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Il bilancio espansivo che serve all’Europa
di Sergio Bruno
La rotta d'Italia. Contro l’inerzia delle politiche e delle idee dominanti, per uscire dalla crisis serve un bilancio federale europeo che arrivi al 10% del Pil, finanziato da Tobin tax ed emissione di moneta della Bce
Nel dibattito sulla “rotta d’Italia” l’articolo di Gnesutta e Pianta ha mostrato, in termini politici e di possibili politiche economiche, come il nuovo governo si troverà di fronte ad un gioco complesso, in cui se per un verso sarà condizionato dai soggetti europei, per l’altro dovrà cercare di condizionarli in funzione di un cambiamento. Tale cambiamento è necessario dapprima per impedire che l’Europa come costruzione politica collassi e, successivamente, per riprendere, non solo a chiacchiere, l’idea di fare dell’Europa un polo competitivo e politico planetario. Vorrei qui fare delle riflessioni – quasi un contrappunto – su piani diversi: analitico, retorico, ideologico.
Ci sono buone ragioni per imbastire questo meta-discorso. Come ho già argomentato in questa sede una gran parte della sinistra e dei sindacati, sia in Italia che in Europa, è convinta che le tesi portate avanti dalla Commissione, dalla Signora Merkel in Germania e in Europa e dal Sig. Monti in Italia siano sostanzialmente corrette e solo troppo drastiche. Se, dopo le elezioni, la sinistra si troverà a doversi misurare con l’Europa e a dover “trattare” con il Sig. Monti, è opportuno che le idee siano tanto chiare da escludere qualsiasi proposizione non razionalmente fondata.
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Il tempo sospeso
di Marino Badiale
Nel post di ieri abbiamo un po' scherzato sulle prossime elezioni. Per dire qualcosa di più serio, pubblico di seguito due lettere indirizzate al Manifesto (in particolare a R.Rossanda) e scritte nel '96, a ridosso delle elezioni che portarono al potere il centrosinistra. Da allora sono passati (quasi) diciassette anni, ed è ovvio che moltissime cose sono cambiate: all'epoca c'era un diverso sistema elettorale (il cosiddetto “Mattarellum”), Rifondazione era una componente importante dello schieramento di centrosinistra, si discuteva molto sul pericolo “fascista” rappresentato dalle destre, e così via. E' pure ovvio che sono cambiato anch'io, e molte cose oggi le scriverei diversamente. Nonostante tutto questo, ritengo oggi di poter riproporre queste lettere, perché sono convinto che la questione sostanziale che esse pongono, e cioè in sostanza la fine della “sinistra emancipativa”, sia ancora fondamentale. Su questo tema aggiungo qualche commento alla fine.
1. Prima lettera a R. Rossanda
Pisa, 5/4/1996
Cara signora Rossanda,
vorrei sottoporLe alcune riflessioni sul problema dell' “astensionismo di sinistra”.
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Dall'autorganizzazione alla comunizzazione
di R.S.
Designare la rivoluzione come comunizzazione è dire questa cosa abbastanza banale, che l'abolizione del capitale è l'abolizione di tutte le classi, compreso il proletariato, e non la sua liberazione, il suo ergersi a classe dominante che organizza la società secondo i propri interessi. È dire che l'abolizione dello scambio, della divisione del lavoro, della merce, della proprietà, dello Stato, delle classi, non sono delle misure da prendersi dopo la vittoria della rivoluzione, ma le sole misure attraverso le quali larivoluzione può trionfare. È dire, inversamente, che non c'è “periodo di transizione”. Il proletariato non fa la rivoluzione per instaurare il comunismo, ma attraverso l'instaurazione del comunismo. In questo, tutte le misure della lotta rivoluzionaria saranno misure di comunizzazione. Al di qua, non vi è che la società attuale. Le sconfitte delle rivoluzioni tedesca e spagnola ne sono la triste verifica.
La ristrutturazione del rapporto di sfruttamento, ossia della lotta di classe dopo l'inizio degli anni '70, la sparizione del “movimento operaio” e di una identità operaia confermata all'interno della riproduzione del capitale, hanno imposto ciò che non era altro che un obiettivo finale da raggiungere dopo la rivoluzione come il corso stesso di quest'ultima.
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Marx, il caso e la giustizia
Giuseppe Panissidi*
Chi trova un operaio, trova un tesoro. Una boutade solo apparente, se si considera che racchiude il valore e il significato che Marx annette alla sua analisi critica del modello di produzione con capitale. “Il fatto che dall’impiego del lavoro salariato il capitalista, quale semplice agente del capitale, ricavi più di quanto investe, costituisce una particolare fortuna per lui, non un’ingiustizia per il lavoratore”. Il senso del discorso non potrebbe essere più chiaro. L’intero fenomeno del “plus-lavoro”, dunque del profitto, non inerisce alla dimensione morale. Non integra violazioni dell’etica. Non interpella questioni di giustizia. Astrazioni indeterminate. Il capitalista è semplicemente un uomo “fortunato”. Come funzionario del capitale, si trova ad agire in condizioni sommamente vantaggiose, che gli consentono di ottenere il più dal meno, e nel modo più “naturale”. Da qui, a ben vedere, la ferma opposizione di Marx alle distorsioni ottiche di ogni reverie utopistica, a ogni versione teorica della società capitalistica che si ispiri all’idea di giustizia. E qui, altresì, il limite radicale, se non il divieto, del ricorso al principio morale nell’analisi delle “contraddizioni di struttura” del sistema. Qui, insomma, il discrimine, aspro e forte, tra lo slancio lirico e sofferto dell’anima bella e il volo alto della morale evangelica, da una parte, e il rigore laico e umano dell’intelletto scientifico, o che tale si presuma, dall’altra. S’impone, perciò e una volta di più, l’esercizio del Rasoio di Occam.
