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La violenza di genere nel vortice della crisi e il j’accuse di Elena Cecchettin

di Alessio Galluppi

artemisia i vecchioniIn molti si sono domandati perché il femminicidio di Giulia Cecchettin abbia trovato maggiore eco rispetto agli altri che si moltiplicano con aumentata frequenza in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, in India, Cina e in America Latina. La differenza risiede che in questo caso la crisi generale di un modo di produzione che si ripercuote nella sfera della riproduzione sociale e nel rapporto di specie ha trovato nella persona e nella voce di Elena Cecchettin il riflesso agente dell’impersonalità delle contraddizioni che vengono a maturare con la crisi e che si ripercuotono nella sfera della riproduzione sociale. In sostanza la vicenda è divenuta la punta dell’iceberg di una crisi più generale che sta solcando nel profondo anche la relazione di genere per come essa è stata determinata da un movimento storico causato da necessità impersonali.

Così, Giulia Cecchettin è divenuta icona vittima della violenza sulla donna nella marea umana rabbiosa e commovente nel vento di tramontana della manifestazione di Roma del 25 novembre, una marea composita di giovani ragazze, donne di diverse età e di alcuni giovani ragazzi. Una “icona” che viene usata anche in modo strumentale e ruffiano da altre parti sociali per far precipitare nel dimenticatoio generale il j’accuse della sorella Elena.

Il j’accuse di Elena Cecchettin, aggredendo i nodi generali della questione che il femminicidio sottende, ha suscitato una immediata reazione contraria da parte di quella pancia sociale diffusa e sensibile ai valori di famiglia, di servizio alla procreazione della vita e della proprietà privata dei figli. Ma ha anche ricevuto quella solidarietà paternalistica da parte del pensiero dell’establishment liberale e del centro sinistra, che nel tentativo di conciliare gli interessi generali del capitalismo italiano alle prese con una inarrestabile crisi di natalità e quelli più generali delle donne, ridotti a diritti per sole poche, equiparati alle istanze più corporative che la stessa crisi del rapporto sociale della famiglia e della decrescita della popolazione stanno determinando.

In questo caso ci riferiamo a quelle istanze delle coppie ricche Europee, Occidentali e Cinesi, che pretendendo un figlio di propria proprietà, lo richiedono attraverso l’uso dell’utero di una terza donna, che non avendo di che campare la sua capacità riproduttiva diviene macchinario e merce da cui estrarre plusvalore.

Sono passate ormai settimane e l’attenzione mediatica non sembra scemare, anche la CNN recentemente ha realizzato a metà dicembre un lungo servizio giornalistico sul fatto di cronaca, sulla reazione popolare, sulle spontanee mobilitazioni di piazza di donne e ragazze, sull’interesse dei politici, del governo italiano e fintanto del Papa. Ma più si parla del femminicidio di Giulia Cecchettin e più i temi sollevati dalla sorella Elena vengono elusi come se il suo j’accuse non fosse mai stato pronunciato.

 

Le verità di Elena e la crisi di un modo di produzione

Cosa ha detto Elena Cecchettin di così sconvolgente da meritare ingiurie (“satanista”, “bestia di satana”) e finire nel dimenticatoio degli innominabili?

Anche tra le testate giornalistiche che non si sono scagliate contro il j’accuse della sorella di Giulia abbiamo letto una attenta disamina dei fatti volta ad aggirare i nodi che ella poneva. Tutti concordi che vi sia un problema “nel maschio”, nel rapporto che egli ha nella relazione amorosa con l’altro sesso. Aldo Cazzullo scriveva in quei giorni sulle pagine del “Corriere della Sera” contro « coloro che si ritengono proprietari del corpo e dell’anima della donna, e si rifiutano di riconoscere la sacrosanta libertà della donna di uscire con chi vuole, vestire come vuole, sposare chi vuole e di amare chi vuole ». In sostanza il tema delle riflessioni sono: c’è un problema di “fragilità del maschio” di fronte a una crisi di identità (o di “sana mascolinità”), che naufraga in una società individualista e in parossistica competizione, c’è un “retaggio culturale” duro a morire o quel rapporto denominato nella evoluzione storica sociale come “patriarcato” esiste e si riproduce sistemicamente? A leggere tutti gli editoriali se ne ricava che nel più generale rapporto sociale la donna si sia emancipata ed evoluta, in sostanza sia cresciuta in maturità e consapevolezza liberandosi dall’isolamento domestico e partecipando alle attività sociali. Viceversa il maschio di specie risulterebbe impreparato, attardato e disorientato di fronte alla conquistata “emancipazione” da parte della donna. Viene riproposto il tipico stereotipo paternalista che le bambine maturano prima dei maschietti. Ciò è verissimo, solo che le bambine sono “educate” fin da piccole ad aiutare le madri nelle faccende domestiche, quindi a prendersi in carico parte delle responsabilità della riproduzione sociale all’interno del nucleo familiare, quindi costrette a maturare prima a causa di un rapporto storico sociale che le subordina (le “educa”) fin da piccole.

Di fronte a questa assordante sinfonia d’orchestra, Elena Cecchettin ha voluto chiarire alle donne e agli uomini:

«Molte persone hanno additato Turetta come un “mostro”, un “malato”. Ma lui mostro non è, perchè il mostro è quello che esce dai canoni normali di quella che è la nostra società. Ma lui è un figlio sano della società patriarcale che è pregna della cultura dello stupro. La cultura dello stupro è quell’insieme di azioni che prevedono e sono volte a limitare la libertà della donna… ed è una struttura che beneficia tutti gli uomini. Non tutti gli uomini sono cattivi mi viene detto spesso. Si è vero, però in questi casi sono sempre uomini. E tutti gli uomini comunque traggono questo beneficio da questo tipo di società. Quindi tutti gli uomini devono essere attenti… Dovete essere ostili a questi comportamenti che possono sembrare banalità ma sono il preludio del femminicidio. Il femminicidio non è un delitto passionale. Il femminicidio è un delitto di potere. E il femminicidio è un omicidio di stato perchè lo stato non ci tutela e non ci protegge…».

Il j’accuse di Elena Cecchettin è netto, generale e radicale, che descrive una crisi verticale nel rapporto di specie nella società moderna capitalista. I nodi sostanziali e accuratamente elusi sono:

il violentatore è un figlio sano della società che trasuda di patriarcato; il patriarcato cova in sé l’origine della violenza e dello stupro; tutti gli uomini traggono un vantaggio da questa impalcatura sociale; il femminicidio è un omicidio di potere e non è un omicidio passionale; è anche un omicidio di Stato proprio perché è un omicidio di potere.

Ci troviamo di fronte a un infantilismo ideologico di estremismo manicheo incapace di cogliere la complessità e l’evoluzione della società civile moderna, quella società che si è comunque sviluppata riconoscendo e garantendo alle donne le più alte libertà nel mondo contemporaneo occidentale? O Elena Cecchettin ha buone ragioni per sostenere le sue tesi?

Certamente sì, ne ha e più di una! Ma si tratta di aggredire le cause di quello che viene definito “patriarcato” come risultato di un processo storico e dei suoi rapporti sociali determinati, mettendolo a nudo per come esso si presenta oggi. Così come bisogna constatare, che le soluzioni che Elena propone sono la rappresentazione dell’impotenza del femminismo europeo e occidentale di fronte alla crisi di un modo di produzione che origina la recrudescenza della violenza di genere e la limitazione delle precedenti “libertà” conquistate dalle donne. Iniziamo il ragionamento dall’inizio del j’accuse e non dalla sua coda, perché la questione è di estrema importanza, rappresentando la punta di un iceberg della crisi per decomposizione della società nel suo insieme complessivo, ovvero il tempo storico finito di un modo di produzione e l’iniziale collasso di tutti i rapporti sociali inclusi quelli fondanti dei fattori della riproduzione sociale.

Immaginare il “patriarcato” semplicemente come una arcaica forma e sovrastruttura familiare, per di più statica e uguale nel tempo e nello spazio è fuorviante. Per cui, scomparso nella società il soggetto di diritto del pater famiglia, che ha potere decisionale su ogni aspetto della vita familiare, sulla moglie e sui figli, anche la forma familiare di tipo “patriarcale” cessa di esistere, sopravvivendo qua e là come retaggio del passato. Soprattutto il “patriarcato” non corrisponde a una semplice divisione dei ruoli uomo-donna all’interno privato di una famiglia isolata dal resto del mondo. Vogliamo ricordare che quella divisione dei ruoli inizia in antiche società quando lo sviluppo delle gens e delle tribù stanziali cominciò a dipendere dall’agricoltura e nelle quali la produttività della terra dipendeva dall’uso delle braccia, dalla numerosità del gruppo familiare e poi dall’uso di schiavi e dallo scambio dei prodotti tra i diversi gruppi familiari sociali. In sostanza quando di fronte all’aumento dei bisogni sociali diventò inevitabile lo scambio dei prodotti. Fare i figli e contrarre unioni ai fini della riproduzione della famiglia attraverso le nuove generazioni divenne una attività sociale necessaria per lo sviluppo dei primi popoli stanziali, della forza lavoro e immancabilmente anche dello scambio mercantile di lavorati, che iniziarono a includere lo scambio dei figli attraverso gli istituti “matrimoniali”.

