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Primarie, iniezione fatale di "realtà aumentata"
di nique la police
“Dovunque regni lo spettacolo, le uniche forze organizzate sono quelle che vogliono lo spettacolo”. Questa frase dei Commentari di Guy Debord va interpretata in modi differenti, diversi anche dalle intenzioni dell’autore. Debord metteva l’accento su come differenti forze dello spettacolo si contendessero il dominio, per operare politiche del tutto simili, nella società dello spettacolare integrato. Società che altro non era che un dispositivo di potere coordinato tra concentrazione di potere nella produzione di significati spettacolari e diffusione microfisica dei suoi effetti. Qui Debord, interpretato meno alla lettera e in toni meno apocalittici, faceva capire come nelle società contemporanee la coesione politica, e anche quella sociale di qualunque segno, non possa essere separata da quella spettacolare. Il possesso di una evoluta logistica dello spettacolo è quindi garanzia di potere politico ma anche della riuscita, quello spettacolo che rappresenta il campo di forza della coesione sociale. Fa politica chi è in grado di mettere assieme spettacolo e logistica intesi come tecnologie della creazione e del mantenimento del campo di forza della coesione sociale. Un quarto di secolo dopo i Commentari, con l’esplosione di diverse generazioni di tecnologie della comunicazione, vanno rivisti sia i concetti di spettacolo che di logistica in rapporto alla politica istituzionale.
Le primarie di centrosinistra rappresentano quindi un buon punto di osservazione dei cambiamenti di questi concetti. E questi cambiamenti sono il vero dato politico delle primarie visto che il grosso delle politiche su lavoro, fisco, bilancio in Italia (quello che sarebbe il nucleo di un programma elettorale) passa tra Ecofin, eurogruppo e Bce e le esigenze di un sistema bancario europeo in preda a tossicità di ogni genere.
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Spread? La vera emergenza è la disoccupazione
Domenico Moro
In Eurolandia la disoccupazione è strutturale…
La vera emergenza nell’area euro non è lo spread ma la disoccupazione. Lo ammette la Bce nel suo ultimo rapporto sul mercato del lavoro[1], che rivela come un’elevata disoccupazione sia ormai una caratteristica strutturale dell’economia europea. Tra il 2008 e il 2011 l’Europa ha perso 4 milioni di posti di lavoro (-2,6%). Negli Usa la perdita è stata maggiore, ovvero di 6 milioni di posti di lavoro (-4,5%), pur a fronte di un medesimo calo del Pil (-5%). Ma mentre dopo il 2010 - quando entrambe le economie raggiunsero un tasso di disoccupazione del 10% - negli USA questo ha cominciato a diminuire, in Europa ha continuato a crescere (raggiungendo nella sola area euro, a settembre scorso, i diciotto milioni e mezzo di unità). La disoccupazione dell’area euro in meno di tre anni è aumentata di due punti, passando dal 9,6% del 2009 all’11,6% del settembre 2012[2]. Contemporaneamente, è aumentata anche la disoccupazione di lungo periodo[3], che nel 2010 ha raggiunto il 67,3% del totale (7 punti più che nel 2008). Un segno evidente di quanto la disoccupazione non sia più un fenomeno congiunturale. I disoccupati nell’area euro dal settembre 2011 al settembre 2012 sono aumentati di 2milioni 174mila unità.
…ma “divergente” tra la Germania e quasi tutto il resto dell’area euro
Nel primo periodo della crisi in Germania e in Belgio la perdita di posti di lavoro è stata solo dell’1%, sebbene il calo del Pil fosse nella media europea, mentre in Irlanda è stata del 15%, e in Spagna e Grecia del 10%.
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Un anno dopo, Monti e a capo
di Rossana Rossanda
È giusto un anno che il parlamento italiano, auspice il presidente della repubblica, si è consegnato mani e piedi a un illustre “tecnico” e al governo da lui interamente scelto (se no non avrebbe accettato l’incarico) per smettere con le fanfaluche politiche e risanare i conti del nostro bilancio, primo fra tutti l’indebitamento. Si sa che la politica non è “oggettiva”, quando va bene risponde a una parte sociale, quando va male risponde a interessi privati, mentre la “tecnica” non guarda in faccia a nessuno, è neutra e, come il professor Monti ama ripetere, è assolutamente super partes.
Risultato? L’analisi di Pitagora, (“L'anno perduto di Mario Monti”, Sbilanciamoci.info 20 novembre 2012) ha dimostrato nel modo che più chiaro non potrebbe essere, che il nostro debito è in aumento, crescita, occupazione ed entrate pubbliche sono calati. (E non parliamo del contorno di corruzione che sembra incrostato nelle nostre istituzioni, non è per colpa specificamente di questo governo). I fautori delle somme e delle sottrazioni contabili possono soltanto dirci: “È vero. Niente di fatto. Ma se non avessimo applicato questa terapia da cavallo chissà dove saremmo finiti. E avremmo dovuto chiedere un prestito accettando di passare sotto il controllo della troika, cosa che il nostro premier, essendo uno della stessa famiglia, ha evitato”. Dunque il debito è cresciuto ma politicamente a bocce ferme; l’equilibrio sociale fra chi ha e chi non ha non è stato toccato.
E invece no. L’essere Monti e il suo governo super partes, senza il fardello delle ideologie, ha preteso che alcune parti, che sarebbero state finora favorite, cioè i meno abbienti, abbiano pagato più delle altre, in soldi e diritti.