Ne discende un’idea di “società giusta” profondamente diversa dalle immagini sottese all’ampia costellazione delle filosofie politiche contemporanee, tutte più o meno classicamente, ancorché talora inconsapevolmente, intrise dell’”idea del bene”, pur declinata, in modo spesso raffinato, come ciò che è socialmente “necessario” o “utile” o “giusto” tout court.
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I comunisti e la fase attuale: voltare pagina*
Andrea Catone intervista Vladimiro Giacchè
Se facciamo il punto sulla situazione economico-sociale del nostro paese a cinque anni dal manifestarsi della grande crisi e dopo un anno di “cura” Monti, osserviamo che l’Italia vive una crisi profondissima, avvitata in una spirale recessiva di cui non si vede per il momento alcun segnale di inversione. Come scrivevi amaramente qualche anno fa, c’è il buio in fondo al tunnel… Quali sono i tratti salienti della crisi, e quali, nel contesto generale, i caratteri specifici della crisi italiana?
Io credo che questa crisi sia realmente un passaggio d’epoca. È finito un modello di crescita che ha sostenuto per oltre 30 anni i profitti (e anche il relativo benessere) dell’Occidente capitalistico, ossia il modello di crescita basato sulla finanza e sul debito (privato e pubblico). La fine di questo modello è stata evidente dapprima negli Stati Uniti, dove la crisi è iniziata di fatto nel 2005-2006 con l’arretramento e poi il crollo dei valori degli immobili (perché la finanza non era più in grado di sopperire alle scarse risorse di chi comprava casa, perlo più lavoratori con un reddito in calo).
Poi, anche se a seguito del crack finanziario su scala mondiale sfiorato tra fine 2008 e 2009, e conseguente congelamento della liquidità su scala mondiale, ha colpito pure l’Europa.
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Karl Marx’s Grundrisse
di Antonio Negri
1. Cominciai a lavorare sui Grundrisse negli anni ’60. Quando cominciai ero comunista da parecchio tempo, non ancora marxista. Avevo lavorato molto su Kant, Hegel, e il neokantismo, Max Weber, Lukacs e poi, infine, all’inizio degli anni ’60, avvicinandomi ai 30 anni, avevo cominciato a leggere Il Capitale. Già prima ero passato attraverso le interpretazioni alla moda del giovane Marx: i Frühschriften li avevo letti e discussi (in Francia, in Italia, in Germania – non si può immaginare l’intensità delle emozioni sollevate da quella “scoperta”!) nel clima di un certo esistenzialismo umanistico. Ne trassi le stesse ambivalenti (se non equivoche) impressioni che avevo avute studiando il marxismo sartriano. Di conseguenza non avevo avuto difficoltà a cogliere una certa ragionevolezza nella “cesura epistemologica” che Althusser aveva proclamato. Questa cesura non rappresentava per me un elemento né rilevante né decisivo dal punto di vista filologico: lo era piuttosto (come d’altronde voleva Althusser) dal punto di vista di un’ermeneutica politica e polemica “situata” (come, appunto, in un Kampf-platz) del pensiero rivoluzionario, nell’epoca delle ultime smanie dell’hegelismo dialettico – in occidente come in oriente. Il materialismo marxiano mi sembrava divenire “intero” proprio passando attraverso questa rottura – rottura anti-umanista, nel senso che le illusioni dell’umanesimo borghese sarebbero state a quel punto definitivamente scacciate – e soprattutto nel senso che la dialettica hegeliana era effettivamente messa da parte. Per noi, educati nell’hegelismo e alle infinite variazioni della “coscienza infelice”, questo passaggio era necessario: costituiva una propedeutica alla militanza rivoluzionaria.
La lettura de Il Capitale mi risultò comunque assai difficile.
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La scena terroristica e il suo motore occulto
Mario Perniola
Accanto alla grandezza della civiltà politica moderna, che è consistita nella relazione sapere-potere, non bisogna tacere la sua miseria, che emerge dalla meditazione sul rapporto tra scena e violenza, aperto dalla Rivoluzione francese e dal giacobinismo. Esso si fonda su due presupposti: la connessione tra scena, senso e violenza e la presunzione di un motore occulto che per definizione non appare.
