per farlo agire politicamente nel presente.

Gli anniversari, fuori da ogni celebrazione nostalgica, hanno sempre due facce. Sono l’occasione per i media mainstream e gli intellettuali di regime di dimostrare che la storia è una linea retta, che i vinti hanno perso perché non potevano che perdere, che la rottura era solo un’apparenza. Ma gli anniversari fissano un istante del passato e danno così la possibilità a chi pensa che la storia non sia una linea retta, di riportare alla luce i momenti di crisi in cui la continuità fu interrotta, e ci fu la possibilità di dare un corso diverso agli eventi.

Il Settantasette non fu una rivoluzione, né fu una crisi verso una possibile rivoluzione. Nel biennio ‘68/’69 c’era stata una ben maggiore possibilità di rivoluzionare l’ordine esistente, anche solo per la sincronia che si verificò a livello internazionale. Ma il Settantasette fu un movimento sociale, dotato di una profonda e radicale intenzione rivoluzionaria e pratica anticapitalista.

Un movimento che mantenne per alcuni mesi una notevole densità politica e una dimensione di massa. Una composizione sociale in larga parte inedita: un’esplosione apparentemente occasionale che ha messo in moto un ritorno all’università di giovani – studenti, ex studenti, lavoratori, precari, emarginati, come si scrisse allora sulla rivista Ombre Rosse.

Una concreta possibilità fece capolino nella storia, in quei mesi critici, imprevista dagli attenti calcoli dei costruttori dell’unità nazionale: la possibilità che intorno a quella rivolta si saldasse un blocco sociale di incompatibili, e si aprisse così la strada per un’alternativa politica alla strategia del Partito Comunista e all’intera sinistra.

A Milano il 6 aprile, in un’assemblea di circa 3.000 delegati sindacali molto critici con le confederazioni sindacali e con la presenza di centinaia di studenti, ci fu il tentativo più serio di costruire un ponte tra le lotte studentesche e giovanili e il movimento operaio. La mozione finale di quell’assemblea diede il clima della situazione che si stava vivendo: «E’ avvenuto un fatto di grande portata: l’incontro diretto tra operai, studenti, giovani, donne, disoccupati. Irrompe nello scontro un blocco sociale in formazione, nuovo, con obiettivi radicali incompatibili con questo quadro politico e con questo sistema». Restò solo una possibilità. La sconfitta di quel movimento, chiudendo la percorribilità di una alternativa politica, fece da apripista alle sconfitte che tutta la classe avrebbe subito negli anni successivi. Ma le possibilità sono un elemento concreto della storia per chi non crede che la ragione sia appannaggio solo di chi ha vinto. Si impara anche dalle sconfitte – e si può iniziare a farlo solo comprendendo che le sconfitte non sono mai scontate e definitive.

 

I soggetti

La principale radice delle potenzialità del Settantasette era nel suo radicamento in un soggetto sociale determinato, complesso e contraddittorio, e già allora in forte espansione: uno “strano” soggetto studentesco, intorno a cui si aggregarono giovani lavoratori, precari, disoccupati. Il Settantasette è stato in primo luogo un movimento che cambiò pelle velocemente: iniziato nelle università assunse in poco tempo le caratteristiche di uno “spazio pubblico” che metteva in discussione un governo che si reggeva sull’astensione del Pci. Un milione di studenti universitari furono il suo retroterra sociale fondamentale, di cui una larga parte attiva era determinata a rifiutare la contro-riforma universitaria proposta dal governo. Oscurare questo apparentemente ovvio dato storico, schiacciare tutto il Settantasette nella dimensione dello scontro con lo Stato e con il Pci, vuol dire commettere lo stesso errore politico che commise allora una parte del movimento.

