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Il problema dei diritti fondamentali negli Stati Uniti (e non solo)
di Paolo Arigotti
Fabrizio De André, in uno dei suoi pezzi più celebri[1], cantava “Si sa che la gente dà buoni consigli, Sentendosi come Gesù nel tempio, Si sa che la gente dà buoni consigli, Se non può più dare cattivo esempio”.
Se applicassimo lo stesso principio ai rapporti internazionali, allora emergerebbe come in diversi stati, di ieri e di oggi, specialmente tra quelli che si ergono a difensori dei diritti umani – contemplati nella dichiarazione del 10 dicembre 1948, uno dei primi documenti approvati dall’Assemblea generale dell’ONU[2] - magari utilizzando tale scudo per giustificare una serie di azioni discutibili, esistono una serie di problemi di non poco conto: un qualcosa che potremmo facilmente inquadrare in quei “buoni esempi” di cui parlava il famoso cantautore genovese.
In effetti, gli Stati Uniti d’America detengono una serie di poco invidiabili primati sul fronte dei diritti umani.
Se molto si potrebbe dire, ed è stato detto, sulle guerre illegali (secondo lo statuto delle Nazioni Unite) condotte in giro per il mondo[3], magari in nome della presunta “esportazione della democrazia”, oggi preferiamo soffermarci sul versante interno.
Prima di spostare la nostra attenzione sulla realtà degli States, ci sembra importante ricordare come da più parti sul banco degli imputati vengano messe le enormi spese militari, che così tanto incidono sul debito americano, dovute non solo alle operazioni belliche tout court, ma anche al mantenimento di un colossale apparato – composto di basi, installazioni e forze dislocate nei quattro angoli del pianeta – che sottraggono non poche risorse alla cittadinanza.
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Cosa è andato storto nel capitalismo?
di Michael Roberts
Ruchir Sharma ha pubblicato un libro dal titolo What went wrong with capitalism? [Cosa è andato storto nel capitalismo?]. Ruchir Sharma è un investitore, gestore di fondi, autore ed editorialista del Financial Times. È a capo delle attività internazionali di Rockefeller Capital Management ed è stato investitore nei mercati emergenti presso Morgan Stanley Investment Management.
Con queste credenziali, di essere “organico alla bestia” o addirittura “una delle bestie”, dovrebbe conoscere la risposta alla sua domanda. In una recensione del suo libro sul Financial Times, Sharma delinea la sua argomentazione. In primo luogo, ci dice: «mi preoccupa la posizione degli Stati Uniti alla guida del mondo. La fiducia nel capitalismo americano, costruito su un governo limitato, che lascia spazio alla libertà e all'iniziativa individuale, è crollata». Egli osserva che ora, la maggior parte degli americani non si aspetta di «stare meglio tra cinque anni» – un minimo storico da quando l'Edelman Trust Barometer ha posto questa domanda per la prima volta, più di due decenni fa. Quattro americani su cinque dubitano che la vita per la generazione dei loro figli sarà migliore di quanto lo sia stata per loro. Secondo gli ultimi sondaggi Pew, la fiducia nel capitalismo è diminuita tra tutti gli americani, in particolare tra i democratici e i giovani. Infatti, tra i democratici sotto i trent’anni, il 58% ha ora un'«impressione positiva» del socialismo; solo il 29% dice la stessa cosa del capitalismo.
Questa è una brutta notizia per Sharma, forte sostenitore del capitalismo. Cosa è andato storto? Secondo Sharma, è l'ascesa del big government[1], del potere monopolistico e del denaro facile per salvare le imprese più grandi. Ciò ha portato alla stagnazione, alla bassa crescita della produttività e all'aumento delle disuguaglianze.