Il primo presupposto è stato acutamente rilevato da Marx. Tutti i grandi fatti e personaggi della storia universale – scrive Marx – si presentano per così dire due volte: la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa; valga l’esempio della Rivoluzione francese e della sua ripetizione farsesca degli anni 1848-51. Egli mostra così innanzitutto il primato dell’azione violenta e appassionata, considerata come innovativa e creativa, rispetto alla sua ripetizione, cui attribuisce una dimensione meramente caricaturale.
Ma Marx non si limita a questa considerazione: approfondendo l’indagine osserva che anche la “vera” rivoluzione del 1789 è stata una ripetizione, la messa in scena di un copione tratto dalla storia dell’antica Roma e che solo l’eroismo, l’abnegazione, il terrore, la guerra civile e la guerra tra i popoli, cioè l’opera del negativo e della morte, l’hanno trasformata in una cosa seria. Proprio questa volontà di suffragare la verità di un’imitazione, di una rappresentazione, con la morte costituisce una delle caratteristiche essenziali della civiltà politica aperta dalla Rivoluzione francese, una civiltà politica in cui la scena e la morte, il pensiero e il sangue sono strettamente congiunti, in cui l’azione storica ha bisogno di essere azione scenica per avere senso e azione violenta per diventare reale.
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Ustica, la strage impunita
di Fabrizio Casari
La sentenza della Corte d’Appello sull’abbattimento sul cielo di Ustica del DC-9 dell’Itavia è uno dei pochi atti di giustizia che la vicenda in sè possa esibire. Si condanna lo Stato italiano a risarcire le famiglie delle vittime, perché la negligenza e l’incapacità di monitorare e difendere adeguatamente lo spazio aereo, l’incolumità dei cittadini viene giustamente considerata mancanza grave di cui dover rispondere.
Ma la sentenza non si limita solo a definire le responsabilità dei vertici militari, perché assume in toto la tesi sostenuta a suo tempo dal giudice Priore e dai familiari delle vittime che hanno sempre sostenuto come il DC9 fu colpito da un missile. E riconoscere che sia stato un missile lanciato da un aereo militare ad abbattere il DC9 e non una bomba a bordo, come per decenni hanno tentato di spacciare per depistare e disinformare i vertici militari e politici, significa ammettere che vi fu un atto di guerra nei cieli italiani. Non fu infatti lanciato per errore il missile che abbatté l’aereo uccidendo 81 persone, tra cui 11 bambini, tra passeggeri ed equipaggio.
Quella maledetta sera del 27 Giugno del 1980, l’aereo che copriva la rotta Bologna-Palermo, partì con due ore di ritardo rispetto all’orario schedulato. Venne seguito nella parte finale del suo volo dai radar di Ciampino e Licola fino a quando scomparve, intorno alle 20,00, mentre era in discesa per atterrare all’aeroporto palermitano di Punta Raisi.
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Quello che sta per succedere e perché
di Fabrizio Tringali
Dopo un 2012 turbolento, il nuovo anno è iniziato in un clima economico di relativa tranquillità. Gli spread sono bassi e la crisi sembra concedere una tregua. Ma cosa ci aspetta nel prossimo futuro? Le difficoltà sono davvero superate o sono destinate a riproporsi? Poiché esistono due opposte chiavi di lettura della crisi, per rispondere a queste domande è necessario capire quale sia.
Vediamole.
Chiave di lettura 1: Crisi dei debiti sovrani
Secondo questa chiave di lettura, alcuni Paesi europei hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità. Hanno aumentato il loro debito pubblico senza migliorare la competitività, rischiando il default. L'aumento degli spread indica che i mercati sono restii ad investire in titoli di Paesi spendaccioni e già molto indebitati.
La soluzione della crisi consisterebbe dunque nel rafforzare la disciplina di bilancio, imponendo un tetto al rapporto debito/PIL e implementando drastiche misure di austerity che diminuiscano la spesa. Per scoraggiare la speculazione, a livello europeo andrebbero inoltre introdotte forme di mutualizzazione dei debiti sovrani (acquisto di titoli da parte della BCE, emissione di Eurobonds) in modo che tutti i Paesi si impegnino a garantire, collegialmente, il pagamento degli interessi e il rimborso dei titoli in scadenza emessi dai singoli Stati.
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Il Freud di Fachinelli
di Pietro Barbetta
La scrittura di Elvio Fachinelli è piena di dissidenze, a tratti autobiografica, semplice, poi ostica. Si tratta di frammenti clinici, tratti dall’esperienza interiore. Un ottuso psicoanalista potrebbe pensare a Fachinelli come a un’Autorità (l’apostrofo non servirebbe, Autorità è maschile). Un inquisitore catturarlo nelle maglie della psicoanalisi ufficiale. Non è Weiss, non avrebbe stroncato Svevo. Né Musatti, non avrebbe esercitato il ruolo di Padre pubblico. Si colloca a sinistra. Scandalo della stupidità di molti intellettuali che non possono pensare a uno psicoanalista libertario: filosofi Milanesi, gazzettieri Romani, sociologi Bolognesi, politologi Torinesi, sognanti saperi astratti, che dicano la verità oggettiva.
