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Cristianesimo, capitalismo e rivoluzione
Intervista a Diego Fusaro
16 settembre. Prendendo spunto dal dialogo tra Eugenio Scalfari e Papa Francesco abbiamo rivolto alcune domande a Diego Fusaro, una delle più brillanti menti filosofiche italiane. Ne è venuto fuori un discorso filosofico-politico di straordinaria densità.
D. Sollecitato da due interventi di Eugenio Scalfari (La Repubblica del 7 luglio e del 7 agosto) Papa Francesco ha alla fine risposto il 4 settembre affermando che si auspica “un dialogo sincero e rigoroso con i non credenti affascinati dalla predicazione di Gesù di Nazareth”. Lei che idea si è fatto di questo Papa? Coglie anche Lei il sintomo di una incipiente riscossa della Chiesa cattolica dopo che la cosiddetta “società aperta” d’impronta illuminista l’aveva emarginata? E se fosse così, siamo davvero in presenza, qui in Europa, di un risveglio della religiosità?
Credo sia, nel complesso, troppo presto per formulare un giudizio generale sull’operato di Papa Francesco. Quel che è certo – e non sono ovviamente solo io a sostenerlo – è che il suo profilo è profondamente diverso da quello del fine teologo Ratzinger. Il nuovo Papa non si presenta tanto come un teologo dottrinario, con forti doti filosofiche: è – questo sì – un grande comunicatore, che alla semplicità sa unire una forte immagine di autenticità e, come usa dire, di “ritorno ai valori”. Personalmente, credo che la Chiesa cattolica e, in generale, le religioni tradizionali continuino a perdere incidenza e seguito nello scenario del tardo capitalismo di cui siamo abitatori. Non dimentichiamoci che, dopo l’ingloriosa fine dei comunismi novecenteschi (Berlino, 9.11.1989), nell’inizio del 2013 il balcone di San Pietro è rimasto tragicamente vuoto: Ratzinger è stato il primo pontefice della storia sconfitto dalla mondializzazione capitalistica, il tempo in cui gli ideali precipitano nel nichilismo dilagante e la religione è ridotta a questione privata. Non credo, pertanto, si possa parlare di un risveglio della religiosità, a meno che per religiosità non si intenda la teologia neoliberale e il fanatismo dell’economia.
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Prodi e lo "stato di diritto"
di Quarantotto
Prodi "c'arifà".
Noncurante delle lievi imprecisioni con cui si è manifestato, in una delle sue recenti "uscite", insiste.
Comincia col dire che la ripresa può essere agganciata, anche se deve ammettere che non ce n'è traccia degli indicatori minimamente significativi, e, ovviamente, che ciò può essere fatto se si seguono le pressanti indicazioni "europee" (e che altro poteva essere?): "spendere meno e mettere in atto le riforme per camminare stabilmente al di sotto del fatidico 3%".
Nel far ciò ci dice, necessariamente, in partenza, che:
a) la recessione - e comunque la mancata crescita (che peraltro dura da venti annetti, in termini di output-gap) - sarebbe dovuta all'eccesso di spesa pubblica (...!!!?);
b) eliminato ciò, rispettando un deficit pubblico al di sotto del 3%, si potrebbe "dare una spinta all'economia"! (Cioè, limitando il deficit in situazione recessiva...si stimola l'economia);
c) il "pareggio di bilancio", che l'UE, inderogabilmente ci chiede a partire dal 2015, non è...pervenuto (cioè è "rimosso"). E proprio mentre l'aggiornamento, previsto in settimana, del DEF, ricalibra il deficit per il prossimo anno dall'1,8% al 2,5%.
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Kill, kill, kill for growth*
Dalla Siria, Obama dopo Obama
di Nicola Casale, Raffaele Sciortino
Quello che fino a qualche giorno fa sembrava l’inevitabile attacco Usa alla Siria è dunque al momento stoppato, lo scontro si è mantenuto all’interno del quadro diplomatico dove un abile Putin ha offerto una foglia di fico a un’Obama in difficoltà. La vicenda è tutt’altro che chiusa. Alla guerra per procura si aggiungerà il calvario dei controlli sulle armi chimiche (come da copione irakeno?) mentre il minacciato strike è un messaggio inequivocabile per l’Iran che non mancherà di avere conseguenze.
L’amministrazione Obama non ne esce bene sul piano politico. I rumori di guerra che hanno lasciato il mondo tra l’attonito e il sorpreso iniziano a far giustizia della favoletta dell’unilateralismo statunitense affibbiato al solo Bush jr. Un colpo non da poco all’immagine internazionale del presidente - già non brillante sul fronte interno e per via della vicenda Snowden - che fin qui aveva saputo risollevare il soft power statunitense crollato a livelli non compatibili con le esigenze della leadership globale.
