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Seimila anni di società complesse

di Pierluigi Fagan

7d76d3f33673db9af59e2a1d497b33b2Sugli ultimi raggiungimenti dell’archeologia complessa[1] su cui basare la proto-storia[2], ci informa M. Liverani con la riedizione del suo: Uruk, la prima città, Laterza, Bari Roma, 1998-2017. Il periodo è quello Antico Uruk – Tardo Uruk in Mesopotamia, tra il 4000 ed il 3000 dove una società a doppia circonferenza centro-periferia, ruota intorno ad una forte credenza condivisa[3], amministrata da un centro templare. Questo possiede una sua élite e sua mano d’opera ma si avvale anche di corveé generali stagionali per la coltivazione di propri campi di orzo che poi, sottratto l’automantenimento del centro templare, viene accumulato e reinvestito in scopi sociali. In termini di libertà, concetto caro ai moderni, il popolo era suddito per le questioni politiche e fiscali ma libero dal punto di vista economico. Le élite templari  dicendosi suddite degli dei ed amministrando la credenza condivisa, accumulavano potere gerarchico sociale. L’economia era mista tra pubblico e privato, sia nel possesso di terra che nella sua lavorazione, non meno che nell’artigianato e nel sistema di scambio esterno mercantile.

L’emersione di queste prime forme di gerarchia che iniziano la prima complessità delle società sembra provenire da un processo funzionale, l’autorganizzazione sociale trova la via più facile per reggere la propria crescente complessità[4] riducendosi spontaneamente in un centro che quindi non si afferma per coercizione. Da dopo circa il 4500 le superfici in mq dei templi cominciano ad impennarsi, i “palazzi” del potere laico ancora non ci sono e le superfici delle case rimangono indifferenziate. Sul piano della progressione storica, a questa bassa complessità iniziale corrispose probabilmente massima auto-soggezione e minima coercizione, ma in seguito la seconda crebbe poiché scendeva la prima stante che le richieste del “centro” si fecero sempre più pesanti ed il passaggio dal potere religioso a  quello politico depotenziò la forza ideologica della credenza condivisa. La biforcazione originaria che porta allo sviluppo delle società gerarchiche e complesse, è alimentata da un semplice delega più o meno spontanea ma certo volontaria, ad un perno che coordini il sistema sociale.

L’auto-soggezione è un fenomeno che troveremo molte altre volte nella storia. Molti individui sembrano accettare di buon grado uno scambio apparentemente ineguale,  per il quale devolvendo completamente il proprio potere sociale, ottengono in contropartita la certezza di una collocazione e l’orizzonte chiuso ed ordinato della casella sociale semplificata nelle responsabilità, che vanno ad abitare. La gerarchia è una forma di riduzione della complessità,  funzionale al sistema generale ma funzionale anche ai limitati e più controllabili orizzonti che molti individui vogliono prossimi, certi, prevedibili anche se a condizioni imposte. Le ben sei edizioni (2006-2016) della versione italiana del Discorso sulla servitù volontaria di Etienne La Boétie, dicono dell’attualità dell’indagine  su questa “misteriosa” attitudine rilevata dal francese già nel 1576 che la sociologia e le analisi della psicologia tanto di massa che individuale non hanno forse ancora ben indagato a fondo. La relazione di subordinazione sembra si formi per l’incontro tra una volontà di dominare ed un bisogno di circoscrivere il proprio impegno sociale, tra volontà di potenza e bisogno di tranquillità[5].

La funzionalità centrale del sistema di potere ad Uruk, era interpretata dai servi degli dei, amministratori del culto e delle narrazioni connesse che purtroppo non ci sono note. Come nel caso della preistoria che per lungo tempo abbiamo letto solo come “età della pietra” perché solo queste ci sono arrivate, così queste prime forme di gerarchia sociale pronunciata ci sono sembrate basate solo sulla gestione dei magazzini delle eccedenze produttive perché le famose “tavolette” in cui compaiono le prime forme di scrittura, solo questo testimoniavano. E’ invece molto interessante notare che deve essersi formata una ideologia condivisa a base religiosa prima che questa struttura unificante producesse una élite centralizzata, le condizioni di possibilità di quest’ultima derivano dalla struttura unificante della precedente credenza condivisa. Naturalmente, le nascenti élite che all’inizio ebbero un mandato funzionale spontaneo e condiviso, fecero poi di tutto per rinforzarlo, ampliando le narrazioni in un discorso complesso che giustificasse ed ordinasse quanta più delega di potere al centro di cui erano gli amministratori beneficiari.

