Un viaggio nell’ “autocoscienza” del pensiero critico
Recensione di Giorgio Bellucci
Riccardo Bellofiore, Smith Ricardo Marx Sraffa. Il lavoro nella riflessione economico-politica, Rosenberg & Sellier, Torino 2020, pp. 398, € 22.80, ISBN 9788878858442
La pubblicazione di Smith Ricardo Marx Sraffa va senz’altro considerata un atto di coraggio. Ciò va detto pure per la casa editrice Rosemberg & Sellier e per la collana diretta da Rino Genovese. In generale si può dire che il saggio di Riccardo Bellofiore risponde alla necessità di contrastare la scomparsa del pensiero critico in economia.
«L’egemonia del mainstream neoclassico-liberista, tende sempre più a marginalizzare la tradi- zione di studi marxisti (ma anche neoricardiani, istituzionalisti, post-keynesiani) che sono stati prodotti da economisti italiani nella seconda metà del novecento… mentre da un po’ d’anni l’Italia è un importatore netto di teorie economiche» (Forges Davanzati, La scomparsa del marxi- smo nella didattica e nella ricerca scientifica in economia politica in Italia, “Materialismo Storico”, n° 1-2 2016).
Forges Davanzati ha mille ragioni. Ritengo, tuttavia, che l’avanzata del mainstream a livello generale abbia ancora, in parte, a che fare con quell’aristocraticismo elitario che ha impedito ai post-keynesiani di contrastare efficacemente l’egemonia del monetarismo friedmaniano. A parte gli indubbi meriti di fondo, pare a me che anche il saggio in questione non sfugga del tutto a questo limite. Possiamo dire che l’articolazione del testo di Bellofiore ne fa una spacie di viaggio nell’ “autocoscienza” dell’economia critica italiana e non solo. C’è un filo rosso che percorre il libro: il rapporto Sraffa–Marx e il tentativo di inserire (attraverso gli Sraffa Paper) l’economista di Cambridge in un certo tipo di interpretazione di Marx.
Il fiume carsico di questa riflessione, che a tratti si inabissa e a tratti riemerge, si svolge in parallelo con i classici premarxisti (Smith e Ricardo). E’ su questo crinale che si sviluppa la parte più cospicua dell’approccio di Bellofiore ai temi in oggetto.
L’interrogativo del perchè Sraffa in PMMM non faccia riferimento alcuno a Marx (fatto salvo il suggerimento “al massimo saggio di profitto”) rimane tuttavia senza risposta: a mio avviso non potrebbe essere diversa- mente.
Nella prefazione Sraffa avverte infatti: «E’ carattere particolare della serie di proposizioni che vengono ora pubblicate, che esse per quanto non si addentrino nell’esame delle teorie marginali del valore e della distribuzione, sono state tuttavia concepite così da potere servire di base per una critica di quelle teorie» (Sraffa, Produzione di merci 1960). Occorre non perdere mai questo punto di vista: pare quasi che qui Sraffa prenda atto dei limiti del suo lavoro, tanto da essere spinto a scriverlo chiaramente nella sua breve prefazione.
E’ormai accettato che il punto di partenza di Sraffa sia da rintracciare nel secondo libro del Capitale. È facile supporre che egli da principio abbia cominciato a lavorare sul III libro e, a motivo della insoddisfazione per la definizione delle condizioni primarie nella determinazione del saggio di profitto, abbia lavorato per dare rigore e corenza al lavoro di “Old Moor”.
Come è noto, Marx eguaglia il saggio di plusvalore per tutti i capitali, qualunque sia la loro composizione organica: l’eguagliamento del saggio di sfruttamento ha una funzione essenziale in tutto il suo ragionamento. Anche se le differenze fra i valori della forza lavoro sono oggettive, così come il loro valore d’uso è diverso, il saggio di sfruttamento si dà per omogeneo. Anche Sraffa arriva a questo stesso punto d’approdo. E giunge a questo risultato dopo avere affrontato la “produzione per sussistenza”, “la produzione con sovrappiù” e “la merce tipo”. Possiamo dire che nell’economia del ragionamento la sua equazione fondamentale r = R (1-w) risolve conclusivamente il problema (P. Sraffa, Produzione di merci a mezzo di merci, Einaudi, Torino 1960). Va detto che l’equazione di Sraffa non può essere sviluppata in avanti e neppure, per adesso, presupporre altre applicazioni analitiche. Tuttavia, Sraffa non dà seguito al punto più cospicuo del cap. IX del III libro e forse di tutto Marx.
Il punto di vista di chi scrive è che l’analisi del carattere estrattivo non sia sufficiente in ogni caso a dare contezza del capitalismo. Si dice che il costo politico e culturale di questa operazione è che il sistema rimane storicamente muto, in quanto non fa emergere lo specifico e storico sfruttamento capitalistico. Questo è vero, ma è vero a metà. In Marx il saggio uniforme del profitto deve essere quello che si ricava dalla redistribuzione del pv, ovvero quello che si ricava dall’idea del capitalismo come di una grande società per azioni che distribuisce i dividendi sulla base delle quote azionarie possedute. Il movimento si rappresenta dunque con la messa in comune del pv e con la sua redistribuzione in r uniforme.
