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Antropologia e teoria delle istituzioni
Paolo Virno
Non vi è indagine sulla natura umana che non porti con sé, come un passeggero clandestino, almeno l’abozzo di una teoria delle istituzioni politiche. L’analisi degli istinti e delle pulsioni della nostra specie contiene sempre un giudizio sulla legittimità del Ministero degli Interni. E viceversa: non vi è teoria delle istituzioni politiche degna di questo nome che non adotti, quale suo celato presupposto, l’una o l’altra rappresentazione dei tratti che distinguono l’Homo sapiens dalle altre specie animali. Per tenersi a un esempio liceale, poco si comprende del Leviatano di Hobbes se si trascura il suo De homine.
Il nesso tra riflessione antropologica e teoria delle istituzioni è stato formulato con grande schiettezza da Carl Schmitt nel settimo capitolo del suo Il concetto del ‘politico’ . Egli scrive:
Si potrebbe analizzare tutte le teorie dello Stato e le idee politiche in base alla loro antropologia, suddividendole a seconda che esse presuppongano, consapevolmente o inconsapevolmente, un uomo “cattivo per una natura” o “buono per natura”. […] Nell’anarchismo dichiarato è immediatamente chiara la stretta connessione esistente tra la fede nella “bontà naturale” e la negazione radicale dello Stato: l’una consegue all’altra ed entrambe si sorreggono a vicenda. […] Il radicalismo ostile allo Stato cresce in misura uguale alla fiducia nella bontà radicale della natura umana. […]
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Mike Bongiorno fa spot anche da morto
Carla Benedetti
E' inutile chiedersi cosa abbia fatto di tanto importante per il paese e per la collettività Mike Buongiorno da meritarsi i Funerali di Stato, e da essere compianto nel Duomo di Milano dal primo ministro e da una folla commossa di italiani. Lo sappiamo già: non ha fatto assolutamente nulla.
Non è stato presidente della Repubblica, non ha ricoperto una delle massime cariche dello stato come Nilde Jotti, non ha inventato un sistema di telegrafia senza fili come Guglielmo Marconi, non ha combattuto la mafia come il generale Dalla Chiesa, non è morto eroicamente in Irak come Nicola Calipari, non ha prodotto opere d'arte memorabili come Giuseppe Verdi, Federico Fellini o Alberto Sordi. Non è stato vittima di attentati o calamità come i Caduti di Nassiriya, le vittime del terremoto d'Abruzzo o i morti dell'incidente ferroviario di Viareggio.
Ha solo lavorato per 50 anni in televisione facendo (bene o male non è qui in discussione) il suo mestiere di presentatore e poi di testimonial di noti marchi. Ha fatto, come tanti italiani longevi, il suo lavoro oltre l'età della pensione. Solo che lo ha fatto sugli schermi, così che il suo volto si è impresso tante volte sulle retine di tantissimi telespettatori. Per questo Mike Buongiorno viene definito un personaggio pubblico. Ma di pubblico c'è ben poco.
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La ripresa è cominciata. Ma la ricaduta è dietro l’angolo
Ugo Bertone
La grande crisi è finita? La tentazione di dirlo, anche se nessuno l’ammette, è forte. Anzi, sotto sotto si fa strada una tesi insidiosa: passata l’emergenza, è svanita la necessità di grandi riforme. Perché imporre “lacci e laccioli” che possano ingabbiare gli animal spirits? Certo, le diplomazie del G20 sono ancora in movimento. E si annunciano grandi riforme, almeno sulla carta, capaci di produrre effetti in futuro. Ma lo slancio dirigista perde spazio, giorno dopo giorno. In Italia i Tremonti bond non sono più la panacea necessaria dei problemi bancari: anzi, gli istituti possono trovare sui mercati alternative meno costose e politicamente meno impegnative.
Stessa sorte per gli incentivi oltre Oceano: le facilities concesse dalla Fed alle banche commerciali sono scese dell’87 per cento; il programma di aiuti predisposto dal Tesoro sta per esaurirsi entro il mese di ottobre in assenza di richieste. L’edificio della finanza globale, infatti, sembra di nuovo in salute, almeno a prima vista. Tutte le fosche previsioni di un anno fa, quando i Lehman boys traslocavano con grandi scatoloni dal quartier generale di Manhattan, devono essere corrette in meglio: l’occupazione dell’industria finanziaria ancora negativa, ma di poco (meno 8 per cento rispetto al settembre 2008).
