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Spesa pubblica e finanza, a chi giriamo il conto?

di Tommaso De Berlanga


signoraggioMentre i governatori delle banche centrali - a Jackson Hole - interpretano segnali e annusano venti capricciosi cercando una visione del futuro, una prima indicazione chiara viene dalle mille soluzioni pratiche che, nel frattempo, i più vari soggetti economici e istituzionali vanno prendendo: il conto della crisi va fatto pagare alle popolazioni. Nulla vien chiesto a ideatori e responsabili del più grande crack finanziario che si sia mai visto. Anzi, dopo pochi mesi di terror panico e silenzi imbarazzati, i top manager sono tornati burbanzosi ad occupare il centro della scena e a dettare l'agenda politico-economica. Indignati più del solito quando qualcuno parla di mettere almeno un freno ai loro bonus e stipendi.

I diversi articoli che potete leggere in questa pagina hanno un retroterra comune evidente: l'«iniziativa privata» - finanziaria e non - lasciata liberissima di agire su scala planetaria, ha creato un disastro epocale che soltanto massicce iniezioni di denaro pubblico (già effettuate o solo garantite, non importa) ha permesso di arginare. Per ora. La cosa rilevante è che, di conseguenza, la spesa pubblica è cresciuta in modo rapido e violento, come quando - per fronteggiare altre crisi storiche - gli stati mettevano in moto politiche keynesiane di «sostegno alla domanda».

Ma questa volta la percentuale di «spesa sociale» è stata quasi dovunque una frazione risibile delle «misure di stimolo». Le popolazioni, insomma, non hanno visto un soldo o un lavoro in più. «Non importa», ci spiegano i cattedratici neoliberisti che arrotondano ottimi stipendi facendo gli opinionisti sui media mainstream. «La spesa pubblica va ridotta ora, perché altrimenti potrebbe frenare la ripresa, quando comincerà». In medicina, una cura del genere verrebbe definita «aumentare il dosaggio della stessa droga» che ci ha portato tra le mani un essere vivente in coma.

In pratica, come insegna l'esperienza lettone - e prima ancora quella islandese, altro tempio della «finanza creativa» prima di Lehmann Brothers - la ricetta degli istituti internazionali può essere così sintetizzata: per ripagare i debiti privati accumulati da banche o altre società, gli stati coinvolti debbono sostituirli con obbligazioni pubbliche (Bot e similari). Per garantire che queste obbligazioni vengano onorate a scadenza, gli stessi stati debbono aumentare le tasse ai cittadini (non si menzionano le imprese), obbligarli a utilizzare i loro risparmi e abbattere la spesa pubblica.

Come «uovo di Colombo» sembra un po' rozzo, ma in effetti non c'è molto di più. Che sia scandaloso, è un eufemismo. Nessun editorialista, suppongo, troverebbe giusto o logico pagare il conto del ristorante dove non è mai entrato. Ma il punto centrale non è neppure questo (fin troppo facile scomodare il «moralismo», in certi casi). La questione vera è la trasformazione istituzionale degli Stati descritta da una simile «ricetta globale»: non più «rappresentanti degli interessi» delle popolazioni che amministrano, ma esattori in nome e per conto della finanza globale e di altre istituzioni internazionali poste a difesa del «mercato». Che fine faccia la democrazia, in questa torsione, è facile immaginarlo.

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