Ma c’è qualcosa di più. Siamo al primo significativo punto di quasi precipitazione delle tensioni internazionali accumulatesi dall’innesco della crisi globale che segna il ritorno della guerra come concretissima possibilità di “prosecuzione della crisi con altri mezzi” (basti pensare alle navi da guerra che affollano il Mediterraneo).
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I “precari” avranno mai una coscienza di classe?
Il ruolo della scuola pubblica
Christian Raimo


Che vuol dire quindi cultura del lavoro?
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Uscire dall’euro: senza unione politica non c’è unione monetaria
Intervista a Sergio Cesaratto
Come funziona l’Euro? Ne abbiamo parlato con il professor Sergio Cesaratto, ordinario di Economia della crescita e di Politica economica europea all’Università di Siena, collaboratore di riviste di economia italiane ed internazionali come Research Policy, Cambridge Journal of Economics, Review of Political Economy e la rivista online www.economiaepolitica.it, autore di contributi giornalistici pubblicati da Il Manifesto, l’Unità, Il Sole 24 Ore e Micromega. Si è principalmente occupato di teoria della crescita e analisi dei sistemi pensionistici in una prospettiva non ortodossa. Il suo blog è politicaeconomiablog.blogspot.it.
Prima dell’Euro, ci sono stati altri casi di unioni monetarie senza unione politica?
Non ci sono casi di unioni monetarie che abbiano preceduto unioni politiche. È sempre accaduto il contrario. Certo, nel caso di annessioni come quella del Mezzogiorno nel 1860 l’unione monetaria è stata imposta; ma alla lunga la sostenibilità dell’unione ha comportato che le regioni ricche si facessero carico di quelle più arretrate.
Quali sono state le carenze nella costruzione dell’unione monetaria europea (UME)?
L’Euro nasce senza un meccanismo interno di riciclaggio dei surplus commerciali fra i paesi che hanno aderito alla moneta in surplus – i paesi “core” del Nord Europa – e quelli in disavanzo – la periferia.
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La crisi delle politiche anti-crisi
di Andrea Fumagalli
Tra poche settimane le elezioni tedesche (dove si prevede secondo gli ultimi sondaggi una vittoria di Angela Merkel) segneranno lo spartiacque per un probabile cambio della politica economica europea. Pur se la governance politica in Europa rimarrà non molto dissimile, sempre ammesso che la signora Merkel vinca le elezioni, la governance economica potrebbe significativamente modificarsi con l’allentamento delle politiche di austerity.
Dopo 6 anni di crisi, alla cui persistenza le stesse politiche di austerity hanno sicuramente contribuito, è necessario voltar pagina. Il motivo è semplice. Le politiche di austerity hanno raggiunto in buona parte i loro scopi e il loro perdurare rischia di colpire anche chi ne ha fatto una bandiera. A partire da un anno fa, infatti, anche le economie europee più forti, Germania, Olanda, Francia in testa, hanno registrato preoccupanti segnali di indebolimento. Non ci si faccia ingannare dai provinciali e asserviti giornali italiani che titolano in modo roboante: “Europa fuori dalla recessione”. In effetti, nel secondo trimestre 2013 il Pil cresce dello 0,3% sia nell’Eurozona che nella Ue-27. E’ un valore superiore alle previsioni ed è il primo dato positivo dopo sei trimestri consecutivi in calo. Tuttavia, rispetto allo stesso trimestre 2012, il Pil si riduce dell’1,1% nell’Eurozona e dello 0,7% nella Ue. A livello nazionale, sempre su base annua, la Germania vede un incremento dello 0,5%, la Francia dello 0,3% e l’Olanda un calo dell’1,8%, di poco meglio dell’Italia (- 2%).
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Teoria della crisi. 100 tesi
di Vladimiro Giacché
[Cinque anni fa, il 15 settembre 2008, il fallimento della Lehman Brothers ha reso visibile all'opinione pubblica mondiale la gravità della crisi economica che stiamo attraversando. Queste tesi sono apparse su «Democrazia e diritto», 3, 2012].
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1. A oltre cinque anni dall’inizio della crisi, l’elenco delle sue presunte cause è sempre più lungo. Mutui subprime, obbligazioni strutturate, derivati sui crediti, avidità dei banchieri, società di rating, orientamento al profitto di breve termine, creazione di veicoli finanziari fuori bilancio, inefficacia del risk-management, lacune regolamentari, politica monetaria della Fed… Sono solo alcune delle cause tirate in ballo in questi anni. Più di recente all’elenco dei colpevoli si sono uniti alcuni Stati: la Grecia (che ha taroccato i bilanci), l’Irlanda (che ha salvato le proprie banche private finendo in bancarotta), la Spagna (che non ha impedito il formarsi di una gigantesca bolla immobiliare), il Portogallo (che non cresce abbastanza e ha una bilancia commerciale molto squilibrata), e infine l’Italia (che ha un debito pubblico troppo elevato… da trent’anni).
