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L'effetto Berlusconi
Antonio Gnoli intervista Slavoj Žižek
Si può analizzare un fenomeno mediatico, politico, culturale qual è da quasi un ventennio Silvio Berlusconi, senza lasciarsi condizionare dal fastidio che l'«oggetto» in questione sovente provoca in chi lo analizza? Non è una forma di neutralità che si invoca, ma una connessione più attenta tra superficie e profondità: diciamo tra il volto-maschera, al quale ci ha abituati nelle sue molteplici apparizioni televisive, e l'anima-merce, nella quale albergano desideri, finzioni, progetti. Per molti italiani egli è l'uomo del sogno: figura temibile e consolatoria a un tempo, le cui parole, quando vengono pronunciate, hanno per lo più un carattere fuggitivo. Nello schema generale del suo linguaggio rassicurante (legato all'idea del fare) le variazioni sono minime, e la mobilità è massima. Nel senso che Berlusconi tende a dire sempre le stesse cose, ma nel dirle - come accade nei sogni - le parole hanno un carattere volatile e lievemente ipnotico. Quel linguaggio diverte e rassicura coloro che ne sposano i contenuti. Egli incarna un potere «grottesco»: esilarante, minaccioso, imprevedibile, efficace. Ci ha colpiti il modo col quale, qualche tempo fa, sulla «London Review of Books», Slavoj Zizek riportava quel potere all'ironica immagine di un Panda, protagonista di un cartoon di successo. Ed è la ragione per cui abbiamo voluto incontrare questo intellettuale che con grande libertà ha messo assieme Lacan e il cinema, indagato Freud e Marx e preferito il moderno al «post». Zizek non si considera un esperto di Berlusconi e soprattutto — tiene a precisare — pensa che per molti versi il problema non sia lui, ma che lo stesso Berlusconi sia l'effetto di un processo più generale che non coinvolge solamente l'Italia. Il discorso, dunque, non può che cominciare dall'intreccio tra due figure cardine della modernità: politica ed economia.
Lei sostiene che sia stata recisa ogni connessione fra democrazia e capitalismo. Com'è accaduto? E cosa sostituisce oggi quel legame?
Sì, nella mia interpretazione questo accade soprattutto in Cina, anche se non solo lì. Qualche tempo fa il mio amico Peter Sloterdijk mi confessò che, dovendo immaginare in onore di chi si costruiranno statue fra un secolo, la sua risposta sarebbe Lee Kwan Yew, per oltre trent'anni Primo ministro di Singapore. E stato lui a inventare quella pratica di grande successo che poeticamente potremmo chiamare «capitalismo asiatico»: un modello economico ancora più dinamico e produttivo del nostro ma che può fare a meno della democrazia, anzi funziona meglio senza democrazia. Deng Xiaoping visitò Singapore quando Lee stava introducendo le riforme e si convinse che quel modello andava applicato alla Cina.
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Transizione soft?
di Nicola Casale e Raffaele Sciortino
Il logoramento politico di quasi un anno e mezzo sembra sterzare verso il dopo Berluska. Un po' di cautela è d'obbligo, non perchè il Cavaliere abbia coefficienti effettivi su cui rilanciarsi quanto per l'inconsistenza del fronte che punta a sostituirlo e la nullità della cosiddetta opposizione, fin qui non a caso bloccati dalla paura di restare col cerino in mano e di dover andare alle elezioni. Vedremo se basterà il salvacondotto interno garantito a Berlusconi e Mediaset...
Cosa ha provocato l'accelerazione della crisi politica? Scandali a parte, è la "paralisi" dell'azione di governo denunciata dagli industriali, l'incapacità irrecuperabile di arrestare il declino del paese dentro una crisi che sta ribaltando tutti gli equilibri. In gioco non è solo la sicura esplosione del debito pubblico - col rischio default dello stato e conseguente crisi dell'intero sistema bancario italiano che sulle rendite statali si regge - ma anche la potenziale crisi dell'euro, che finora ha funzionato da ancora di salvataggio, e in più il rischio tangibilissimo che questa volta non ci sarà neanche la possibilità di ripartire dalla produzione industriale (il rapace prendi e fuggi del finanziere Marchionne ne è la riprova).