Nel sistema di Marx la totalità non si presenta soltanto con la messa in comune, ma anche con la redistribuzione pro-quota. La redistribuzione pro-quota mette in movimento capitale co- stante e capitale variabile e ridisegna i rapporti fra l’estrazione del pv sopra e sotto la composizione organica media.
La composizione organica media esiste indipendentemente dal fatto se essa si manifesti in una, in tutte o in nessuna delle sfere di produzione.
Nel sistema di Sraffa non si nega la messa in comune, né che questa rappresenti una totalità. Tuttavia, senza la redistribuzione la totalità è imperfetta. Senza la messa in comune del pv non c’è lavoro astratto, ma senza la redistribuzione non c’è astrazione. Nella redistribuzione del pv secondo un saggio di profitto uniforme vengono a scomporsi e a ricomporsi le forze della concorrenza e nuove forme capitalistiche nascono e si combinano con quelle vecchie: nella sostanza non viene a redistribuirsi solo il pv, ma anche il capitale costante e il capitale variabile. Dalle Tabelle del cap. IX si può anche dedurre che basti dividere il pv per il numero delle sfere di produzione (cinque o n non ha importanza) per avere il saggio di profitto medio. La trasfor- mazione non è però una media aritmetica e infatti Marx, in nessun passaggio, indica questa modalità di calcolo, anzi c’è da supporre che ritenesse che tale modalità andasse contrastata; la trasformazione invece è un processo che investe tutto il sistema di produzione capitalistico. Marx è stato e rimane l’unico pensatore che definisce il saggio uniforme di profitto a partire da una messa in comune del saggio di sfruttamento.
Come è noto Marx prima scrisse (o meglio mise in bozze) il III libro e poi il I, che invece fu l’unico a essere pubblicato in vita. Il fatto che avesse prima indagato le forme di estrazione del saggio di profitto, e poi fosse tornato a indagare il plusvalore e la merce, non è senza significato ed anzi va considerato cruciale nella sua elaborazione intellettuale.
Non sarà mai sottolineato a sufficienza questo unicum che rappresenta Marx nella storia del pensiero economico. E le tesi sulla trasformazione sono anche quelle che si cerca di smontare da più di un secolo. Tutto ciò non è stato solo “sommerso e dimenticato”, ma anche perfida- mente dichiarato falso (Steedman, Bortkievicz ed altri più di recente).
Il saggio Smith Ricardo Marx Sraffa è assai complesso e articolato, ma questa breve premessa serve per inquadrare quel certo filo del discorso che tiene insieme tutto il lavoro. E davvero Bellofiore coglie il punto quando scrive: «Il valore degli inediti di Sraffa nel suggerire uno sguardo diverso sulla sua opera non può essere sottovalutato» (p. 254). Lo sguardo diverso che si evince dagli Sraffa Paper è su Marx.
Pare ormai accertato che il punto di partenza di Produzione di merci furono gli schemi della riproduzione del II libro del Capitale. «Comunque ci sia arrivato, a me pare non ci possano essere dubbi sul fatto che i documenti indichino gli schemi della riproduzione come il punto di partenza delle equazioni di PMMM» (Giancarlo De Vivo, in Atti del Convegno internazionale Piero Sraffa, Roma, 11-12 febbraio 2003, Accademia Nazionale dei Lincei, Roma 2004, p.216). Un punto di novità che Bellofiore introduce nello “sguardo diverso” è la possibilità di costruire un ponte tra Sraffa e la New Interpretation di Marx. La cosa, con alcune precisazioni, è senza’altro suggestiva e per certi aspetti convincente.
Nelle stesse pagine l’autore si concentra sulle critiche di Sraffa a Bortkiewicz. L’apertura di nuove strade alla trasformazione passa, indubbiamente, per la critica a Bortkiewicz. Fra i motivi di forte critica, che rimangono tuttavia nell’ombra, uno mi sembra preminente fra gli altri: nella sua foga critica verso Marx, Bortkiewicz non si accorge degli errori cui sottopone lo sviluppo della sua analisi per settori.
Se la sua analisi mette in blocco il sistema di Marx è perché egli non si accorge che, per qualsiasi accoppiamento delle sfere di produzione in settori produttivi, la questione della composizione organica diventa dirimente. Ciò significa che egli descrive un sistema dove non c’è possibilità di movimento fra i capitali sopra e sotto la composizione organica media e pertanto non è possibile neanche raggiungere il saggio medio di profitto (Bellucci, La trasformazione dei valori in prezzi di produzione, “Materialismo Storico”, n° 1 2019).
A mio modo di vedere ciò vale non solo per l’ipotesi di Bortkiewicz, ma anche per tutte le ipotesi per settori. A questo punto della discussione dobbiamo però fare una digressione. Salvo altre verifiche ci pare di potere affermare che il primo a mettere in evidenza l’interpretazione per settori, da un lato, e il modello di Marx del cap. IX, dall’altro, sia stato senz’altro Pierangelo Garegnani.