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Salari meridionali in gabbia
Rosario Patalano e Riccardo Realfonzo
La politica per il Mezzogiorno del governo Berlusconi cade in una evidente contraddizione logica. Il progetto di una nuova politica nazionale d’intervento per rilanciare lo sviluppo del Sud è infatti del tutto in contrasto con l’intento ventilato, continuamente annunciato e ritirato, di reintrodurre con legge un meccanismo di retribuzione salariale ancorato al costo della vita, che tenga conto della circostanza che nelle regioni meridionali il livello dei prezzi risulta inferiore al Centro-Nord (del 17% secondo Banca d’Italia).
Se, infatti, il progetto di reintrodurre una agenzia nazionale per il Sud sul modello della Tennessee Valley Authority (come un inedito roosveltiano Berlusconi si è spinto a dichiarare) sembrerebbe strizzare l’occhio ad uno schema di intervento keynesiano, fondato su un programma di lavori pubblici a sostegno della domanda, l’idea di adeguare i salari monetari dei lavoratori meridionali al minor costo della vita agirebbe in senso opposto: contenere i redditi nel Mezzogiorno non può che comprimere la domanda di beni di consumo, aggravando ulteriormente il dato dell’economia locale. Naturalmente, una logica di fondo c’è, non ha nulla a che fare con gli interessi del Mezzogiorno ed è piuttosto legata agli equilibri tra i blocchi di interesse che sostengono il governo.
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Il razzismo istituzionale del governo
di Luigi Ferrajoli
Pubblichiamo la relazione del filosofo all'incontro «La frontiera dei diritti. Il diritto alla frontiera» organizzato a Lampedusa da Magistratura democratica, dal Medel e dal Movimento per la Giustizia
È con un senso di sgomento e di mortificazione civile che siamo oggi qui a Lampedusa per discutere della vergognosa politica italiana in materia di immigrazione: delle scandalose leggi razziste e incostituzionali varate dall'attuale governo contro gli immigrati, fino alla criminalizzazione della stessa condizione di immigrato irregolare; dei respingimenti di massa illegittimi, in violazione del diritto d'asilo, di migliaia di disperati che fuggono dalla fame, o dalle persecuzioni o dalle guerre; delle violazioni dei diritti e della dignità della persona negli attuali centri di espulsione, e più ancora nei lager libici nei quali gli immigrati respinti vengono destinati; delle centinaia di morti, infine - fino alla tragedia dei 73 eritrei lasciati annegare in mare lo scorso agosto, dopo 21 giorni alla deriva - vittime della disumanità del nostro governo, immemore della lunga tradizione di emigrazione del nostro paese.
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Enduring Freedom fino al 2050
di Pepe Escobar
And it's one, two, three
what are we fighting for?
Don't ask me, I don't give a damn
next stop is Vietnam*
Country Joe and the Fish, 1969
Dopo otto lunghi anni, ora più che mai l'invasione e la parziale occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti va a pieno ritmo, grazie alla “nuova strategia” del Presidente Barack Obama.
Questa strategia – che secondo il capo del Pentagono Robert Gates “sta funzionando” - prevede che gli Stati Uniti e l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO) mettano in scena delle mini-Guernica, ispirandosi al bombardamento di Guernica, Spagna, compiuto dagli aerei tedeschi e italiani nel 1937 e rappresentato nel quadro di Pablo Picasso.
Prevede anche che il Generale Stanley McChrystal – ex sicario numero uno del Generale David Petraeus in Iraq – vada all'assalto di Washington per chiedere (serve altro?) altri 45.000 soldati.
Aggiungeteci 52.000 soldati americani e niente meno che l'impressionante cifra di 68.000 mercenari a partire dalla fine di marzo – senza tener conto della NATO – e presto ci saranno più americani a voltolarsi nel pantano afghano di quanti fossero i sovietici al culmine della loro occupazione negli anni Ottanta. In soli 450 giorni le truppe di Enduring Freedom più NATO sono passate da 67.000 a 118.000 unità.