Un’altra componente importante del movimento del Settantasette furono i/le militanti rimasti orfani dalla dissoluzione dei gruppi dell’estrema sinistra, Lotta Continua in primis. Migliaia di giovani politicizzati, di età, esperienze e percorsi diversi, che fecero del Settantasette un movimento sociale ad alta densità militante. Si trattava di militanti politici che, in larga parte, avevano introiettato una dura critica alle forme tradizionali della politica, proveniente dall’incrocio tra il fallimento delle esperienze dei gruppi e dai temi del movimento femminista – e che dunque si trovarono in facile sintonia con la critica di massa alla politica, con stili di vita e le propensioni culturali che, soprattutto tra i giovani, si stavano affermando. Questa larghissima partecipazione di militanti, depositari, in forme diverse, di dieci anni di lotte di classe, diede senza dubbio al movimento una grande capacità conflittuale e forza organizzativa, ed una forte carica di radicalità. Questa è anche una delle radici della tumultuosa politicizzazione del movimento, del suo percepirsi come unico soggetto politico-sociale realmente conflittuale, e dunque destinato allo scontro frontale, immediato con lo Stato. Che, del resto, era anche il terreno che lo Stato ed il Pci volevano imporre.

Tra fine del ’75 e l’inizio del ’76 nelle aree metropolitane, soprattutto dell’hinterland delle grandi città, si sviluppa un fenomeno nuovo: la nascita dei circoli del proletariato giovanile e l’occupazione di spazi urbani. Sono i giovani delle periferie, entrati nel mercato del lavoro subito dopo la scuola dell’obbligo, studenti degli istituti tecnici e professionali, studenti-lavoratori. Non hanno fatto il ’68 e non hanno il mito di quella narrazione politica. Praticano le autoriduzioni non solo per soddisfare i bisogni fondamentali ma anche di quello che veniva considerato “superfluo” come cinema ed eventi musicali. Lontani dall’etica del lavoro di molta sinistra, fanno del territorio - il luogo del loro vissuto quotidiano - il fulcro della loro attività politica e sociale. Un insieme articolato di soggetti che attraversa tutto il Settantasette. Ad esempio, alla fine del ’76, nell’area metropolitana milanese si contano una quarantina di circoli del proletariato giovanile e una quindicina di spazi occupati, i primi centri sociali.

Nello stesso periodo, ed è poco ricordato, la pace sociale non era garantita perché il Pci aveva deciso che doveva essere garantita. Tra la fine del ’76 e i primi mesi del ’77 ci furono importanti lotte operaie - soprattutto nelle piccole e medie fabbriche del nord - che avevano, in prima battuta, nella Flm (Federazione dei lavoratori metalmeccanici) il loro principale punto riferimento ma anche una serie di coordinamenti operai autorganizzati nati in quegli anni. L’accordo tra Confindustria e sindacati del 26 gennaio, definito come “Patto sociale”, prevedeva un peggioramento delle condizioni di lavoro e di agibilità all’interno delle fabbriche: «La Federazione sindacale unitaria (Cgil-Cisl-Uil) e la Confindustria di fronte ai problemi di crisi economica in atto, nell’intento di accrescere la competitività del sistema produttivo sul piano interno e internazionale», questo era l’incipit di un accordo di 40 anni fa che rimanda pericolosamente all’attualità. L’importanza di quelle lotte, di fronte ad un governo sostenuto dal Pci, era enorme. Il Pci lo sapeva, ed anche per questo inviò Lama alla Sapienza di Roma il 17 febbraio. Il rischio era la nascita di un’opposizione sociale, e dunque era “l’immagine sociale” dell’apparato che andava mandata all’università per riportare all’ordine gli studenti. Il 17 febbraio fu una vittoria del movimento, che dimostrò la sua forza politica ed il suo radicamento. Il fatto che venti giorni dopo la cacciata del segretario generale della Cgil la Flm invitasse a Firenze gli studenti ad un confronto assembleare, dimostra quanto era stata significativa la sconfitta subita dal Pci a febbraio. Ma quel confronto fu travolto dai fatti del 11-12 marzo. A Bologna Francesco Lorusso fu ucciso dai carabinieri e nel corteo nazionale del movimento a Roma, il giorno dopo, la risposta rabbiosa fu legittimata dal salto di qualità nella repressione che operarono gli apparati dello Stato.

