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carmilla

L’essenza criminale del potere

di Gioacchino Toni

Recensione a "Vincenzo Ruggiero, Perché i potenti delinquono, Feltrinelli, Milano, 2015, 202 pagine, € 18,00" e intervista all'autore

1132752355b“L’intervento dei governi in soccorso alle banche ha sancito il principio secondo cui i profitti vanno privatizzati mentre le perdite socializzate”. Vincenzo Ruggiero introduce il lettore all’analisi dello statuto criminale del potere a partire dall’esempio di come i momenti di crisi economica vengano presentati come situazioni eccezionali che richiedono deroghe alle regole ordinarie al fine di ristabilire la normalità allo stesso modo di come i paesi democratici, paladini dei diritti umani, si permettono di interrompere il rispetto di tali diritti, sempre grazie al fine ultimo di ristabilire le condizioni ordinarie. Dunque, i potenti si arrogano il diritto di trasgredire, ignorare, riscrivere le regole, forti della logica che vuole che i loro interessi coincidano con gli interessi dell’intera comunità.

L’approccio proposto da Ruggiero capovolge l’idea di deficit, cara alla criminologia, che tende a leggere gli eventi criminali come atti derivanti da una mancanza di socializzazione, di famiglia, di risorse ecc. Se ciò può essere vero in molti casi, di certo non lo è per quegli individui, o gruppi sociali, che commettono reati pur essendo ben inseriti socialmente con ambiti familiari funzionanti e disponendo di cospicue risorse. Inoltre, prima di entrare nel merito del lavoro proposto da Ruggiero, occorre sottolineare che, nell’ambito della tradizione della criminologia critica o radicale, alla quale appartiene l’autore, non ci si limita a guardare soltanto ai fatti ufficialmente giudicati come criminali, ma si presta attenzione anche a quei comportamenti che sono socialmente dannosi pur non essendo considerati criminali. La criminologia radicale, pertanto, si interessa più al danno sociale che non alla definizione ufficiale di criminalità.

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sbilanciamoci

L’uomo a una dimensione 2.0

di Lelio Demichelis

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1964, L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse conserva ancora oggi – o forse ancora di più oggi – la sua attualità e lucidità di analisi

6a12Pubblicato negli Stati Uniti nel 1964 e in italiano nel 1967, L’uomo a una dimensione di Herbert Marcuse conserva ancora oggi – o forse ancora di più oggi, dopo questi maledetti trent’anni di neoliberismo, di tecnocrazie, di globalizzazione e di rete – la sua attualità, la sua lucidità di analisi. Dunque è tempo di toglierlo dagli scaffali e di farlo circolare di nuovo. Anche se rileggere oggi Marcuse è imbarazzante, ci consegna infatti alla penosa consapevolezza esistenziale di avere fallito, di avere buttato nel cestino l’intelligenza e lo spirito critico, di vivere nuovamente in società bloccate forse ancora più bloccate, irrigidite, pesanti (altro che modernità liquida di Bauman) di allora.

Rileggerlo ci permette però di capire perché la classe operaia si è sciolta nel capitalismo che avrebbe dovuto contrastare, perché lo stanno facendo via rete anche i giovani (che però allora accusavano gli operai di essersi integrati nel sistema) e perché anche i nuovi modelli di economia (sharing, smart, soft, green, social, a costo marginale zero, eccetera) rischiano di essere parte strutturata e funzionale (e non il post che avanza) del sistema tecnico e capitalista.

Partiamo dall’Introduzione, che ha come sottotitolo: La paralisi della critica: la società senza opposizione. Perfetta rappresentazione della società di allora e ancor più di oggi, con l’aggravante, per noi, che dopo di allora un tentativo di cambiamento ci fu (il sessantotto), mentre oggi l’integrazione (definitivamente compiuta?) di tutti nel sistema tecnico e capitalista ha cancellato non solo la voglia di cambiamento, non solo la consapevolezza che questo mondo non funziona, ma ha prodotto un consenso totalitario alla propaganda neoliberista e tecnologica per cui non vi sono alternative - e se non ci sono è inutile affannarsi a cercarle o criticare l’esistente (meglio adattarsi).

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carmilla

Per farla finita con il carcere

di Sandro Moiso

Liberare tutti i dannati della terra, prima edizione Lotta Continua 1972, ristampa 2015 reperibile presso le librerie di movimento, pp. 256, € 5,00

Liberare tutti dannati della terra 001C’è stata una stagione fortunata in cui, parafrasando un romanzo americano di qualche anno fa, “ogni cosa era illuminata”.1 La coscienza di classe formatasi direttamente nell’esperienza delle lotte rendeva tutto più chiaro e non vi potevano essere fraintendimenti. Oggi, a quarant’anni di distanza, ricordarlo non è un’operazione di carattere nostalgico, ma un dovere. Un dovere militante, per ricordare alle generazioni più giovani che il diritto al sogno è strettamente intrecciato con le lotte che intendono abolire l’orrendo stato presente delle cose.

Questo libro, ristampato nel formato originale e con l’aggiunta di pochissime e brevi note introduttive da un gruppo di compagni che ancora si occupano di questioni carcerarie, è un frutto importante di quegli anni. Non per la sigla politica che allora lo accompagnò, ma perché costituiva il frutto di un lavoro diretto e politico sul carcere e nel carcere. Una raccolta di testimonianze dirette dall’interno dell’istituzione concentrazionaria per eccellenza. Come affermano i curatori: “non «un’inchiesta sul carcere» ma un rendiconto di un lavoro politico iniziatosi in modo sistematico nella primavera del ‘71”.