Questo processo di formazione di “un popolo” non più tribù o clan, per certi versi, è la stessa meccanica della nascita e diffusione dell’islam e del concetto di umma che precede e giustifica i successivi califfati. Diversamente dal cristianesimo che nacque e si affermò inizialmente in contrapposizione e competizione con il potere militar-politico romano che storicamente lo precedeva di molto, il popolo di dio musulmano nasce contestualmente alla credenza ed anzi è molto probabile che l’intera narrazione avesse proprio questo fine stante che Maometto ben conosceva la minorità araba spezzettata in conflittuali tribù  disperse su un territorio difficile (tendenzialmente arido) e molto vasto. Minorità evidente in rapporto non solo all’Impero bizantino (anatolico) ed a quello sasanide (iranico) ma anche al popolo ebraico che esisteva in quanto tale proprio e solo perché unificato da una credenza condivisa.

Liverani osserva “Quando definiamo la Venezia del Cinquecento una <città mercantile>, o la Manchester dell’Ottocento come una <città industriale> …” (p.89 op. cit.) e prosegue specificando che questa attività distintiva non è certo l’unica che viene svolta ma la principale, al punto da divenire il generatore di ordine generale dell’intera società ovvero quello che noi qui chiamiamo “ordinatore”. L’ordinatore della prima società gerarchica complessa, Uruk, fu la credenza religiosa. Anche le società contemporanee si basano su una credenza, la credenza che il fare economico, sia socialmente che individualmente, sia il miglior ordinatore. Marx ma in fondo anche i liberali, hanno pensato e i loro epigoni continuano a pensare sia questo l’ordinatore sociale universale, la produzione e la forma d’ordine che ne discende. Uruk era una città-tempio, le nostre sono città-mercato, altre volte nella storia si incontrano città-caserma o fortino anche quando si hanno popoli nomadi che non hanno “città” ma rimangono socialmente strutturate come un’orda di rapina e saccheggio che non intende minimamente fermarsi ad amministrare la complessità territoriale. Qualche volta come l’Atene classica, troviamo città-politiche. Ognuna di queste definizioni dice solo dell’ordinatore ma la trama complessa della società prevede sempre la compresenza di tutti i fattori religiosi e culturali, economici, militari, politici, solo che questi sono ordinati da quello che svolge la funzione principale, appunto, di ordinatore.

Quando successivamente al periodo Uruk, l’ordinatore mesopotamico passò dal religioso al politico, il periodo dei re e delle dinastie, la relazione funzionale all’interno della credenza cambiò. I precedenti servi degli dei erano chiaramente umani solo più vicini degli altri a gli dei, vertice della credenza condivisa. I re invece, presero il ruolo di semi-dei, via di mezzo tra l’umano ed il divino, invenzione probabilmente scaturita dalla creatività adattiva degli stessi sacerdoti che dovendo cedere il potere, mantennero almeno quello di testimoniare e giustificare il re-guerriero che tanto si sarebbe affermato per conto suo quando il territorio di quelle società si ingrandì o la densità competitiva locale si fece minacciosa al punto da richiedere offesa e difesa militare di livello superiore. Nasce allora il condominio tra potere politico-militare e sacerdotale, una diade che troviamo poi molte altre volte ed in una grande varietà di assetti nel registro storico, ad esempio con la figura del “figlio del Cielo” dell’imperatore cinese. Anche la relazione economica cambiò. Le prime società che erano templari, potevano mantenere regimi di economia centralizzata ed economia privata mentre le società palatine, avevano logistica, costi ed ambizioni molto maggiori[6] per cui l’economia privata si contrasse in favore di una economia statalizzata. Le attuali élite della società di mercato, di contro, aborrono ogni minima forma di economia centralizzata poiché tutto l’ammontare del prodotto generato dal fatto economico deve rendersi disponibile di modo che loro se ne accaparrino la maggior fetta. Altresì, le élite delle società di mercato, non solo non hanno bisogno se non in forma servile-funzionale del politico ma senz’altro sono diffidenti nei confronti di quelle religiose ad esclusioni di quelle forme di religione come il protestantesimo o il buddismo, che non producono vere élite centraliste.