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È fin troppo facile osservare che nessuno di questi presunti colpevoli è in grado di spiegare questa crisi: né il suo decorso, né la sua durata e gravità, né le sue conseguenze.
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Disoccupazione giovanile, diseguaglianze distributive e “meritocrazia”
di Guglielmo Forges Davanzati*
L’ultimo Rapporto OCSE (link) mette in evidenza il fatto che il tasso di disoccupazione è in crescita in quasi tutti i Paesi industrializzati e, in particolare, nell’eurozona e in Italia. Banca d’Italia, fin da 2010, registra che la riduzione dell’occupazione si è manifestata più sotto forma di riduzione delle assunzioni che di aumento dei licenziamenti (link), e che la crescita della disoccupazione riguarda principalmente la componente giovanile della forza-lavoro. Il tasso di attività di individui di età compresa fra i 15 e i 64 anni, nel 1993, era del 58%, a fronte del 42% di quello di individui collocati nella fascia d’età 15-24. Nel 2004, il tasso di attività nella fascia d’età 15-64 è aumentato collocandosi a oltre il 62%, mentre, nello stesso arco temporale, si è ridotto il tasso di attività giovanile, collocandosi intorno al 35%. Nel corso degli ultimi anni, il divario fra occupazione “adulta” e occupazione giovanile è costantemente aumentato, portando il tasso di disoccupazione giovanile a circa il 40% (fonte ISTAT), fatto del tutto inedito nella storia dell’economia italiana. Ciò nonostante, sembra che il dibattito su questi temi si concentri quasi esclusivamente sulle misure di contrasto al fenomeno, in assenza di una preventiva individuazione delle cause.
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L’ attuazione della Costituzione è la via maestra
Paolo Ciofi
L'assemblea che si è svolta a Roma l'8 settembre per iniziativa di Lorenza Carlassarre, don Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelsky sulla base del documento significativamente intitolato La via maestra costituisce un evento di notevole rilievo, in aperta e dichiarata controtendenza rispetto al degrado in cui si sta sfiancando il sistema politico. Le ragioni che rendono questo evento rilevante, e da seguire con grande attenzione per gli effetti che potrà generare, sono principalmente tre.
Innanzitutto, dopo anni di sottovalutazioni, tentennamenti e attenuazioni che hanno coinvolto anche le sinistre comunque denominate, tra incomprensioni e connivenze di chi ha governato, tra la retorica di chi si definisce democratico e gli strappi di chi si dichiara liberale, l'assemblea ha messo in chiaro qual è la posta in gioco nella crisi che soffoca l'Italia, ben al di là della formazione di un governo e del destino di un padrone megalomane. In gioco (e non da oggi) è la democrazia costituzionale. Vale a dire una conquista storica del popolo italiano sulla via dell'uguaglianza e della libertà: qualcosa di molto concreto, che riguarda la vita delle donne e degli uomini di questo Paese, il loro lavoro, i loro diritti, le loro aspirazioni. Non per caso il diritto al lavoro per un'intera generazione è diventato un' irragiungibile utopia, mentre la Fiat pretende di abolire i diritti costituzionali nelle sue aziende e J. P. Morgan, tra i maggiori responsabili della crisi globale, sentenzia senza mezzi termini che le Costituzioni del sud Europa sono intrise di idee socialiste e perciò vanno tolte di mezzo.
In secondo luogo, si è affermato con altrettanta chiarezza che lottare per l'attuazione della Costituzione è il tema del momento. Non si tratta semplicemente di difendere in astratto i principi costituzionali, ma di attuarli.
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La Comune della metropoli
di Benedetto Vecchi
«Città ribelli», il nuovo libro del geografo americano da oggi nelle librerie. Un ambizioso exursus teorico su come la città sia il luogo del dominio, ma anche della resistenza
Questo nuovo libro di David Harvey - Città ribelli, Il saggiatore, pp. 224, euro 20 - consente di fare il punto sul suo percorso teorico e politico, dove la città ha sempre avuto un ruolo da protagonista, in quanto forma dell'abitare e del produrre società. Harvey ha infatti già scritto sulla città in molti dei suoi primi lavori, perché vi vedeva, siamo al giro di boa tra gli anni Settanta, il luogo imprescindibile per una critica dello sviluppo capitalistico. Ma questo suo ultimo lavoro è però un passaggio obbligato per comprendere come il generoso e ambizioso tentativo di Harvey di innovare, in continuità, la tradizione marxiana che ha nutrito la sua prassi teorica-politica abbia raggiunto o meno il suo obiettivo. È dal dal détournement che produce leggendolo che va quindi valutato il volume. Poche le conferme dell'efficacia del pensiero politico della sinistra che si ricavano dalla sua lettura, molte invece le aperture di credito, mantenendo, va da sé, la debita distanza, alla tradizione libertaria di Murray Bookchin sulla confederazione delle municipalità quale forma politica alternativa allo Stato o alla riappropriazione del comune proposta da Toni Negri e Michael Hardt nel loro Commonwealth.