Nelle carceri italiane, tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, si erano andati incontrando i figli del proletariato e del sottoproletariato con i giovani studenti politicizzati che la repressione statale aveva accomunato. Molti dei secondi appartenevano alle file di Lotta Continua e, sotto un altro punto di vista, non importa se molti di loro, da lì a qualche anno, avrebbero radicalmente modificato la propria traiettoria politica. In quelle carceri erano però entrati nel frattempo lo spirito di rivolta e gli scioperi (inimmaginabili prima)che agitavano già le piazze, le fabbriche e le scuole.

Quell’esperienza contribuì a dar vita ad una Commissione carceri che, soprattutto a Napoli, avrebbe visto intersecarsi l’azione politica sul territorio e nei quartieri con quella sulle problematiche inerenti alla carcerazione e alle condizioni di vita dei detenuti. Spesso i soggetti coinvolti (proletari disoccupati, contrabbandieri di piccolo cabotaggio, sottoproletari che si mantenevano con i mille artifici che andavano dal mercato nero alla spaccata) transitavano con facilità da una condizione di libertà relativa a quella di detenuti.

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scenari

Pubblica istruzione, tra capitale umano e capitale sociale

Andrea Zhok

“Se pensate che l’istruzione sia costosa, provate con l’ignoranza”

                                                           Derek Bok (Harvard University)

Interrogazione Parlamentare1. Abbiate fiducia!

È divenuto costume ricorrente dei Presidenti del Consiglio italiani invocare una maggiore ‘fiducia’ come chiave di crescita e sviluppo. Dagli inviti berlusconiani all’ottimismo, da tradursi in spesa liberale al ristorante, al refrain renziano della fiducia nel paese contro i ‘gufi’ che remano contro, è tutto un prodigarsi a rafforzare l’autostima italica nel nome dei poteri taumaturgici della ‘fiducia’. Questi appelli alla ‘fiducia’ sono tuttavia, probabilmente, dovuti ad un’impropria comprensione del nesso tra ‘fiducia’ e progresso economico.

In una certa accezione la fiducia è realmente uno dei fattori cruciali nella crescita economica e nello sviluppo sociale di un paese, tuttavia questa fiducia non è un tratto psicologico soggettivo, come se bastasse una pillola di antidepressivo, ma un tratto cognitivo e una funzione sociale. La fiducia di impatto economico dipende dalla capacità cognitiva di affrontare la realtà circostante (capitale umano) e dal buon funzionamento delle relazioni sociali (capitale sociale).

In sociologia prende il nome di capitale sociale, la capacità di instaurare relazioni sociali costruttive e di lungo periodo. Ridotti tassi di corruzione ed elevato rispetto delle regole sono corollari tipici di un alto livello di capitale sociale. La distruzione del capitale sociale è da sola in grado di annichilire un’economia ed una società. Un esempio di Joseph Stiglitz può aiutare a comprendere la natura del capitale sociale: all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, il potere coercitivo centrale in Uzbekistan venne meno, mentre il paese si trovava in una condizione di elevata disgregazione sociale.

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palermograd

Gli anni trenta prossimi venturi

di Annibale C. Raineri

1438088836 dedoSu il manifesto di mercoledì 30 settembre 2015 è uscito un intervento di Franco Bifo Berardi che consiglio. Pur non condividendone le conclusioni, penso che l’articolo di Bifo eviti di alimentare la nebbia con cui gli “intellettuali ed i politici di ciò che ancora si chiama sinistra” coprono l’evidenza. Ne riprendo alcuni elementi, riscrivendoli nel mio universo concettuale, sapendo di operare delle forzature.
 
1. La morte della sinistra era già stata certificata da Luigi Pintor nel suo testamento politico (l’ultimo editoriale su il manifesto, Senza confini, del 17 maggio 2003, che consiglio di imparare a memoria). È la premessa per cominciare a ragionare. Non si tratta di rinnegare una storia ricchissima di grandiose tensioni etiche, né di cancellare una ricchezza enorme di riflessioni teoriche (concetti e analisi storiche). Si tratta semplicemente di prendere atto di una fine. Punto. (Altra cosa è la lucida, ma difficilissima, analisi sul perché questa fine si è prodotta).
 
2. La prima operazione (preliminare) che Bifo consiglia è quella di una radicale pulizia linguistica. Elementare atto di verità, senza il quale è impossibile vedere il mondo, ché il vedere passa sempre per l’insieme dei significanti con cui le immagini vengono strutturate.

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poliscritture

La parola superflua di Erri De Luca

di Marco Gaetani

Erri De Luca 1024x372La vicenda dello scrittore Erri De Luca, processato per aver sostenuto in un’intervista che la linea ferroviaria per treni ad alta velocità in costruzione in Val di Susa debba essere a ogni costo «sabotata», è abbastanza nota per esimere dal richiamarla qui nel dettaglio. Ricostruzione precisa cui del resto procede lo stesso autore napoletano nella sezione intitolata «Cronaca» di un libretto pubblicato dall’editore principale di De Luca (Feltrinelli) proprio nei giorni del processo. Alle pagine di La parola contraria si può fare riferimento per alcune considerazioni che, a partire dall’episodio in questione (davvero «minuscolo» in rapporto a ciò che accade in Val di Susa, come scrive De Luca?), si tentano con il proposito di uscire dalla cronaca spicciola, di sfuggire al chiacchiericcio proliferante nell’immancabile (quanto falso) dibattito mediatico.

I fatti sono talmente incredibili, nella loro conclamata scandalosa evidenza, da risultare quasi imbarazzanti e non lasciare dubbi su chi abbia ragione e chi torto. Che si possa essere sottoposti a un’azione penale per aver esercitato il proprio diritto di parola dà la misura esatta del degrado dell’Italia contemporanea. Che in questo paese possano agire nel nome del popolo italiano magistrati come quelli che hanno incriminato De Luca fa comprendere dolorosamente lo sfacelo civile, morale e anche giuridico di un’intera comunità nazionale (istituzioni e società civile). Lo scrittore ha dunque facile gioco nel difendersi col suo scritto ad hoc, ricorrendo a una retorica tutto sommato controllata – ma qualche volta contrattaccando, ribaltando cioè l’autodifesa in orgoglioso «j’accuse» («L’accusa contro di me sabota il mio diritto costituzionale di parola contraria»; «Sto subendo un abuso di potere da parte della pubblica accusa che vuole impedire, dunque sabotare, il mio diritto di manifestazione verbale», ecc.).