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Teorie economiche e governi tecnocratici
di Francesco Saraceno
Le prossime elezioni italiane hanno innescato un interessante dibattito sulle scelte future, e sul ruolo dei governi tecnocratici. Pochi giorni fa la giornalista italiana Barbara Spinelli ha pubblicato sul quotidiano La Repubblica una magistrale analisi delle difficoltà incontrate da una sfera politica che sembra incapace, o che non ha la volontà, di riprendersi dai tecnocrati il compito di governare, e con questo intendo il diritto / dovere di scegliere tra politiche che comportano diverse conseguenze economiche e sociali.
Per un economista, l’analisi di Spinelli è una fonte di ulteriori riflessioni sul ruolo della scelta nella teoria economica e politica, con conseguenze importanti non solo per l’Italia ma anche per il percorso che la costruzione europea intraprenderà nei prossimi anni.
La seconda metà del ventesimo secolo è segnata dalla opposizione di (almeno) due diverse concezioni di politica economica, la cosiddetta tradizione “neoclassica”, e la teoria keynesiana. La scuola neoclassica, che ha dominato il panorama intellettuale per gran parte del secolo scorso, ha le sue radici nel tentativo fatto nel XIX secolo di costruire una teoria economica più vicina alla fisica e alle scienze naturali che alle scienze sociali. Nelle parole di Henry Moore,
“Nell’ultimo quarto del secolo scorso, gli economisti hanno nutrito grandi speranze nella capacità dell’economia di tradursi in “scienza esatta”. Secondo la visione dei teorici più importanti, lo sviluppo della dottrina dell’utilità e del valore aveva gettato le basi di una economia scientifica con concetti esatti, e sarebbe stato presto possibile erigere sopra il nuovo fondamento una solida struttura di parti interrelate che, nella loro determinatezza e forza di persuasione, avrebbero esercitato la suggestione della severa bellezza delle scienze matematico-fisiche … “
(Henry L. Moore, cicli economici, 1914: p.84-85)
E ‘difficile riassumere in poche righe più di un secolo di sviluppi teorici, quindi spero che mi si perdoni un certo grado di semplificazione e approssimazione.
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Il declino tendenziale del saggio di profitto
di Riccardo Achilli
L’illustrazione di Marx
Il tema della legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto è, non a caso, insieme alla questione della trasformazione dei valori in prezzi, il più dibattuto e controverso della teoria del grande pensatore di Treviri. Non è un caso: dall'accettazione o confutazione di tale legge discende l'accettazione o confutazione dell'idea di una estinzione del capitalismo per via della sua stessa contraddizione interna fondamentale, ovvero la declinante capacità di valorizzare il capitale investito, fatto salvo, ovviamente, l’indiscutibile argomento per cui il capitalismo terminerà soltanto quando sorgerà la classe sociale che lo abbatterà.
Nei termini più semplificati possibili, Marx afferma che l'incremento continuo di investimento in macchinari e strumenti di produzione, mirato ad accrescere la produttività del lavoro, produce una tendenza alla caduta del tasso di profitto, anche quando ciò accresce il saggio del plusvalore. L'effetto depressivo derivante dall'incremento del capitale costante, infatti, più che compensa l'aumento del plusvalore. Formalmente:
- sia s il saggio del plusvalore, ovvero s = Pv/Cv, dove Pv è il plusvalore estratto dal capitalista;
- sia p il saggio di profitto, ovvero p = Pv/(Cc + Cv).
Se dividiamo numeratore e denominatore del saggio di profitto per Cv, otteniamo:
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Per le Elites saremo tutti abitanti di Gaza*
Chris Hedges
Gaza è una finestra sulla nostra prossima distopia. Il crescente divario tra l'élite mondiale e le miserabili masse dell'umanità è mantenuto da una spirale di violenza. Molte regioni povere del mondo, sprofondate nella crisi economica, stanno cominciando ad assomigliare a Gaza, dove 1,6 milioni di Palestinesi vivono nel più grande campo di internamento del pianeta. Queste zone sacrificate, piene di poveri penosamente intrappolati nelle baraccopoli o tra gli squallidi muri di fango dei villaggi, sono circondate da recinti elettronici, controllate da telecamere di sorveglianza, droni e guardie di confine o unità militari che sparano per uccidere. Queste distopie da incubo si estendono dall'Africa sub-sahariana, al Pakistan, alla Cina. Sono luoghi dove avvengono assassinii mirati, brutali attacchi militari contro popoli inermi, privi di esercito, marina o aviazione. Qualsiasi tentativo di resistenza, benché inefficace, è colpito con i massacri indiscriminati che caratterizzano la moderna guerra industriale.
Nel nuovo panorama mondiale, nei territori occupati di Israele come nei progetti imperiali degli Stati Uniti in Iraq, Pakistan, Somalia, Yemen e Afghanistan, massacri di migliaia di nnocenti inermi sono etichettati come guerre. La resistenza è chiamata provocazione, terrorismo o crimine contro l'umanità. Lo stato di diritto, nonché il rispetto delle fondamentali libertà civili e il diritto di autodeterminazione, sono una finzione utilizzata nelle pubbliche relazioni per placare le coscienze di coloro che vivono nelle aree di privilegio.