Se fosse vissuto ai tempi di Reich – il pensiero di Reich lo conosceva bene – avrebbe subito la medesima inquisizione, ma la qualità della scrittura polifonica lo avrebbe salvato.
Quando scriveva Fachinelli erano terminate le pagine oscure dell’IPA? Dopo che Jones aveva accolto la psicoanalisi ariana mentre si preparava a espellere Reich. E ancora – certo meno gravi, ma altrettanto autoritari – i rischi corsi da Melanie Klein, i silenzi sulle dissidenze di Ferenczi, l’espulsione di Lacan.
Fachinelli viveva a Milano nel tempo della liberazione, quando il parco Lambro era più interessante della Statale.
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Recessione e deficit 2013
Guida pratica per... praticoni
di Orizzonte48
Dunque, dunque, Visco dichiara (tra "leggere" contestazioni di cui si sorprende) che "le regole (europee) di contenimento del debito non impongono necessariamente misure restrittive".
Bankitalia, però, quasi contemporaneamente, determina la recessione 2013 nell'1% del PIL.
La prima affermazione di Visco si bassa sul fatto che...ignora il moltiplicatore, e che, sostanzialmente, pare ritenere che le misure di "crescita" siano, in presenza di austerity "espansiva", le famose "riforme strutturali" sul lato dell'offerta che tanto beneficio danno e daranno al PIL italiano. Insomma, "egli" continua a credere nel crowding-out: tagli alle spese, dunque "meno Stato", fanno "crescere", perchè si ottiene ("dicono") aspettativa di minori tasse da parte degli "operatori razionali" a trazione "equivalente ricardiana" e comunque si ottiene una più, (indovinate), razionale allocazione delle risorse.
Ma se si sbaglia su questo può essersi sbagliato pure sulla misura della recessione.
Vediamo com'è andata nel 2012. Alla fine del 2011, si registra "crescita zero" e un indebitamento netto pubblico, (deficit/PIL) pari al 4%.
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Confindustria alla ricerca del profitto perduto
di Pasquale Cicalese
Solita solfa, “flessibilità del lavoro”, come se questa ti risolvesse i problemi. Ne hanno fin troppa dall’epoca del Pacchetto Treu e la produttività del lavoro è crollata. Nel frattempo, questi signori hanno avuto 15 anni di boom di profitti, evaporati nelle bolle azionarie e nel mattone. Non ci pensavano mica ad investire nelle aziende, piuttosto le spolpavano per arricchire i patrimoni familiari, i quali sono stati bruciati nella grande crisi. Ora li devono ricostituire, ma è dura, alquanto dura. Pensavano di andare in Cina per il “basso costo” del lavoro, ma quella dirigenza gli ha combinato uno “stoppino” con la reflazione salariale. Gli rimane la Moldavia, il Nord Africa, il Bangladesh, ma con questi paesi non ci fai poi molto. Unica controtendenza alla caduta del saggio di profitto la vedono nella “svalutazione salariale interna”; che poi le dimensioni delle loro aziende siano ridicole, che nessuno si quoti in borsa o che da un trentennio non investono una lira nelle loro imprese a loro importa poco.
Semplicemente non ci arrivano. Eppure, nel documento di Confindustria c’è anche altro da sottolineare. Uno dei cardini è la riforma del Titolo V della Costituzione, che nel 2001, grazie ai “geniali” Bassanini e Amato, ha dato un potere enorme alle regioni, con l’esplosione della spesa corrente e il conseguente ingrassamento del capitale commerciale.
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Dalla fine delle sinistre nazionali ai movimenti sovversivi per l’Europa
Toni Negri
I. Quando si dice globalizzazione dei mercati si intende che con essa vanno imponenti limiti alla sovranità dello Stato-nazione. Il fatto di non aver compreso la globalizzazione come un fenomeno irreversibile costituisce l’errore essenziale delle sinistre nazionali nell’Europa occidentale. Fino alla caduta dell’Unione Sovietica la leadership americana consistette nel combinare, prudentemente ma con continuità, le specificità nazionali dei paesi compresi nelle alleanze occidentali (e nella Nato soprattutto) e la continuità dell’imperialismo classico, raggruppandoli dentro un dispositivo di antagonismo con il mondo del “socialismo reale”. Dal 1989 in poi, crollato il mondo sovietico, allo hard power della potenza americana si è man mano sostituito il soft power dei mercati: la libertà dei commerci e la moneta hanno subordinato, in quanto strumenti di comando, il potere militare e di polizia internazionale – il potere finanziario e la gestione autoritaria dell’opinione pubblica hanno d’altra parte costituito il campo sul quale soprattutto si è esercitata la nuova impresa politica di sostegno alla politica dei mercati. Il neoliberalismo si è fortemente organizzato a livello globale, gestisce l’attuale crisi economica e sociale a proprio vantaggio avendo verosimilmente davanti a se un orizzonte radioso…. A meno di rotture rivoluzionarie, non essendo immaginabile una trasformazione democratica e pacifica degli attuali ordinamenti politici del neoliberalismo sull’orizzonte globale.