Pertanto stiamo parlando di un preciso processo storico dominato dalle necessità impersonali del rapporto degli umani con i mezzi della produzione e la natura, che hanno subordinato a queste necessità la riproduzione sociale dei figli, determinando poi quella divisione di ruoli e del lavoro sociale più generale, “femminilizzando” (ossia assegnando al genere di specie femminile) le attività e i compiti della riproduzione divenuta sociale, che ha alienato la donna dalla produzione privandola di “autonomia economica”.

Il nodo della questione, quindi, non è una forma “giuridica”, “religiosa”, “culturale” o di “modello” di famiglia. Il patriarcato non origina dal maschio in sé per sua caratteristica naturale biologica, non è un rapporto alienato da quello generale degli uomini con i mezzi della produzione le necessità correlate della riproduzione. E’ il precipitato di un processo storico di come la “riproduzione” diviene “riproduzione sociale” in un movimento temporale che la subordina in maniera crescente alle necessità generali della produttività, della accumulazione delle ricchezze e quindi ora al profitto generale, benché indubbiamente dà un vantaggio sociale al maschio di specie. Quindi quando si parla di “patriarcato”, si deve parlare di un modo della riproduzione sociale relazionata a un modo specifico del rapporto dell’uomo con i mezzi della produzione che avviene essenzialmente per necessità di fattori economici.

Dovrebbe a questo punto sorgere la domanda: nella storia delle società e in quella contemporanea la riproduzione sociale è o non è un fattore economico? E’ o non è una attività subordinata alla accumulazione della ricchezza e del capitale? Se esiste questo nesso allora Elena Cecchettin ha ragione di parlare di “patriarcato” come elemento sistemico, sebbene sarebbe necessario aggiungere che, fintanto che la riproduzione sociale è subordinata a un modo di produzione il cui fine è accumulare la ricchezza attraverso lo scambio, non può esistere un società con connotati differenti.

Prima di continuare andrebbero demoliti altri archetipi che pretendono di giustificare il patriarcato come elemento derivato dalla naturale divisione di genere, sostenendo l’essenziale del j’accuse di Elena Cecchettin.

Non c’è nulla di naturale (nel senso biologico) che è a origine della storica divisione dei ruoli tra i due generi di specie e del vantaggio sociale del maschio sulla femmina. Infatti non esiste alcuna caratteristica biologica, scientifica, tantomeno psicologica per cui il maschio debba dominare la donna od occuparsi della sfera produttiva e la donna della mera sfera riproduttiva. Questa supremazia del maschio sulla femmina non avviene nella storia perché egli possiederebbe un forza maggiore rispetto alla femmina (per cui solo l’uomo può sopportare la fatica del lavoro fuori dalla casa e nel campo di frumento). La forza fisica come ogni altra cosa è anche essa il risultato di un processo storico e delle attività sociali degli umani. Le capacità e le differenze fisiche non presiedono al fatto che le prime popolazioni stanziali dedite alla agricoltura abbiano iniziato a consolidare la divisione sociale tra produzione e riproduzione relegando l’esclusivo appannaggio di quest’ultima alla femmina. Tanto è vero che il mitologema delle Amazzoni racchiude una lontanissima reminiscenza di gens e tribù stanziali tra le sponde del Mar Nero e il Caucaso dove l’esercizio della difesa armata era costituita da corpi militari anche di sesso femminile. Le donne erano cacciatrici, allevatrici, pescatrici, contadine, amministratrici e soldatesse al pari degli uomini. Ancora oggi vediamo contadine poverissime dell’Asia e dell’America Latina zappare i campi, provvedere alla semina e al raccolto con figli piccolissimi e di pochi mesi legati sulla schiena con rudimentali marsupi. Difficile immaginare una agricoltura arretrata e priva di macchinari e utensili agricoli fosse coltivata da solo maschi. Le donne iniziano ad apparire nel corso della storia fisiologicamente meno strutturate perché attraverso la loro graduale esclusione dal lavoro sociale le si è allontanate dalle attività fisiche. Infatti nei giorni nostri e da quando lo sport si è aperto al mondo femminile, le nuove generazioni di donne sono più alte e muscolarmente più resistenti rispetto a quelle passate.

Allora dov’è il momentum originario di quella divisione di ruoli che ci appare naturale? Molto probabilmente diviene decisivo quando la riproduzione dei figli e della popolazione ha iniziato a essere percepito come elemento necessario per aumentare la resa del lavoro all’interno del nucleo familiare di produzione e consumo, al punto tale da modificare la divisione condivisa e non cristallizzata delle mansioni e responsabilità. Da quel momento in poi la divisione condivisa di mansioni e responsabilità ha iniziato a determinare un rapporto di scambio diseguale tra femmina e maschio all’interno del gruppo sociale, separando la sfera delle attività produttive a quella delle attività riproduttive. Un lento corso storico che ha iniziato a rovesciare il rapporto tra aumento della produttività per corrispondere alle necessità della popolazione in aumento, in necessità di accrescere la popolazione come mezzo necessario per sviluppare la produttività e accumulare le ricchezze attraverso gli scambi mercantili. Ma prima di allora esistevano solo mansioni e responsabilità condivise e non funzioni sociali distinte e separate.

L’origine del sostantivo mamma e maternità è il risultato di una femminilizzazione di una attività sociale nel corso della storia, che prima era svolta da qualsiasi individuo o da più individui sine sexum responsabili per la formazione e crescita dei figli. Il termine “mamma” deriva dal latino “mater”, che a sua volta deriva da una antica parola sanscrita “ma-“, termine che indicava “formare”, “misurare” e “preparare”, ossia azioni precipue dedite alla crescita dei figli. Sempre da quella radice sanscrita derivano anche le parole “metro” e “mano”. Solo un preciso corso storico determinato ha corrisposto che quelle che arano azioni e attività sociali oggi corrispondono a “madre” e che madre e maternità appartengano alla donna, che l’istinto o la predisposizione verso la “maternità” sia un istinto naturale di specie connaturato al genere femminile (immodificabile, come non si può modificare che il sole tramonta sempre) e non il risultato concreto e materiale di un rapporto storico – ossia modificabile a patto che le condizioni che lo hanno necessariamente fatto sorgere non concludano il proprio tempo finito della storia. 1

E’ proprio la necessità di aumentare la produttività e accumulare le ricchezze per cui l’incremento della popolazione diviene una necessità produttiva – dunque economica – che porta a scindere in identità sociali distinte i due generi di specie differenti ma complementari. La necessità di aumentare la popolazione attraverso la crescita dei nuclei elementare di produzione, scambio e consumo, introduce che negli scambi mercantili si iniziano a scambiare anche i figli per riprodurre la famiglia, il clan, la tribù o le gens. Uno scambio che trova la sua formula storica nel contratto di matrimonio (“mater-munis”, “dovere di generare figli”), ossia attraverso l’acquisto o scambio di una femmina che abbia caratteristiche promettenti circa la sua capacità di sopportare più gestazioni e di partorire molte volte. La femmina così diviene parte degli scambi e un valore d’uso sessuale per fini economici nella necessità di aumentare le rese del lavoro produttivo, accumulare le ricchezze attraverso la crescita della popolazione attraverso la numerosità dei figli nella famiglia, che perpetueranno il processo economico allargato. Ci si domanderà, ma l’oggetto del contratto matrimoniale include anche il figlio maschio? Certamente, ma include da sempre anche cose inanimate che sono la “dote” che rientra nel contratto di scambio, portata con sé sia dallo sposo che dalla sposa. E siccome la “dote” è un insieme di beni e dotazioni scambiati tra le famiglie, per evitare di alienare anche parte della terra agricola e di frammentare la proprietà, alla figlia che andava in sposa veniva assegnata in proporzione una quantità inferiore in dotazione di beni rispetto a quanto doveva portare lo sposo, mentre il differenziale tra le quote era compensato dalla “promessa” capacità della giovane sposa di generare più figli.