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L'agenda Monti per il dopo Cristo
di Guido Viale
Dopo Marchionne, Monti. Tenete presente la parabola di Marchionne: due anni e mezzo fa, quando aveva sferrato il suo attacco contro gli operai di Pomigliano («o così, o chiudo»), togliendosi la maschera di imprenditore aperto e disponibile che si era e gli era stata appiccicata addosso, la totalità dell'establishment italiano si era schierata incondizionatamente dalla sua parte: Governo, partiti, sindacati, media, intellettuali di regime, sindaci, aspiranti sindaci, ministri e aspiranti ministri, più la falange di Comunione e Liberazione, da cui Marchionne si era recato a riscuotere gli applausi che i suoi dipendenti gli avevano negato. Uniche eccezioni, gli operai presi di mira, la Fiom, i sindacati di base e poche altre voci senza molta audience.
Perché a quell'attacco antioperaio Marchionne aveva abbinato un faraonico piano industriale da 20 miliardi di euro («Fabbrica Italia», l'ottavo piano, da quando Marchionne era in carica, nessuno dei quali mai realizzato), che avrebbe portato finalmente la Fiat, anche grazie alla stretta imposta agli operai, a competere nel pianeta globalizzato con mezzi adeguati alla nostra epoca, che Marchionne, con venti secoli di ritardo, aveva battezzato «Dopo Cristo». Al manifesto , che su quel piano aveva sollevato fondati dubbi, erano stati riservati i lazzi di ben sette collaboratori del Foglio - tra cui due stimati ex sindacalisti - e del direttore del Sole24ore. Qualcun altro aveva, sì, notato che quei 20 miliardi non comparivano, nè avrebbero potuto comparire, nel bilancio della Fiat; o che triplicare la produzione di auto ed esportarle in un mercato con il fiato corto era forse una mossa avventata;
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Marx e i suoi eredi
Commento alla lettura di Carlo Formenti: Tra post-operaismo e neo-anarchia
Antiper
“La storica frattura fra marxisti e anarchici, durata per un secolo e mezzo, sta per ricomporsi? Ancorché accomunate dall’obiettivo – la distruzione dello Stato borghese – le due correnti rivoluzionarie sembravano essersi irreversibilmente divise su come realizzarlo. Da qualche tempo, sostiene tuttavia David Graeber, uno dei più noti intellettuali libertari a livello mondiale, la distanza fra anarchici da un lato, autonomi, consigliaristi e situazionisti dall’altro, si è molto ridotta e, pur se i punti di vista restano diversi, è possibile che intrattengano un rapporto di complementarietà, più che di opposizione. Posto che le tre correnti chiamate in causa possano essere effettivamente riconosciute come rappresentanti ed eredi del marxismo rivoluzionario (molti non sarebbero d’accordo, ma qui, per semplicità, daremo per buono il punto di vista di Graeber), mi propongo di affrontare alcuni problemi sollevati dalla sua tesi”1.
Formenti inizia subito male perché rimuovendo “per semplicità” (?) il fatto che autonomi, consigliaristi e situazionisti (ACeS) possano effettivamente -o meno -essere considerati eredi del marxismo (che è rivoluzionario o non è) non è possibile capire se l'ipotesi di Graeber (“La storica frattura fra marxisti e anarchici, durata per un secolo e mezzo, sta per ricomporsi”) sia da considerarsi valida oppure no.
Secondo punto. Forse non a David Graeber (e non a Carlo Formenti), ma dovrebbe essere pur noto che, nonostante i titanici sforzi compiuti per mistificare il contributo teorico di Marx ed accreditarne versioni di comodo, questi ha pur scritto qualcosa e di questo qualcosa, a rigore, si dovrebbe tenere conto: invece, a forza di leggere tra le righe si è finito per non leggere più le righe. E questo assomiglia al ben noto vizietto di certi “autonomi” che di Marx considerano molto più importanti gli inediti -come i Grundrisse -che gli editi -come il Capitale -.
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Il romanzo di centro e di periferia*
di Alberto Bagnai
I protagonisti sono due: quello maschile è un paese sviluppato, lo chiameremo “il centro”, con una forte base finanziaria e industriale; quello femminile è un paese, o un gruppo di paesi, relativamente arretrato, che chiameremo “periferia”. Fra centro e periferia l’attrazione è subitanea e fatale (soprattutto per la periferia), ma, come in ogni trama che si rispetti, la diversità di origini pone qualche problema. Dove sarebbe altrimenti l’interesse della storia? La storia è interessante proprio perché i protagonisti sono diversi, molto diversi.
Il centro è un ragazzo moderno, spregiudicato, mentre la periferia è una ragazza all’antica, risparmiatrice, saggia, e un po’ repressa. Che pensate? No, non sessualmente repressa! Questo, al centro, non interessa. Non ricordate? Il centro è virtuoso. Lapida le adultere (dopo esserci andato a letto).
No, la periferia è, come dicono gli economisti, un po’ repressa finanziariamente, il che significa, in buona sostanza, che nella periferia lo Stato mantiene un certo grado di controllo sul circuito del risparmio e dell’investimento. Ad esempio, pensate un po’ che idea bislacca, nella periferia si considera la politica monetaria come uno strumento a disposizione dell’azione del governo, da mantenere, sia pure in forma mediata, sotto il controllo della sovranità democratica dei cittadini.
Avete capito bene: è esattamente quello che gli intellettuali della nostra sinistra definirebbero “populismo”, che è poi il termine con il quale certi sinistri intellettuali etichettano qualsiasi circostanza nella quale il popolo non fa ciò che loro hanno deciso che faccia. Che ne sa il popolo della moneta?