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Grande crisi nella globalizzazione
Ernesto Screpanti
Le cause di fondo della crisi attuale sono di natura reale e vanno rintracciate negli effetti prodotti dalla globalizzazione sullo sviluppo economico e la distribuzione del reddito nei principali paesi capitalistici. L’imperialismo globale contemporaneo è basato su un patto implicito tra il grande capitale dei paesi avanzati e il grande capitale dei paesi emergenti. Il primo ha ottenuto gli accordi TRIPS, con cui si è assicurato un potere monopolistico sui prodotti della ricerca scientifica e tecnologica, per la quale si trova all’avanguardia rispetto al resto del mondo. Questo potere monopolistico è stato usato per ridistribuire reddito dal Sud al Nord del mondo. Il grande capitale dei paesi emergenti ha ottenuto la liberalizzazione dei mercati e l’abbattimento di gran parte delle barriere protezionistiche dei paesi più ricchi. In questo modo ha potuto sfruttare il vantaggio competitivo sul costo del lavoro e avviare dei processi di sviluppo trainato dalle esportazioni.
La concorrenza ha spinto molte imprese tradizionali dei paesi avanzati a ridurre la produzione e a delocalizzare gli investimenti.
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La riduzione del prodotto che va al lavoro
Antonella Stirati
Varie analisi elaborate da grandi istituzioni internazionali (OCSE, ILO, FMI) e un’ampia letteratura economica hanno messo in luce il verificarsi in diversi paesi di un fenomeno importante: la caduta della quota dei redditi da lavoro sul Pil nell’arco di circa un trentennio. Molti si sono soffermati di recente su questa caduta, non ultima la “Lettera degli economisti” sottoscritta da oltre 250 studiosi e pubblicata nel giugno scorso. L’economista Giulio Zanella ha tuttavia contestato l’effettivo verificarsi di questo fenomeno. In un recente articolo egli è infatti giunto alle seguenti conclusioni: 1) che le quote distributive non sono variate molto nella maggior parte dei grandi paesi industrializzati; 2) che dove la quota dei redditi da lavoro è diminuita, in particolare in Italia, ciò è avvenuto non a beneficio della quota dei profitti e degli altri redditi non da lavoro ma a beneficio esclusivo di quella che viene chiamata “quota del governo”. [1]
Un motivo per cui vale la pena soffermarsi sull’articolo in questione è che l’autore del medesimo non apre la consueta controversia circa l’interpretazione dei fatti, ma solleva un problema preliminare che in un certo senso riguarda i fatti stessi, o più precisamente i dati di partenza delle analisi.
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Tutti sconfitti alla guerra delle valute
di Marcello De Cecco
Al G20 di Seul nessuno dei problemi sul tappeto è stato risolto e gli squilibri mondiali si sono ulteriormente accentuati. Germania, Cina, Usa: tutti impegnati solo nella difesa degli interessi nazionali
La signora Merkel ne ha fatta un’altra delle sue. Facendo discutere il 29 ottobre in sede di summit europeo la sua proposta di far pagare anche agli investitori in titoli di stato di paesi che hanno bisogno dell’aiuto del fondo europeo di salvataggio, ha messo una carica di sfiducia di grosso calibro nel mercato dei titoli stessi, col risultato che i titoli irlandesi, che già erano in sofferenza per motivi molto seri e che si sono voluti nascondere dietro vari paraventi per troppo tempo, invece di affrontarli insieme ai problemi greci a maggio, sono stati sommersi dalla speculazione.
Il risultato è stato che al vertice del G20 si è dovuto dedicare una quantità di tempo a questo problema, e i ministri delle finanze europei hanno dovuto emettere un comunicato per rassicurare i mercati sottolineando che le eventuali proposte tedesche cominceranno ad applicarsi solo al nuovo debito e solo dal 2013. Il danno tuttavia era fatto. I rendimenti dei titoli dei paesi periferici sono schizzati e a farne le spese è stato il Tesoro italiano che ha sì portato a termine l’asta che aveva organizzato, ma ha dovuto fare uno sconto più alto sui suoi titoli in vendita.
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Economia della conoscenza, giovani generazioni e ruolo del sindacato
intervista a Enzo Rullani
Nel senso comune si descrive l’economia della conoscenza o il cosiddetto capitalismo cognitivo come fonte di grosse opportunità per le giovani generazioni. Ma allora perché la generazione più formata della storia italiana, è quella che più stenta a trovare spazio sia in termini di posti di lavoro che possibilità di esprimersi attraverso le proprie competenze? Perché le competenze di questa generazione sono in realtà così poco richieste e comunque così poco pagate, sia in termini di salario che di diritti e garanzie?
I giovani fanno fatica ad entrare per tante ragioni. Ma una sopra tutte: il paradigma che governa la società in cui dovrebbero farsi valere è diventato conservatore e come tale mette i bastoni tra le ruote al nuovo. Anche al nuovo nel senso del ricambio generazionale delle persone e degli stili di lavoro e di vita.