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eticaeconomia

L’economia dell’inganno

Il caso Volkswagen e il crony capitalism

di Maurizio Franzini

Maurizio Franzini cerca di collegare le riflessioni contenute nel libro appena pubblicato dai premi Nobel Akerlof e Shiller sull’economia dell’inganno e della manipolazione al caso recente, e clamoroso, che ha coinvolto la Volkswagen. Franzini sottolinea l’importanza delle riflessioni di Akerlof e Shiller che portano a considerare l’inganno endemico al mercato ma osserva che il caso Volkswagen prova che le forme dell’inganno sono molte, di diversa gravità e non possono essere contrastate soltanto con la regolazione

5 01 169 2842876 308447Il 22 settembre è stato pubblicato negli Stati Uniti il nuovo, e atteso, libro di due Nobel per l’economia, George Akerlof e Robert Shiller, dal titolo (singolare) “Phishing for Phools: The Economics of Manipulation and Deception” che potrebbe, un po’ liberamente, essere tradotto così: “A caccia di sprovveduti: l’economia della manipolazione e dell’inganno” .

La tesi centrale del libro è questa: l’idea di mercato che gli economisti hanno contribuito a diffondere è, quanto meno, parziale perché manca di considerare che il mercato (attraverso il profitto) fornisce un incentivo forte e sistematico a cercare vantaggi anche attraverso l’inganno e la manipolazione; peraltro, questi vantaggi si realizzano facilmente perché i consumatori possono essere manipolati e ingannati a causa sia delle limitate informazioni di cui dispongono sia delle falle che si aprono nella loro razionalità, – e che non sono né poche né occasionali come dimostrano numerose esperienze concrete (brillantemente documentate nel libro) e molti esperimenti di laboratorio.

Scrivono Akerlof e Shiller: “”Raramente i mercati liberi e non regolati premiano …l’eroismo di coloro che si astengono dal trarre vantaggio dalle debolezze psicologiche o informative dei consumatori. La concorrenza fa sì che i managers che si autodisciplinano in questo modo tendono a essere rimpiazzati da altri con meno scrupoli morali.

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federicodezzani

Turbolences en France: danger mortel pour l’euró!

Federico Dezzani

Le foto del dirigente di Air France che sfugge seminudo al linciaggio dei dipendenti ha girato il mondo: è l’icona del malessere che affligge l’Esagono. Il “motore franco-tedesco” è infatti grippato a causa del guasto al cilindro francese: è l’effetto del logorio prodotto dall’euro, moneta insostenibile per l’economia francese nel lungo periodo. Dall’industria alle finanze pubbliche, la Francia è in condizioni simili all’Italia, con l’aggravante che l’alto livello di sindacalizzazione e l’orgoglio nazionale, rendono inattuabile qualsiasi cura “Monti-Renzi” di svalutazione interna. Non è un caso che il terrorismo targato ISIS si concentri principalmente in Francia, bomba a orologeria che ticchetta inesorabile sotto l’euro

279720 thumb full 640Air France, specchio di un Paese “en panne”

Lunedì mattina, 5 ottobre, riunione del comitato centrale di Air France. L’aria è tesa, fuori e dentro dal quartiere generale della compagnia aerea: i lavoratori sono in agitazione dopo la notizia trapelata il venerdì precedente che il vettore procederà con un ulteriore taglio di posti. Le indiscrezioni parlano di di cifre a tre zeri. Il direttore delle risorse umane (mestiere infame di questi tempi), Xavier Broseta, conferma: a essere soppressi saranno 2.900 posti, essenzialmente tra il personale di terra. La sala dove è riunita la dirigenza esplode: alcuni salgono sui tavoli, poi altri scavalcano e tra le urla premono sempre più i dirigenti verso le pareti di fondo. Cul de sac. Con le giacche lacere e scortati dagli addetti alla sicurezza, Boseta ed il vicepresidente dello scalo di Orly riescono a guadagnare l’uscita, ma all’esterno il clima è ancora più infuocato: premuti dalla calca in escandescenza, i due avanzano a fatica. Nelle riprese successive si vede Xavier Broseta, ormai a torso nudo, che incespica e ruzzola a terra, si rialza e riprende a correre verso le cancellate: la sicurezza lo issa a peso oltre recinzione e gli ultimi fotogrammi lo ritraggono allontanarsi semi-nudo e sotto choc.

È questo il video1 che ha fatto il giro del mondo e sarà ricordato come un momento saliente non solo della crisi di Air France ma anche della, sottaciuta ma acuta, crisi dell’economia francese. Se le compagnie di bandiera riflettono il prestigio e la ricchezza del Paese, allora le loro condizioni di salute sono indicatori importanti per il sistema socio-economico nel suo complesso.

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paginauno

Il Grande Rifiuto*

di Giovanna Cracco

“La trasformazione fisica del mondo implica la trasformazione mentale dei simboli, delle immagini e delle idee che a esso si riferiscono.”
Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione

uomoinscatolaIn L’uomo a una dimensione Marcuse riprende il concetto filosofico di ‘pensiero negativo’ come pensiero critico: è la capacità individuale di sviluppare un discorso che si oppone all’esistente (il ‘pensiero positivo’ della società), che immagina, progetta, crea un’alternativa; che utilizza il potere critico della Ragione, la logica dialettica bidimensionale, per giudicare la realtà, distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, ciò che è da ciò che dovrebbe essere, l’Essere dal Non-Essere.