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“Videocracy” o del fascismo estetico (1)
di Andrea Inglese
La negligenza, e quasi la cecità, della sinistra e della sua intellighentsia dinanzi a questo fenomeno deriva dalla situazione con cui hanno guardato alla cultura delle masse, che è stata considerata sempre marginale rispetto al potere presunto vero, cioè alla dimensione politica ed economica. Raffaele Simone
Essere spettatori di Videocracy è un’esperienza profondamente sgradevole. Durante la proiezione del documentario è percepibile un diffuso imbarazzo, che ogni tanto è rotto da qualche risata liberatoria. Ma quelle risate, appena risuonano, più che liberare incatenano maggiormente alla propria vergogna. Poi c’è lo schifo. Uno schifo da tagliare col coltello. E quindi la nausea di nervi, veri e propri crampi. E quando ti alzi e vedi gli altri spettatori come te, e sai già fin d’ora che se ne andranno come se niente fosse, come si esce ogni sera da un cinema, un po’ stralunati e un po’ eccitati, ti piomba di nuovo addosso la vergogna, quasi fossimo tutti quanti testimoni passivi e docili di un crimine detestabile, concluso il quale ognuno se ne va solitario, omertoso e impotente a casa propria. Strano effetto, davvero. Ma come? Non avevo io letto Anders, Debord, Baudrillard, Bauman? Non avevo letto Barbaceto, Travaglio, Perniola, la Benedetti, Luperini? Non conoscevo già tutta questa vicenda a memoria? Non avrei dovuto essere immune dallo shock? Non ho forse letto analisi e ascoltato dibattiti sul genocidio culturale, sulla rivoluzione mediatica degli anni Ottanta? Sul grande smottamento antropologico, cominciato con Drive in?
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Consigli non richiesti
La “ricetta” di Draghi per il prossimo decennio
Pasquale Cicalese
"Negli ultimi vent’anni la nostra è stata una storia di produttività stagnante,
bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte".
[Mario Draghi(1) - Orazio, De te fabula narratur]
Le parole di Draghi si possono definire come il te deum della Seconda Repubblica, se non fosse che costui, di essa, ne è stato uno dei principali protagonisti, a partire dalla famosa “crociera” sul Britannia nel 1992 in cui le principali banche d’affari anglosassoni si spartirono il grande affare delle privatizzazioni degli oligopoli industriali pubblici italiani (suggellato dall’accordo Andreatta-Van Miert del luglio 1993), per ampiezza secondi solo alla rapina russa da parte degli oligarchi mafiosi. Da direttore generale del Tesoro, con i ministri Ciampi, Amato e Dini presiede il Comitato per le privatizzazioni, dirige la politica economica degli anni novanta, prepara il salasso finanziario della manovra ‘Amato del ‘92, ha la regia amministrativa dei protocolli del ‘92 e ‘93, è artefice della riforma finanziaria e della privatizzazione del sistema bancario(2), “indirizza” gli altri ministeri in merito alla riforma del mercato del lavoro e della previdenza, introduce meccanismi di prelievo fiscale nel sistema delle autonomie e rientro dal debito mediante il patto di stabilità interno, spinge per le privatizzazioni delle municipalizzate.
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Irresistibile attrazione
Scritto da Leonardo Mazzei
Perché alla sinistra italiana piace tanto Gianfranco Fini
Genova, festa del Pd, mercoledì 26 agosto. L’ex vicepresidente del Consiglio del governo della mattanza genovese del luglio 2001 torna sul luogo del delitto e rivendica: «So che molti di voi non apprezzeranno, ma sono stato soddisfatto per la sentenza della Corte europea: come italiano sono stato felice che il carabiniere sia stato inequivocabilmente assolto per legittima difesa».
Fischi? Contestazioni? Silenzio imbarazzato? Niente di tutto questo. Come ci informa il Corriere della Sera: «dalla platea della città di Carlo Giuliani parte un applauso. Neanche un fischio, una contestazione, un rumore di seggiola. Niente. Fini quasi non ci crede: “Mi fa piacere che applaudiate”».
Per Fini, Genova è stata un trionfo, una tappa del suo smarcamento virtuale dal Padrone di Arcore. E’ un percorso iniziato da tempo, che alla festa del Pd ha vissuto un’indubbia accelerazione. Si tratta di un fatto che suscita almeno tre domande. La prima: perché lo fa, qual è l’obiettivo politico? La seconda: perché lo fa adesso? La terza: perché alla sinistra piace così tanto?