Tuttavia detto questo bisogna precisare che:
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Essere senza tempo nel “tic-tac” del capitalismo
di Marco Sferini
Essere senza tempo potrebbe sembrare un paradosso: in fondo il tempo lo si vive, che lo si voglia o no. Eppure tu dici che il tempo in qualche modo ci viene rubato, sottratto. Da chi, da cosa?
Tra le molteplici definizioni che si possono attribuire al nostro specifico momento storico ve n’è una che forse, meglio delle altre, coglie il suo spirito: il nostro presente è l’epoca della fretta, un “tempo senza tempo” in cui tutto corre scompostamente e senza fermarsi mai, impedendoci non soltanto di vivere pienamente gli istanti presenti, che si succedono vorticosamente, ma anche di riflettere serenamente su quanto accade intorno a noi. Troppi eventi vanno accumulandosi in lassi di tempo sempre più ristretti, determinando, in noi che viviamo questa accelerazione di ogni settore dell’esperienza (dall’ambito della vita quotidiana a quello lavorativo, dai processi di apprendimento al mondo delle informazioni), una sensazione spaesante e, insieme, irritante: non abbiamo mai tempo sufficiente per tutto quello che dovremmo o vorremmo fare. La modernità, con la sua passione per il futuro, aveva scientemente scelto la strada dell’accelerazione dei ritmi in nome dell’avvenire: il presente era inteso come punto di passaggio in vista di un futuro diverso e migliore.
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Collegato Lavoro: mutismo e rassegnazione?
Precari per sempre: il nuovo ‘collegato’ lavoro
Il condono tombale per le imprese che utilizzano lavoratori precari è diventato legge di stato con la firma del Presidente Napolitano e la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. E’ la legge 183/2010 che in 18 pagine modifica fortemente l’attuale disciplina del diritto del lavoro per i lavoratori precari e i neoassunti.
Ecco i punti salienti della riforma:
a) Per quanto riguarda le controversie di lavoro non vige obbligo di effettuare un tentativo di conciliazione, ma è possibile rivolgersi immediatamente all’autorità giudiziaria, a meno che non si decida di impugnare dinanzi al giudice un contratto di lavoro certificato. In questo caso, infatti, il tentativo di conciliazione presso la commissione che ha emesso l’atto di certificazione è obbligatorio.
b) Permane inoltre la possibilità di accedere immediatamente alle procedure arbitrali, nei casi e con le modalità previste dai contratti collettivi.
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Auri Sacra Fames
Rosario Patalano
Dopo il crollo del sistema di Bretton Woods, nel 1971, economisti e politici liberisti hanno costantemente auspicato il ritorno a forme di regolazione delle relazioni monetarie internazionali fondate sull’oro. È con questo spirito che il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, nel momento più acuto della guerra delle monete che sconvolge i mercati valutari, ha proposto ai paesi riuniti al G20 di Seoul una vera e propria agenda per istituire un nuovo ordine monetario internazionale fondato sulla centralità dell’oro. E poiché la Banca Mondiale è - con il Fondo Monetario Internazionale - il pilastro su cui si costruisce l’attuale assetto delle relazioni monetarie internazionali, la proposta di Zoellick ha riscosso grande attenzione e riavviato il dibattito tra economisti e politici sulla possibilità di una restaurazione, anche in forme innovative, del sistema aureo.
Vediamo allora in dettaglio cosa ha proposto Zoellick - già nel suo articolo del 7 novembre apparso sul Financial Times - per superare l’attuale regime di cambi flessibili più o meno controllati. Il nuovo sistema, scrive Zoellick, “dovrà coinvolgere il dollaro, l’euro, lo yen, la sterlina e un renminbi che si muova verso l’internazionalizzazione” e “dovrebbe anche prendere in considerazione di impiegare l’oro come punto di riferimento internazionale su inflazione, deflazione e futuri valori monetari”.
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Facebook. Un dispositivo omologante e persuasivo
di Maria Maddalena Mapelli
Facebook [1] – quattordici milioni [2] di utenti italiani – è un dispositivo social (siamo tutti “amici”) e sicuramente di successo (ma come, non sei su Facebook?), ma è anche un dispositivo persuasivo, nel senso che induce comportamenti automatici e prevedibili (ci vuole, appunto, tutti veri e social) e al tempo stesso omologante, nel senso che induce, in noi utenti, assetti identitari, modalità di interazione e di narrazione, regimi di visibilità che ci rendono seriali e simili. Su Facebook si è più soggetti costituiti, che soggetti costituenti. Facebook accentua caratteristiche già presenti in altri luoghi della rete, rivelandosi così un esempio significativo di dispositivo-specchio, cioè di dispositivo che crea effetti di somiglianza con il “reale” e impone specifici assetti identitari.