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Leggendo nel 2012 un libro su Israele*
di Ennio Abate
( F. Fortini, Extrema ratio, p. 68)
18 novembre 2012. Avevo ultimato questa riflessione il 18 ottobre 2012. I nuovi bombardamenti israeliani su Gaza di questi giorni, la loro approvazione da parte degli USA di Obama, il silenzio della cosiddetta Europa e l’impotenza dei movimenti pacifisti inducono non più all’indignazione soltanto ma al disprezzo, sia pur impotente, della civiltà in cui purtroppo sono vissuto. Nel gennaio 2009 davanti al precedente massacro, sempre a Gaza, avevo scritto un poesia.[1]Oggi posso solo rileggermela e pensare che quello sdegno trattenuto attenderà ancora a lungo atti politici veri.
1.
Parto dai contenuti. Si tratta di una raccolta di diciotto saggi abbastanza eterogenei, accompagnati da un utile glossario e un’appendice di vari documenti. Alcuni hanno un taglio più sociologico-storico-teorico, altri sono di testimonianza diretta.[2] Nell’introdurli al pubblico italiano, la curatrice, Susanna Sinigaglia, partecipante dal 2002 della rete Eco (Ebrei contro l’occupazione), elenca i principali: politiche di divisione etnico-territoriale in Israele, radici storiche della “questione mizrachi”[3] nello scontro tra destra e sinistra israeliane e in rapporto (potenziale) con quella palestinese; e si riallaccia allo spirito militante di due lettere pubblicate in appendice: quella, drammatica, del figlio del rabbino Meshulan, vittima assieme al padre di pesanti ritorsioni per il loro impegno sul caso della scomparsa di centinaia se non migliaia di bambini yemeniti negli anni della grande immigrazione in Israele; e quella, del 2011, di un gruppo di ebrei mizrachi indirizzata «ai protagonisti delle rivolte arabe». Vengono così richiamati immediatamente due elementi antitetici: la durissima repressione presente in Israele anche nei confronti degli ebrei dissidenti; le speranze suscitate in alcune minoranze ebraiche dai recenti sconvolgimenti politici avvenuti nel Maghreb.
2.
Diamo una scorsa ad alcuni dei più importanti saggi del libro. Oren Yiftachel[4] si sofferma sulla «ebraicità» dello Stato di Israele, che - egli ricorda - è uno stato e una comunità politica senza confini definiti (p. 59).
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Legge elettorale: verso il montellum?
di Leonardo Mazzei
Dunque, ad oggi, la situazione è questa: gli artefici del Porcellum (autunno 2005) lo vogliono ora superare a tutti i costi per arrivare a un Montellum, mentre gli avversari storici del Porcellum se lo vorrebbero ora tenere stretto, pur senza poterlo dire.
Paradossi della situazione italiana, dove una casta politica che non ha la minima idea su come uscire dal disastro in cui ha portato il Paese, si azzanna su come spartirsi i resti di un potere comunque delegato in larga parte alle tecnocrazie al servizio degli squali della finanza.
Finora, a ben guardare, hanno fatto tutto in maniera bipolare: lo sfascio economico e sociale di quest'ultimo ventennio porta il marchio di Berlusconi come quello di Prodi, le controriforme antisociali idem, identica la loro subordinazione agli ordini dell'eurocrazia, per non parlare di quelli di Washington. Insieme sostengono il governo Monti, che da un anno esatto sta strangolando l'economia, peggiorando la vita di decine di milioni di persone, senza peraltro aver registrato alcun miglioramento neppure sul versante del debito pubblico [1].
Ed insieme avrebbero dovuto cambiare la legge elettorale, ma qui le cose si sono fatte più complicate. Intendiamoci, è assai probabile che l'accordo che ad oggi non c'è arrivi ben presto in parlamento. E' tuttavia utile cercare di capire qual è la vera materia del contendere. Fanno infatti un po' ridere le affermazioni (Grillo, Bersani) sul fatto che una soglia di accesso al premio di maggioranza al 42,5% sarebbe addirittura un «colpo di stato», mentre al 40% (Bersani) no.
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La teoria economica e i giovani “choosy”
Ilaria Lucaroni
Dietro la battuta sui giovani “choosy” c’è la teoria economica dominante che vede la disoccupazione come strumento per tenere sotto controllo lavoratori e salari
L’ infelice dichiarazione del ministro Fornero nel consigliare ai giovani ad essere meno “choosy” nella scelta del lavoro, può sembrare l’uscita azzardata e un po’ ingenua di una tecnica. La verità è che dietro quell’espressione, economicamente parlando, c’è molto di più di una semplice uscita infelice, che bisogna approfondire andando oltre la satira che si è scatenata su internet. Allo stesso modo le raccomandazioni di rigore – al festival della famiglia – del premier Monti sul gestire i bilanci dello stato come il buon padre di famiglia e il fare sacrifici per risanare lo stato delle nostre finanze non sono argomentazioni così casuali.
Che cosa significa accettare lavori non in linea con il proprio profilo professionale e a salari di mercato? La risposta sta nella critica alla teoria neoclassica della distribuzione del reddito e al perché la disoccupazione è necessaria. Riprendiamo qui gli argomenti sviluppati dal prof. Fabio Petri, dell’Università di Siena (1), secondo il quale la ragione per cui la proprietà privata dei mezzi di produzione frutta un reddito è fondamentalmente simile alla ragione per cui il controllo dell'accesso alla terra fruttava un reddito ai signori feudali. Il monopolio collettivo della terra (e delle armi) da parte dei signori feudali permetteva loro di esigere da coloni e servi una parte del prodotto del loro lavoro in cambio del diritto a trarre la sussistenza dalla terra. Analogamente, nel capitalismo il lavoratore o accetta di ricevere un salario che lascia ai proprietari dei mezzi di produzione parte del prodotto, o non può produrre, per via della necessità di possedere già capitale per avere accesso ai mezzi di produzione, il che si traduce in un monopolio collettivo dei capitalisti sulla possibilità di produrre.