E’ alla base di questo scambio, di fatto mercantile che è il matrimonio, che origina il seme della dipendenza economica della femmina di specie nell’organizzazione sociale e della limitazione e poi negazione della sua autonomia in relazione al maschio e al rapporto generale con i mezzi della produzione. E questo seme originario, che priverà la donna di autonomia economica divenuto un soggetto sociale oramai distinto, a costituire la base dell’alienazione della femmina di specie entrando nel rapporto sociale come valore di scambio e d’uso sessuale per la procreazione, che la espone alla violenza e all’abuso sessuale all’interno del gruppo familiare.

Ma a ben vedere il matrimonio e la famiglia patriarcale non sono stati uguali a se stessi in tempi ed epoche diverse e nemmeno nel medesimo tempo, ma condizioni geografiche e economiche sociali differenti.

Nell’antico mondo greco nella democratica Atene le donne erano escluse da qualsiasi attività sociale e politica e non ottennero mai i diritti di cittadinanza, mentre le attività produttive venivano svolte da schiavi ritenuti mezzi di lavoro vivo alienabili (compra vendita). Nella autocratica Sparta, dove l’uso della schiavitù era più simile a una imposizione di un contratto di mezzadria, le ragazze avevano accesso al pari dei ragazzi all’educazione scolastica e agli sport fisici. L’istruzione organizzata dallo Stato era obbligatoria per tutti, maschi e femmine. Clearco di Soli (III secolo a.c.) racconta che le ragazze Spartane talvolta sfidavano i maschi adulti a battersi con loro per convincerli a sposarle a furia di calci e pugni. Le donne Spartane non andavano in sposa prima dei loro 18 o 22, mentre nelle altre polis greche le giovani venivano date in mogli fin dall’età di 13 anni. La donna Spartana non veniva prescelta sulla base della “dote” che poteva ereditare dal padre. 2

Anche il contenuto storico del contratto di matrimonio, dove l’annessione della dotazione di mezzi e beni era parte fondamentale dell’accordo di scambio, non è mai stato lo stesso nel tempo. Nel mondo antico romano il contratto di unione ha le sue denominazioni che indicano gli obblighi contrattuali. Affiancato all’obbligo del “mater-monus”, vi era quello del “pater-monus” (“patrimonio”), ossia di tramandare le ricchezze accumulate attraverso i beni e mezzi di partenza costituiti dalla dote. La dote assegnata alla sposa consisteva di due parti, una trasferita dal padre e l’altra trasferita da parte del marito che la concedeva alla sposa di fatto in comunione dei beni. Quindi sulla dote vigeva un diritto patrimoniale da parte della sposa e della famiglia della sposa. Le parti cedute dallo sposo non erano un dono, erano un obbligo “morale” costringendo il marito a mettere nel patrimonio comune almeno un terzo dei propri beni mobili e immobili. Il contratto, che di fatto in epoca romana repubblicana dava al marito la prerogativa indiscussa di amministrare i beni che costituivano la “dote”, prevedeva che la sposa continuasse a esercitare il suo diritto patrimoniale sui beni comuni, un diritto indiscusso che costringeva lo sposo alla restituzione dell’intera “dote” alla moglie o alla famiglia della sposa in caso cattiva amministrazione e soprattutto in caso di divorzio. La storia della Roma repubblicana e della Roma Imperiale è attraversata per secoli dalla discussa questione legale del rei uxori, ossia della causa civile che obbligava il marito a restituire la dote. L’Imperatore Giustiniano ebbe molti grattacapi legislativi da risolvere su questa questione divenuta di particolare importanza nella società imperiale.

Dalla Roma Repubblicana, a quella Imperiale e per lunghi tratti nel corso dell’alto medioevo la “dote” configurava una forma particolare che garantiva alla donna ancora una relativa autonomia e indipendenza economica, una sorta di compromesso nei confronti della donna all’interno di una struttura patriarcale e di divisione dei ruoli all’interno della connessione tra produzione e riproduzione. Vediamo che la donna, una volta precipitata come identità sociale distinta e non più complementare nella relazione di specie, mantenendo un diritto di proprietà sul patrimonio, continuò a possedere in tempi e luoghi diversi della storia una potenzialità residua di autonomia economica. Una garanzia e una forma storica che diede impulso alla maturazione della coscienza sociale della donna all’interno comunque di un rapporto subordinato. Infatti, nell’epoca Romana Repubblicana il termine “uxor”, sostantivo di “moglie”, inizia a scomparire dal linguaggio comune, rimanendo in uso solo nei codici penali. Al posto dell’antico termine latino inizia a comparire quello di “domina”, da cui deriva il termine italiano “donna”, ossia “padrona” dei beni immobili, della casa e dei servi a servizio della famiglia che rientrano nella comunione di beni col marito. Il termine “domina” comincia ad affermarsi quando Roma cresce in potenza e le famiglie possidenti iniziano a possedere anche gli schiavi che si occupano dei campi, dei raccolti e della attività della riproduzione sociale all’interno del “domus”. Più avanti nei secoli il titolo di onorificenza “mea domina”, mia padrona, diverrà nel volgar italiano madonna o madame.

Questo diritto patrimoniale che la donna aveva sulla “dote” ha attraversato alterne vicende durante l’epoca romana imperiale, con diversi tentativi di limitarlo. A differenza di quanto si possa pensare questo diritto sopravvisse a lungo anche durante i secoli dell’alto medioevo. Fu solo a partire dal XII secolo e dal basso medioevo, che il prorompere dello sviluppo di ricchezze mobiliari dei Comuni iniziò a demolire il diritto sulla “dote” da parte delle donne. Tanto più le ricchezze e la “dote” andavano a comporsi in beni non immobili, ostacolare il diritto patrimoniale delle donne significava mantenere l’accumulazione delle ricchezze mobiliari nel Comune dove il marito risiedeva e con esse le spettanze in termini tributari.

Il periodo tumultuoso dello sviluppo dell’Europa delle città e dei comuni, delle arti, dello sviluppo urbanistico Rinascimentale, dell’economia basata sui commerci e di crescita demografica dell’Europa Occidentale, piuttosto che mandare in soffitta una forma sovrastrutturale di famiglia legata alla proprietà di beni immobili, rafforzò la tendenza a privare del tutto di autonomia economica la donna. Tanto più venivano costruite le cattedrali per celebrare la nuova cristianità, tanto più la donna veniva stereotipizzata come vaso sacrale che genera la vita. Per secoli la storiografia ha descritto una realtà priva di fondamento e alquanto falsata basata sull’archetipo per cui la donna dell’alto medioevo vivesse una condizione di rozza e totale isolamento sociale. Quasi che le donne non esistessero nell’alto medioevo secondo la storia studiata fino a qualche decennio fa. L’analisi storica scientifica contemporanea dimostra che viceversa le donne partecipavano nelle attività sociali nell’alto medioevo, non solo nella produzione agricola ma anche nelle attività produttive della città. Erano impegnate nei commerci, nell’artigianato, facevano parte delle gilde, corporazioni di mestiere, e che soprattutto caparbiamente e vanamente difesero a lungo il compromesso uxori all’interno di un moto storico che richiedeva una maggiore subordinazione alla produzione sociale, non più come fatto “privato”, ma sempre più come un fatto di dimensione pubblica.

Mentre una grandissima Artemisia dei Gentileschi dipingeva il capolavoro pittorico della decapitazione di Oloferne per mano di Giuditta3, nel frattempo l’arte rinascimentale celebrava l’uomo posto da Dio al centro del mondo e delle cose che crea con i mezzi della produzione e sublimava la donna in quanto madonna a servizio della procreazione della vita, e la femmina di specie perdeva ogni precedente diritto di proprietà sulla dote patrimoniale.

Qui non si tratta di comparare diverse forme del rapporto familiare di tipo “patriarcale”. Non è in scopo a questa riflessione determinare se la condizione della donna fosse migliore nella antica Roma e nell’alto medioevo rispetto al periodo successivo che prelude al Rinascimento, oppure se fosse migliore a Sparta rispetto che ad Atene.

Si tratta di cogliere che la relazione tra i generi della specie non è mai stata uguale non solo in epoche diverse ma anche negli stessi periodi della storia determinando forme differenti della subordinazione della donna a seconda delle condizioni geografiche, economiche e sociali. Appare dunque evidente che il “patriarcato” non è solo una forma storica particolare di tipo di “famiglia”, dove il padre domina sulla moglie e sui figli e definisce la linea ereditaria della proprietà uguale sempre a se stessa nello spazio e nel tempo. La famiglia non è una unione di “amore”, è un prodotto storico che condensa la società in nuclei economici di produzione e consumo di beni comuni, in concorrenza tra loro e con altre gens, popoli e nazioni, che pone la riproduzione sociale in un rapporto subordinato verso la relazione più generale della specie umana con i mezzi della produzione e la natura. Chi è costretto a svolgere questa funzione sociale si trova appunto in una condizione subordinata se non oppressiva proprio perché privata della sua autonomia economica come distinta identità sociale. Per essere più espliciti è la relazione subordinata per i fini della produzione, della accumulazione della ricchezza e del profitto che determina l’oppressione, non il maschio biologico sebbene la struttura sociale determinata dal modo di produzione gli assegna un evidente vantaggio.