 

Il Pci, ovvero il partito che si fa Stato

Il Partito Comunista agì su tutti i piani per evitare che si diffondesse il contagio della rivolta studentesca prima e sociale poi. In primo luogo, appoggiò senza alcuna riserva l’azione repressiva diretta dal ministro degli Interni Cossiga. Di più, partecipò direttamente all’elaborazione delle politica dell’ordine pubblico, attraverso la solerte azione del suo Ministro dell’interno-ombra, Ugo Pecchioli.

Fino ad arrivare alla giustificazione dell’uso dei carri armati contro il movimento a Bologna. L’azione repressiva non era mirata solo a colpire la forza numerica ed organizzativa del movimento. L’obiettivo principale di misure come l’incostituzionale divieto assoluto di manifestare, in particolare a Roma, proclamato dal governo, era quello di costringere il movimento ad entrare nella spirale azione/reazione permanente con le forze dell’ordine, in pratica ad occuparsi solo di repressione. Il fatto che il movimento abbia retto per mesi in queste condizioni di assoluta inagibilità democratica è una dimostrazione di una forza che era il prodotto, in primo luogo, della coincidenza tra il radicamento sociale e la dimensione politica conquistata. Ma alla fine il movimento finì davvero per parlare, nolente e volente, solo di repressione – e dunque ad attenuare fortemente le ragioni sociali della sua esistenza.

Questo risultato, tuttavia, difficilmente sarebbe stato raggiunto se all’azione diretta dello Stato, il Pci non avesse affiancato un altrettanto determinata azione sociale e culturale. La teoria delle “due società” di Asor Rosa, che delineava una sorta di assurda “differenza ontologica” tra lavoratori cosiddetti “garantiti” e “non garantiti”, fu solo la punta più raffinata di questa azione. Si ricorda ancora l’appello degli intellettuali francesi (tra i quali Sartre, Foucault, Deleuze, Guattari, Barthes) contro la repressione in Italia dell’estate del ’77. Si tende a dimenticare invece che, se fu necessario far firmare gli intellettuali francesi, fu perché in Italia la quasi totalità del ceto intellettuale, in larga parte gravitante intorno al Pci, non prese in alcun modo posizione contro la repressione, anzi spesso l’appoggiò esplicitamente, pur facendo magari qua e là qualche critica di metodo al Pci.

L’azione decisiva per interdire le potenzialità del movimento il Pci, però, la svolse a livello sociale. A tutto il grande apparato del partito fu data un’indicazione inequivoca: non c’era nessun movimento sociale, ma solo bande di estremisti, squadristi, “untorelli”, “lanzichenecchi” come li definì Enrico Berlinguer. Questa indicazione fu fatta passare ovunque il partito poteva farla arrivare: innanzitutto sui luoghi di lavoro, nelle fabbriche, tra quei lavoratori che mal sopportavano le scelte del governo, e non dovevano pensare di poter trovare un alleato in quel movimento.

 

“Alzare il livello dello scontro”

Si può dunque pensare che la fine del movimento fosse pressoché inevitabile. Ma non era così, come testimoniano le dimensioni di massa della mobilitazione sociale anche dopo le giornate di marzo. La contro-riforma dell’università era ancora in campo e la crisi economica – scoppiata qualche anno prima – mostrava la sua profondità e tutti i suoi effetti nei confronti dei lavoratori, dei disoccupati e dei giovani. L’inflazione viaggiava attorno al 18% ed era uno strumento per redistribuire il reddito verso l’alto. Riappropriarsi di quote di reddito che venivano sottratte diventa la pratica politica di interi settori di movimento. Non sono più la rivendicazione sindacale, l’azione istituzionale nei vari luoghi della rappresentanza, ad essere riconosciuti come strumenti dotati di una qualche efficacia per arginare le conseguenze di una crisi economica che ben presto è precipitata in crisi sociale.