Il dispositivo, dice Deleuze sviluppando un concetto foucaultiano, [3] è una macchina per far vedere e per far parlare: consideriamo allora anche i social network come dispositivi che abitiamo [4] e che orientano i nostri pensieri e la nostra immaginazione, disciplinano i nostri corpi e il nostro modo di interagire, veicolano, a seconda dei casi, differenti regimi discorsivi e di visualizzazione, promuovono, per continuare a usare la terminologia di Deleuze, processi di soggettivazione.
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Sinistra plurale contro il moderatismo
di Alberto Burgio
Il blocco di forze che ha vinto nel 2008 si è dissolto ma il quadro politico è sospeso in un falso movimento. Berlusconi e Bossi difendono il governo, il Pd e le forze maggiori del nuovo centro (Fli e Udc) lavorano per un esecutivo "tecnico" ma temono che questa ipotesi si allontanerebbe se fossero loro a staccare la spina. Tutto ciò blocca lo sviluppo della crisi.
Al di là del braccio di ferro tra i partiti, il problema però è un altro. Anche se il piano di Bersani, Fini e Casini andasse in porto, la partita la vincerebbe ugualmente la destra. Di che si tratta infatti quando si immagina una riedizione del governo Ciampi? Che cosa sarebbe la «scossa all'economia» invocata da D'Alema, se non il ritorno alle politiche "modernizzatrici" degli ultimi vent'anni (privatizzazioni, soldi alle imprese, precarizzazione) grazie alla rinnovata unità sindacale sulla linea Bonanni-Marchionne? In sostanza, berlusconismo senza Berlusconi. Tenuto conto della situazione attuale (livelli di disoccupazione e di povertà), pura macelleria sociale. Visto che sono in voga i paragoni storici, la sintesi è che l'Italia è a rischio di franchismo: sepolto il duce, la destra conserverebbe a lungo l'egemonia sociale, politica e culturale.
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Federalismo, tre standard per salvare il Sud
Marco Esposito*
La riforma ha preso una brutta piega per il Sud, che appare condannato a una pressione fiscale più pesante. Ma si può correggere la rotta se oltre allo standard sui costi se ne prevederanno altri due, relativi a qualità dei servizi e tasse. Ed evitando la trappola della gradualità
Mancano ancora le crude cifre. Ma il quadro si va delineando: la riforma federalista così come l'ha disegnata il Nord (i protagonisti sono Bossi, Calderoli, Tremonti, Formigoni, Antonini...) mette il Mezzogiorno in una condizione di forte dipendenza finanziaria dal governo nazionale, spingendolo ad alzare la pressione tributaria. Fare del Mezzogiorno un'area con fiscalità di svantaggio (più tasse sia sulle imprese sia sui cittadini) ne pregiudica per sempre la possibilità di sviluppo.
Il federalismo fiscale ha tra gli obiettivi quello di legare il più possibile il gettito fiscale riconducibile ai territori con l'effettiva spesa, in base al principio vedo-voto-pago. In Italia ci sono imposte che sono molto mal distribuite sul territorio e altre che hanno una distribuzione non troppo lontana da quella della popolazione. Logica avrebbe voluto che per finanziare servizi sociali (sanità, istruzione, trasporti) si fossero intestate agli enti locali e alle Regioni in primo luogo le imposte con un gettito equilibrato e cioè l'accisa sui carburanti, l'accisa sui tabacchi e i proventi fiscali da giochi e lotterie.
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La prossima volta, il mercato
Gianni Becevel intervista Christian Marazzi
15 settembre 2008, fallisce la Lehman Brothers, evento choc che ha segnato l'inizio della crisi finanziaria. Ormai è passato più di un anno. Cos'è cambiato?
Il fallimento della Lehman Brothers rappresenta il passaggio dal capitalismo finanziario in cui centrale era stato il processo di privatizzazione del deficit spending keynesiano, al capitalismo finanziario di Stato, in cui il deficit spending viene di nuovo statalizzato, benché in modo differente rispetto al funzionamento di quello keynesiano praticato dagli Stati nel corso dei trent'anni gloriosi della crescita fordista. Il deficit spending è la modalità con la quale lo Stato o, rispettivamente, la finanza di mercato, crea domanda aggiuntiva, cioè redditi addizionali rispetto a quelli salariali creati dall'economia, una creazione di domanda a mezzo di indebitamento. Si tratta di un meccanismo fondamentale nella storia del capitalismo che ha segnato nel corso del Novecento l'avvento dell'imperialismo, ossia il rapporto di dipendenza tra paesi sviluppati del Nord e paesi poveri del Sud, con questi ultimi funzionanti da "mercati di sbocco" per il plusvalore {surplus) non vendibile all'interno dei paesi ricchi.