Nella stessa epoca romana la donna da “uxor” diviene “domina” perché appartiene a una famiglia possidente che rivendica pari diritti circa la proprietà di beni immobili e di schiavi.

Con lo sviluppo della società industriale la donna ha potuto riguadagnare quello spazio nella società da cui il corso storico precedente l’aveva ricacciata e sottomessa per l’impeto dello sviluppo della produttività e dei commerci. Il tumultuoso sviluppo della manifattura attraverso la produzione di macchinari, che diviene il perno della accumulazione del valore rispetto alla agricoltura, muta in termini relativi il rapporto tra accumulazione del valore e aumento della forza lavoro attraverso l’aumento della popolazione. Di fronte alla capacità del capitale di estorcere un plusvalore relativo dalla massa della forza lavoro per mezzo dei macchinari e gli incrementi di produttività, la riproduzione sociale diviene da un lato cura della forza lavoro, dall’altra riproduzione della stessa e di una massa di consumatori della merce prodotta. Il moto della accumulazione e la riproduzione del capitale necessita che la popolazione come domanda di forza lavoro cresca relativamente in rapporto alla produttività e in termini assoluti in rapporto alla offerta di merci da consumare. Non solo il movimento del modo di produzione spezza le catene dell’isolamento domestico della donna per impiegarla come lavoratrice, determina i nuovi bisogni della donna che diviene parte essenziale dei consumatori. Questi due aspetti vanno a rendere per certi aspetti “anacronistiche” le sovrastrutture precedenti – che come abbiamo visto non uguali tra loro – incentrate in un rapporto di genere di tipo “patriarcale” nell’organizzazione sociale e nella famiglia, riproponendone di nuove in maniera sistemica. In sostanza potremmo dire che l’antico “patriarcato” viene raffinato da uno sviluppo che estrae valore da ogni attività umana, diviene meno “familistico” privato e sempre più “pubblico” per l’accresciuta rilevanza che assume la crescita della popolazione: in termini di forza lavoro e di volume della domanda di merci da consumare.

La rivoluzione industriale e lo sviluppo della manifattura strappa la femmina dei campi agricoli dal lavoro comune con il maschio e la getta in un inferno ben peggiore del precedente.

La donna soprattutto nelle famiglie proletarie è una lavoratrice in casa e fuori casa, amministra il consumo e il risparmio all’interno di un meccanismo infernale che sfrutta la forza lavoro e il lavoro riproduttivo per il fine dell’accumulazione. Come “madre” ella non cresce e cura i figli, semmai provvede alla ricostituzione della forza lavoro dei bambini che lavorano nelle fabbriche insieme alle donne.

Ci sono pregiudizi sociali che hanno impiegato secoli di storia per definirsi e far apparire uno stato di cose come “naturale”. Altri si sono affermati tanto rapidamente quanto più velocemente un modo di produzione ha rivoluzionato i propri rapporti. Ancora oggi il mito religioso che racconta “Dio prima creò l’uomo, poi da una sua costola creò la donna”, viene riproposto circa le origini della moderna manifattura industriale. Ci si immagina la grande manifattura di fine ‘700 e dell’800 popolata da operai maschi adulti sottratti dalle campagne agricole e le loro povere mogli a cucire la calzetta nelle baracche proletarie. Eppure nel 1840 la popolazione operaia delle industrie tessili era composta per il 75% da manodopera femminile e infantile. I bambini, per via delle mani piccole, erano impiegati a riparare i macchinari meccanici. Le operaie erano impiegate in massa in attività dequalificate e in quelle maggiormente logoranti, con paghe decisamente inferiori degli operai maschi adulti. Gli operai maschi spesso godevano di quel “vantaggio sociale” venendo impiegati con mansioni di supervisione e di controllo della forza lavoro femminile in fabbrica. L’abuso sessuale diviene nelle manifatture di fine ‘700 e per tutto il corso successivo, come lo è ancora ai giorni d’oggi, un aspetto non secondario nel rapporto di fabbrica tra “capitale” e “forza lavoro”4.

La molestia, l’abuso e lo stupro viene usato per umiliare, disciplinare e terrorizzare la manodopera operaia. Una prassi che persiste in tutte le officine di confine, nelle maquiladora dei grandi gruppi industriali occidentali al confine tra Messico e Stati Uniti, così come negli attuali opifici in Asia e in Cina nei giorni nostri. Se in epoche precedenti l’abuso e la violenza sessuale era “ristretto” alla sfera cosiddetta riproduttiva immediata, originata dallo scambio (spesso via rapimento, ratto) della merce femminile nel matrimonio e rimaneva nella sfera cosiddetta “privata” della organizzazione familiare, con la rivoluzione industriale e il tumultuoso sviluppo capitalistico la violenza sessuale e di genere diviene un atto di sopraffazione politica che si diffonde a macchia d’olio nella società, diviene l’esercizio del dominio e del disciplinamento violento di un soggetto privato di autonomia economica. Lo stupro e la violenza sessuale sulla femmina di specie quindi muta sostanza e scopo mantenendo inalterata la medesima forma di violenza sessuale che da privata diviene pubblica, sociale, dunque politica.

Rileggiamo le parole di Elena Cecchettin: «… Il femminicidio non è un delitto passionale. Il femminicidio è un delitto di potere. E il femminicidio è un omicidio di stato…»

Se la violenza di genere assume il connotato della violenza sociale e politica, allora lo Stato espressione degli interessi generali della accumulazione capitalistica non ne è estraneo e si assume solo la necessità di governare gli eccessi della violenza sociale di genere.

Lo Stato non farà altro che finanziare quelle ONG delle donne e del femminismo liberale in progetti che a nulla servono per rivolgere radicalmente il rapporto di fondo che lega la femmina di specie alla procreazione dei figli per sviluppare la popolazione e accumulare il profitto attraverso una accresciuta massa di consumatori, ossia in una relazione doppiamente subordinata al profitto. Progetti di “prevenzione” e di “educazione culturale” sulle relazioni amorose, il cui fine manco a dirlo è trovare soluzioni introvabili alla crisi della famiglia come nucleo economico di produzione e consumo essenziale per la riproduzione del valore e del profitto generale, a sponsorizzare una educazione culturale paternalista nelle scuole fatta dallo Stato attraverso le donne, che protegge la femmina di specie in quanto potenziale madre, mentre le condizioni socio economiche generali si aggravano per la maggioranza delle donne anche in Europa e in Occidente, chiamate a gran voce a farsi carico delle responsabilità della crisi generale e a raccogliere i cocci.

L’accumulazione del capitale non può prescindere dallo sviluppo di una massa di consumatori e dal riprodurre i fattori di cura e ricostituzione della forza lavoro, così iniziano le legislazioni atte a regolamentare il super sfruttamento della manodopera femminile e minorile. La produzione di macchinari determina un surplus di forza lavoro come risultato dell’aumento della produttività, dunque le donne possono lavorare meno ore o perdere il posto di lavoro e occuparsi della necessaria riproduzione sociale allargata, che diviene una attività sociale necessaria non pagata. La manodopera femminile è la prima a essere colpita dal sovrappiù nel rapporto tra offerta e domanda di forza lavoro, quindi è la prima a essere espulsa dalle attività produttive per tornare a occuparsi esclusivamente della riproduzione sociale, è la prima a essere assorbita quando serve manodopera a basso costo, e questo continuamente accade finché non arriva sul mercato delle braccia una forza lavoro immigrata e ingaggiata a condizioni ancora peggiori delle lavoratrici autoctone, o cui affidare in subappalto le fatiche della riproduzione sociale.

A bene vedere le cose dappresso, lo stesso stupro e la violenza sessuale come atto di violenza politica sistemica non era nuovo. Prima che si estendesse alla grande manifattura con la rivoluzione industriale, lo stupro era già un esercizio del dominio consolidato nelle piantagioni schiaviste del Nord America e nei paesi sottoposti a dominazione coloniale, perpetrato barbaramente dai possidenti e faccendieri colonialisti Europei. Il regime di schiavitù andava a forgiare quella ideologia della “razza” superiore e colorando di nuova linfa quella del “genere di specie” superiore, determinando in relazione al più generale rapporto coloniale e colonialista anche la coscienza delle donne occidentali. Le donne afroamericane venivano regolarmente stuprate dal padrone della piantagione che le metteva a disposizione anche di altri uomini bianchi. L’obiettivo era duplice: costringere a procreare il più alto numero di figli in un allevamento intensivo della merce mobile degli schiavi; terrorizzare la piantagione spesso in rivolta. Dunque una violenza razzista con finalità di dominio di proprietà economica e politica, un regime sociale nel quale la donna bianca partecipava a pieno titolo determinandola come “signora” e “padrona”, ossia “donna” che rivendicava il proprio diritto sul patrimonio e l’uso comune della forza produttiva e riproduttiva degli schiavi, mentre la afroamericana e l’afroamericano in quanto schiava e schiavo venivano alienati anche nelle loro identità sociali di genere (de-genderizzazione degli schiavi).