Lo Stato del comunardo
Entrambe le tesi sono, per Harvey, utili per spiegare le dinamiche sociali e politiche dei movimenti sociali che vedono la classe operaia tradizionale componente minoritaria, mentre il sindacato e il partito politico non sono le forme organizzative adeguate per figure lavorative erratiche, nomadi, intermittenti come sono i flussi lavorativi nelle metropoli che producono il «comune».
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Il tempo di Gramsci e dei comunisti
Incontro con Gianni Fresu
Che la sinistra cosiddetta radicale sia in estrema difficoltà e stia annaspando per non affogare del tutto, è fuor d’ogni dubbio.
E’ altrettanto vero che all’indomani di ogni sconfitta subita dai comunisti, c’è sempre un vivace fermento, all’interno di essi e delle loro organizzazioni, per cercare di analizzare e capire, produrre e organizzare.
E, magari, tentare di unire.
Questo è quello che si propone il manifesto “Cominciadesso” e questo è quello che auspica Gianni Fresu, storico dell’Università di Cagliari, reduce dalla ”Ghilarza Summer School – seminario internazionale di studi gramsciani” che prova a tracciare una linea, un pungolo per Rifondazione e Comunisti italiani che trovino «quel coraggio che è mancato per la Federazione della Sinistra».
Un coraggio che ha fatto in modo di vedere un’unità praticata tra le due organizzazioni comuniste, ma sciolta per tatticismi di alleanza ed elettoralistici.
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Il comune, la comune
di Mario Pezzella*
La negazione della negazione è una sorta di colpo di stato dialettico, e tale rimane anche nella versione secolarizzata di Marx, che la fa derivare dalla contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione. La fede escatologica che l’estremo della negazione si capovolga necessariamente nel Mondo Nuovo deriva probabilmente dalla tradizione gnostica e dal suo spirito nichilistico-rivoluzionario: la ripetizione di questo tema nel contesto del capitalismo attuale ha tutti i caratteri di un mito storico, con una funzione analoga a quello della repubblica romana per i rivoluzionari francesi del 1789. E’ cioè un’immagine di sogno, che richiede interpretazione. Pure, viene riproposta in varie forme anche nel pensiero critico contemporaneo.
Il passo di Marx sulla negazione della negazione si trova in epigrafe a un importante capitolo del libro Comune di Hardt-Negri, e l’idea che dall’interno stesso delle contraddizioni del capitale fioriscano le nuove soggettività che lo abbatteranno è ripetuta più volte nel testo. Per esempio: “Questo è il modo in cui il capitale genera i suoi becchini: se vuole perseguire i suoi interessi e vuole autoconservarsi, il capitale deve necessariamente incentivare il potere e l’autonomia della moltitudine che nel frattempo diventano sempre più grandi.
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Le conseguenze del disamore
Mimmo Porcaro
A fine primavera eravamo in pochi, a sinistra, a sostenere la necessità di rompere con l’euro, se non con l’Ue in quanto tale, facendo finalmente eco a coloro che già dall’inizio – onore al merito – avevano capito che l’euro era una iattura per i lavoratori europei. A fine estate il numero dei critici della moneta unica di colpo si è accresciuto: sarà la presa di posizione di un leader come Lafontaine e di alcuni dirigenti spagnoli, sarà la rottura delle reticenze da parte di Le Monde Diplomatique, sarà la durezza della realtà, fatto sta che ormai anche tenaci europeisti come Alfonso Gianni sono costretti ad immaginare, quantomeno, una pur improbabile via di mezzo tra euro e no. E fatto sta che, pur prendendo garbatamente le distanze dalle posizioni anti-euro, Mario Candeias – figura di spicco della Fondazione Rosa Luxemburg – deve dichiarare che nulla ci si può attendere dai lavoratori tedeschi (alleati agli esportatori del loro Paese) e che una riforma dell’Ue può partire solo dal sud Europa: che è come dire implicitamente che un “movimento europeo” è impossibile e che si deve ripartire da un’alleanza tra nazioni che rivendicano almeno una parte della loro sovranità.
Questo coro di critiche all’Unione (tanto ampio da includere anche studi di provenienza bocconiana: si veda, in Costituzionalismo.it, il recente lavoro di Luca Fantacci ed Andrea Papetti) ci esime, almeno per questa volta, dal tornare sui motivi che le legittimano; così come ci riserviamo di analizzare in seguito le diverse proposte di uscita totale o parziale dalla situazione attuale.