Il percorso recente del “nero abbronzato”
Prima di provare a rispondere a queste tre domande, delle quali la terza è certamente quella più importante, conviene ripercorrere le vicende più recenti del “nero abbronzato” (la definizione, informano le cronache, circolava scherzosamente nella platea genovese) che ha sostituito il “Pavone sgonfiato” sullo scranno più alto di Montecitorio.
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I manoscritti riscoperti del Moro
di Roberto Finelli
Enrique Dussel, L'ultimo Marx, Manifestolibri, PP. 286, Euro 28
Ancora la mente geniale del vecchio Marx che continua a vivere e ad essere coltivata, nella profondità dei suoi motivi, dalla cura e dal pensiero di altre menti! Ancora, e di nuovo, un libro su Marx! Ora, che Marx non sia un pensatore lineare e monocorde, bensì sia invece nutrito da ispirazioni e linee teoriche molteplici fino ad essere discordi e contraddittorie, è quanto sta emergendo sempre più dalla ricerca recente. Tanto che un marxismo all'altezza dei problemi dei nostri tempi non potrebbe, a ben vedere, evitare di costituirsi come storia e fenomenologia dei diversi marxismi: in quanto ciascuno espressione, a suo modo, di un segmento di quel multiversum che è costituito appunto dalla mente di Marx. Basti pensare, in direzione opposta, cosa abbia potuto significare, quanto a chiusure e a debolezze teoriche, anche per buona parte della cultura del '68, un'interpretazione, come quella avanzata da Della Volpe e poi da Lucio Colletti, di un Marx invece sostanzialmente pensatore univoco e monolitico, coerente con se stesso dalla giovinezza alla maturità, sia per chi valorizzasse la dialettica sia per chi, come Colletti, la rifiutasse scientificamente.
Versioni a confronto
Questa volta, a dirigere, originalmente, l'orchestra mentale formata dal compositum marxiano è Enrique Dussel, uno dei più seri studiosi del marxismo in America Latina ed esponente della teologia della liberazione.
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Ci aspetta un settembre nero? Il “termometro” tedesco dice di sì
Mauro Bottarelli
Settembre è arrivato. E storicamente il mese di settembre porta con sé rialzi degli indici solo se questi hanno subito contrazione nei mesi precedenti: essendo stato agosto il sesto mese consecutivo di guadagni, tutto lascerebbe pensare a un settembre nero. Lo avevamo scritto mesi fa ma la ragione del crollo dei futures e del tracollo dei titoli bancari in Europa non è da mettere in relazione a fattori di aggiustamento tecnico, bensì a qualcosa di molto più serio. I nodi, infatti, stanno venendo al pettine.
L’intemerata di Gordon Brown ieri sul Financial Times contro i bonus dei banchieri – che dovrebbero essere legati a performance di lungo periodo e non a guadagni a breve frutto di speculazione – parla chiaramente la lingua di una manovra difensiva: ieri il titolo di Lloyds Tsb è letteralmente crollato, segno che nessuna operazione di intervento pubblico sembra aver rimesso in sesto l'ex gigante devastato dalla folle acquisizione di Hbos, una vera e propria miniera di assets tossici.
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La storia rovesciata…
Sulle origini della II guerra mondiale
a cura di Andrea Catone
Pezzo dopo pezzo, anniversario dopo anniversario, i dominanti riscrivono la storia, impongono la loro narrazione degli eventi, perché essa divenga senso comune e privi le masse subalterne della loro identità di resistenza e di lotta, in modo da sradicare la possibilità stessa di una rinascita e ricostruzione comunista, indispensabile per rovesciare lo stato di cose presente segnato dal dominio pervasivo del capitale e dell’imperialismo.
In questa campagna demolitrice della storia comunista, accanto alla grande stampa borghese, si colloca in pessima compagnia anche il manifesto, che, al di fuori di qualsiasi contestualizzazione storica e di un uso rigoroso delle fonti, si appiattisce sul modello di quell’uso politico e strumentale della storia affermatosi coi libri di Pansa.
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Svezia Tasso Interesse Negativo
Felice Capretta
Tasso di interesse negativo in Svezia!
Oggi dalle colonne dei giornali dei gruppo Rizzoli (che comprende Corriere e il gratuito City) campeggiano notizie di diverso genere e grado.