Di contro, al rafforzamento del sistema capitalistico nella forma neoliberale, lo sbandamento delle forze politiche della sinistra dopo ’89 è stato massiccio.
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Ripensare Marx e i marxismi
di Alfio Neri
Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi. Studi e saggi, Carocci, Roma 2011, pp. 373. € 33
Il modo di leggere Marx è cambiato negli ultimi anni. Gli scritti sono (quasi) sempre quelli ma sono intervenuti due fattori nuovi che hanno cambiato molte cose. Innanzitutto, i nuovi equilibri geopolitici hanno reso obsolete le letture legate agli schieramenti della guerra fredda. Inoltre siamo molto vicini alla (speriamo) definitiva edizione delle opere complete di Marx ed Engels. In questo momento, l’intricata matassa dei testi pubblicati in vita (pochi) e delle opere rimaste manoscritte (tante) è ora, finalmente, disponibile. La fine della guerra fredda e la pubblicazione integrale di tutto (o quasi) quello che Marx ha scritto ci permettono di leggere in modo nuovo l’intera sua opera. Il punto di partenza è, comunque, un paradosso: in settanta anni il paese del socialismo scientifico non ha avuto il tempo di terminare un’edizione filologicamente scientifica delle opere complete del suo massimo ispiratore.
Negli ultimi anni è stato fatto molto per sbrogliare l’intricata matassa degli scritti di Marx e il lavoro filologico di Musto è uno dei più interessanti. Sulla base delle recenti acquisizioni ottenute con la nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels (Marx-Engels-Gesamtausgabe, MEGA), Musto ricostruisce con rigore e acume tutta una serie di tappe della biografia intellettuale di Marx e della sua opera. Questo lavoro di attenta lettura mette in luce l’enorme distanza tra la teoria critica di Marx e il dogmatismo dei marxismi che, dalla fine Ottocento ad oggi, sono seguiti. Si tratta di un lavoro importante che sta aprendo nuove prospettive di notevole spessore teorico.
La chiave di volta della vicenda sta, probabilmente, nella straordinaria vicenda della pubblicazione dei suoi scritti. La storia edizione dell’opera omnia di Marx, su adeguati criteri filologici, è sconcertante.
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La democrazia fa male alla crescita*
Slavoj Žižek
In una delle ultime interviste prima della sua fine, Nicolae Ceauşescu si sentì chiedere da un giornalista occidentale come giustificasse il fatto che i cittadini romeni non potessero viaggiare liberamente all’estero nonostante la libertà di movimento fosse garantita dalla costituzione. La sua risposta fu nel solco della migliore tradizione dei sofismi stalinisti: “È vero”, disse, “la costituzione garantisce la libertà di movimento, ma garantisce anche il diritto a una patria sicura e prospera. Siamo quindi in presenza di un potenziale conflitto di diritti: se i cittadini romeni fossero autorizzati a lasciare il paese, il benessere della loro patria sarebbe a rischio. In questo conflitto, è indispensabile operare una scelta, e il diritto a una patria prospera e sicura ha naturalmente la priorità”.
Sembra proprio che questo principio sia ancora oggi vivo e vegeto in Slovenia. Il mese scorso la corte costituzionale ha stabilito che un referendum sulla legge che istituiva una “banca cattiva” e una holding sovrana sarebbe incostituzionale, e di fatto ha proibito il voto popolare. Il referendum era stato proposto dai sindacati dei lavoratori che contestavano le politiche economiche neoliberali del governo, e la loro proposta aveva raccolto un numero di firme sufficienti a farlo indire in ogni caso.
L’idea alla base dell’istituzione di una “banca cattiva” era far convergere tutto il credito tossico delle banche principali in una sola, così che le prime potessero essere salvate dai finanziamenti pubblici (quindi a spese dei contribuenti), scongiurando qualsiasi indagine su chi fosse responsabile di questo disastro.
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Democrazia, oligarchia e capitalismo*
Andrea Bulgarelli intervista Costanzo Preve
Nell'intervista apparsa sul primo numero della nostra rivista Tu affermi: “La dicotomia non è dunque oggi (parlo di oggi, non del 1930) Democrazia/Dittatura, ma Democrazia/Oligarchia”. Si tratta di una presa di posizione radicale, che può suggerire almeno due conclusioni importanti. La prima è che la categoria di Dittatura come nemico principale viene tenuta in “animazione sospesa”, fungendo da paravento per interessi evidentemente inconfessabili. Al proposito, è bene ricordare la profonda ambiguità di tale categoria, che oggi viene utilizzata come sinonimo dei cosiddetti totalitarismi novecenteschi e dei loro presunti eredi (i social-populismi di Chavez e Ahmadinejad, la giunta militare birmana, ecc), ma che in passato è stata utilizzata da correnti democratiche, non necessariamente di ispirazione marxista. I giacobini francesi (Marat) e i repubblicani italiani (Mazzini) teorizzarono apertamente la dittatura, intesa come “Stato di eccezione” transitorio, indispensabile durante le prime fasi di una rivoluzione democratica, quando essa è ancora minacciata da nemici interni ed esterni. La seconda è che la grande narrazione dell'ultimo secolo come teatro della progressiva e addirittura definitiva (la famosa “fine della storia” di Fukuyama) affermazione del modello democratico, o meglio liberal-democratico, deve essere rigettata o perlomeno fortemente ridimensionata. Se il nemico principale non è nel Myanmar e in Iran ma “a casa nostra”, se i regimi che ci governano sono in realtà feroci oligarchie capitaliste, allora il novecento non è stato il secolo del trionfo della Democrazia attraverso tre fasi strettamente concatenate: il felice matrimonio con il liberalismo (una dottrina in realtà anti-democratica fin dalla sua origine, seppur apprezzabile per altri aspetti) la sconfitta prima del nazifascismo e infine del comunismo sovietico. Le cose stanno veramente così? La categoria metastorica di Dittatura e la grande narrazione liberal-democratica in tre fasi sono aspetti complementari del medesimo sistema di legittimazione oligarchica?