Per il pensatore della Scuola di Francoforte, perdere la capacità di elaborare il pensiero negativo è inevitabile nella società industriale tecnologica, che crea ‘falsi bisogni’ per sostenere la costante crescita di produzione e consumo di merci; una produzione e distribuzione di mas-sa che reclamano l’individuo intero, e annullano quella dimensione interiore della mente nella quale un tempo prendeva forma il pensiero di opposizione a una realtà che imprigiona l’uomo anziché liberarlo, che lo mercifica, dal processo di sfruttamento lavorativo alla sua trasformazione in consumatore. “I prodotti indottrinano e manipolano; promuovono una falsa coscienza che è immune dalla propria falsità. E a mano a mano che questi prodotti benefici sono messi alla portata di un numero crescente di individui in un maggior numero di classi sociali, l’indottrinamento di cui essi sono veicolo cessa di essere pubblicità: diventa un modo di vivere. E un buon modo di vivere – assai migliore di un tempo – e come tale milita contro un mutamento qualitativo” (1).

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cambiailmondo

Migrazioni, dall’emergenza all’occasione geostrategica

di Rodolfo Ricci

migrazioni1Le vicende delle ultime settimane con l’esplodere dei flussi migratori dalla Siria, che si aggiungono a quelli dall’Afganistan, Irak, Palestina e dall’Africa sub sahariana, in particolare da Eritrea, Somalia, Nigeria e altri paesi, impongono la necessità di un’analisi che si emancipi dalla penosa discussione politica nazionale (e internazionale) orientata dalla disinformazione di massa operata dalle centrali mediatiche. L’obiettivo di questa narrazione è che l’opinione pubblica occidentale si strutturi tra xenofobi e compassionevoli.

E che non sia prevista una lettura alternativa che individui responsabilità, prospettive, vantaggi e svantaggi oggettivi per i paesi da cui si parte e in cui si arriva e per la condizione soggettiva delle masse di persone che si muovono nel loro duro percorso di inserimento nei nuovi contesti; questioni che non saranno superata in sé, con una modifica degli accordi di Dublino sull’asilo e con la distribuzione dei profughi tra i 28 paesi UE: questa è una questione importante, ma di breve termine, riguarda l’emergenza, ma non la risolve nei suoi tempi lunghi, che, come ammonisce quel grande pianificatore storico di catastrofi che è il Pentagono, dureranno almeno 20 anni.

Un’altra distinzione interessante che serve alla strutturazione del depistaggio culturale in corso è quella tra profughi e migranti economici, cioè alla ricerca di lavoro o di condizioni di vita minimamente dignitosi. E’ una distinzione che fa riferimento a un diritto internazionale che contempla il diritto ad essere accolti allorchè si provenga da paesi con regimi totalitari o da contesti di conflitti e di guerra, ma non ncesariamente se si proviene da situazioni di desertificazione sociale ed economica indotte dagli attuali modelli di globalizzazione e di sviluppo fondati sul supersfruttamento dei territori.

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il ponte

Nostra patria è il mondo intero

di Lanfranco Binni

nostra patria«Nostra patria è il mondo intero / nostra legge è la libertà / ed un pensiero / ribelle in cor ci sta». Era il 1898 quando Pietro Gori pubblicò l’inno dell’internazionalismo libertario che aveva scritto nel 1895. Il 1898 è anche l’anno della dura repressione dei moti di Milano contro il prezzo del pane, stroncati dalle cannonate del generale Bava Beccaris («il feroce monarchico Bava», canterà un’altra canzone di quegli anni: un centinaio di morti e più di quattrocento feriti), premiato da Umberto I con la Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia e un seggio in Senato. Due anni dopo, nel 1900, Gaetano Bresci giustiziò il re per vendicare i morti di Milano. «Internazionalismo», «libertà»: due parole, storicamente nate in Europa, che avranno una storia gloriosa e travagliata nel Novecento, terreno di conflitti, equivoci stalinisti, tradimenti riformisti, imposture liberali, fino ai disastri dell’internazionalismo finanziario del mercato globale e alla “libertà dei servi”, liberi di servire, promossa a colpi di guerra economica dall’affarismo neoliberista.

Lo scenario attuale delle migrazioni (soprattutto da sud a sud, in piccola parte da sud a nord e da est a ovest),provocate da guerre senza confini e dalla devastazione occidentale (climatica, geopolitica) del pianeta, rimette al centro della dinamica storica le tensioni conflittuali tra “chiusura” e “apertura”, in una fase in cui le tradizionali sovranità nazionali sono travolte da determinazioni superiori (di capitalismo globale) e i popoli sono consegnati a oligarchie fiduciarie sempre più ristrette.

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euronomade

Della fabbrica del comune, o delle “città invisibili”

Note a margine del “laboratorio Napoli”

di Francesco Festa

Sketch86212925 BRUSH 172x172La città in quanto tale, e a maggior ragione quella contemporanea, emerge oltre il mero accumulo del costruito. L’urbanistica, la sociologia urbana, la statistica ne riflettono la natura demografica. La studiano, la sorvegliano, ne vigilano i processi complessivi. Costituiscono la rappresentazione sintomatica su cui s’installano i discorsi che producono l’immagine in cui la città si riconosce. Vi è però un resto, un’eccedenza che si salva da questo meccanismo di potere: lo spazio dell’abitare, ossia quello spazio all’interno della città dove si possa vivere.