Le principali:
* immancabile strillo gettapanico sulla Nuova Influenza A/H1N1: i pediatri chiedono di rinviare l'apertura delle scuole, ma la Gelmini rifiuta;
* una agghiacciante sfilza di dettagli sanguinolenti sull'ennesimo omicidio/suicidio;
* un reportage da gossip nero sull'alibi di Stasi che sarebbe lì lì per crollare.
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Karl Marx: sulle tracce di un fantasma
di Marcello Musto
[Introduzione a AA.VV (a cura di M. Musto) - Sulle tracce di un fantasma. L'opera di Karl Marx tra filologia e filosofia - Manifestolibri - 2005]
Su mille socialisti, forse uno solo ha letto un’opera economica di Marx,
su mille antimarxisti, neppure uno ha letto Marx.
I. Incompiutezza versus sistematizzazione
Pochi uomini hanno scosso il mondo come Karl Marx.
Alla sua scomparsa, passata pressoché inosservata, fece immediatamente seguito, con una rapidità che nella storia ha rari esempi ai quali poter essere confrontata, l’eco della fama. Ben presto, il nome di Marx fu sulle bocche dei lavoratori di Chicago e Detroit, così come su quelle dei primi socialisti indiani a Calcutta. La sua immagine fece da sfondo al congresso dei bolscevichi a Mosca dopo la rivoluzione. Il suo pensiero ispirò programmi e statuti di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, dall’intera Europa sino a Shanghai. Le sue idee hanno irreversibilmente stravolto la filosofia, la storia, l’economia. Eppure, nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. Tra i più grandi autori, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.
Ragione primaria di questa particolarissima condizione risiede nel carattere largamente incompleto della sua opera. Se si escludono, infatti, gli articoli giornalistici editi nel quindicennio 1848-1862, gran parte dei quali destinati al «New-York Tribune», all’epoca uno dei più importanti quotidiani del mondo, i lavori pubblicati furono relativamente pochi, se comparati ai tanti realizzati solo parzialmente ed all’imponente mole di ricerche svolte. Emblematicamente, quando nel 1881, in uno dei suoi ultimi anni di vita, Marx fu interrogato da Karl Kautsky, circa l’opportunità di un’edizione completa delle sue opere, egli rispose: «queste dovrebbero prima di tutto essere scritte ».
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La potenza del sapere vivo
Crisi dell’università globale, composizione di classe e istituzioni del comune
Gigi Roggero
I clienti della compagnia telefonica 3 che avessero bisogno dell’assistenza online, troveranno nell’area dedicata del sito una curiosa sorpresa. A rispondere non sono infatti dei tecnici pagati dall’azienda, bensì – attraverso un forum libero – altri clienti. 3 mette in palio per le migliori risposte modesti premi e cotillon: ricariche o telefonini, peraltro già acquisibili in comodato gratuito attraverso le offerte promozionali. Soprattutto, l’impresa stila delle classifiche mensili al cui interno i cooperanti del forum vedono riconosciuto il proprio valore e merito. Se, tuttavia, si invia un post in cui – dopo aver esposto il problema e ringraziato gli utenti per la loro bravura – si insinua il dubbio che quello di cui 3 utilizza è un lavoro non pagato, dopo pochi minuti il messaggio verrà cancellato dal libero spazio del forum.
Questo aneddoto, che rappresenta il funzionamento di un modello imprenditoriale tendenzialmente egemone non solo nel campo delle telecomunicazioni, ci fornisce gli elementi centrali di analisi del capitalismo contemporaneo. Mostra, innanzitutto, la natura ideologica della figura del prosumer, diffusa nella narrazione postmoderna sulla società della conoscenza: non è dunque il lavoratore che diventa consumatore, ma è al contrario il consumo che viene messo al lavoro. Non solo: è proprio sui soggetti della cooperazione sociale che viene scaricato il taglio dei costi del lavoro, riproducendo di continuo al suo interno linee di competizione individualistica – è questo il senso delle classifiche mensili di 3. Vengono, cioè, continuamente separati dall’appropriazione comune di ciò che producono in comune.