Una volta di più, la teoria degli ordinatori sociali appare essere lo schema che meglio spiega l’alternarsi degli ordini sociali, alternanza che non è dovuta in genere da alcun fattore interno alle società ma quasi sempre da fatti di adattamento ai contesti. Il motore del cambiamento è più spesso esogeno o meglio, risiede nella relazione tra l’interno di un sistema ed il suo esterno, è mosso da un adattamento. Nello schema di Arrighi[7]-Braudel ad esempio, la città-mercato di Venezia e la città-banca&finanza di Genova vengono superate per molti motivi che diressero lo sviluppo storico-sociale-culturale dal Mediterraneo al Mare del Nord e lì, le Province unite si presentarono come la miglior fusione della funzione mercantile e di quella banco-finanziaria. Non ci furono ragioni interne al modo di fare mercato di Venezia o di fare banca e finanza di Genova che vennero superate dai modi olandesi, né decisive innovazioni di “prodotto”,  si trattò solo di un adattamento alle mutate condizioni geo-storiche. Così il subentro di Londra e dell’Inghilterra-Gran Bretagna che solo dopo generò l’industria, industria che la piccola popolazione olandese certo non avrebbe mai potuto sviluppare significativamente per semplici ragioni demografiche e che gli italiani non svilupparono unitariamente perché funzione mercantile, bancaria e politica erano frazionate.

E’ proprio della visione economicista della storia e delle società avere questa cecità selettiva alle condizioni di contesto. Leggendo fatti economici per principio epistemico fondativo, l’economicismo vede solo fatti economici e pensa che questi siano autogenerati chissà se dalla foga del profitto della “borghesia”, dalla spontaneità innovativa, dalla superiore intelligenza impersonale della mano invisibile. Come ogni forma di fede epistemica a base di uno sguardo monodisciplinare, l’economicismo cade inesorabilmente nell’aporia dell’autofondazione. Ogni movimento si pensa causato internamente dalla logica economica ma il movimento primo non si troverà mai perché il baratro del regresso all’infinito è appunto non finito. Cosa muove il primo movente rimane uno sfumato mistero.

Insomma, 5-600 anni fa, almeno in Mesopotamia, la complessità sociale raggiunse un nuovo stadio e si autorganizzò intorno ad una credenza condivisa di tipo religioso. La condivisione della credenza produce funzionalità quindi le credenze condivise non sono poi così astratte come si ritiene nella stramba partizione riduttiva tra struttura e sovrastruttura, anche le credenze rispondono al vaglio finale del funziona – non funziona. Questo funzionamento è dato da il complesso di una società abbastanza ordinata, dinamica processualmente, dotata di senso e significato condiviso, adattativa alle condizioni geo-storico-ambientali, garante per la massa critica degli individui che ne fanno parte, di una moderata soddisfazione esistenziale che ha il suo lato primario nel bisogno materiale. In più, giustificano l’élite di governo che è il modo universale con il quale gli esseri umani -sino ad oggi- hanno inteso organizzare l’intenzionalità del sistema sociale, da quando questo ha preso e poi rigenerato dimensioni e forme complesse. Le élite militari, politiche, religiose e culturali, economiche e le rispettive funzionalità di cui sono espressione, entrano tra loro in determinati rapporti di gerarchia che richiedono che una di loro, o meglio la funzionalità di cui sono espressione, funga da ordinatore. La scelta dell’ordinatore è data da eventi storici spinti dalla ricerca di adattamento ad un certo contesto variabile per caratteristiche nello spazio e nel tempo. Il tutto è accompagnato dal formarsi di un’ampia credenza condivisa.