In un volumetto Eterotopia, composto di due scritti, Michel Foucault affronta la questione dello spazio con un approccio relativamente trasversale. Ne isola le parti costitutive del problema, per lo meno entro i discorsi architettonici e urbanistici, per porre la questione dell’intelligibilità dello spazio, ossia lo spazio dove si è soliti abitare o trattenersi con il corpo e con il pensiero. Tra le faglie del potere, Foucault registra l’esistenza di veri e propri «stati topologici d’eccezione»: «le utopie e le eterotopie». Queste ultime sono «spazi differenti […], luoghi altri, una specie di contestazione al contempo mitica e reale dello spazio in cui viviamo»1. Le eterotopie sono dunque «luoghi altri» in cui trovano spazio territori ontologicamente ibridi sospesi tra reale e immaginario, faglie fra i discorsi assoggettanti in cui esercitare contro-condotte, spazi dell’alterità, della libertà e dell’uguaglianza. In altro modo, sono quegli spazi che Italo Calvino inserisce tra le confidenze di Marco Polo all’imperatore dei Tartari Kublai Khan. Tra Le città invisibili, «nell’inferno che abitiamo tutti i giorni», vi sono due modi per non soffrire le città infernali: «il primo riesce facile a molti, accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più […] il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio»2.

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euronomade

Gli apprendisti stregoni dell’opinione pubblica sono in Rete

di Benedetto Vecchi

sorcerers apprentice ver4Va preliminarmente sgomberato il campo da una rappresentazione della produzione dell’opinione pubblica che vede una polarità tra vecchi e nuovi media. Da una parte, viene sostenuto, attingendo e al lessico di Marshall McLuhan, ci sono la carta stampata, la radio e la tv, che sono medium freddi o caldi dove si esprime l’egemonia dello stile enunciativo televisivo, data la rilevanza del visuale – le immagini rivelano una immediatezza comunicativa che manca invece alla parola orale o scritta -; dall’altra c’è la Rete, regno indiscusso del caos comunicativo e dall’assenza di una gerarchia che seleziona i fatti e i punti di vista. Da una parte un ordine del discorso facile da decrittare e mettere a critica; dall’altra una trasparenza radicale della comunicazione che produce un rumore di fondo che distoglie l’attenzione e favorisce una colonizzazione della discussione pubblica da parte dei governi e delle imprese. Speculare a queste, c’è l’altra rappresentazione, dove i “vecchi media” sono una sofistica tecnologia del controllo sociale, mentre il web sarebbe uno spazio comunicativo difficile da manipolare e ribelle a qualsiasi eterodirezione palese o nascosta.

Entrambe le rappresentazioni inducono all’equivoco che la Rete sarebbe, di volta in volta, una tecnologia della liberazione dal potere performativo e autoritario di televisione, carta stampata e radio; o uno strumento di manipolazione dell’opinione pubblica, possibilità preclusa ai vecchi media  visti gli elementi di autogoverno che regolano il loro funzionamento, a partire dalle regole deontologiche dei giornalisti che consentono proprio ai giornalisti di vigliare sull’operato degli editori e dei direttori.

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il primo amore

Il male della povertà

Federico Teani

(Ricevo da Federico Teani, che lavora in Rwanda dal 2010 come missionario laico “fidei donum”, queste pagine di riflessione sulla povertà e sulla cosiddetta vita indegna di essere vissuta, che volentieri pubblico. C.B.)

poveri dItalia a23258402Ho letto per la prima volta Lettere luterane in Italia e non è successo niente, le ho riprese quando già mi trovavo in Rwanda e il primo scritto, I giovani infelici, ha attraversato da parte a parte il mio cuore.

Leggendolo è facile intuirne la ragione. Pasolini esordisce confessando di non aver mai compreso il motivo del teatro greco che fa ricadere la colpa dei padri sui figli, questo gli è sempre parso come qualcosa di estraneo ed appartenente ad un altro tempo, ma nel momento in cui scrive, siamo agli inizi del ’75, crede che per la prima volta sia possibile per il lettore moderno fare esperienza diretta di quella verità. Lui, che ormai appartiene alla generazione dei padri, prova infatti verso i figli un sentimento di condanna che nasce da una “cessazione di amore”, ma questi figli infelici sono puniti per una colpa che è stata commessa dai padri, una colpa senza dubbio gravissima, “forse la colpa più grave commessa dai padri in tutta la storia umana”. Qual è questa colpa? Non è né il vecchio né il nuovo fascismo dei consumi perché si tratta di una colpa condivisa da “fascisti e antifascisti, padroni e rivoluzionari”. Per comprenderlo occorre prima rendersi conto di un fatto nuovo, i giovani di cui si sta parlando non sono soltanto figli borghesi né soltanto figli proletari poiché per la prima volta le due storie, quella del popolo e quella della borghesia, si sono unificate sotto il segno dello sviluppo. Nessuno si è opposto veramente a questo processo, perché?

Perché c’è – ed eccoci al punto – un’idea conduttrice sinceramente o insinceramente comune a tutti: l’idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante. In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe in questo: nel credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese.

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linterferenza

Laudato si’, la ripresa del cammino nel mondo

Roberto Donini

FrancisLa “Laude” di Papa Francesco, l’enciclica Laudato si’, sulla cura della casa comune ha portata epocale ma è banalizzata ad ecologia dai media e a decrescismo dai progressisti. Non nascondo il mio stato d’animo e dunque il mio preconcetto: questo “Canto di Cura” mi ha commosso, che non significa solo emozionato ma interrogato nel profondo.