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Fine di un'epoca?
di Giuliano Santoro
E’ finita veramente l’epoca di Silvio Berlusconi? Parto da una sgrammaticatura, cioè da una licenza autobiografica. Quando il serial leader salì al potere avevo diciott’anni. Il presidente cinese non era ancora l’uomo più potente del mondo, l’America latina era ancora governata dalle destre e le Torri gemelle erano ancora al loro posto.
Qualche anno prima, dopo che il telegiornale della sera aveva dato l’annuncio dell’avviso di garanzia a Bettino Craxi, i miei genitori avevano stappato una bottiglia di spumante tenuta in fresco per le grandi occasioni. La piazzale Loreto tutta mediatica di Mani Pulite, le monetine all’uscita del Rafael su un uomo già morto politicamente [«Vuoi pure queste, Bettino vuoi pure queste…»], l’assedio al parlamento dei giovani fascisti e le tele-piazze di Mediaset a favore dei magistrati avrebbero dovuto insospettirci. Ma due anni dopo, tutti pensammo che l’anomalia del Cavaliere alleato al nord con la Lega e al sud con i non-ancora-post fascisti non poteva durare.
Mentre ero in una montagna sperduta, in campeggio coi miei amici del liceo nell’ultima estate dell’adolescenza, discesi un sentiero per raggiungere una cabina telefonica.
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Il sapiente e il parassita
Alberto De Nicola e Francesco Raparelli
Società della conoscenza tra comando e libertà
Chi ha tradito la società della conoscenza? Questo è il leit motiv che percorre buona parte dei materiali raccolti dal quarto numero di Molecole. Meglio ancora, chi ha tradito Delors?, e chi la strategia di Lisbona? Come dire, tutto sembrava filare liscio, il progetto era solido, le intenzioni altrettanto, qualcuno deve aver manomesso la macchina. Chiaramente, guardando alla triste scena italica, questa posizione sembra non solo giusta, ma imprescindibile. Berlusconi e Bossi sono l’incarnazione politica della «società dell’ignoranza», tra Bunga bunga e dito medio la loro ricetta è trasparente: distruggere la formazione, azzerare la mobilità sociale, difendere (male) la piccola e media impresa, favorire la fuga dei cervelli. Se poi pensiamo a Brunetta e Sacconi il ritornello non cambia: «cari giovani, abituatevi a fare lavori umili e manuali», ha detto a più riprese Sacconi, mentre Brunetta è l’esempio più riuscito di «anti-intellettualismo di Stato» (vedi Common, numero 0, Derive Approdi 2010). Insomma l’anomalia Italia vede nella guerra all’intelligenza – guerra che coincide fino in fondo con il controllo delle forze produttive – il suo punto d’espressione privilegiato.
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Dalla Pornocrazia alla Mignottocrazia
di Andrea Cortellessa
Note sul regime biospettacolare di Berlusconi
Nel paesaggio in rovine, nella facies hippocratica del presente che illustra – tormentoso prima che esilarante, come pure non riesce a non essere – La Suburra di Filippo Ceccarelli, una scena in apparenza meno torrida di altre colpisce, però, con una violenza speciale. Siamo ancora in una fase primordiale di quello che, per la famiglia Berlusconi, diverrà la primavera seguente uno psicodramma vissuto in diretta sulla ribalta mediatica, nazionale e non (dopo lo scoop di «Repubblica» sulla partecipazione del Presidente alla festa di compleanno d’una giovane campana; dopo una clamorosa intervista rilasciata allo stesso giornale da sua moglie; dopo che l’“amico di famiglia” Vittorio Feltri, sulla prima pagina del posato quotidiano «Libero», ripesca dal suo passato d’attrice delle foto a seno nudo col pacato commento Veronica velina ingrata); ma già successiva a una serie di servizi fotografici documentanti i passatempi del Presidente, dopo che è stata pubblicata coram populo un’intercettazione telefonica fra lui e un ossequioso dirigente RAI nella quale Berlusconi raccomanda attrici segnalate da certe persone «con cui sta trattando» perché «sta cercando… di avere la maggioranza in Senato» (siamo agli ultimi sussulti del secondo governo Prodi, col suo risicatissimo margine parlamentare), e dopo che a séguito delle trionfali elezioni dell’aprile 2008 s’è insediata in Parlamento «una folta schiera di belle ragazze» subito dai cronisti parlamentari simpaticamente definite «Forza Gnocca» (Filippo Ceccarelli, La Suburra. Sesso e potere: storia breve di due anni indecenti, Milano, Feltrinelli, 2010, p. 21).