Una certa propensione alla servitù volontaria fa sì che i margini di tolleranza della subordinazione in cambio della tranquillità, siano molto dilatati per cui il “funziona” è un giudizio che nella realtà sociale si da con molta più generosità di quanto non  concedano coloro che sono mossi da approcci critici, nobili intellettualmente ma poco pratici realisticamente. Il bisogno di “ordine” è evidentemente una richiesta sociale primaria, antecedente il bisogno di “giustizia”. Se è da valutare complessivamente quanto una società funzioni o non funzioni e quindi la critica anche la più acuminata poco la smuove fino a che “funziona”, di contro c’è poco da difenderla quando “non funziona più”. Quando “non funziona più” si apre la crisi ma l’esito di questa è di nuovo pesantemente condizionato dalla primaria richiesta di ordine per cui crisi che potrebbero aprire finalmente ad un superamento, finiscono in realtà per alimentare una parossistica richiesta di ordine immediato che porta le crisi ad irrigidire sempre più le forme conservative della società che è andata in crisi. O le transizioni sono ordinate o debbono essere molto brevi, rivoluzionarie, l’ordine si deve mantenere o ripristinare velocemente.

A noi sembra che la società occidentale basata sulla moderna credenza condivisa-funzione che il miglior ordinatore possibile sia quello economico[8], non funzioni più. Non funziona in termini adattivi come si evince dal bilancio ecologico e geopolitico. Non funziona più dal punto di vista del senso e significato come si evince dalla desertificazione culturale e dal diffuso collasso psichico socio-individuale. Non funziona più neanche dal suo stesso punto di vista data la condivisa ormai certezza di una lunga stagnazione, dall’abnorme proliferare dei tumori finanziari, dalla mancata redistribuzione, dai minacciati fallimenti dei bilanci statali e dall’ipertrofia del debito. Non funziona più proprio in termini di contratto sociale dato sì che Adam Smith che ne codificò il testo, scrisse che quella che lui ancora chiamava “economia politica”, basata su produzione specializzata di massa e libero mercato, si riprometteva di “… arricchire sia il popolo che il sovrano”[9]. Stati semifalliti e riduzione delle classi medie, scomparsa del reddito e dello steso lavoro, a parte qualche eccezione (la  Germania e pochi altri), segnano -per l’Occidente ma non per il resto del mondo- il crollo della promessa contrattuale centrale moderna.

Alcuni (in genere economisti) pensano che sia solo un problema di teoria economica ma molti altri, tra cui chi scrive, pur condividendo il giudizio certo molto critico sulle forme neoliberali che come tutte le degenerazioni ideologiche tendono all’assolutismo totalitario viepiù che i fatti che dovrebbero ordinare mostrano crescenti malfunzionamenti, pensano che la funzione ordinatrice di questa credenza abbia esaurito il suo compito storico perché ha saturato la sua finalità funzionale. Oggi abbiamo assicurata grande parte della base materiale di sussistenza e confort mentre forte e inevaso è il bisogno di tempo, di studio, di conversazione e dibattito, di formazione culturale complessa, di partecipazione diffusa alla ridefinizione di un nuovo contratto sociale. Dotazioni necessarie anche per varare urgentemente una strategia adattativa alle minacce dell’era complessa stante che le condizioni materiali si possono soddisfare ampiamente con una economia moderna rivista e pluralizzata nella sue forme interne.