L’Afroamericana Hortense Spillers, riprendendo la ex schiava e scrittrice Harriet Jacobs autrice della sua autobiografia, chiarisce che la coscienza binaria della donna bianca e del femminismo della donna “nord americana” (e possiamo dire di quella Europea) sia appunto maturato attraverso la schiavitù nel solco della de-genderizzazione degli schiavi. Lo stupro cui la “carne” nera della piantagione era sottoposta era l’esercizio violento pansessuale perpetrato quotidianamente dai padroni di entrambi i sessi. In sostanza, il femminismo Afroamericano svela come lo sfruttamento dei corpi degli schiavi e delle schiave per i fini riproduttivi e sessuali non può essere rappresentato di tipo “patriarcale” nel senso di esclusivo appannaggio del “maschio”, proprio perché il rapporto di proprietà sanciva il diritto della padrona bianca a partecipare attivamente al sistema di oppressione della schiavitù, nonostante questo rafforzasse una disparità di condizione all’interno della classe padronale e tra i cittadini liberi bianchi europei. Mentre la donna bianca maturava la propria coscienza binaria in relazione al suo rapporto all’interno della “famiglia bianca” e dunque la conflittualità sociale tra due identità sociali distinte, il colonialismo, lo stupro, l’allevamento forzato degli schiavi di proprietà, riduceva la famiglia “afroamericana” a una struttura arretrata di tipo matrilineare, dove i figli erano di proprietà dei padroni della piantagione in un rapporto che annullava ogni riferimento di legame biologico con il padre. I figli degli afroamericani nati sotto il regime di schiavitù erano dei “bastardi”, che al massimo una volta liberati non potevano che assumere il cognome dei loro proprietari o ex padroni. Le donne afroamericane non hanno mai smesso di lottare affinché i propri compagni neri si scrollassero dall’annichilimento provocato dalla schiavitù e dal razzismo, rivendicando per loro quel legame biologico e di paternità sociale verso i figli degli afroamericani come passaggio necessario e identitario contro le conseguenze della schiavitù. Per la “donna bianca”, che si determina anche sulla base dell’indiscusso vantaggio sociale e materiale precipitato dal colonialismo, la donna dei paesi colonizzati e razzializzati appare “arretrata” nel rivendicare diritti “patriarcali”.

Non è un caso, infatti, che il movimento femminista negli Stati Uniti nasca proprio sotto il segno del razzismo, dove le associazioni di donne libere Afroamericane erano escluse o relegate distanti alla coda dei cortei. Le donne Afroamericane sono state le ultime a raggiungere la possibilità del diritto di voto verso la fine degli anni ’60 del secolo scorso, Malcom X sosteneva che la donna Afroamericana fosse l’individuo più disprezzato da parte della società americana. Ancora oggi i fatti di violenza sessuale nei confronti di una donna afroamericana richiama nella società dei bianchi e delle bianche di tutte le classi sociali l’immagine stereotipizzata della carne nera che sprigiona erotismo e sessualità incontrollata, ancora ampiamente marketizzata nell’industria discografica e cinematografica. Se le donne Afroamericane compongono la percentuale più alta di donne con figli abbandonate dal proprio compagno maschio, questo avviene perché abolita la schiavitù formale, non è scomparso il razzismo sistemico.

Ancora oggi la donna bianca nord americana è chiamata a fare i conti con il proprio vantaggio sociale nei confronti della donna afroamericana e della donna immigrata e il suo pregiudizio che ne consegue dalla materialità delle cose anche quando si mobilità contro le ingiustizie sociali.5

Il movimento femminista europeo e occidentale, in special modo quello progressista liberale, non può comprendere – per la propria posizione di enorme vantaggio di essere parte del mondo colonialista che ha tratto vantaggio dalla carne nera marchiata a sangue. Il pamphlet di Hortense Spillers “figlio di mamma, forse di papà” (“Mama’s baby, Papa’s maybe”) chiarisce bene nel ritenere le donne di colore arretrate e tutto sommato attardate a difendere per se stesse quella famiglia patriarcale che il colonialismo, la schiavitù, il razzismo e l’oppressione della forza lavoro per secoli ha disgregato, c’è il vantaggio sociale del colonialismo storico. Il femminismo “pretende” che le donne immigrate e del sud del mondo siano come le occidentali, senza aggredire la condizione economica e di dominazione neo coloniale per cui quelle di “colore” eguali non possono essere, come se il colonialismo fosse una cosa dei soli “maschi” e non il risultato storico di un modo di produzione impersonale che ha consentito in virtù di questa oppressione le conquiste che le donne Europee e Occidentali hanno rivendicato con le loro lotte, conquiste che includevano anche la giusta rivendicazione di emancipare la propria sessualità dell’obbligo della procreazione dei figli. Un doppio vantaggio, che mentre le donne conquistavano “pari opportunità” all’interno delle proprie classi sociali di riferimento e in relazione agli uomini, il modo di produzione in un ciclo espansivo dell’accumulazione trovava il vantaggio di vedere aumentata a dismisura il volume della domanda di merci sul mercato. La “rivoluzione femminile” ha aperto il mercato delle merci alle donne, e alla donna è stata dato libero accesso al consumo della merce, una merce fatta a immagine e somiglianza del rapporto originario dove la donna è il valore d’uso acquisito durante lo scambio tra i due generi della specie, in sostanza merci utili affinché la donna possa porsi sul mercato della produzione e riproduzione sociale ed essere scelta da parte del “maschio”. La forza di un modo di produzione di piegare i bisogni umani alla produzione del valore che si compone in una catena unitaria ma diseguale, fa divenire la condizione della donna nei paesi del cosiddetto Sud del Mondo vista da Occidente un cavallo di troia nella sua aggressione imperialista capitalista e colonialista.

Perché allora la violenza di genere e i femminicidi sembrano impazzare improvvisamente? Perché il ciclo espansivo della accumulazione del valore che ha consentito “libertà” e “diritti” a una parte minoritaria delle donne si è inceppato e il modo di produzione è entrato in una crisi strutturale che sta decomponendo l’insieme generale delle relazioni sociali e di mercato. Da alcuni decenni i tassi di crescita demografici sono in calo e con esso la capacità delle nazioni occidentali di avere quel volume di domanda di merce capace di resistere alla concorrenza sul mercato mondiale. Un volume di merci in sovrapproduzione frutto della super produttività non compensabile attraverso il consumo sostenuto via indebitamento infinito. Le nazioni occidentali “invecchiano” in confronto ai continenti con alti tassi di sviluppo demografico quali l’Africa. La decrescita della natalità e della popolazione non può essere re-invertita attraverso l’immigrazione. Il consumo da parte degli immigrati è limitato ai livelli di sussistenza come quello del proletariato più in generale, l’immigrazione è utile come forza lavoro sottopagata nella produzione e in particolare nei compiti della riproduzione sociale assegnata diffusamente in subappalto sottopagato alle donne immigrate. La crisi del modo di produzione e della accumulazione capitalistica generale non consente più alla donna di mettere in seconda priorità la riproduzione sociale e la famiglia perché compensato dallo sviluppo tumultuoso del passato e impone alla femmina di specie di cambiare l’ordine delle priorità dalle leggi di un modo di produzione impersonale. Un ordine di priorità che ripropongono la limitazione del diritto di interruzione di gravidanza, la riscoperta valoriale che la società deve tutelare la donna non in quanto identità attiva nella società ma in quanto madre potenziale, che fa riemergere l’istinto “naturale” a volere essere “mamma” a tutti i costi come il fine di vita principale delle donne. La crisi di natalità ha determinato un bisogno diffuso di genitorialità parossistica, per cui il diritto di non essere discriminati per le scelte sessuali e di relazione è divenuto una comune rivendicazione del diritto di procreare un figlio di propria proprietà con qualsiasi mezzo, attraverso l’industria della maternità surrogata, ossia l’uso indiscriminato di una terza donna priva di autonomia economica, povera. La rivoluzione iraniana del 1979 contribuì a strappare le donne iraniane dall’isolamento domestico, dovette realizzare una scolarizzazione di massa per maschi e femmine. Oggi l’Iran è il paese industriale dove c’è il più alto numero di donne laureate, che frequentano l’università e conseguono la fine degli studi in numero maggiore dei loro colleghi maschi, ma la crisi unitaria della catena mondiale del valore, collegata a un decennale embargo imposto dai paesi occidentali strozza le possibilità di ulteriore sviluppo economico dell’Iran, ha come ricaduta una disoccupazione giovanile altissima, l’ascensore sociale e l’ulteriore accesso alle attività sociali rimane bloccato per le donne, cui l’ordine delle cose non può che riproporre con cruda violenza il “matrimonio”, la “famiglia”, il bastone e il carcere per quelle che non intendono piegarsi alla tradizione e alla “legge naturale”. Le figlie delle classi ricche o di quelle che dovettero lasciare l’Iran all’epoca della rivoluzione e della cacciata dello Scià, occhieggiano al mondo liberale occidentale, si fanno paladine e cavallo di Troia dell’Occidente. Lo stato di cose presenti scricchiola sotto il peso di una insorgenza delle nuove generazioni bloccate in uno stallo di precarietà che colpisce soprattutto le giovani donne, mentre soffiano oscuri venti sociali che guardano ai “bei tempi andati di quando c’era lo Scià” – al servizio degli Stati Uniti – e nei quali solo le poche ragazze ricche potevano indossare le minigonne e la massa delle donne iraniane era comunque confinata nelle attività dell’economia domestica e al sottosviluppo.