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Obama al capolinea e il governo della Fed: linee di faglia negli States
di Raffaele Sciortino
Uno degli spostamenti elettorali maggiori degli ultimi cinquant'anni e un referendum negativo sull'operato di Obama: è il doppio, secco risultato delle elezioni di midterm negli States. Il dato non è soltanto numerico e geografico - sono tornati ai repubblicani il Sud, il Midwest rurale, il West montano con in più buona parte della cintura della ruggine dei Grandi Laghi - quanto indicativo di un trend (il Senato è stato rinnovato solo di un terzo) e soprattutto degli umori profondi della popolazione statunitense. La composita coalizione elettorale che spinse Obama alla vittoria si è sfrangiata, la middle class lavoratrice bianca, gli anziani, i residenti dei suburbi e in parte le donne e gli indipendenti si sono riversati sul voto repubblicano. Gli under trenta, pur restando un bacino di voti democratico, hanno drasticamente ridotto la loro partecipazione elettorale così come le minoranze.
"Yes we can, but..."
È la fine del change obamiano dopo soli due anni e per ragioni niente affatto nascoste.
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L’esproprio dei beni comuni tra governance e monetizzazione
di Riccardo Petrella
Proponiamo un estratto da "La società dei beni comuni" edito da Carta/Ediesse, in edicola fino al 13 novembre e acquistabile anche on line qui. Il libro raccoglie diciannove saggi che da diverse visuali disciplinari (storiche, giuridiche, filosofiche, antropologiche, ambientaliste) si confrontano con il tema dei beni comuni.
Mi propongo di concentrare questo contributo su due «questioni di frontiera» che, a mio parere, sono (o dovrebbero essere) al centro del dibattito teorico e politico sui beni comuni nei paesi occidentali. Penso alla tendenza impostasi negli ultimi quindici anni consistente nel parlare di governance anziché di «governo» dei beni comuni. Penso altresì all’adozione quasi generale da parte dei dirigenti occidentali del principio di monetizzazione dei beni comuni al posto del principio di gratuità.
«Governance» vs. governo
L’uso del concetto di governance risale alla seconda metà degli anni ’70 allorché l’economia occidentale si trovava alle prese con la rincollatura dei cocci del sistema finanziario andato in frantumi nel periodo 1971-73.
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Il potere alienato dalla folla
di Toni Negri
La raccolta di saggi «Il comunismo del capitale» di Christian Marazzi ripercorre le trasformazione del capitalismo contemporaneo dove la finanza è diventata strumento di governo dello sviluppo economico. La dismissione del welfare state e la precarietà dei rapporti di lavoro risultano, così, due momenti della appropriazione privata del «comune». Il libro dell'economista di origine svizzera non si limita, però, a una rassegna dei cambiamenti avvenuti, ma si pone l'obiettivo di fornire strumenti per la trasformazione
Sono stati scritti in un decennio, questi saggi di Christian Marazzi raccolti nel volume Il comunismo del capitale (Ombre corte, pp. 160, euro 23). Hanno il buon sapore che si sentiva nel bel volume che ha reso questo economista di origine svizzere abbastanza noto in Europa e negli Usa: Il posto dei calzini (pubblicato dalla casa editrice Casagrande nella Svizzera italiana e ripreso poi da Bollati Boringhieri). Lì, per la prima volta, il postindustriale era coniugato con la sovversione femminista ed il postmoderno trovava non una voce debole o molle per dichiararsi (come ci avevano abituato i suoi fondatori) ma mostrava i muscoli della rivoluzione sociale.
Leggo qui con voi le prime due parti di questo libro: la prima, «Biocapitalismo e finanziarizzazione» e la seconda, «Il lavoro nel linguaggio». Parto da una questione posta da Marazzi che sembra, a prima vista, bizzarra e mi chiedo con lui: perché i manager sono spesso dislessici? Perché - risponde Christian -se la difficoltà di focalizzare e decodificare i fonemi sviluppa nei dislessici, in generale, la capacità di vedere o percepire molto rapidamente il quadro d'assieme, il contesto nel quale si trovano ad operare i manager trasforma la condizione dislettica nella facoltà di alterare e creare percezioni, organizza un'estrema consapevolezza dell'ambiente nel quale sono immersi. Pensiero ed intuito si applicano insieme su scene multi-dimensionali e qui esprimono potenza e creatività.