Con grande precisione egli scrive: «Possiamo qui rilevare che Marx quando tratta della trasfor- mazione dei valori nei prezzi di produzione, nel cap. IX del libro III, non divide l’economia in un settore dei beni-salario e in un settore dei beni-capitale» (Garegnani, Il capitale nelle teorie della distribuzione, Giuffrè, Milano 1960, n. p. 50). Garegnani non svilupperà questa annotazione neanche nelle sue successive riflessioni sulla trasformazione anche se, a mio modo di vedere, rimarrà sempre consapevole della questione: egli non darà mai del falso agli schemi di Marx ed anzi la sua ricerca critica manterrà quel filo rosso di collegamento fra il capitolo IX e la rifles- sione sul “lavoro datato” come sviluppo del pensiero di Marx.
Vogliamo insistere su questo punto perché il dibattito su Sraffa-Marx degli anni ’60 e ’70 non può non passare attraverso il suo contributo. Viene in mente la sua relazione a Siena sulla Trasformazione del 1972. La riflessione sulla riduzione a “quantità di lavoro datato”, comin- ciata nel 1960, viene ulteriormente sviluppata: «Quando dall’ammontare noto di plusvalore (profitti) si voglia passare al saggio di profitto, l’ostacolo che immediatamente sorge è che a differenza del valore del prodotto e dei salari annui il valore in lavoro comandato dei mezzi di produzione del settore integrato dei beni salario non è determinabile indipendentemente dal saggio di profitto... L’ostacolo si aggira con la riduzione dei mezzi di produzione a lavoro da- tato… Quando siano espressi in termini di lavoro comandato, tali salari coincideranno con le quantità di lavoro impiegato per la produzione diretta o indiretta dei beni salario e costituiranno perciò delle quantità note, noti essendo i metodi di produzione e dei loro mezzi di produzione» (Pierangelo Garegnani, Marx e gli economisti classici, Einaudi, Torino 1981, p. 41).
Dal testo di Bellofiore: «grazie a ciò, come grazie ad una ridefinizione del saggio di plusvalore, in termini di prezzi di produzione, invece che di prezzi semplici e diretti (proporzionati ai co- sidetti valori-lavoro) in termini dunque di lavoro comandato nella circolazione e non di lavoro contenuto nella produzione è possibile costituire un punto di contatto tra Sraffa e La Nuova Interpretazione di Marx» (p. 254). E più avanti: «il postulato della Nuova Interpretazione ga- rantisce che lavoro comandato e lavoro contenuto siano identici nell’aggregato: il prodotto netto in moneta, il reddito nazionale comanda niente altro che il lavoro contenuto nella sua produzione» (p. 260).
Non è questa la sede per una disamina approfondita delle proposizioni che abbiamo citato. È tuttavia sorprendente una certa analogia dei passi citati rispetto al ruolo del lavoro comandato. Il fatto che nel saggio in oggetto si faccia riferimento a quantità di “lavoro datato” e al famoso “residuo” (Sraffa 1960 pag. 44), è questione che va considerata. Anche se il “residuo” viene considerato un ostacolo occorre mettere in evidenza il ruolo e l’obiettivo del “lavoro datato”. Sia “la riduzione a quantità di lavoro di epoche diverse” di Sraffa, che il “lavoro datato” di Garegnani possono essere considerati strumenti con i quali dare coerenza e cercare una via d’uscita a quello che viene considerato l’impasse del cap. IX.
In un certo qual modo essi possono essere intesi come il tentativo di dare risposta alla mancata trasformazione degli input. Anche questo non può essere sottovalutato. A mio modo di vedere, però, il punto vero non sta nella possibilità della eliminazione del “residuo”. Il punto vero sta nella possibilità di eliminare la contraddizione tra teoria del valore e soluzione simultanea at- traverso il “lavoro datato” e quindi di collocare questo strumento, in modo coerente, all’interno degli schemi di Marx e connetterlo al cap. IX. È lì dentro che se ne possono vedere limiti e incoerenze.
Il punto di connessione deve guardare al ruolo che la redistribuzione del pv esercita nel movi- mento del capitale costante e del capitale variabile. Il pv estratto nelle singole sfere di produ- zione può essere maggiore o inferiore rispetto a r uniforme, quindi bisogna presupporre che il suo movimento vada a redistribuire un più o un meno. Il ruolo del lavoro comandato non può esaurirsi nella fase estrattiva del pv. Alla domanda se possiamo considerare risolte le contrad- dizioni della “soluzione simultanea” nelle varie nuove interpretazioni la mia risposta è negativa. Nella proposta di Bellofiore l’inserimento dei prezzi monetari e del finanziamento bancario dovrebbe mettere in luce il processo stesso della trasformazione. Qui mi sento di fare una osservazione: nel ragionamento va inserita l’idea che il movimento di pv verso r non sia in- fluenzato dal fattore tempo (t). E’ questo un passaggio essenziale, altrimenti verrebbe ripristi- nata la dicotomia valori-prezzi.
Tutto ciò ci porterebbe, comunque, molto lontano nella nostra disamina.










































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In questo caso bisogna specificare il ruolo del plusvalore relativo e il tasso di sfruttamento.