 

La scelta della decrescita

E’ certo “L’enciclica della complessità” come dice P.L. Fagan (http://www.linterferenza.info/contributi/lenciclica-della-complessita/) ed è inevitabile laddove pone un complesso mondo com’è la cattolicità di fronte alla complessa crisi della terra; tuttavia con il rischio di semplificare e renderla parziale ritengo si possa approssimare che l’enciclica faccia con decisione la scelta della decrescita e dunque indichi una sintesi. Nelle 10 tesi dalla 189 alla 198, Francesco d’Assisi si fa Cristo (il messia): fino a quel punto del testo c’è stato il vasto canto del creato (l’ambiente) e delle creature (il popolo) ora c’è l’irruzione nel tempio e la cacciata dei mercanti. La tesi 189, quella più nota, riprende il tema della crisi finanziaria della tesi 109 ma qui c’è la potenza di un fendente perché precipita il ragionamento in una determinazione storica “la crisi finanziaria del 2007-2008” e in uno schieramento di battaglia“il salvataggio ad ogni costo delle banche”. Nella prosa del testo l’episodio invera le argomentazioni generali “critiche” (alla tecnocrazia, all’antropocentrismo, alla finanza) sin lì sostenute, giustifica decisamente la Decrescita come prospettiva forte di uscita dalla complessità e distruttività della crisi.

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manifesto

Un banale “viaggiatore zaino in spalla” risponde a Giulia Innocenzi

Luigi Far­rauto

122Cara Giu­lia Innocenzi.

Che dolore, leg­gere il suo repor­tage. Come essere umano sono dispia­ciuto per le disav­ven­ture che ha vis­suto in Iran, paese che ho visi­tato due volte e in cui ritor­ne­rei altre mille. Paese che ho con­vinto molti miei amici — e ami­che — a visi­tare, ma non è molto impor­tante in que­sta sede rac­con­tarle il loro giu­di­zio, al ritorno. Par­rebbe come un’inutile bat­ta­glia a colpi di “a me ha fatto inna­mo­rare”, come a voler com­pen­sare la sua espe­rienza nega­tiva, che certo non si può cancellare.

Ma sono addo­lo­rato, per­ché la riso­nanza delle sue parole ha un peso molto più forte di quello che potrei direi io sul paese, o le tante per­sone che viag­giano in Per­sia ogni anno (tant’è che il Cor­riere della Sera ha subito pub­bli­cato le sue disav­ven­ture, non le mie, né quelle dei tan­tis­simi viag­gia­tori che rac­con­tano l’Iran con parole magnifiche).

Come si può rispon­dere o com­men­tare a ‘pal­pate al sedere’, ‘inse­gui­menti’, ‘uomini che fanno mostra del pro­prio pene’ o ‘aggres­sioni fisi­che’? Ripor­tando espe­rienze dia­me­tral­mente oppo­ste vis­sute nel mede­simo paese si farebbe il gioco della bilan­cia, e in que­sto caso non è la cosa più importante.

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minimamoralia

Lo hanno detto gli economisti!

di Graziano Graziani

zombieÈ un peccato che del post pubblicato sul suo blog da Stefano Feltri giovedì 13 agosto non sia rimasta traccia della versione originale, pubblicata il giorno prima. Il breve articolo in cui il vice direttore del Fatto Quotidiano prendeva posizione contro le facoltà umanistiche, tacciate di scarsa utilità e di spreco di risorse pubbliche, è stato successivamente corretto – cosa evidenziata da lui stesso in calce all’attuale versione – poiché riportava degli errori. E visto che il commento aveva suscitato un dibattito piuttosto vivace – tanto che l’autore ha sentito poi l’esigenza di tornare sull’argomento il giorno dopo – sembrava giusto correggerlo. E fin qui nulla di male: la rete consente di aggiornare le versioni dei propri scritti e se ci si avvale di questa facoltà onestamente (cioè segnalandolo) non c’è alcun problema.

Tuttavia la versione originale, forse perché scritta di getto, magari prestandoci poca attenzione perché destinata al pubblico disattento della settimana di Ferragosto, aveva qualcosa di illuminante per quanto riguarda le scorciatoie mentali con cui trattiamo certi temi. Il pensiero di Stefano Feltri lo si può desumere direttamente dai suoi articoli, ma per completezza ne faccio una sintesi (estrema): un laureato in ingegneria ha più possibilità di trovare lavoro di un laureato in lettere, a cinque anni dalla laurea guadagna di più e può permettersi più servizi. E fin qui l’acqua calda. La conclusione, poi, è la seguente: perché la collettività dovrebbe accollarsi i costi di facoltà che producono disoccupati? Lo studio delle lettere, ad esempio, è poco funzionale alla produzione di posti di lavoro: che lo finanziamo a fare?

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megachip

Il negativo del potere: i diritti civili e il mito

di Sandro Vero

«[...] là dove c'è potere c'è resistenza e (che) tuttavia, o piuttosto proprio per questo, essa non è mai in posizione di esteriorità rispetto al potere.»
Michel Foucault

news 250214Non c'è materia che non si renda disponibile per la forma-discorso del potere, una forma che dà al mito una declinazione speciale, globalmente al servizio degli uffici di cattura del capitale, che prolunga indefinitamente il suo nastro generativo dei comportamenti allineabili alle necessità del consumo. Come una poderosa Macchina di Turing, dispositivo elementare ma capace di infinito[1], il capitalismo ha da tempo superato la fase dei limiti - etici, antropologici - e svolge le sue annessioni continue tracimando ogni tipo di barriera e dilagando in ogni territorio.

L'immagine simbolica della t-shirt marchiata con la faccia di Che Guevara è solo uno dei possibili modi di un refrain minimale che usa la fungibilità semiotica come una clava da calare sulla creatività del linguaggio.

Il meccanismo semiotico del mito è stato spiegato da Roland Barthes con chiarezza sin dal suo saggio di chiusura dei Miti d'oggi[2]:

Il rapporto che lega (e separa) il significante al significato[3] si struttura in un doppio meta-livello, secondo le diverse direzioni del metalinguaggio e del mito. Nel primo, l'intera coppia significante/significato è presa nel gioco semiotico di rango superiore come significato su cui esercita la sua forma un significante altro, più comprensivo, che funge, appunto, da meta-strumento formativo. L'analisi semiotica di un testo ideologico è un esempio di metalinguaggio, come può esserlo la contro-analisi ideologica della critica semiotica, e questo a riprova della natura ricorsiva del meccanismo meta-espressivo[4].