Gli economisti possono certo ben suggerire che tipo di economia sarebbe altrimenti possibile ed opportuna ma le condizioni di possibilità ed opportunità vanno definite dal nuovo ordinatore e l’unico si conosca in grado di far questo, tolti i militari ed i religiosi che già provammo in passato con esiti finali catastrofici, è l’ordinatore politico. Una nuova  forma di società adattativa non deve però solo cambiare la geometria tra ciò che ordina e ciò che è ordinato, cambia anche le forme interne al principio che da ordinato diventa ordinatore o viceversa. Così “politico” di per sé dice poco o niente se non se ne dettaglia almeno a grandi linee le caratteristiche. Il monarca (l’Uno) che sia dispotico o illuminato; l’oligarchia o élite, autoimpostasi, espressa dall’ordinatore vigente o addirittura “eletta dal popolo” (i Pochi); i quanti più è possibile intesi come individui componenti la società (i Molti), al di là del protagonismo dei vari filosofi politici che hanno provato a cambiarne parzialmente la scansione e definizione, rimangono -a grandi linee- i tre principi guida per pensare all’ordinamento politico.

Le forme e l’ordine sociale delle società occidentali, sempre più perturbato dalle intricate condizioni del mondo entrato nell’era complessa, necessitano di una logica tipicamente complessa, quale l’autorganizzazione sistemica che, sul piano politico, altro non è che una forma molto potenziata e diffusa di democrazia. Per riscrivere il contratto sociale, per modificare la logica sociale in senso adattivo, per mantenere un ordine omeostatico (che poi sarebbe “omeodinamico”) resiliente alle numerose perturbazioni a cui andiamo incontro e di cui già vediamo gli scossoni, non sembra esserci altra strada che promuovere una nuova credenza condivisa. Non ci salveranno né gli dei distratti, né la forza, né le élite di qualsivoglia credo ed intenzione, ci salveremo solo diventando un sistema autorganizzato che bandisce l’acquiescenza  e la passiva tendenza primitiva alla servitù volontaria sul piano individuale e decide da sé cosa fare per mantenere l’ordine nel crescente disordine a cui andiamo incontro correndo in avanti con la testa rivolta all’indietro.

Le tesi sopraesposte sono ancora malferme e bisognose di conferme archeologiche più numerose ed approfondite. La civiltà della Valle dell’Indo, ad esempio, appare vasta e forse complessa ma sembrano del tutto assenti centri templari o palatini. Forse, inizialmente, ci fu più di un modo ed allora sarà importante capire perché si è imposto il solo principio di gerarchia. Tanto meglio capiremo come si formarono le prime società complesse, tanto meglio sapremo come intervenire nella loro meccanica e dinamica per adattarle ai nuovi gradi di complessità necessaria.


Note
[1] S.E. van der Leeuw –a cura di- Archeological Approaches to the Study of Complexity, Amsterdam 2000
[2] A. Guidi, Preistoria della complessità sociale, Laterza, Bari Roma, 2000
[3] J. Cauvin, Nascita delle divinità, nascita dell’agricoltura, Jaca Book, Milano, 1994-2010
[4] Sulle cause di questa crescente complessità, non mi pare che Liverani sia poi così chiaro. Partito per verificare o falsificare le tesi egemoni prima del marxismo di V. Gordon Childe, poi quella economicista classica di F. Heichelheim, poi il neo evoluzionismo americano, sull’innesco del processo, Liverani ricorda l’antica contrapposizione tra Childe (innovazione dei mezzi di produzione) e Ester Boserup (adattamenti progressivi trainati dalla crescita demografica endogena). La sua analisi che muove dalla decodifica delle tavolette di registro dei magazzini templari  scritte in pre-cuneiforme, resasi possibile solo a partire dagli anni ’90, non contiene però dati demografici.
[5] L’idea che la società sia preminentemente un “riduttore di complessità”, informa la sociologia della complessità di N. Luhmann. Se la società nel suo complesso è un riduttore adattativo di complessità, la gerarchia è un riduttore funzionale della complessità interna della società.
[6] Tra cui le forme fisiche più esibite di sfarzo e ricchezza che distinguessero l’élite dal popolo, necessità che i religiosi ben diversamente giustificati dalla metafisica, non avevano.
[7] G. Arrighi, Il lungo XX secolo, il Saggiatore, Milano, 2014
[8] Tesi dell’intero, mirabile, lavoro di K. Polanyi
[9] A. Smith, La ricchezza delle Nazioni, UTET, Torino, 1996 p. 553
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