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Emanciparsi
di Anselm Jappe
Il concetto marxiano di "feticismo della merce" indica non solo una mistificazione della coscienza, un velo, come spesso di crede (ed ancor meno abbiamo a che fare con un gusto smodato per il consumo). Esso costituisce un fenomeno reale: nella società capitalista, tutta l'attività sociale si presenta sotto forma di valore e di merce, di lavoro astratto e di denaro. Il termine "feticismo", che Marx, con un pizzico di ironia, prese in prestito dall'etnologia e dalla critica delle religioni, è molto appropriato. Così come i pretesi "selvaggi", anche i membri della società di mercato proiettano il loro potere sociale su degli oggetti inanimati, da cui ritengono di dover dipendere. Nessuno lo ha mai deciso: tale feticismo si è costituito sulle spalle dei partecipanti in modo inconscio e collettivo, ed ha preso tutta l'apparenza di una realtà naturale e trans-storica. Il feticismo della merce esiste laddove esiste una doppia natura della merce e dove il valore di mercato - che viene creato dalla parte astratta del lavoro ed è rappresentato dal denaro - forma il legame sociale e decide perciò del destino dei prodotti e degli uomini, mentre la produzione del valore d'uso non è che una sorta di conseguenza secondaria, praticamente un male necessario. (Ho parlato di " parte astratta del lavoro", perché è più chiara di "lavoro astratto": in effetti ogni lavoro, in regime capitalista, possiede una parte astratta ed una parte concreta, e non sono affatto due generi distinti di lavoro.)
Marx chiama il valore, il soggetto automatico: la valorizzazione del valore, in quanto lavoro morto, per mezzo dell'assorbimento del lavoro vivo, e la sua accumulazione in capitale, che governa la società capitalista, e riduce gli attori sociali a delle semplici rotelle di tale meccanismo.
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Lavoro improduttivo e composizione di classe
Visconte Grisi*
In un articolo apparso sul numero precedente della rivista (Lavoro improduttivo e crisi del capitalismo), a cui rimandiamo, abbiamo tentato di dimostrare, partendo da un punto di vista eminentemente oggettivo, come l’enorme diffusione del lavoro improduttivo, dal punto di vista del sistema capitalistico, tipico della moderna “società dei servizi”, costituisca “una sottrazione o uno spostamento o un consumo improduttivo della grande massa di plusvalore prodotto a livello mondiale”, e quindi, in ultima analisi, “uno dei fattori, insieme allo sviluppo abnorme del capitale finanziario, dell’attuale crisi strutturale del capitalismo”. Si può discutere all’infinito sul carattere produttivo o improduttivo dei singoli lavori concreti, propri della divisione capitalistica del lavoro, soprattutto in alcuni “settori di confine” come quello dei trasporti e della logistica, ma tale discussione non altera, a mio avviso, l’assunto di fondo sopra descritto. Detto in altri termini si potrebbe anche sostenere che i costi necessari al mantenimento del sistema capitalistico sono diventati così elevati da rappresentare, allo stesso tempo, un freno all’accumulazione del capitale e quindi alla sua riproduzione allargata, contribuendo così al declino del modo di produzione capitalistico.
Mi viene in mente, a questo punto, una citazione da P. Baran, secondo cui “il lavoro improduttivo consiste in tutto il lavoro necessario per produrre beni e servizi la cui domanda è attribuibile alle condizioni specifiche e al sistema di relazioni propri del capitalismo e che non esisterebbe in una società più razionalmente organizzata”.(1)
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Businnes Schools
di Elisabetta Teghil
(K.Marx-Il Capitale- III)
Come qualsiasi risorsa materiale e immateriale, la “risorsa umana” viene considerata una merce economica.
E’ una visione in cui tutto e tutte/i devono misurare la propria esistenza secondo l’unico valore importante a cui sottomettersi, il valore commerciale.
E’ la nascita e la diffusione della nozione di “capitale umano” che, declinato, significa la forza lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori letta come l’insieme delle facoltà fisiche, intellettuali, relazionali che queste/i possono mettere in vendita sul mercato del lavoro.
Secondo questa vulgata, in tutti i momenti o aspetti della propria esistenza, ognuna/o dovrebbe considerarsi e agire come un potenziale centro di accumulazione di ricchezza alla stregua di un’impresa capitalista.
In quest’ambito, anche la scuola è entrata , a pieno titolo nel mercato.
Perché è catena di trasmissione dei valori dominanti.
Il compito principale che ora le viene assegnato è quello di formare le ”risorse umane” al servizio dell’impresa. La scuola è trattata come un mercato, il mercato dell’istruzione.
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Il Costo del Federalismo nell'Eurozona
di Jacques Sapir
Ora sull'ipotesi "Federale" si sprecano fiumi di inchiostro. E' presentata come "la" soluzione alla crisi dell'euro, le alternative essendo o un drammatico impoverimento dei Paesi "del sud" dell'Euro o un crollo dell'euzona [1] .Alcuni non esitano ad aggiungere che quest'ipotesi era già implicita nelle imperfezioni oggi riconosciute della zona euro [2] . Tuttavia, non sembra che si abbia una reale comprensione di ciò che comporta la formazione di una "Federazione europea", in particolare dal punto di vista dei flussi di trasferimento.