Per semplicità svilupperei la mia risposta in due parti.
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Shipping globale: Zeus batte Wotan
Sergio Bologna
Il capitale greco che fotte il capitale tedesco. Sembra una barzelletta, invece non lo è e la signor Merkel, così severa, certe volte, con gli stati "birichini" che spendono e spandono mentre la loro economia va a picco e produce milioni di disoccupati, dovrebbe oggi dimostrare la stessa, se non maggiore, severità verso i "birichini" di casa sua.
Stiamo parlando di shipping, di navi. Che c'entra la Germania con la Grecia? Cominciamo da quest'ultima. E' noto che lo shipping è l'unico settore dove la Grecia ha una leadership mondiale. Sono leggendari gli armatori greci, soprattutto per la loro abilità nel non pagare le tasse. Mentre milioni di greci stringono la cinghia, loro a dicembre hanno festeggiato le loro fortune in un ricevimento di mille persone in un grande hotel di Londra. La loro specialità tradizionale sono le petroliere ma ormai da un po' di tempo si sono allargati anche ad altri settori, le «bulk carrier», le container carrier, le Ro Ro. Se la sono vista molto brutta qualche anno fa, con la crisi del 2007/2008 ma, a differenza di altre volte, il Salvatore non ha assunto le modeste vesti del contribuente greco ma quelle ben più ricche della moneta cinese. Scriveva il Telegraph del 13 agosto 2012: «Le società greche stanno facendo squadra con le banche cinesi. Il premier Wen Jiabao ha consentito due anni fa che venissero erogati prestiti per 5 miliardi di dollari all'industria dell'armamento greca».
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Mega: PrivacyDotCom
InfoFreeFlow
Che tu sia maledetta FBI! La chiusura di Megavideo è un atto di guerra contro un’intera generazione!»
NeetKidz – ZeroCalcare
Con buona pace di Samuel Huntington e dei suoi rapaci epigoni annidati tra i falchi di Washington nell’era Bush, l’unico vero scontro di civiltà consumatosi negli ultimi anni e fondato su valori culturali, è stato quello che ha opposto le grandi major di Hollywood e la generazione digitale dei NeetKidz, raccontata magistralmente dalle strisce di fumetti di ZeroCalcare.
Il raid condotto un anno fa dalle autorità federali statunitensi contro i server di MegaUpload si colloca sullo sfondo di una guerra per il controllo del mercato dell’informazione in corso da anni tra anarco-capitalismo digitale e vecchi conglomerati dell’entertainement. Allora, il sequestro di migliaia di gigabyte di dati – ancora oggi nelle mani del Dipartimento di Giustizia, nonostante si trattasse in larga parte di materiali non coperti da copyright e quindi perfettamente legittimi – mise in luce come di fatto gli utenti non siano soggetti cui è attribuito alcun profilo giuridico. La tutela dei loro diritti (anche quelli di proprietà dei beni immateriali) non è ancora materia affermata o condivisa da alcuna dottrina o regolamento internazionale.
Ed è probabilmente a partire da questa intuizione che Kim ‘Dotcom’ Schmitz ha intenzione di fondare il suo nuovo impero. Il core business della sua nuova creatura, ribattezzata semplicemente MEGA, è la privacy degli utenti. Oltre allo spazio messo a disposizione (50 gigabyte gratuiti per gli account free, fino a 2 terabyte per quelli premium) crittografia ed un senso di sicurezza sono l’oggetto dello scambio.