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Un giorno di feroce tristezza
F. Fiorini intervista Luis Sepùlveda
Quarant'anni fa iniziò la dittatura militare in Cile. Possiamo dire che oggi tutto quello che prese il potere in quel momento è stato superato, o ci sono ancora dei resti del sistema nei posti di comando del paese e della società civile?
Nessuno che conosca la storia può sostenere che tutto ciò sia stato superato. A partire dall'11 settembre '73 in Cile è stata installata una feroce dittatura che ha eliminato qualsiasi tradizione democratica. Per quanto imperfetta, la democrazia cilena aveva pur sempre distinto il paese come un esempio in tutto il continente americano. Inoltre, è stato imposto un modello economico ben preciso. Il Cile è stato il primo luogo in cui sono state messe in pratica le politiche neo-liberali teorizzate da Friedman e dalla Scuola di Chicago. Un esperimento che per poter funzionare aveva bisogno di una nazione governata da un despota, senza alcuna opposizione, senza partiti politici, senza sindacati, senza organizzazioni sociali e con un sistema dei media completamente asservito alla dittatura e al suo programma economico. Uno stato si governa attraverso l'ordinamento dettato dalla propria Costituzione e oggi, a quarant'anni di distanza dal golpe, il Cile ha ancora la stessa Costituzione che approvò la dittatura.
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Rinazionalizzare le pensioni conviene
Sergio Cesaratto
Non c'è due senza tre. Dopo Argentina e Ungheria, anche la Polonia governata da un liberista ha rinazionalizzato il sistema pensionistico. Come raccontano le cronache di questi giorni, il governo di Varsavia ha obbligato i fondi pensione a trasferire forzatamente gli investimenti in titoli di stato del valore di 37 miliardi di dollari nelle mani del Tesoro, diminuendo di botto il debito pubblico di un valore pari all’8% del Pil. Con la debacle del sistema cileno di qualche anno fa - che però è una storia un po' diversa - la disfatta dell'offensiva contro la previdenza pubblica guidata una ventina d'anni fa dalla World Bank è completa. E pour cause. Quello che i primi tre paesi fecero ai tempi delle riforme fu semplicemente di trasferire la gestione del sistema pensionistico pubblico ai privati sicché, mentre il sistema restava fondamentalmente il medesimo, i suoi costi di gestione si accrescevano per la minore efficienza della gestione privata e dei profitti che questa intende lucrare. Per capire facciamo un passo indietro. E’ semplicissimo.
Nel sistema pensionistico pubblico gli enti mutualistici (come l'INPS per capirci) prelevano i contributi dei lavoratori (supponiamo 100 euro) e ne restituiscono altrettanti ai pensionati correnti (diciamo 98, con 2 euro che sono i costi di gestione del sistema pubblico che è molto più efficiente del sistema privato). I lavoratori sono consenzienti perché contribuendo oggi acquisiscono il diritto alla pensione una volta anziani.
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War!
di Sandro Moiso
( Norman Whitfield – Barrett Strong, War, 1969)*
Abituati ai tempi del web e della “diretta” televisiva e al tempo ormai digitalizzato degli orologi e della produzione “just in time”, spesso ci si dimentica che i tempi della storia sono più vicini a quelli della tettonica a zolle piuttosto che a quelli (fasulli) di Italo e dell’alta velocità.
Accade così che l’opinione pubblica come si stupisce, immancabilmente e ogni volta, di fronte al fatto che città costruite lungo la faglia adriatica siano destinate, prima o poi, a soccombere sotto la furia di “imprevedibili” terremoti, altrettanto si stupisca di fronte al fatto di trovarsi davanti al pericolo di un nuovo, imponente, devastante e altrettanto “imprevedibile” conflitto mondiale.
Ciò non sarebbe grave se lo stupore riguardasse soltanto la tanto denigrata pubblica opinione e l’arrendevolezza mentale al quieto vivere dettato dai media di ogni formato, ma lo diventa quando tale sorpresa riguarda anche chi di tale modello di pensiero quieto dovrebbe farsi critico o antagonista. Così, per decenni, una certa sinistra, da quella democratica e riformista fino a certe frange della cosiddetta estrema sinistra, ha potuto crogiolarsi nell’illusione che la guerra, come strumento di risoluzione delle contraddizioni dell’imperialismo, fosse ormai superata.
Sì, certo, poteva svilupparsi qua e là in giro per il mondo sotto forma di scontro tra stati e regimi sottomessi all’impero della finanza e del capitale occidentale, oppure tra gli stessi e i popoli che non ne accettavano logiche perverse e ingiustizie palesi, ma, per dio, sempre a casa d’altri. Non ora, non qui.