Le forme e i modi della riappropriazione vengono visti da buona parte di quella galassia di gruppi e collettivi che costituiva l’Autonomia operaia, sia diffusa che organizzata, come la manifestazione politica di un nuovo soggetto sociale che si autovalorizza progressivamente. L’Autonomia per la sua composizione sociale, per una certa flessibilità organizzativa ha attraversato la crisi dei gruppi dell’estrema sinistra senza subire grossi contraccolpi. Tra i motivi c’era la capacità di adeguare l’organizzazione a veri o presunti nuovi soggetti, creare un “immaginario sociale” mediante la “pratica dell’obiettivo” insieme ad un’assunzione, in buona misura strumentale, dei temi della critica della politica, il partire dai bisogni, il rifiuto delle mediazioni. Ed in questo modo presentarsi e comportarsi non come parte di un movimento ma autorappresentarsi come “il movimento”. Una concezione che ha fatto non pochi danni nei percorsi plurali di produzione di soggettività autorganizzate.

Alzare il livello dello scontro, facendo astrazione dei rapporti di forza, era l’approccio politico che fungeva da elemento identitario, in una partita giocata con gli apparati dello Stato in cui il grosso del movimento era visto sostanzialmente come massa di manovra.

Seguendo questa strada, l’Autonomia vedeva nella costante crescita del livello militare dello scontro con lo Stato il manifestarsi dell’approfondimento della lotta di classe. Immaginando un tempo lineare di ascesa necessaria del conflitto.

Il fallimento politico, nonostante la grande partecipazione, del convegno nazionale convocato dal movimento a Bologna nel settembre, certifica la bruciante sconfitta. Il movimento non è più quello spazio pubblico di politicizzazione radicale, quel luogo che genera riappropriazione sociale, comunicazione e culture non omologabili. Si diffondono frustrazioni e radicalizzazioni politiciste che furono terreno fertile per le organizzazioni che praticavano la lotta armata. Quindi non fu, come afferma la vulgata giornalistica dominante, la pratica della violenza, che raggiunse certo anche modalità controproducenti per il movimento stesso, ad aprire la strada alle formazione armate, ma fu la secca sconfitta senza alternativa politica che favorì il passaggio di un certo numero di militanti alla lotta armata, con tutte le conseguenze che ne derivarono.

 

Evento e processo

Il Settantasette è stato un movimento che va guardato nella sua composizione sociale, nell’innovazione delle pratiche della comunicazione, nei complessi rimandi che produsse e subì nei confronti della cultura italiana ed internazionale di quegli anni. Un movimento che va riletto e ripensato, soprattutto per comprendere la possibilità che rappresentò e perché quella possibilità non si realizzò. Non si trattò del colpo di coda violento che chiuse il “decennio rosso” come si racconta, in modo autoconsolatorio, in tanta storiografia più o meno “ufficiale”. Piuttosto, detto con l’autoironia di quel tempo, il cielo era caduto sulla terra e la rivoluzione era a metà. Un’immagine, al di là dell’autoironia, che conteneva non poca verità. Le rivoluzioni non rimangono mai a metà, si risolvono sempre in un modo o nell’altro. Maturano le loro condizioni ma sono sempre impreviste, non possono essere incasellate in singoli eventi ma con questi ne esplicitano i processi. In questo senso il Settantasette fu un movimento inaudito, che fece della straordinarietà dell’evento la possibilità di approfondire un processo di radicale trasformazione sociale. Ma la straordinarietà di quell’evento politico fu interpretata e vissuta, da larga parte del movimento, come l’ordinarietà di un processo sociale.

Il Settantasette ci dice anche qualcos’altro. La carica di antagonismo sociale e le forme di autonomia politica di quel movimento verso un sistema sociale e istituzionale non solo era allora del tutto giustificata, ma oggi è ancora attuale. Il Settantasette ci ricorda che non si può davvero volere un altro mondo, se non si pone all’ordine del giorno l’incompatibilità verso questo mondo, verso un mondo fondato sul dominio, l’alienazione e lo sfruttamento.

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