In Cina per anni le necessità dello sviluppo delle forze produttive hanno determinato una politica malthusiana di controllo delle nascite, ora che i tassi di crescita rallentano e con essi anche lo sviluppo della popolazione, la domanda di mercato non riesce ad assorbire le merci prodotte in sovrappiù (anche perché il consumo in Occidente sostenuto dall’indebitamento crescente delle famiglie non può continuare all’infinito). Quindi viene messo in soffitta la politica malthusiana e il governo promuove campagne verso le famiglie affinché tornino a fare 3 figli. Le giovani cinesi, che nel frattempo popolano le attività produttive, nelle fabbriche e che aspirano ad accedere all’ascensore sociale, non vedono nei loro piani la famiglia e i figli, il numero delle donne single è in aumento, la donna cinese è vista dalla società come “fuori controllo” e la violenza di genere è in aumento ripresentandosi nella sfera privata mentre nella sfera pubblica della fabbrica e della produzione era già prassi regolare nel periodo di tumultuoso sviluppo capitalistico cinese degli ultimi 40 anni. Anche i paesi nordici dell’Europa registrano impennate nella denuncia di abusi e molestie sessuali sui posti di lavoro. D’altronde Svezia, Norvegia, Finlandia realizzando forme sociali di relazioni tra i sessi più liberali, hanno sviluppato l’economia (produzione e riproduzione sociale) attraverso l’immigrazione mentre la popolazione svedese è rimasta poco più di 10 milioni. Tutto questo sta avviando il costituirsi di una destra sociale razzista contro gli immigrati che necessariamente va a intersecarsi con il richiamo verso le donne autoctone che devono fare più figli.

Negli Stati Uniti, dove la carta costituzionale aveva tra i suoi emendamenti l’impossibilità di limitare la “libera scelta” della donna a interrompere una gravidanza è stata cancellata con un colpo di spugna nella inversione della sentenza Roe contro Wade determinando una ulteriore frattura nella società americana già ampiamente lacerata. Negli Stati Uniti ogni giorno vengono uccise tre donne dal proprio compagno.

Il rapporto e l’equilibrio tra produzione sociale e riproduzione sociale realizzato dal ciclo finito dello sviluppo di un modo di produzione impersonale si è incrinato per via della sua crisi generale, la società richiama la femmina di specie ovunque a risottomettersi completamente alla subordinazione al profitto attraverso la procreazione dei figli e la proprietà privata degli stessi. Qualcuno dirà, certo ci sono casi estremi e rigurgiti di un lontano passato morto e sepolto, ma ancora oggi nel mondo europeo e occidentale la donna è di fatto più emancipata e continua a essere libera di scegliere il proprio futuro, la propria carriera, addirittura di scegliere di vendere il proprio corpo come sex worker su internet emancipandosi in autonomia economica e ovviamente libera di scegliere il proprio compagno di vita.

Chi sceglie chi? Siamo sicuri e sicure che una persona “scelga”, possa fare una libera scelta? Se ammettessimo che sia così, che la maggior parte delle donne scelgono liberamente il loro compagno di vita, allora dovremmo verificare se la maggior parte delle donne ha piena autonomia economica in relazione alla società e al rapporto di specie. Ma il 90% delle donne di questo mondo non la possiede e moltissime di queste hanno una capacità ridotta e limitata rispetto al maschio a causa di un modo di produzione che subordina la riproduzione sociale e della famiglia ancora più ferreamente agli scopi della produzione del valore, origine del patriarcato nelle sue differenti forme storiche nel tempo. La donna non ha appunto alcuna libertà di scelta, al massimo è libera di partecipare nella competizione sociale dove si pone nella condizione di dover essere scelta dall’altro attraverso una selezione mercificante. Anche il maschio non ha “libertà”: declinato su un piano sociale diverso e con un indiscusso vantaggio anche il maschio non può sfuggire alla forza impersonale di un modo di produzione che ha nello scambio di valore della merce, costituita dallo sfruttamento della forza lavoro, il suo scopo principale.

Giulia Cecchettin è stata ammazzata perché ha provato a mettere prima se stessa e non colui che l’aveva scelta, ossia ha tentato di orientarsi nel mare caotico alla ricerca della sua autonomia come identità sociale, ma chi l’aveva scelta, il figlio sano della società Filippo Turetta voleva mettere su famiglia e non poteva accettare il rovesciamento di priorità intrapreso dalla ragazza e l’ha ammazzata, tolta a tutti noi donne o uomini che pensiamo essere dotati di minimo buon senso. La cosiddetta “fragilità” di Giulia di cui tanto si chiacchiera a vanvera, di rimanere tuttavia “in pena” per lui e dunque incapace di recidere di netto quel legame, non è altro che l’altra faccia di questa assenza di autonomia essenzialmente socio economica della stragrande maggioranza delle donne, quella assenza di autonomia che molto spesso costringe la donna a continuare a vivere sotto lo stesso tetto del compagno violento e abusante anche dopo che lo ha denunciato. Molti giornalisti, editorialisti, intellettuali, politici e persone comuni di entrambi i sessi hanno commentato: “se Giulia avesse avuto la forza di rompere fino in fondo, se Giulia avesse avuto il coraggio di non farsi alcuno scrupolo nei confronti di Filippo, se Giulia fosse stata più determinata a guardare il mondo e tuffarsi nella concorrenza del mercato”. Se, se, se!

Questo ragionamento non vale un soldo bucato, è idealistico immaginare che in un rapporto sociale che vede la donna subalterna al rapporto generale di capitale in relazione al maschio, una singolarità individuale possa sottrarsi. Già l’aver rovesciato l’ordine di priorità da parte di Giulia indica un atto di necessità contro l’ordine “naturale” del mondo calato in un rapporto di forza decisamente impari. Quello che si renderà necessario è rovesciare l’ordine di priorità e di subalternità al profitto della riproduzione sociale, dunque del rapporto di specie uomo-donna, cui il maschio di specie e soprattutto il maschio anche egli sfruttato dal rapporto di capitale sarà costretto dalle necessità a mettere in discussione il proprio precipitato sociale nel rapporto di specie e a “collaborare”.