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Ancora su Tav e violenza
Diego Fusaro
Ha fatto molto discutere l’intervista rilasciata a “Lo Spiffero” qualche settimana fa da me e da Gianni Vattimo in merito alla TAV e alla violenza. Oltre all’usuale chiacchiericcio di internet, anche il “Corriere della Sera”, il 15 agosto, ha dato ampio spazio ai temi trattati nell’intervista. Con questo mio intervento, non intendo far altro che riprendere alcuni plessi teorici a cui avevo fatto cenno in modo necessariamente impressionistico e che, sciaguratamente, nel dibattito giornalistico e su internet sono passati del tutto inosservati e, di più, sono stati (artatamente?) occultati, come se non esistessero.
Il mondo della manipolazione organizzata, del resto, funziona così e non bisogna meravigliarsene. Per dirla con Antonio Gramsci, la stampa resta “la parte più ragguardevole e più dinamica” dell’organizzazione dell’egemonia ideologica. Essa dà costantemente luogo a quella – sono ancora parole del filosofo sardo – “situazione di grande ipocrisia sociale totalitaria” che ottunde quotidianamente le nostre menti. Si tratta di una questione ampiamente nota, ma che non bisogna mai perdere di vista, pena lo smarrirsi nel caos organizzato dell’ideologia dominante, il pensiero unico neoliberale che ha colonizzato l’immaginario collettivo con il dogma religioso “non avrai altra società all’infuori di questa!”.
Nel nostro caso, l’intorbidamento ideologico della questione sta esattamente in questo: la discussione circa l’essenza della violenza – il solo punto interessante per inquadrare l’affaire TAV e le proteste in Val Susa ad esso connesse – è stata integralmente evitata e si è riportata l’attenzione sulle solite manfrine, gravide di ideologia, circa la legittimazione della violenza dei contestatori della Val Susa.
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Scorciatoie pericolose
di Anselm Jappe
Quella che si vede accanto è l'immagine di un manifesto di propaganda edito dal NSDAP (Partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi) nel 1932. "Morte ai bugiardi", recita la scritta a caratteri cubitali; un anticapitalismo di basso livello volto a denunciare mentitori e corrotti (gli uomini politici della Repubblica di Weimar), l'alta finanza (Hochfinanz), le tasse del "capitale rapace" (che si oppone al capitale buono che crea posti di lavoro) ed il marxismo (scienza ebrea, per i nazisti). Dal XX al XXI secolo: dal nazismo ... alla denuncia della "oligarchia finanziaria" o del "capitalismo da casinò". Un facile capro espiatorio che possa servire da grande teoria critica al piccolo altercapitalismo di sinistra.
Negli anni novanta è stato proclamato il trionfo oramai mondiale e definitivo dell'economia di mercato - al punto che alcuni dei suoi apologeti ritenevano che non fosse nemmeno più necessario utilizzare degli eufemismi, riprendendo come una sfida il nome "capitalismo", per lungo tempo vituperato, per farne l'elogio.
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Europa, da sogno ad incubo
Luigi Pandolfi
Nel novero delle economie europee, quella italiana presenta segni di maggiore affanno, con il Pil ancora contrassegnato dal segno meno dopo 8 trimestri consecutivi. Secondo l’ultima stima di Eurostat[1], nel secondo trimestre 2013 il Pil è cresciuto dello 0,3% sia nell’Eurozona sia nella Ue-27, mentre in Italia si è avuto un -0,2%. Beninteso, il dato complessivo dell’Eurozona e della Ue non dice che l’Europa è uscita dalla crisi in cui è piombata da più di un lustro ormai: ben altri ritmi dovrebbe avere la crescita per recuperare il terreno perduto e compensare i danni che stanno provocando le politiche di austerità. Nondimeno in un contesto che fa registrare qualche segnale di ripresa, l’Italia rimane al palo.
Ancora meno rassicuranti sono le stime che ha fornito recentemente l’Ocse[2]: per il 2013 si prevede un’ulteriore contrazione della ricchezza nazionale (-1,8%) in rapporto al 2012, che, come si sa, si chiuse con un vistoso calo del 2,4% su base annua.
Parlano chiaro anche i dati sull’occupazione, se è vero, come l’Istat rileva, che il tasso di disoccupazione è tornato al 12% (Un punto percentuale in più sulla media europea) e quello giovanile vicino al 40%, in aumento del 4,3% rispetto al 2012. Solo nell’ultimo anno i disoccupati sono aumentati di 325 mila unità.
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L'industria della menzogna, parte integrante della macchina di guerra dell'imperialismo
di Domenico Losurdo
Nella storia dell’industria della menzogna quale parte integrante dell’apparato industriale-militare dell’imperialismo il 1989 è un anno di svolta. Nicolae Ceausescu è ancora al potere in Romania. Come rovesciarlo? I mass media occidentali diffondono in modo massiccio tra la popolazione romena le informazioni e le immagini del «genocidio» consumato a Timisoara dalla polizia per l’appunto di Ceausescu.