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Sguardi cinesi – ovvero, la Cina come metodo
di Sandro Mezzadra e Gigi Roggero
1. Molti sguardi si rivolgono oggi alla Cina. In Italia come negli Stati Uniti questi sguardi sono del resto, e ormai da anni, parte dello scontro politico interno: mentre al di là dell’Atlantico, nella corsa verso le elezioni mid term di inizio novembre, governatori e politici repubblicani e democratici hanno fatto a gara nel proporre misure protezionistiche in funzione anti-cinese, in Italia siamo da tempo abituati alle sortite di leghisti e “tremontiani” contro la minaccia che viene da Oriente. Sullo sfondo, c’è il duro scontro sul valore del renminbi e sul protagonismo globale dei fondi sovrani e di altri attori economici cinesi. Tutto ciò non ha impedito, evidentemente, la corsa di imprenditori “occidentali” ad approfittare dell’“apertura” dei mercati cinesi e soprattutto del lavoro cinese. Per limitarci a una battuta: esisterebbero l’Ipod, l’Iphone e l’Ipad senza gli stabilimenti della Foxconn nelle zone economiche speciali del Sud della Cina? C’è da dubitarne… Neppure ha impedito, del resto, la corsa di Paesi, regioni e città a occupare un posto all’Expo di Shanghai, dove la Repubblica Popolare Cinese ha messo a punto (con risultati di immagine migliori rispetto alle Olimpiadi del 2008) lo sguardo che essa stessa rivolge al mondo. Ed è uno sguardo ammiccante e suadente, impregnato di modernità e tradizione. Better city, better life era lo slogan dell’Expo. E chi non sarebbe d’accordo? Guardando i palazzi del “Bund” (vera e propria esposizione universale dell’architettura modernista europea di inizio Novecento) specchiarsi, oltre le acque del fiume Huangpu, nelle pareti degli avveniristici grattacieli di Pudong (l’area in cui si è concentrata l’espansione urbanistica della città negli ultimi vent’anni), più di un visitatore avrà anzi pensato che Shanghai abbia le carte in regola per candidarsi a divenire il paradigma della «città migliore» del futuro globale.
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I barbari e la peste
di Nicola Lagioia
Invasioni barbariche e fine della civiltà sono due paure che la cultura occidentale coltiva in maniera talmente ricorsiva – e spesso con tale voluttà – da far venire il sospetto che siano a essa addirittura costitutive. Perennemente scisso tra la brama paranoide di annichilire tutto ciò che è diverso da sé e il desiderio inconfessabile di un crollo rigeneratore, il cuore stesso dell’occidente è riuscito nella macabra e vertiginosa impresa di battere in virtù di ciò che non esiste: i nostri sogni sono alimentati dal terreno e dal mercato e dalle culture ancora da conquistare o assimilare, mentre una certa nostra profonda infelicità – che di quel sogno imperiale è il lato oscuro – arriva ciclicamente-ciclotimicamente a tali vertici negativi che un violento e disastroso rovesciamento del tavolo da gioco diventa addirittura una speranza. Sogni di conquista e speranze di crollo. Siamo, appunto, tutto ciò che ci manca.
Per limitarci al campo della cultura e della rappresentazione artistica, l’ultimo decennio (quello iniziato con l’attacco alle Due Torri) ha visto il rifiorire degli scenari apocalittici. The road di Cormac McCarthy è solo tra i più recenti e noti capitoli di una poetica che nel Novecento ha molti precedenti.
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Elezioni Usa: popolazione frustrata nella superpotenza in declino
di Davide Grasso
La mappa del risultato elettorale statunitense è impietosa per i democratici, soprattutto se si guarda alle elezioni per la camera (House) e per i governatori dei singoli stati (http://elections.nytimes.com/2010/results/house). La maggior parte dei candidati repubblicani vince in tutto il Midwest (Kansas, Nebraska, Nord e Sud Dakota, Illinois, Missouri), in molti distretti di stati dell'ovest come Colorado, Wyoming, Utah, Nevada, della west coast come la California e l'Oregon, nel sud (Texas, New Mexico, Arizona, Oklahoma, Georgia, Florida, Tennessee, Kentucky, Nord e Sud Carolina) e anche in molti distretti degli stati del nord-est, che di solito premiano i democratici (circa la metà dei rappresentanti dello stato di New York, la Pennsylvania, parte del New Hampshire e del New Jersey). Nelle elezioni per i governatori dei singoli stati i democratici si assicurano soltanto uno stato dell'ovest, il Colorado, confermano New York e il Vermont, e conquistano la California. Perdono però in vari stati dove erano al governo nello stesso Midwest (Kansas, Iowa, Wisconsin, Michigan, Ohio), nell'ovest (Wyoming) nell'est (Pennsylvania, Maine) e nel sud (New Mexico, Oklahoma, Tennessee, Florida). I repubblicani confermano i propri governatori anche in Arizona, Utah, Nevada, Idaho, Alaska, Texas, Nebraska, Sud Dakota, Alabama, Georgia e in vari altri stati.