Per contro, cominciamo a sentirne lo stress, e in particolare l'abbandono della sovranità fiscale. La volontà della Germania di sottoporre i bilanci a una decisione preventiva di Bruxelles, naturalmente, va in questo senso [3] .
In realtà, passare al "federalismo" implica che le politiche fiscali degli Stati membri della Federazione siano controllate dal governo "federale", in questo caso, nella situazione attuale, dalla Commissione Europea. Ma, "il federalismo" implica anche notevoli trasferimenti di bilancio che esistono altrove negli Stati federali, sia in Germania, che negli Stati Uniti, in Brasile o in Russia. Il presidente russo Vladimir Putin ha d'altronde posto perfettamente la questione, in una discussione tra esperti internazionali che abbiamo avuto con lui, sottolineando che il passaggio a una moneta unica tra paesi molto eterogenei comporta ingenti flussi di trasferimenti. [4] .
I. Il livello di eterogeneità all'interno dell'eurozona
Tre gli elementi utilizzati per misurare il livello di eterogeneità nella Zona Euro.
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"Temperare" il capitalismo, la più vecchia delle illusioni
di L.Vasapollo- J. Arriola -R.Martufi
Nei primi giorni di novembre abbiamo verificato la divaricazione strategica (oltrechè pratica e teorica) sulle soluzioni e le alternative alla crisi delle principali economie capitaliste. Mentre a Milano il presidente dell'Ecuador Correa riaffermava che il debito non va pagato, che occorre procedere alle nazionalizzazioni e a forme di integrazione tra i vari paesi che rompano i vincoli imposti dalle istituzioni finanziarie del capitale, al Social Forum di Firenze, ancora una volta, una serie di economisti riformisti lanciano attraverso la Rete europea degli economisti progressisti proposte in chiave tardo-keynesiana come cura possibile della crisi sistemica del capitalismo in atto. Dimostrando così ancora una volta o di essere in mala fede, e quindi non meriterebbero in tal senso alcuna risposta, o di essere speranzosi in una futura uscita dalla crisi in chiave riformista (ma di quale riformismo sono figli?), ignorando che non ci sono più i presupposti economici, politici e sociali per una crescita equilibrata e con capacità redistributive attraverso i vecchi e non più proponibili modelli di Stato sociale; improponibili sia per le dinamiche del conflitto capitale-lavoro che vedono avanzare sempre più un conflitto di classe dall’alto, sia poiché si tratta di politiche economiche incompatibili con la strutturazione stessa della competizione globale interimperialistica.
Anche questa volta associazioni, sindacalisti ed economisti hanno discusso a tavolino, fuori dai problemi di vita reali e quotidiani reali del mondo dei lavoratori in carne ed ossa , contro le politiche della Troika per esaminare le possibilità alternative alla crisi, o meglio per dare indicazione di come uscire “a sinistra” dalla crisi, come si trattasse di un bel gioco a Risiko per i dopocena della sinistra salottiera.
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Grillo comunica
di Giuseppe Mazza
Ecco una storia da raccontare in corsa, mentre ancora sta accadendo. In fondo, del Movimento 5 Stelle è recente il debutto in politica, e le elezioni nazionali, imminenti, non potranno che aggiungere lati al prisma. Ma già adesso i media aggiornano senza sosta i contorni di un fenomeno che contiene un po’ tutto: magma e dirigismo, colpi di scena e vecchi film, coraggio e furbizia. A voler scavare, tuttavia, la comunicazione di Grillo e del movimento di cui è fondatore, si è andata definendo lungo un percorso che a questo punto conta oltre venticinque anni di storia. E ha accompagnato quella del paese, anche se spesso non vista, e per lunghi tratti quasi sotterraneamente.
Una storia di comunicazione non è per forza una storia dei trucchi che sono stati usati, né è necessariamente la ricostruzione di ingredienti magici, di incantamenti irrazionali. L’idea, molto italiana ma non soltanto, che quello della comunicazione sia il terreno privilegiato dell’inganno e della mistificazione, è una lettura ossessiva che corrisponde al sospetto progressista nei confronti del “parlare a tutti”. Certo, la diffidenza verso il consenso di massa arriva da un Novecento che ha offerto molti buoni motivi. Ma come concepire la modernità senza poterla declinare in un linguaggio democratico e accessibile? Un linguaggio capace non di banalizzare, ma di rendere vive le proprie ragioni e i propri valori.
Il caso di Beppe Grillo non fa che riproporci questo disagio.
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Il voto di classe in Italia secondo le indagini sociologiche
di Domenico Moro
Qui di seguito si offre una panoramica delle indagini sociologiche su due tematiche, il voto di classe e il voto degli iscritti al sindacato. Si tratta di questioni importantissime perché i flussi elettorali e le scelte elettorali delle classi permettono di gettare luce sull’azione dei partiti. Vogliamo precisare, però, che in questo tipo di analisi le classi sono definite in termini soprattutto sociologici e, quindi, non c’è perfetta identità con ciò che le classi sono dal punto di vista marxista. Ad esempio, spesso si parla non di classe operaia o di lavoratori salariati immediatamente produttivi ma genericamente di dipendenti privati e dipendenti pubblici, all’interno dei quali si ricomprendono varie categorie qualche volta differenti tra di loro. Inoltre, questi studi sebbene si fermino al 2010, delineano una tendenza, che successivamente si è andata accentuando e che è coerente anche con la recente affermazione del Movimento cinque stelle. Ad ogni modo, tali indagini rappresentano una base, a mio parere, molto utile per una analisi di questioni negli ultimi anni poco dibattute in ambito marxista. Colgo l’occasione per suggerire che sarebbe importante riprendere con nuova lena oltre all’analisi della “classe in sé”, cioè dello studio della nuova divisione del lavoro, anche l’analisi della “classe per sé” e, quindi, della produzione e manifestazione della coscienza di classe, abituandosi a farlo anche con l’ausilio di strumenti empirici e dati scientifici.