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“Global Tax”
La "Global Tax"? Va bene, ma non basta a fermarli
Fabio Sebastiani intervista Emiliano Brancaccio
Lord Ardair Turner è il presidente della FSA, la Consob inglese. Turner ha proposto di tassare le transazioni finanziarie allo scopo di ridimensionare il mercato dei capitali. La sua proposta è stata ribattezzata “Global Tax”, una specie di Tobin tax applicata agli scambi finanziari. Liberazione ha intervistato Emiliano Brancaccio, docente di Economia politica presso l’Università del Sannio a Benevento.
Cosa pensi di questa proposta?
Turner parte da una giusta constatazione: grazie alle deregolamentazioni di questi anni i mercati finanziari si sono paurosamente “gonfiati”. Il risultato di questa enorme espansione è che oggi gli intermediari finanziari, le banche e i brokers, assorbono una quota colossale e ingiustificata del reddito nazionale. Tra l’altro, è una massa di reddito che attira i migliori cervelli, i quali finiscono per specializzarsi in finanza anziché per esempio in medicina o ingegneria.
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Bernanke, déja vu... la nemesi continua!
di Andrea Mazzalai
Come scrive Wikipedia, il Déjà Vu, in francese, già visto, è la sensazione di aver vissuto precedentemente un avvenimento o una situazione che si sta verificando.
Il termine fu creato dallo psicologo francese Émile Boirac (1851–1917), nel suo libro L'Avenir des sciences psychiques ("Il futuro delle scienze psichiche"), revisione di un saggio che scrisse quando ancora era studente all'Università di Chicago. L'esperienza del déjà vu è accompagnata da un forte senso di familiarità, ma di solito anche dalla consapevolezza che non corrisponde realmente ad una esperienza vissuta (e quindi si vive un senso di "soprannaturalità", "stranezza" o "misteriosità"): l'esperienza "precedente" è perlopiù attribuita ad un sogno. In alcuni casi invece c'è una ferma sensazione che l'esperienza sia "genuinamente accaduta" nel passato.
Come ha scritto in un articolo il Washington Post, Bernanke pochi giorni prima di essere nominato nuovo governatore della Federal Reserve, e precisamente il 25 ottobre del 2005, confidava che....
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Spesa pubblica e finanza, a chi giriamo il conto?
di Tommaso De Berlanga
Mentre i governatori delle banche centrali - a Jackson Hole - interpretano segnali e annusano venti capricciosi cercando una visione del futuro, una prima indicazione chiara viene dalle mille soluzioni pratiche che, nel frattempo, i più vari soggetti economici e istituzionali vanno prendendo: il conto della crisi va fatto pagare alle popolazioni. Nulla vien chiesto a ideatori e responsabili del più grande crack finanziario che si sia mai visto. Anzi, dopo pochi mesi di terror panico e silenzi imbarazzati, i top manager sono tornati burbanzosi ad occupare il centro della scena e a dettare l'agenda politico-economica. Indignati più del solito quando qualcuno parla di mettere almeno un freno ai loro bonus e stipendi.
I diversi articoli che potete leggere in questa pagina hanno un retroterra comune evidente: l'«iniziativa privata» - finanziaria e non - lasciata liberissima di agire su scala planetaria, ha creato un disastro epocale che soltanto massicce iniezioni di denaro pubblico (già effettuate o solo garantite, non importa) ha permesso di arginare. Per ora. La cosa rilevante è che, di conseguenza, la spesa pubblica è cresciuta in modo rapido e violento, come quando - per fronteggiare altre crisi storiche - gli stati mettevano in moto politiche keynesiane di «sostegno alla domanda».
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L'impossibile keynesismo
di Joseph Halevi
Su la Repubblica e su la Stampa di ieri sono apparsi articoli molto scettici nei confronti degli attuali annunci di ripresa economica. È pertanto legittimo chiedersi se si profilano soluzioni e scenari di un'uscita dalla crisi e su quale base sociale possa l'eventuale nuova fase poggiare. Guardando alla storia del capitalismo moderno si nota che non fu il New Deal a sollevare gli Usa dalla depressione bensì l'entrata di Washington nel grande solco della spesa pubblica militare apertosi con la Seconda Guerra Mondiale. Ciò costituì la vera uscita capitalistica dalla Grande Depressione su una base sociale allargata.