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Le bugie dell'Ilva e la realtà dei fatti
di Girolamo De Michele
Prima di leggere questo intervento, ascoltate le parole di questo medico, Giuseppe Merico, nella puntata del 1 dicembre 2012 di Ambiente Italia (RAI3) [qui: l'intervista comincia al minuto 01:40]: parla di diossina nel latte materno, di bambini a cui viene diagnosticato un tumore – della diagnosi di un tumore alla prostata a un neonato di 3 giorni. È un'intervista rilasciata nei giorni della presentazione del decreto salva-Ilva (dl 3 dicembre 2012 n. 207 convertito in legge 24 dicembre 2012 n. 231), la legge ad aziendam che consente all'Ilva di continuare le proprie attività, e sulla quale pende il giudizio della Corte Costituzionale dopo il ricorso del Tribunale di Taranto. Con le parole di Adriano Sansa, ex sindaco di Genova e attuale presidente del Tribunale dei minori del capoluogo ligure (sempre nella stessa puntata di Ambiente Italia, al minuto 14:40):
«Noi stiamo accettando collettivamente l'alta probabilità (in diritto si chiama "dolo eventuale") che alcune persone - non ne conosciamo i volti ma sappiamo che esistono, a Taranto, adesso, adulti e bambini - si ammaleranno e moriranno per via di queste emissioni e dell'esenzione che viene autorizzata».
Questo è lo scenario su cui scorrono le notizie degli ultimi giorni, e in base al quale il governo oggi, martedì 21 gennaio, emanerà «un provvedimento che consenta di sbloccare la situazione».
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L’ Uomo, la Rete e la minaccia cyber-utopista
di Daniele Florian
New Englander, 1858
Beppe Grillo su contattonews, 2012
Se c’è qualcosa in cui l’essere umano eccelle è il saper ripetere continuamente i propri errori. Negli ultimi tempi, tra il malcontento generale e una diffusa mancanza di aspettativa nei confronti dei movimenti, forse alimentata dalla comodità della poltrona, è emersa una fiducia smoderata nei confronti della Rete, Internet, considerata da tanti lo strumento con il quale e sul quale le masse possono finalmente organizzarsi per giungere ad un cambiamento sociale.
Nel 1993, il produttore televisivo Rupert Murdoch affermò che la TV satellitare rappresentava una forza incontrastabile per l’esportazione della democrazia nel Mondo, perchè oltrepassando i confini territoriali poteva fornire ad ogni popolo le informazioni necessarie per acquisire una consapevolezza globale tale da permettere l’abbattimento di ogni dittatura. Una previsione che già all’epoca risultava risibile, visto quanto già allora la televisione fosse veicolo di messaggi sessisti, razzisti e di propaganda, ed è proprio partendo da questo esempio che possiamo trarre le prime argomentazioni per smontare la visione web-utopistica.
La visione ottimistica della Rete è fondata sul presupposto che Internet sia uno strumento tecnologico esclusivamente in mano alle forze democratiche della società, dimenticando il ruolo che svolge, come d’altronde ogni tecnologia, nell’intensificazione del controllo sociale e per il mantenimento dello status-quo.
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MPS è solo la punta dell’iceberg
Una nuova crisi bancaria è alle porte dell’Europa
Checchino Antonini intervista Emiliano Brancaccio
«Trovo maldestro, al limite del comico, il tentativo di certi media di valutare il caso del Montepaschi come un effetto di ingerenze politiche nella gestione bancaria. Sergio Rizzo, sul Corsera, ha addirittura candidamente affermato che il problema chiave sarebbe la dipendenza della banca senese dal potere politico. A suo avviso, quindi, per risolvere i problemi di MPS è sufficiente che la politica faccia un passo indietro e lasci la banca alle logiche del mercato. Ma qualsiasi osservatore che non abbia il prosciutto dell’ideologia liberista sugli occhi sa bene che questa è una interpretazione fuorviante e manichea dei fatti. La verità è un’altra: la crisi di MPS è soltanto il segno precoce e più evidente di una crisi bancaria di carattere sistemico, che ha le sue radici nell’onda speculativa che ci ha portato al tracollo dell’ottobre 2008 e dei cui danni si stanno facendo carico sempre di più i bilanci pubblici e i contribuenti».
L’economista Emiliano Brancaccio non conosce le banche semplicemente alla luce dei suoi studi sul “capitale finanziario” di Rudolf Hilferding, ma parla per conoscenza diretta dei fatti. Nel 2006 era stato chiamato in Banca Toscana per contribuire al risanamento del piccolo istituto di credito territoriale, di proprietà del Monte dei Paschi di Siena. Due anni dopo, nonostante i progressi di gestione, Banca Toscana venne improvvisamente chiusa e incorporata nel Monte.
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“In Amenas”
di Elisabetta Teghil
Quello che è successo in Algeria nel campo di gas naturale della British Petroleum di “In Amenas” è strettamente legato alle vicende del Mali.
A una prima lettura queste ultime non presentano nessuna novità.
Là dove ci sono ricchezze si scatenano gli appetiti delle multinazionali che intervengono in prima persona e/o, soprattutto, tramite i rispettivi governi.
Da qui il provocare artificialmente guerre interetniche e/o religiose, appoggiare o criminalizzare, a seconda della convenienza, movimenti indipendentisti, strumentalizzare i diritti umani e la violenza sulle donne. E, secondo tradizione, manipolare le notizie con la partecipazione attiva dei media e piegare le stesse al tornaconto dei paesi occidentali.
Fin qui niente di nuovo. Ma una novità c’è.
I cittadini occidentali che lavoravano in “In Amenas” e che erano i veri destinatari dell’azione di occupazione di quel centro, sono stati sacrificati con un’offensiva dell’esercito algerino che ha messo in preventivo e data per scontata la loro uccisione.