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eschaton

La società multiculturale sopravviverà alle nozze gay?

di Raffaele Alberto Ventura

matrimoni nozze gayVivere assieme è complicato. Ci sono i ricchi e i poveri, i bianchi e i neri e i razzisti e i credenti e gli eterosessuali e gli omosessuali e tutti gli altri. Nel breve termine, forse anche nel medio, forse persino nel lungo, queste cose non cambieranno: bisogna davvero trovare un modo di vivere tutti assieme. E questo significa riuscire a darci delle regole comuni. Ma come si trova questo equilibrio, se ogni parte in causa rischia di subire come danno i diritti di un’altra parte in causa?

Penso alla sentenza della Corte Suprema USA in merito al matrimonio omosessuale e alle sue implicazioni politiche, anzi meta-politiche. Alcune osservazioni private di Roberto Buffagni, cattolico da combattimento, mi hanno fatto riflettere e pure un po’ spaventato. Per lui, che evidentemente ha il gusto di un certo vittimismo roboante, questa sentenza «è l’atto d’insediamento ufficiale di una nuova religione con la sua teologia civile, l’Editto di Milano di una nuova Cosa che imporrà a tutti i cittadini americani, e a tutti i livelli di governo USA, l’alternativa secca: sacrifica all’imperatore o accettane le conseguenze».

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linterferenza

Spunti di antropologia e logica

Francesco Alarico della Scala

blakeR375 17mar09Intorno all’annosa questione della natura umana si consuma oggi una delle battaglie culturali decisive contro l’ideologia dominante.

Varie analisi pubblicate su questo giornale mettono a fuoco l’odierno scontro fra le tendenze opposte eppur complementari del culturalismo e dell’ontologismo. La loro opposizione è facilmente intuibile: l’una afferma l’assoluta fluidità (e la conseguente infinita malleabilità) dell’uomo, l’altra prende rassegnatamente atto della sua natura immutabile. Più complessa è la loro complementarità, che non va ricercata nel campo della teoria pura bensì in quello della genesi oggettiva, storica e di classe, di tali forme ideologiche (nel senso deteriore del termine): ad essere “naturalizzata” e resa immutabile è soltanto la parte della “natura umana” che si conforma alle leggi dell’economia di mercato, cioè il suo istinto egoistico che renderebbe impossibile un sistema sociale improntato al collettivismo, alla cooperazione e alla solidarietà reciproca; fluidi e manipolabili divengono invece tutti i tratti della “natura umana” che contrastano, in atto o in potenza, con gli interessi del capitale, ossia tutte le tradizioni in blocco, i rapporti familiari, l’identità sessuale, ecc. È palese che la fonte di queste tendenze ideologiche non va ricercata nel progresso del pensiero scientifico e filosofico contemporaneo ma negli interessi di classe della borghesia e in particolar modo dell’oligarchia finanziaria, che soli ci offrono la chiave per la mediazione di queste tesi contraddittorie.

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blackblog

Lotta nelle strade contro lo spettacolo?

di Anselm Jappe

jappe255B4255DLe teorie sociali nascono per spiegare gli eventi del proprio tempo, più o meno rilevanti. Con il passare degli anni, e con la società che cambia, il loro valore euristico tende a diminuire. Pertanto, il tribunale della storia conserva solamente quelle letture della realtà che hanno dimostrato di poter essere applicate a situazioni diverse rispetto a quelle da cui sono nate, in quanto hanno catturato le tendenze generali di un'epoca più ampia. Queste teorie non sono "profetiche" (categoria vuota), ma sono state in grado di comprendere l'essenza di un lungo periodo storico. Coloro che oggi si richiamano ancora all'epoca di Tocqueville, o di Marx, o di Weber, o di Pareto, affermano che essi compresero, uno o quasi due secoli fa, alcuni elementi della società moderna che ancora oggi sono presenti, seppure in maniera differente. Come contropartita, teorie più recenti che, per fare un esempio, hanno visto nell'alleanza fra gli operai delle fabbriche ed i cittadini un elemento capace di trasformare la società capitalista, ci appaiono già irrimediabilmente datate.

Le teorie elaborate negli anni 50 e 60 del secolo passato, in particolare da Guy Debord e dai situazionisti, fanno parte di quest'analisi dell'effetto prolungato? Sono in grado di aiutarci a comprendere i fenomeni che questi autori non potevano allora ancora conoscere?

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criticaimpura

ISIS. Il marketing dell’Apocalisse

di Bruno Ballardini

Pubblichiamo su Critica Impura, per gentile concessione dell’Autore, l’introduzione completa dell’ultimo volume di Bruno Ballardini intitolato “ISIS. Il marketing dell’Apocalisse” (Baldini & Castoldi 2015)

ballardini isisIntroduzione

Nulla è come appare. Mai. Nemmeno questo libro. Nonostante le apparenze, infatti, ciò che state per leggere non riguarda l’ISIS, e nemmeno quello che c’è dietro. Questo libro è prima di tutto un atto d’accusa verso il modo in cui la rete – che avrebbe dovuto portare democrazia, risvegliare le coscienze, liberare l’umanità – si sia trasformata nel più efficace dispositivo per controllare, manipolare, deformare la realtà e, in definitiva, dominare grandi masse orientandone le scelte.