Allora il keynesismo militare Usa divenne il pilastro economico della rinascita ed espansione dei capitalismi europei e di quello nipponico, nonché del consenso sociale che raccolsero. Mai profitti, accumulazione reale, salari, occupazione e previdenza sociale, ebbero dinamiche così sostenute e mutualmente assai compatibili come nel quarto di secolo che va dalla fine del secondo conflitto mondiale all'annullamento di Bretton Woods di fatto proclamato dal presidente Richard Nixon il 15 agosto del 1971. Quella data segna l'inizio della fine, assai rapida in verità, delle compatibilità keynesiane (più spesa pubblica, più occupazione, salari più alti, più domanda, più profitti, più investimenti grazie alla maggiore domanda). Non per questo però cessò di esistere il militarismo keynesiano che ricevette infatti una nuovo grande impulso durante la presidenza Reagan. Tuttavia fu proprio negli anni ottanta che le espansioni classicamente militar keynesiane si mostrarono invece ampiamente compatibili con la caduta dei salari dando luogo all'esplosione del fenomeno dei working poor, cioè di lavoratori poveri.
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Gelo con Washington: "Italia ed ENI sono troppo amiche della Russia"
di Maurizio Molinari
La partnership per il gasdotto South Stream non piace agli Usa: Roma deve diversificare
Le scelte di politica energetica di Silvio Berlusconi e dell’Eni preoccupano l’amministrazione Obama. Al Dipartimento di Stato i resoconti sul blitz del premier italiano in Turchia per suggellare il patto fra Erdogan e Putin sul gasdotto South Stream hanno sollevato malumori. «L’interesse italiano dovrebbe essere diversificare le fonti di approvvigionamento mentre in questa maniera si aumenta la dipendenza da Mosca» afferma un diplomatico ben a conoscenza del dossier. Poco lontano dal Dipartimento, in uno dei pochi caffè attorno a Foggy Bottom, un altro diplomatico usa toni più aspri chiedendo l’anonimato: «Non comprendiamo perché l’Eni si comporti da lobbista di Gazprom in Europa promuovendo con South Stream un oleodotto destinato a trasformare l’Italia nella nuova Ucraina d’Europa, totalmente dipendente dal gas di Mosca».
Il linguaggio poco paludato svela un’irritazione americana che nel mondo petrolifero è di pubblico dominio. Al 14° piano del grattacielo al numero 475 della Quinta Strada, l’Eurasia Group di Ian Bremmer produce resoconti periodici sulla rivalità fra il South Stream, con il quale la Russia vuole creare una nuova linea di trasporto del proprio gas verso l’Europa Occidentale, e il Nabucco, sostenuto da Washington e da un folto gruppo di Paesi europei, accomunati dal desiderio di importare gas non russo per scongiurare la dipendenza energetica dal Cremlino. «La competizione è sulla fonte a cui attingere per il gas - spiega John Levy, specialista di Eurasia Group per il Caucaso - perché South Stream è sostenuto da italiani, francesi e tedeschi, che da tempo fanno importanti affari con Gazprom, mentre Nabucco è voluto da chi cerca nuovi partner per gli approvvigionamenti».
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La corsa delle Borse è finita
Ora chi salverà i governi dai debiti?
di Mauro Bottarelli
Il rally è finito. Lo avevamo detto e non solo perché dopo tante sedute al rialzo ci si concede di rifiatare con le prese di beneficio. È finito perché è finito l'effetto del mega-stimolo monetario messo in atto dai governi per cercare di rivitalizzare i mercati e l'economia. Due trilioni di dollari sembravano tutto il denaro del mondo ma non lo erano.
Ieri mattina il tonfo dello Shanghai Composite al -5,8%, peggior risultato dal 18 novembre scorso, aveva suonato la sveglia su quanto stava per accadere. Nonostante gli oracoli di Francoforte avessero giorni fa annunciato trionfalmente che Germania e Francia era tornate a crescere, sia il Cac40 che il Dax perdevano terreno, come Londra e Milano. A trascinare in basso, tanto per cambiare, titoli bancari (meno male che erano sani, al primo giorno di ritracciamento sono crollati) e commodities, indicatore quest'ultimo che la ripresa è lunghi dall'essere dietro la porta.