Classe e voto, permanenza del voto di classe
Sul rapporto tra voto e classe le posizioni che risultano dai diversi studi non sono sempre univoche.
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Il grande inganno
Scuola pubblica, orario docenti, DDL Stabilità
di Alerino Palma
Il cosiddetto “effetto 24 ore”, a un mese o più dall’annuncio che l’orario dei docenti della scuola secondaria sarebbe stato aumentato senza colpo ferire (senza aumento di stipendio) e senza tener conto del contratto, consiste sostanzialmente nel fatto che tutto, nel lavoro a scuola come nel lavoro a casa, i colloqui con i genitori, le incombenze quotidiane legate agli incarichi, le riunioni, insomma tutto è diventato più faticoso, percorso come mai prima d’ora dal dubbio sul senso, sulle finalità del lavoro culturale scolastico.
Ho l’impressione, vengo subito al punto, che la mancanza di senso non sia dovuta a una proposta sciagurata, quella delle 24 ore, ma al fatto che siamo sempre più pericolosamente su un argine, quello tra la scuola intesa come luogo di apprendimento di una cultura disinteressata e qualcos’altro. Che finora abbiamo vivacchiato vicino al confine, spostando di qualche settimana, di qualche mese il momento della resa dei conti, ma ora non è più possibile. E la cosa più temibile, quella che forse non sospettavamo, è che i conti ce li dobbiamo fare anche tra noi insegnanti.
In questo senso l’insensatezza della proposta, le 24 ore intendo, cadeva a fagiolo.
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La sinistra e la crisi
Sergio Cesaratto
Credo che la constatazione da cui partire* non possa che essere il manifesto fallimento delle politiche di austerità.[1] Le previsioni negative su crescita, occupazione e peggioramento dei conti pubblici nell’Eurozona sono diventate un bollettino di guerra. Manovre non solo inique, ma inutili abbiamo scritto con Turci più volte nei mesi del passaggio fra Berlusconi e Monti. Devastanti aggiungerei ora, e in una logica senza fine visto che il loro effetto, manifesto, evidente, è quello di peggiorare i conti pubblici. Dire che Monti ha fatto sinora bene, se è comprensibile politicamente, non lo è nella sostanza economica. Monti non ha fatto altro che quello che Berlusconi avrebbe fatto, solo con una faccia più perbenista. E quello che ha fatto è quello che l’Europa di marca tedesca ci ha chiesto. Una valutazione politica va inoltre data sull’operazione Monti: l’austerità ci è stata presentata come la merce di scambio per l’intervento della BCE: noi diamo prova di contrizione, loro faranno intervenire la BCE. Di questo intervento non v’è stata traccia se non, un anno dopo, con la proposta di Draghi delle operazioni di mercato aperto (nel gergo della BCE, Outright Market Transactions, OMT) in cambio di cessione (ulteriore) di sovranità fiscale, su cui entreremo successivamente. Abbiamo dunque accettato quelli che sono solo i prodromi del massacro sociale e produttivo del paese senza nulla, ma proprio nulla, in cambio. E siamo solo agli inizi, il bello deve ancora avvenire, per parafrasare tristemente Obama.
L’”austerità fiscale espansiva” di Monti-Grilli, il gioco che l’austerità avrebbe condotto a minori tassi e alla crescita via guadagni di credibilità, è dunque chiaramente fallito.
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Trasgressione e moralità (7.0)
di Valerio Bertello
Premessa
Quando la teoria marxiana scende sul terreno della prassi tratta in maniera pressoché esclusiva il problema delle condizioni sociali necessarie allo svolgimento dell’azione politica. Ma non afferma quasi nulla sui contenuti di questa azione e sulle loro forme organizzative. Tale impostazione è coerente con il contesto in cui sorge il marxismo, che è quello di una critica radicale del comunismo utopico e quindi del rifiuto di fornire ricette “per l’osteria dell’avvenire.” Infatti per Marx “La classe operaia non ha da realizzare ideali, ma soltanto da liberare gli elementi della nuova società di cui è gravida la vecchia società in via di disfacimento” (La guerra civile in Francia). E ancora con Engels “Il comunismo non è una dottrina ma un movimento [storico] … Il comunismo è risultato della grande industria” (I comunisti e Karl Heinzen). Quindi sul piano pratico non è necessario inventare nulla. Il movimento storico creerà gli strumenti e i contenuti necessari all’abbattimento della società borghese. La teoria rivoluzionaria ha solo il compito di dimostrare ciò. Il marxismo riesce a dare tale dimostrazione fondandosi su di un unico postulato: lo sviluppo delle forze produttive porta necessariamente ad un grado crescente di socializzazione delle stesse. Ciò in quanto tale sviluppo si impone come interesse generale, quindi prioritario in senso assoluto, poiché è la condizione per una vita qualitativamente superiore, in quanto basata su consumi crescenti e una riduzione del tempo di lavoro ad un minimo.