1. I cadaveri mutilati
Cos’era avvenuto in realtà? Avvalendosi dell’analisi di Debord relativa alla «società dello spettacolo», un illustre filosofo italiano (Giorgio Agamben) ha sintetizzato in modo magistrale la vicenda di cui qui si tratta:
«Per la prima volta nella storia dell’umanità, dei cadaveri appena sepolti o allineati sui tavoli delle morgues [degli obitori] sono stati dissepolti in fretta e torturati per simulare davanti alle telecamere il genocidio che doveva legittimare il nuovo regime.
Ciò che tutto il mondo vedeva in diretta come la verità vera sugli schermi televisivi, era l’assoluta non-verità; e, benché la falsificazione fosse a tratti evidente, essa era tuttavia autentificata come vera dal sistema mondiale dei media, perché fosse chiaro che il vero non era ormai che un momento del movimento necessario del falso. Così verità e falsità diventavano indiscernibili e lo spettacolo si legittimava unicamente mediante lo spettacolo.
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«Libertà e diritti? Tocca sudarli. Anche in rete»
Infoaut intervista Autistici/Inventati
«Non pensiamo la nostra struttura come una risposta al controllo statale, ma più in generale come l’unica cosa decente venutaci in mente per garantire libertà d’espressione ed evitare la profilazione selvaggia da parte di aziende e governi». Sono queste le prime parole digitate da uno dei ragazzi di Autistici/Inventati appena cominciamo la nostra chiacchierata in una delle chat room del loro network. Una precisazione necessaria, sopratutto dopo che gli scossoni del terremoto Snowden hanno cominciato a sentirsi anche in Italia.Sono i primi giorni di agosto quando Lavabit e Silent Mail,due provider statunitensi di posta orientati alla tutela della privacy, vengono costretti a chiudere i battenti a causa delle minacce dell’NSA. Centinaia di migliaia di utenti restano improvvisamente senza strumenti di comunicazione sicura e molti di loro si rivolgono ad AI in cerca di una soluzione alternativa. In poco tempo il collettivo viene sommerso da un’ondata di richieste d’iscrizione ai suoi servizi. Un fatto che ha segnato un momento di difficoltà per la crew di hacker nostrani, tanto da determinare la temporanea sospensione dell’apertura di nuovi account. Ma che ha anche alimentato un forte dibattito in seno ai partecipanti del progetto sulle prospettive da intraprendere. È difficile per adesso dire come il datagate cambierà le esperienze di comunicazione autogestita.
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La lotta di classe c’è ancora
Michele Smargiassi intervista Mario Tronti
Intervistato da Michele Smargiassi parla il fondatore dei “Quaderni Rossi” e dell’operaismo teorico che oggi si definisce “intellettuale comunista senza un partito comunista”: «Limitarsi a difendere un certo elenco di diritti civili presentandoli come valori generali significa fare un consolatorio scambio al ribasso»
Dalla finestra dello studio del senatore Mario Tronti si sbircia il Borromini: la sua cupola di Sant’Ivo, tutta una controcurva, è un’antinomia barocca, una stravaganza, eppure sta in piedi. Un po’ come la sinistra. «Strana e affascinante», la osserva appoggiato al davanzale il filosofo, teorico dell’operaismo, che a 82 anni è la personificazione del pensiero critico della sinistra italiana. Di sé ha scritto, autoironico: «Sono anch’io un’antichità del moderno », non si vergogna della sua nostalgia per il «magnifico Novecento», ma osserva le controcurve del nuovo millennio.
Ha mai detto di se stesso "«sono un uomo di sinistra"? Qualcosa mi fa supporre di no...
Ha indovinato. Non lo direi mai, mi sembra banale. Penso che “sinistra” sia qualcosa di cui c’è necessità forse più che in passato, per quel che ha significato e può significare ancora. Ma vede, io sono un teorico della forza e non posso non vedere la debolezza della parola».
È sopravvissuta a parole che sembravano eterne, una sua forza l’avrà pure...
«Sì, quella che dovrebbe avere. Metodologicamente sono contrario ad abbandonare una definizione vecchia prima di trovarne una nuova che la sostituisca. Mantengo questa, allora, consapevole dei limiti, perché per adesso non ne ho un’altra. La vado cercando».
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Dal Pci al governo Letta: alla ricerca dell’identità smarrita
di Emilio Carnevali
«Chi fa politica non aderisce a una linea filosofica prima di agire. Eppure, se non si padroneggia anche il registro della filosofia, il livello della teoria, non si capisce ciò che si fa»: nell'ultimo libro di Carlo Galli “Sinistra. Per il lavoro, per la democrazia” un'interessante “diagnosi teorica” dei mali profondi della sinistra italiana e una proposta per la sua rinascita
L’ultimo libro di Carlo Galli – “Sinistra. Per il lavoro, per la democrazia” (Mondadori, pp. 162, euro 17,50) – è un testo interessante e difficile. Sono due qualità importanti, anche se la seconda può non sembrarlo. Non lo è, in effetti, se la difficoltà è riconducibile all’opacità dell’apparato argomentativo o al carattere criptico ed esoterico del linguaggio. Lo è, al contrario, se raccoglie una sfida terribilmente “inattuale” (per ammissione dello stesso autore). Ovvero quella di parlare di politica «come di una cosa seria, sottratta al ghigno e al vituperio, allo scandalismo e alla faciloneria, agli slogan e alla superficiale mancanza di concettualità che la caratterizza da tempo».