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Verso un nuovo ordine economico internazionale?
di Marco Sarli
Temo proprio che non si stia seguendo con la dovuta attenzione il sempre più intenso dibattito in corso tra Cina, India, Brasile e Russia sull’opportunità di individuare soluzioni alternative all’utilizzo del dollaro statunitense come mezzo di pagamento e valuta di riserva, un dibattito che avviene a margine di accordi bilaterali tra questi paesi, accordi che prevedono o l’utilizzo delle proprie valute o l’individuazione di ‘valute sintetiche’ spesso basate su un paniere composto dalle principali valute convertibili.
Pur essendo del tutto evidente che non è interesse di questi paesi un crollo verticale delle quotazioni del dollaro o di quei titoli rappresentativi del debito statunitense che rappresentano insieme oltre il 70 per cento delle loro riserve valutarie, è tuttavia indubitabile lo sforzo in termini di diversificazione operato dai gestori di queste disponibilità, così come è del tutto evidente la crescente preferenza per titoli statunitensi a breve se non a brevissima scadenza, in luogo della precedente preferenza per i Treasury Bonds a 10 se non a 30 anni.
Analoghi interrogativi e mutamenti di comportamenti caratterizzano da alcuni decenni i governi e le autorità monetarie dei paesi arabi esportatori di petrolio e del Giappone, paesi strutturalmente esportatori netti per rilevanti ammontari medi e che si sono confrontati ben prima dei new comers sul ‘dilemma del dollaro’,
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Lo stato DEL LAVORO
di Luigi Cavallaro
L'uso del diritto nel definire i rapporti di potere nelle società capitaliste. Un sentiero di lettura a partire dalle riproposte di un volume del giurista Costantino Mortati e del saggio di Toni Negri su «Costituzione e Lavoro»
Un anno di transizione, il 1964. Si è appena concluso un lustro che ha visto l'Italia crescere a ritmi fra i più alti del mondo occidentale e sperimentare trasformazioni imponenti nel modo di lavorare, produrre, consumare e perfino pensare e sognare. La celebrazione del «miracolo» ha lasciato il passo alla «congiuntura»: la crisi della bilancia dei pagamenti ha indotto il Governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, a una stretta monetaria e ne è seguito il consueto rallentamento produttivo e aumento della disoccupazione.
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Strage di Bologna: il depistaggio palestinese
Cosa dice davvero la tanto citata intervista a Ilich Ramirez Sanchez "Carlos"
Germano Monti
Per una Destra che non vuole solo governare, ma procedere ad una profonda ristrutturazione dell’assetto istituzionale del Paese, ripulire l’album di famiglia dalle immagini più imbarazzanti è una necessità. In altre parole, voler riscrivere la Costituzione repubblicana e antifascista richiede ineluttabilmente la riscrittura della propria storia politica… naturalmente, se si è o si è stati fascisti.
Lo stragismo rappresenta sicuramente la pagina più nera della storia italiana contemporanea, con il suo intreccio perverso fra manovalanza fascista, apparati – più o meno occulti - dello Stato e interferenze atlantiche. Fra tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia, quella alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980 è stata la più feroce, ed anche l’unica in cui è stata raggiunta una verità giudiziaria, con la condanna definitiva dei fascisti Ciavardini, Fioravanti e Mambro.
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Ma non siamo una Repubblica fondata sul lavoro?
di Paolo Ciofi
I lavoratori della Innse hanno lanciato un segnale forte che dobbiamo raccogliere contro la svalorizzazione e la distruzione del lavoro (inteso come abilità manuali, conoscenze tecniche, patrimonio culturale accumulato), che è una caratteristica di fondo della cosiddetta transizione italiana. E che, nel pieno di una crisi che accelera tutte le tendenze negative preesistenti, sta portando il Paese ai confini del decadimento e della dissoluzione dell'unità nazionale.
Se gli operai sono costretti ad arrampicarsi in cima a un carro ponte per dimostrare che esistono e che vogliono lavorare impedendo la distruzione della loro fabbrica, vuol dire che questa società è malata. Di cosa parliamo, se non di un capitalismo parassitario e distruttivo? E se la polizia di Stato viene schierata contro chi difende la propria dignità e libertà secondo un diritto costituzionalmente garantito, c'è poco da dire: è davvero allarme rosso per la nostra democrazia. Sebbene liberali illustri non sembrano curarsi di questo uso improprio della forza pubblica e del sistematico attacco al diritto al lavoro che dura da anni. Come se tra questi ingombranti dati di fatto e il degrado democratico del Paese non vi sia alcun nesso.
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