Naturalmente si possono prospettare altre finalità, quali il controllo delle crisi, l’abolizione delle disparità sociali, ecc., ma il loro conseguimento è subordinato allo sviluppo della produttività del lavoro. Altrettanto fondamentale tra queste finalità è lo sviluppo dell’autocoscienza, che infatti sorge dalla necessità di porre sotto un controllo cosciente le forze produttive per evitare che si trasformino in forze distruttive.
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Morte (e resurrezione?) della politica in Italia
di Mimmo Porcaro
Dobbiamo riflettere con attenzione sul rapporto che lega la crisi della politica italiana e le vicende europee, sul nesso tra le scelte reazionarie delle élite continentali e la dissoluzione e ricomposizione di tutti i fronti politici, compreso il nostro.
Lo spappolamento del Pdl e la crisi di gestione e di consenso del Pd (malamente rattoppata da una “vittoria” siciliana che prelude ad ulteriori guai) sono il risultato diretto del commissariamento del Paese da parte di Monti. Il Professore ha dato la spallata definitiva all’ansimante Berlusconi (peraltro già defunto dal momento in cui Tremonti gli ha proibito, in ossequio alla disciplina europea, anche solo di accennare alla riduzione delle tasse) e ha privato il Pd di ogni parvenza di autonomia politica, debolmente sostituita oggi da qualche frase pre-elettorale sulla “crescita” e sull’ “equità”. A ben vedere anche il brillio delle 5 stelle si mostra meno smagliante di quello che sembra, se solo si considera che tutto il programma grillino si concentra sulla lotta alla casta, eludendo il problema del rapporto con l’Europa, o riproponendolo saltuariamente in forma caricaturale e provocatoria. Il nuovo movimento appare quindi destinato a crescere rapidamente, ma anche a dimostrare rapidamente la propria inutilità, scomparendo o mutandosi in qualcosa che non sarà necessariamente migliore.
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Vendola, Riva & l'Ilva
Come la diossina calò miracolosa/mente
di Girolamo De Michele
Chiesi ad Emilio Riva, nel mio primo incontro con lui, se fosse credente, perché al centro della nostra conversazione ci sarebbe stato il diritto alla vita. Credo che dalla durezza di quei primi incontri sia nata la stima reciproca che c'è oggi (Nichi Vendola)
Io non sono un capitalista, ma un imprenditore (Emilio Riva)
Chi non ha visto l'intervista di Fabio Fazio a Nichi Vendola, nella puntata del 29 ottobre di "Che tempo che fa", si è perso qualcosa: una straordinaria dichiarazione del governatore della Puglia, che ha voluto sottolineare la sua peculiarità – il suo «sguardo autonomo sul mondo» – con questa affermazione tranchant: «Io non vado dai banchieri e dai finanzieri, e se li incontro gli dico che bisogna tagliare gli artigli e regolamentare i mercati» [qui, al minuto 11:10].
A Taranto, immagino, gli artigli dei padroni dovrebbero essere le emissioni di diossina e altre sostanze nocive per l'ambiente e la vita dei viventi, umani e non, dal momento che Vendola si fa vanto di averne determinato, con la sua azione politica, la riduzione.
Ad avere pelo sullo stomaco, avrei glissato: ma noi tarantini, ormai, il pelo non lo abbiamo più neanche sulle cozze. Ecco, quindi, la vera storia di come le emissioni di diossina calarono.
Miracolosa/mente.
La causa del calo – anzi: del crollo, stando ai dati "ufficiali" – della diossina è, sostiene Vendola, la Legge regionale n. 44 del 19 dicembre 2008, Norme a tutela della salute, dell’ambiente e del territorio. Questa legge prevede(va) "il campionamento in continuo dei gas di scarico" (art. 3, comma 1): ricordatevi questo particolare.
La legge regionale 44/08 stabilisce per la diossina una soglia massima giornaliera di 0.4 ng. Viene presentata come la legge più avanzata d'Europa: peccato che in Germania la soglia massima sia di 0.1 ng.
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Anticapitalismo, antimperialismo e questione nazionale
di Rodolfo Monacelli
La genesi di quest’articolo deve molto al pensiero di Costanzo Preve che ringrazio per gli spunti, le riflessioni, i consigli e la stima. (r.m.)
La crisi dell’Eurozona e dell’Euro ha fatto tornare in voga una parola, «sovranità nazionale», dimenticata, se non rifiutata in toto da parte della sinistra italiana. Una prospettiva politica che va ben al di là della questione dell’Euro e della UE e su cui è bene ritornare sopra. A parere di chi scrive, infatti, la «questione nazionale» sarà un concetto ineludibile per ogni coerente politica e pratica anticapitalistica.
Questo perché, in un mondo sempre più dominato dalle oligarchie finanziarie e sovranazionali, difendere le identità culturali dei popoli, le sovranità politiche e monetarie degli stati sarà l’elemento che oggettivamente si porrà in contrasto con gli interessi del capitalismo internazionale e dei suoi strumenti (FMI, Banca Mondiale, UE, ecc). Come cercheremo di spiegare in questo articolo, una questione nazionale correttamente intesa non va però confusa in nessun modo con il nazionalismo ma è, anzi, la premessa per un vero e reale Internazionalismo, l’asse portante di una corretta politica antimperialistica come punto di raccordo per una reale liberazione sociale.
Purtroppo in Italia non è stata, però, ancora compresa dalle forze antisistema l’importanza di tale questione ed è, probabilmente, una delle cause dell’immobilismo politico e delle condizioni di sudditanza imperialistica in cui si trova il nostro Paese.
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