Già in un precedente volume (“Perché ancora destra e sinistra”, Laterza, 2010) Galli aveva indagato le ragioni della persistenza nella nostra età “oltremoderna” di categorie proprie della modernità politica. In questo nuovo lavoro si propone di approfondire uno dei due elementi della diade, rintracciando le diverse tradizioni teorico-filosofiche che hanno accompagnato il proteiforme sviluppo storico di partiti, movimenti, formazioni variamente riconducibili al campo della sinistra.
E qui sorge un primo e fondamentale interrogativo: che utilità può avere questo volo nelle impalpabili atmosfere della riflessione filosofica in un momento in cui, non solo in Italia, la politica sembra essere completamente catturata dagli imperativi della contingenza, dal corto respiro, dalle leggi del marketing e della comunicazione?
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La guerra dei bugiardi al cubo
di Giulietto Chiesa
Con tutta probabilità il 2013 finirà in guerra. Il colpo contro Damasco viene presentato come "limitato", "breve", come un "avvertimento". In realtà è solo un trucco (questa è una storia di trucchi) per cominciare una guerra lunga. Quanto lunga? Infinita. Cioè fino alla fine. La nostra fine, quella di coloro che leggono queste righe.
In realtà è la prosecuzione di una guerra che cominciò l'11 settembre 2001, ma furono in pochi ad accorgersene. E non se ne accorsero perché non avevano capito che l'Impero era entrato in una crisi ormai irreversibile, e che stava cercando di predisporre gli strumenti politici, militari, psicologici per cambiare il corso della storia, e prolungare a tutti i costi (nostri) il suo potere.
Siamo dunque in guerra da dodici anni, ma facciamo fatica a capire come mai le cose vanno sempre peggio e come mai gli eventi accelerano la loro caduta verso il basso. È perché, di nuovo, non abbiamo capito bene quello che sta succedendo. Kosovo, Afghanistan, Iraq, "primavere arabe", Libia, colpo di stato in Egitto, erano e sono mosse della stessa partita.
Quella siriana è l'ultima in ordine di tempo, ma non è l'ultima affatto.
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Al caldo dell’autunno
Prime considerazioni su una stagione che continua
Mentre l’autunno si avvicina, sono in molti a chiedersi per l’ennesima volta se sarà caldo. Già alcune organizzazioni sindacali e politiche hanno prenotato manifestazioni nazionali e scioperi generali, nella convinzione di mobilitare le masse e innescare l’annunciata conflittualità. L’arretramento politico e sociale che già abbiamo vissuto dopo gli ultimi one-day-spot, atti unici di irruzione della soggettività precaria durante qualche manifestazione, dovrebbe spingerci alla cautela. Sembra ormai evidente che questi sfogatoi allontanano le forme di conflittualità dentro e intorno ai posti di lavoro. Come le recenti lotte nella logistica hanno mostrato, la questione non è tanto la forza immediata con cui si manifesta il conflitto, quanto il suo localizzarsi nei punti strategici dei processi economici. Ma si sa quanto sia complicato frenare l’autonomia di certe soggettività e quanto sia ampia la smania delle varie organizzazioni di sovradeterminare i processi politici.
Nonostante gli auspici, i proclami e le paure sull’aumento della conflittualità, uno degli elementi senza dubbio più eclatanti della crisi economica italiana è la sua sostanziale assenza, almeno in confronto agli altri paesi dell’area euro-mediterranea. Si può senza dubbio convenire sul fatto che le abitudini concertative incistate nei sindacati confederali italiani abbiano smorzato l’emergere di estese lotte operaie per contrastare la gestione della crisi economica.
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Il mio bisnonno faceva il bracciante. Mio nonno ha fatto il calzolaio finché verso i quarant’anni è entrato in fabbrica, la Technicolor. Nella stessa fabbrica ha cominciato a lavorare mio padre verso la fine degli anni Sessanta, come operaio specializzato: ci ha lavorato per trentotto anni, facendo carriera internamente e andando in pensione come direttore delle risorse umane. Io sono stato parzialmente dipendente dai miei fino a trent’anni, facendo il precario intellettuale. Oggi campo con quattro lavori che mettono insieme uno stipendio.




