Nella conferenza stampa di mercoledì, Barack Obama ha definito il risultato "umiliante".
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Il cavallo di Troia
Scritto da Piemme
Camusso segretaria, sconfitta la Fiom
«Una ulteriore avvisaglia di quale sia la piega che prenderà la CGIL è rappresentata dalla scottante questione della rappresentanza sindacale. In netta opposizione alla FIOM e alla sua decisione di presentare una legge di iniziativa popolare per una soluzione legislativa universalistica e almeno formalmente democratica, la Camusso perora la "via pattizia", ovvero un accordo tra le parti — sullo stile di quello vergognoso del 20 dicembre 1993 che portò alla costituzione delle Rsu (vedi Il Sole 24 Ore di oggi) —, dunque peggiorativo di quello del 1993, nel senso che la democrazia sui posti di lavoro, già gravemente lesionata, sarebbe definitivamente seppellita. Per questo temiamo che la Camusso, ci farà vedere i sorci verdi, che sarà un Cavallo di Troia del Capitale».
«Con 125 sì, 21 no e 12 astenuti, il Comitato Direttivo della CGIL ha eletto oggi Susanna Camusso Segretario Generale al posto di Guglielmo Epifani. Su 162 membri del Direttivo hanno votato in 158, ovvero il 97,5%. I voti favorevoli alla Camusso, fino a ieri Vicesegretario e Segretario Generale designato dallo stesso Epifani, sono stati il 79,1% del totale. La percentuale dei no si attesta sul 13,3%, mentre la percentuale degli astenuti è pari al 7,6%».
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Network clandestini nell’era del Web 2.0
di Geert Lovink*
“Occuparsi della luce, nella più oscura delle ore”. - Johan Sjerpstra
“I giorni in cui avevi un’immagine differente per i tuoi amici di lavoro e per i tuoi collaboratori e una per le altre persone che conosci probabilmente finiranno presto… Avere due identità per te stesso è un esempio di mancanza di integrità”. – Mark Zuckerberg
La questione dei siti di social networking negli ambiti artistici e di movimento è strategica e tocca alcuni temi chiave, dall’organizzazione interna all’articolazione di campagne di comunicazione e design. Ciò che sembra solo un altro livello di idiozia sociale sembra reclamare risposte di principio. Il panico morale condanna il web 2.0 come pubblicità (“Disarmiamo gli spacciatori!”). La frangia monofunzionale invoca la pubblica condanna della mania mainstream per i gadget più recenti e per le killer apps, le applicazioni di successo. Facebook ci sta friggendo il cervello e rovina le prospettive di successo negli studi (se mai ve ne sono state). Tale critica affrettata dell’ideologia ci impedisce di fare analisi accurate. I social media stanno invadendo tutti gli aspetti della vita. E’ un fatto. Dal tradizionale punto di vista ‘underground’, controculturale e/o clandestino che dir si voglia, sarebbe inconcepibile utilizzare Facebook o Twitter. Secondo la propria autopercezione il guerrigliero nei barrios comunica “faccia a faccia”, come disse un tempo Hakim Bey.
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Trick or treat?
di Augusto Illuminati
Per Halloween dolcetti da bunga-bunga e 300.000 espulsioni annunciate dal pubblico impiego, promesse di soluzioni in 10 giorni per tutti i problemi e scherzetto di confessare la disoccupazione (anzi, il “sottoutilizzo”) di oltre l’11% della forza lavoro. Più di un giovane su quattro è inoccupato: esattamente: in un solo mese sono passati dal 25% al 26,4%. Tremonti è d’accordo finalmente con Draghi nel sommare ai disoccupati anche cassintegrati e scoraggiati che manco ci passano al collocamento, ma sostiene che ci sono 400.000 posti di lavoro disponibili non richiesti. Saranno contratti accademici a 500 euri lordi l’anno per sostituire i ricercatori indisponibili? Sversatori nelle cave vesuviane? Veline per le feste ad Arcore? Meno male che c’è gente di buon cuore che si fa carico perfino delle minorenni marocchine sbandate, poi dicono che c’è razzismo e sessismo. Purtroppo ogni volta che spunta una minorenne vengono fuori anche le discariche e stavolta il miracolo di ripulire Napoli e dintorni è naufragato come la ricostruzione dell’Aquila: Berlusconi ha evitato perfino il collegamento telefonico con Terzigno e Bertolaso, dopo una rapida e inconcludente comparsata, si è sfogato in battute anti-meridionali che ricordano l’infelice incursione anticlintoniana ad Haiti e le sghignazzate dei suoi compari di cricca alla notizia del terremoto abruzzese.
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