Il femminismo degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso collegava le rivendicazioni collettive delle donne, ancorate al movimento di lotta dei lavoratori, alle questioni generali socio economiche che ledevano l’autonomia economica della donna, senza le quali le “libertà di scelta” risultavano uno vacuo slogan. Usando le parole di Arruzza, Bhattacharya e Fraser « il femminismo liberale considera le donne semplicemente come un “gruppo sotto-rappresentato” e cercano quindi di assicurarsi che poche privilegiate possano conseguire posizioni e paghe pari agli uomini della stessa classe. Per definizione, le principali beneficiarie di queste politiche sono donne che già possiedono un considerevole capitale sociale, culturale ed economico. Le altre rimangono chiuse in cantina ».6 In particolar modo rimangono negli scantinati della società globale le donne del sud del mondo, le donne immigrate e le donne vittima di tratta sessuale, e tutte quelle donne che arrivano nei nostri paesi attraverso una coercizione delle forze del mercato per il servizio generale sottopagato e in subappalto nella riproduzione sociale o per l’intrattenimento sessuale attraverso la prostituzione che da fattore isolato è diventato da mezzo secolo una vera industria mondiale con fatturati miliardari da capogiro. Il femminismo occidentale è stretto all’angolo dalla crisi del liberismo. Si esalta sotto l’occhio della cultura aziendale delle multinazionali per le “diversità”, diversità che racchiudono possibilità per la produzione di merce ad hoc, prima fra tutti quella della merce della produzione dei figli attraverso l’industria mondiale della surrogazione. Mentre il modo di produzione cerca di sanare la crisi irreversibile che si riflette nella sfera riproduttiva e nella relazione sociale tra i generi di specie, maschio e femmina, il diritto di avere un figlio sotto qualsiasi prassi di mercato viene accolto dal femminismo ufficiale in ossequio alla necessità della crisi di natalità che è l’altra faccia della crisi del valore e non tanto per timore di essere tacciato di “omofobia”. Se le coppie omosessuali e le coppie eterosessuali del ricco mondo avanzato e sviluppato pretendono un figlio e tutto sommato lo pretendono anche “bianco” (perché così è avvantaggiato nella concorrenza del mercato e della società reale), il femminismo dei giorni nostri per essere progressista e liberale mette al centro delle questioni i diritti di genitorialità di pochi contro la donna. La capacità della tecnologia biogenetica di alterare il colore della pelle o degli occhi del nascituro e la condizione di miseria cui versano le donne del Sud del Mondo che vivono nei villaggi rurali hanno attirato gli investimenti di multinazionali della biogenetica e dell’health-care trasformando paesi poveri e paesi emergenti in hub transnazionali dell’industria mondiale della surrogazione. Molte femministe occidentali considerano la maternità surrogata “come una scelta potenzialmente libera e un’opportunità economica potenziante” (Lori B. Andrews e Lisa Douglass) per le donne dei poveri villaggi rurali dell’India, Bangladesh, ecc. e si battono contro i tentativi di questi paesi di proibire l’accesso al mercato della surrogazione alle coppie straniere (ossia ricche occidentali o cinesi), perché il protezionismo imposto da quei governi penalizzerebbe le donne povere dal potersi vendere al miglior offerente straniero. Altre femministe “socialisteggianti” (tra loro Melinda Cooper e Catherine Waldby tanto per citare un paio di nomi) sostengono che la questione andrebbe trattata secondo l’assunto che la surrogazione è un lavoro produttivo che genera plusvalore. Quindi piuttosto che ancorarsi a una contestazione di tipo etico morale, sarebbe necessario avviare un conflittualità con il capitale all’interno del rapporto forza lavoro surrogata e profitto, avanzando rivendicazioni progressiste politiche, salariali, per l’autodeterminazione delle donne impiegate in questa industria (che industria è) come lotta per i diritti del clinical labor.7

Il fatto è che ogni corrente del femminismo attuale di fronte alla maternità surrogata non coglie l’essenziale (così come non lo coglie al riguardo della prostituta immigrata ingaggiata nei bordelli del turismo sessuale mondiale). La surrogata (o la prostituta) non vende semplicemente forza lavoro, chi la compra acquista un macchinario il cui valore è dato dal suo tempo di logorio, è di fatto un asset di capitale fisso a esclusivo vantaggio del capitale e della coppia ricca che la usa per generare valore, un valore che corrisponde al patrimonio della coppia ricca che trasmetterà in eredità al nascituro. Dunque non costituisce una forma particolare di lavoro salariato, bensì nella produzione surrogata si realizza un rapporto di proprietà (o affitto) di capitale merce mobile paragonabile al rapporto di schiavitù che vigeva nella tradizionale piantagione schiavista. Questo vale sia per il lavoro surrogato, quanto per il sex work all’interno dell’industria della prostituzione.

Agli aspetti più generali che si aggiungono al tradizionale rapporto tra produzione e riproduzione sociale che discrimina la donna nel rapporto sociale generale, se ne aggiungono di nuovi che portano Arruzza, Bhattacharya e Fraser ad affermare che «lungi dal fornire una soluzione, il femminismo liberale, è parte del problema». Se il femminismo non è completamente parte del problema, come riflesso agente della donna immersa nel rapporto di capitale e nella relazione connessa tra produzione e riproduzione sociale, viene a trovarsi in totale balia delle spinte concentriche che emergono dalla società contro l’identità sociale della femmina di specie e le leggi impersonali di un modo di produzione che vuole la donna al servizio della riproduzione dei figli. Dalle campagne antiabortiste, alle campagne per lo sviluppo della famiglia e per la vita come momento alto della funzione della donna in quanto riproduttrice dei figli, alla violenza contro le donne, fino alle campagne per i diritti di inclusione delle coppie omosessuali e dei transgender. Tutte campagne sociali diffuse che mettono al centro del mirino la donna e la sua funzione sociale nel rapporto di produzione e riproduzione. Gli omossessuali, proprio perché si determinano in relazione al maschio di specie e in concorrenza con la femmina di specie, danno vita a una mobilitazione misogina rivendicando l’inclusione e pari diritto democratico di costituire una famiglia patriarcale con annesso libero e pieno riconoscimento della pratica della maternità surrogata, pigolano “libertà di scelta” per l’interruzione di gravidanza equiparandola alla “libertà” della femmina di specie e cedere in affitto la sua capacità di procreazione. I o le transgender che pretendono l’accesso alle visite ginecologiche, di partecipare ai beceri concorsi di bellezza in competizione con altre donne, che rivendicano di partecipare alle competizioni sportive femminili. In sostanza la crisi di un modo di produzione che è anche crisi di natalità, muove le categorie gender fluid piuttosto che reagire contro ogni discriminazione e violenza nei confronti di chi vive la sessualità in maniera non eterosessuale, dunque non finalizzata alla procreazione, si accomodano sotto il comando del mater-monus patriarcale, contribuendo a ridurre la femmina a identità sociale e di genere utero munita. Nelle Università degli Stati Uniti d’America si riscrivono le definizioni di “genere”, una lesbica non viene più definita come una donna che è attratta sentimentalmente, emotivamente e sessualmente da un’altra donna, ma un “non uomo” attratto da un “non uomo”. In sostanza la donna vede sottrarsi anche quella identità sociale determinata dal rapporto di capitale nella relazione diseguale tra i due generi di specie. Si contribuisce a mestare nel torbido facendo confusione tra “genere” e “orientamento sessuale”. Il femminismo che si sente messo con le spalle al muro (ma con le spalle al muro ci si trova la donna e la donna lavoratrice nel rapporto di capitale), per paura di essere sommerso da queste onde reazionarie, fa proprie queste istanze corporative, individualistiche, liberali contro la donna stessa. Gran parte delle donne, in particolare le lavoratrici e proletarie, sentendosi ridotte a categoria sociale utero munita non potranno che trovare rifugio nella identità che il capitalismo attraverso il patriarcato offre loro sul piatto d’argento della cosiddetta famiglia tradizionale.

All’indomani dell’assassinio di Giulia Cecchettin l’intero establishment e delle istituzioni si è detto disponibile a combattere il retaggio “culturale del patriarcato”, gettando una esca avvelenata ai movimenti delle donne: progetti, progetti e progetti. La questione di genere è diventata una opportunità per le associazionismo di tipo femminista, un arcipelago di ONG in competizione tra loro per assicurarsi i finanziamenti dei vari progetti, nei quali ragazze giovani e meno giovani sono ingaggiate con contratti co.co.co, dunque poste nell’impossibilità materiale di realizzare quella autonomia e stabilità economica che è fondamentale per non finire facile “preda” di un rapporto familiare oppressivo e possessivo. Attraverso i progetti appaltati alle ONG e le leggi di prevenzione alla violenza di genere (di cui l’ultimo il DDL Roccella) il femminismo viene trascinato a essere istituzionale e di stato, quindi un guscio vuoto autoreferenziale. La marea umana rabbiosa e commovente nella tempesta di Roma del 25 novembre si trova in questo stallo, non potrà uscirne compatta e in continuità. Perché le donne non sono tutte uguali tra loro, le separano condizioni materiali sempre più profondamente diverse secondo le linee della classe e della “razza” e del “colore”. Sono diverse nei paesi avanzati dove a causa della crisi generalizzata si sono inceppati i meccanismi dell’ascensore sociale che penalizzano innanzitutto le più giovani e sono diverse soprattutto in relazione alle condizioni di vita e socio economiche delle milioni di lavoratrici del sud del mondo, dell’Africa, del Latino America, dell’Asia e della Palestina, dove la catena unitaria di un modo di produzione ha reso la condizione della donna ben peggiore. In questo mare caotico tra le pieghe della crisi generalizzata emerge la punta dell’iceberg della necessità di affrontare un modo nuovo nella relazione tra i due generi di specie, che sia complementare e non come servizio della riproduzione sociale per il profitto, al di fuori delle leggi storiche dello scambio di valore che sistemicamente ripropone la donna come un valore d’uso e di scambio. Le condizioni storiche materiali che hanno distinto i due generi di specie in competizione e subordinando la femmina stanno raggiungendo la loro temporalità finita sotto l’incedere di una crisi inarrestabile. “Mamma” sarà ogni gruppo complementare di individui composto dai due generi di specie che prenderanno in comune le responsabilità di cura e crescita delle nuove generazioni indipendentemente dall’esclusività di legame biologico e essere genitori non corrisponderà più alla proprietà privata della famiglia storica sui figli.