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Chi paga la crisi e chi ci guadagna
Luigi Pandolfi
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La campagna elettorale sta entrando nel vivo, ma, com’era facile prevedere, visti gli attori in campo, i temi veri, quelli che afferiscono al futuro del paese ed alla sua capacità di vincere le sfide che ha davanti, rimangono inspiegabilmente sullo sfondo.
E tra i temi veri, vale la pena ricordarlo, c’è quello che riguarda i nostri impegni con l’Unione europea e le sue strutture tecnico-finanziarie. Insieme a quello, correlato, della compatibilità del nostro diritto al futuro con le scelte finora compiute sul terreno della costruzione dell’Europa monetaria.
Nel luglio del 2012 il nostro Parlamento ha ratificato, in un clima che potremmo definire inerziale, due importanti trattati, quello sul Fiscal compact e quello sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Il primo impegna il nostro paese a ridurre il debito pubblico nei prossimi venti anni, fino a portarlo entro la soglia stabilita dal Trattato di Maastricht (60% del PIL). Considerato che il debito italiano ammonta ormai a circa 2000 miliardi di Euro, che in rapporto al prodotto interno fa il 127%, per raggiungere l’obiettivo del trattato bisognerà rastrellare circa 900 miliardi di Euro in venti anni, 50 ogni anno, 150 milioni ogni giorno.
Il secondo è riferito invece all’istituzione del cosiddetto “Fondo salva stati”, un plafone di 650 miliardi di Euro che l’Europa metterebbe a disposizione, previa accettazione di vincoli draconiani dal lato della riduzione della spesa, dei paesi a rischio bancarotta. Chi alimenterà questo portafoglio?
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La lotta ai tempi dell’Ikea
Potere, organizzazione e solidarietà
Clash city workers
Un’analisi a partire dalla lotta all’Ikea che, lungi dall’essere terminata, ha però il merito di averci già fornito un bagaglio enorme e indispensabile di esperienze e spunti di riflessione. Nei paragrafi che seguono, non ci soffermeremo sulle fasi della lotta che è ancora aperta e in aggiornamento (qui potete trovare una ricostruzione tappa per tappa): proveremo a dare un contributo che metta in risalto quelle che consideriamo alcune tendenze dello sviluppo del capitalismo in Italia e gli elementi della lotta interessanti e potenzialmente riproducili nel tempo e nello spazio.
| Se vai con la bandiera a fare uno sciopero tradizionale o sali sul tetto puoi stare lì anche tutta la vita, non cambierà niente. Basta con lo sciopero della fame o cose del genere, perché la fame la deve fare il padrone! A noi basta già la sofferenza che viviamo tutti i giorni sul posto di lavoro. Mohamed, operaio alla TNT di Piacenza |
Oggi, per molti, guardare ai movimenti sociali e politici in Italia significa andare incontro allo sconforto. Tranne qualche eccezione, sebbene importante, sembra proprio che non siamo all’altezza dello scontro in atto.
Malgrado ciò, le lotte sui posti di lavoro non sono finite. Anzi, in apparenza paradossalmente, si moltiplicano. Con casi molto rilevanti, almeno in astratto, perché molto dipende da cosa siamo capaci di leggere noi all’interno di quei processi.
Prendiamo la mobilitazione degli operai delle cooperative in appalto presso il deposito IKEA di Piacenza: la si può considerare come una ‘semplice’ vertenza sindacale.
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Un deserto chiamato guerra
Gian Paolo Calchi Novati
La Francia combatte la sua guerra: l'attacco, preventivo sugli alleati se non sul nemico, servirà a segnare le gerarchie. Hollande avrà tempo per far posto alle truppe dei vari paesi africani e degli alleati europei o della Nato. Gli africani servono per fingere di adempiere alla risoluzione Onu che i «legalisti» - per quello che può valere e a prezzo di qualche forzatura - richiamano per tacitare le (poche) opposizioni. I «realisti», dal canto loro, pensano solo ai risultati e non alle forme.
Le motivazioni della guerra, nel duplice significato di cause e obiettivi, sono già state sviscerate: il jihadismo, le materie prime, lo spazio, il prestigio, l'impiego di armi vecchie da consumare e di armi nuove da provare. Nessuna guerra nasce da una sola causa e insegue un unico obiettivo. Senza nemmeno discutere il merito della questione i volenterosi di turno stanno correndo a costituire la solita coalizione. Chissà se come in altri casi, troppo noti per doverli citare, ci sarà anche questa volta un'eterogenesi dei fini. E alla poco gloriosa vittoria delle armate occidentali farà da riscontro la vittoria di qualche «terzo incomodo» o a effetti non voluti come nel caso della Libia.
Per il momento i contendenti, usando due termini volutamente propagandistici, sono il «mondo libero» e il «califfato islamico». Di califfato sovranazionale, esagerando, parla Giulio Sapelli in un bell'articolo sul Corriere della Sera del 18 gennaio, su cui si tornerà per contestarne, più che l'analisi, le conclusioni.
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