Sul piano mediatico l’ISIS rappresenta in un certo senso l’11 settembre di Internet, la prima grande sconfitta della rete, così come l’attacco alle Torri Gemelle e ciò che ne è seguito hanno segnato la sconfitta della televisione e la morte del giornalismo televisivo. Perché se è relativamente semplice contrastare il terrorismo da un punto di vista «tecnico» (basta eliminarlo), non esiste ancora nessun modo per difenderci dalla disinformazione e dalla manipolazione che avvengono attraverso Internet. Nessun modo per arginare i danni che provoca. È questo il vero disastro portato dalla tanto santificata «democrazia digitale» e dai social network. «Ti sei mai accorto delle enormi opportunità che un campo di battaglia offre ai bugiardi?» disse una volta il generale confederato Stonewall Jackson a un suo aiutante di campo durante la guerra civile americana[1]. A maggior ragione questo vale in un campo di battaglia virtuale.

Soltanto vent’anni fa, l’avvento di Internet veniva salutato dai primi profeti come l’inizio di una nuova era per la nostra civiltà.

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filosofiainmov

Società o barbarie

di Pierfranco Pellizzetti

officine corsareore20.30Anni incanagliti, quelli in cui stiamo vivendo gli anni della nostra vita.

La stagione in cui l’assiomatica dell’interesse possessivo, impostasi quale unico principio regolatore dell’umana convivenza, ha dato mano libera all’accaparramento in quanto accumulazione di capitale e alla spirale impazzita della disuguaglianza, alla legittimazione della mediocrità proterva come tipologia umana egemone, alla banalità semplificatoria per la concettualizzazione dominante. A cominciare – appunto – dallo svilimento della democrazia e lo svuotamento della politica.

Questo è – almeno – quanto vedono i miei stanchi occhi.

Fisime di un uomo vecchio, afflitto dal rimpianto nostalgico (idealizzato) dei tempi andati, quando ancora c’era tela da tessere, speranze da coltivare e i doloretti vari al momento non si facevano sentire?

Ad altri giudicare. Da parte mia ho provato a ragionare al riguardo, elencando argomentazioni che mi sembrano “oggettive” (se l’aggettivo fatale mantiene ancora un qualche senso), nel saggio appena pubblicato per i tipi de il Saggiatore: “Società o barbarie – il risveglio della politica tra responsabilità e valori”.

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contraddizione

Laudato si': lavoro e ricchezza

di Carla Filosa

Dire la verità in malafede
dovrebbe essere considerato disonesto.
Karl Kraus

topicDue grandi tematiche sono emerse in questi ultimi giorni: la continuità dell’esodo irrefrenabile di popolazione spinta dal bisogno estremo della vita minacciata, e il nuovo (si fa per dire) riversamento ideologico dell’enciclica papale. Di quest’ultima, analizzata al completo nelle sue 192 pagine, ci interessa per ora solo quanto attiene al concetto di lavoro e di ricchezza tessuti entro un contesto fumoso di termini sociologici – non scientifici – di “società”, “potere”, “finanza” o “consumo”.

In ordine di importanza, imposta dalla realtà materiale, affrontiamo insieme in primo luogo il significato di questa migrazione che – sembra – sta dilaniando la cosiddetta Europa. La riscoperta delle frontiere come ostacolo da parte degli Stati europei è solo un modo più elegante della rozzezza ungherese, propensa proprio all’innalzamento di un muro (cemento o mattoni, forse pietra come quella cinese?), per bloccare l’ingresso di chi ancora tenta di sopravvivere. Perché? Al di là di timori anche ancestrali, pur presenti, di promiscuità etnica, razziale o religiosa, sembra evidenziarsi il problema sostanziale della concorrenza lavorativa con la popolazione autoctona, che potrebbe risvegliarsi dall’assuefatta pacificazione sociale dei salari minimi, delle promesse lavorative dopo il volontariato gratuito, della speranza di mesi alternati di sopravvivenza, e così via tirando avanti.

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minimamoralia

Fondata sul turismo

di Fabrizio Federici

«Insomma, è ora di guardarci in faccia e dircelo chiaramente: è inutile che continuiamo a far finta di rivaleggiare con la Francia o la Germania. Non ci riusciamo, non siamo fatti per certe cose. D’ora in avanti i nostri modelli saranno altri, ben più allettanti e assolati: le Seychelles, le Maldive, Mauritius. Noi faremo come loro, e come questi Paesi l’Italia diventerà un paradiso dell’accoglienza e del buon vivere, costruito attorno alle straordinarie ricchezze artistiche ed ambientali di cui siamo depositari»
(dal «Discorso di San Gimignano» del Presidente del Consiglio, 31 ottobre 2021)

italien venedig urlaubLa Grande Trasformazione era in atto ormai da un paio di decenni. L’aveva preceduta una lunga fase di accorta preparazione, in cui le attività produttive – e l’industria in particolare – erano state spinte in una profonda crisi, i finanziamenti alla ricerca erano stati quasi azzerati, e si era diffuso tra la popolazione il mito di un’Italia «terra della cultura». Venne abilmente instillata la convinzione che bastasse sfruttare i beni culturali del Paese per assicurare a tutti la prosperità. «E pensare che si potrebbe campare soltanto di quello!»: nei bar non si mugugnava altro.

La situazione che si era venuta a creare era perfetta per un cambiamento radicale: masse di disperati da una parte, la speranza dall’altra in una svolta che passasse attraverso il massiccio sfruttamento turistico delle bellezze nazionali. Al momento buono, la trasformazione fu avviata con piglio deciso, e con rapidità tale che in breve tempo divenne irreversibile. Fu varato in pompa magna il «piano di riconversione economica totale» al turismo, che prevedeva innanzitutto il blocco di ogni forma di sostegno e di agevolazione alla produzione di beni e servizi (che non fossero, è chiaro, più o meno direttamente legati all’accoglienza). Fu stilata una lista di attività «tipicamente italiane» da sostenere, legate tutte, più o meno, all’ospitalità.