Note
  1. In tutte le diverse lingue che originano dal latino “uomo” discende da “homos” e “humus”, ossia terra umida, acquosa, dunque coltivabile. Anche in antico giapponese il pittogramma che corrisponde al nostro sostantivo di “uomo” è un tratto composto che incrocia una figura “eretta” su un “campo di riso” (男), mentre il nostro “donna” equivale a una figurina inginocchiata (女). E che dire circa l’origine di “donna”, “mujer”, “woman”, ecc. per cui la femmina di specie ad un certo punto del processo storico del rapporto tra i gruppi sociali e i mezzi della produzione assume denominazioni che descrivono non più il genere di specie, bensì la relazione e il ruolo che ella ha verso il maschio, la casa e il rapporto generale con i mezzi della produzione, mentre la denominazione del maschio di specie si determina in relazione a quella diretta con i mezzi della produzione della terra su cui esercita la proprietà e/o l’esclusiva amministrazione? ↩︎
  2. Sparta fu la prima polis a realizzare un esercito professionale e di leva obbligatoria, che impegnava più della metà della popolazione maschile adulta. Orientata a questo fine, i figli venivano formati dallo Stato sottraendoli dalla famiglia già dai 7 o 10 anni. Come contro altare alla perdita di importanza dell’esclusività del legame biologico sui figli da parte della madre e del padre, le donne Spartane erano meno impegnate nella formazione dei figli e più tempo per occuparsi per occuparsi in altre attività sociali. La struttura autocratica-comunitaria-patriarcale di Sparta consentiva alla donna di occuparsi dell’amministrazione economica del fondo dato in mezzadria ai servi iloti, poteva divorziare senza contrarre “penalità” finanziarie, non era obbligata a risposarsi mantenendo il diritto patrimoniale e una indipendenza economica acquisita attraverso il matrimonio e la “dote” dello sposo, da divorziata avere rapporti con altri uomini rimanendo nubile. ↩︎
  3. E’ noto che Artemisia Gentileschi iniziò il capolavoro Giuditta che decapita Oloferne mentre era parte del processo contro il pittore famoso e affermato Agostino Tassi reo di averla stuprata nel suo laboratorio (1611-1612) . Uno dei primi processi pubblici per reato di stupro, che presentò tutte le caratteristiche di quelli attuali, dove la donna vittima di violenza diviene l’oggetto della pubblica condanna da parte della società civile, calunniata, descritta come donna lasciva. Agli atti del processo furono presentate anche le risultanze della inevitabile visita ginecologica comandata non per appurare la violenza, bensì per “appurare” se la vittima fosse non più vergine al momento dello stupro: « trovo che lei è sverginata perché il velo e panno verginale è rotto, e questo è stato da un tempo in qua e non di fresco ». In ogni caso il fatto scosse la bigotta morale della Roma vaticana e il tribunale pontificio condannò Agostino Tassi per “deflorazione” di Artemisia e corruzione di due testimoni a 5 anni di reclusione o esilio da Roma. Il Tassi optò per la seconda opzione, l’esilio, ma Artemisia Gentileschi, la cui reputazione sociale distrutta, non rimaneva altro per riabilitare la sua figura che prendere in sposo il suo violentatore. ↩︎
  4. Ci si immagina la storia del movimento operaio come di un movimento di lavoratori maschi, dove il proletariato è composto da proletari maschi in fabbrica e mogli proletarie a casa. Se i livelli occupazionali risultano sproporzionati tra uomini e donne, questo è causato dalla produttività che mette sempre una massa di forza lavoro in sovrappiù rispetto alla domanda di forza lavoro, che genera concorrenza sul mercato delle braccia solcando quella linea di “genere” e del “colore” che insistono su disparità reali e materiali, alimentando necessariamente maschilismo e razzismo senza alcuna distinzione di genere. Questo ha comportato che la storia del movimento operaio abbia considerato le proletarie come una sotto categoria secondaria, se non come una “zavorra” conservatrice. La rivoluzione Russa del 1917 ha presentato il conto della storia a una ideologia illuminista e positivista, che assegna alla coscienza di classe e alla lotta cosciente delle classi il ruolo del motore della storia, nel quale tra le altre cose il proletariato femminile tutt’al più è la componente meno “cosciente” e più “arretrata” dell’universo proletario. Quando i figli dei contadini disertavano il fronte e si riversavano nelle campagne zariste a occupare le terre, le operaie tessili di San Pietrogrado il 23 febbraio (8 marzo) furono la miccia decisiva della più grande rivoluzione del XX secolo. In quei giorni i consigli degli operai metalmeccanici erano attardati in una strategia finalizzata alla contrattazione con le direzioni aziendali circa il regime della produzione a ritmi forzati in funzione della guerra. Nei giorni appena precedenti le operaie delle fabbriche tessili propendevano a trasformare il 23 febbraio – che lo ricordiamo veniva solitamente celebrato come giornata internazionale della donna – in uno sciopero e mobilitazione contro l’autocrazia, la guerra e il carovita. Tutte le organizzazioni operaie (dai menscevichi ai socialdemocratici internazionalisti – bolscevichi e troskysti) smisero di fare propaganda a nei quartieri industriali a favore della mobilitazione in occasione dell’8 marzo, considerando che a parte le “code sempre più lunghe per il pane”, non ci fossero fatti nuovi per una mobilitazione generale. La necessità insopprimibile di fermare la guerra e per il pane delle lavoratrici soprese tutti quando il 23 febbraio le operaie tessili scesero comunque in sciopero tentando di guadagnare il centro della città, riuscendo col loro sacrificio di trascinare poi nella mobilitazione gli operai delle industrie metalmeccaniche. Due giorni dopo, il 25 febbraio (10 marzo) erano più di 240 mila i lavoratori e lavoratrici di San Pietrogrado in sciopero, cui si aggiunsero anche quelli dei trasporti, delle piccole imprese e gli studenti. Il resto è storia. ↩︎
  5. Rimando alla lettura dell’articolo Le battaglie di portland del movimento contro il razzismo sistemico e le contraddizioni in seno alle donne di colore e bianche e le lezioni del movimento. In particolare circa la vicenda del wall of moms di Portland che ha fatto emergere la questione del vantaggio sociale della “donna bianca” nell’ambito del più generale movimento di massa contro il razzismo della George Floyd Rebellion. https://lacausalitadelmoto.blog/2020/08/06/le-battaglie-di-portland-del-movimento-contro-il-razzismo-sistemico-le-contraddizioni-in-seno-alle-donne-di-colore-e-bianche-e-le-lezioni-del-movimento/ ↩︎
  6. “Femminismo per il 99%” – Editori Laterza ↩︎
  7. Feminism against Biocapitalism: Gestational Surrogacy and the Limits of the Labor Paradigm” – Johanna Oksala. ↩︎
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Michele Castaldo
Tuesday, 26 December 2023 16:38
Il Maurizio è troppo un maschio comune per scalare la montagna che questo scritto propone.
Michele Castaldo
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Maurizio
Monday, 25 December 2023 14:17
Avete notato che dopo l'omicidio di Vanessa Ballan il patriarcato è uscito dai radar di chi vuole dettare l'agenda dei nostri pensieri?
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Alessio Galluppi
Tuesday, 26 December 2023 12:54
Per due ordini di motivi.
1) perchè di fronte a una crisi reale e a un problema reale il liberismo ammette l’esistenza dello stesso e offre come soluzione l’unico e miglior mondo possibile sulla base dei fatti storici: il capitalismo tutto sommato ci ha fatto uscire dalle caverne e Elena Cecchettin è nominata personaggio dell’anno, raffigurandola poeticamente come una madonna (avete letto l’Espresso?), trascinando il femminismo ad essere ancella del capitale.
2) se vuoi Vanessa aveva un’altra relazioni e ha avuto più relazioni mentre stava con il compagno di una vita. Chissà perchè in una società in cui la femmina di specie è un valore d’uso (e di scambio) per la riproduzione sociale, questa cosa è una “macchia” che non passa inosservata nel “subconscio collettivo”.

Secondo te invece perchè?
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