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Indisciplinabili dal fordismo
Hobos, wobblies e i limiti di Gramsci
di Fabrizio Denunzio
Fabrizio Denunzio riflette su come leggere Gramsci oggi, interrogando le positività e le criticità di Americanismo e fordismo e provando a illuminare i processi di formazione di soggettività che, dentro e fuori il fordismo, non si sono lasciate disciplinare dalla logica della produzione tayloristica e che, nella sostanza, lasciano intravedere forme di vita, di lotta e di sindacalismo non riconducibili a quelle che si sono affermate nel movimento operaio europeo tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo
Come leggere Gramsci oggi
In almeno due importanti lavori usciti di recente, a poca distanza l’uno dall’altro, Pasquale Serra ci invita a leggere Gramsci in modo molto diverso da quanto lo si sia fatto negli ultimi decenni, ossia da quando il furore filologico degli esperti – credo databile dagli inizi degli anni Novanta del Novecento e identificabile sempre presuntivamente, visto che l’autore non cita mai esplicitamente gli artefici di questa svolta, con Gianni Francioni e il suo progetto di una nuova edizione nazionale dei Quaderni del carcere – ha preso il sopravvento sul modo abituale con il quale in Italia, tra gli anni Cinquanta e i Settanta del XX secolo, si era solito leggere il pensatore sardo, cioè non allontanandolo mai dall’attualità politico-sociale del paese e da tutti i più scottanti problemi che lo assillavano: dal lavoro in fabbrica all’emigrazione, dal fascismo alla questione meridionale, e così via.
Con la conquista dell’egemonia interpretativa da parte delle ermeneutiche filologiche, il gramscismo italiano si è ridotto a una sapiente quanto ferrea macchina di citazioni avendo oramai abbandonato ogni pretesa analitica della realtà contemporanea. Questo passaggio ha determinato una forma di produzione intellettuale altamente «spoliticizzata» quanto sterilmente «speculativa» (Serra 2019, p. 67), meglio, allora, molto meglio, riprendere la lezione degli argentini per i quali il «loro Gramsci» non ha mai smesso di reagire con le questioni fondamentali del loro tempo, il peronismo prima fra tutte: da qui la decisione di Serra di curare l’edizione italiana del saggio di Horacio Gonzáles Il nostro Gramsci, dalla quale sono ricavabili le precedenti argomentazioni polemiche[1]. Che non sono destinate a finire.
Nel secondo dei due lavori a cui ho appena fatto riferimento, Serra rilancia la polemica, purtroppo lasciando anche questa volta nell’anonimato i suoi bersagli, ma non avrei difficoltà a riconoscervi, come esempi illustrativi, i lavori di un Giuseppe Cospito (2004, pp. 74-92) o di un Fabio Frosini (2004, pp- 93-11).
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Covid, l’ultima parola
di Paolo Di Marco
Premessa
Con un articolo sul NYTimes del 4 Giugno della biologa molecolare Alina Chan abbiamo finalmente e pubblicamente tutti gli elementi necessari a dire l’ultima parola sulla pandemia.
Dato che si presenta come un giallo colla classica lenta raccolta di indizi, la formulazione di ipotesi e i colpi di scena, per non dimenticare tutti i possibili depistaggi, ne seguiremo lo svolgimento lungo le tappe essenziali.
Le informazioni fondamentali sono riassunte in una sequenza di articoli, partendo dal Wall Street Journal poi da quello seminale di Wade sul Bulletin of the Atomic Scientists del 5/5/2021, passando all’intervento su Nature del Giugno ’20 con un articolo a primo firmatario Daszak, poi all’articolo sul Times di Tufekci del ‘22, poi quello di Wallace del ‘22 e infine questo di Chan.
A questo vanno aggiunti i dati sulla mortalità da pandemia raccolti sul Bulletin of the Atomic Scientists così come gli ultimi studi su Nature a altri giornali scientifici sui danni collaterali dei vaccini.
1- le origini: Wuhan
A Wuhan, epicentro della pandemia, c’è il grande laboratorio per la ricerca sui virus, WIV; dato che il virus più simile al COVID (96%) proviene dai pipistrelli, e la cava di pipistrelli più vicina (da cui proviene il simile) è a centinaia di km di distanza, qualcuno sospetta subito che l’origine dell’epidemia sia un incidente di laboratorio.
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Il fattore Malvinas
di Pietro Terzan
Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli: Terza guerra mondiale? Il fattore Malvinas, ed. LAntiDiplomatico, 2024
«Il fattore Malvinas prevede l’incombere di una gravissima crisi economico-sociale all’interno degli Stati Uniti, collegata a un’evidente inefficacia nel contrastarla persino da parte della rete di protezione offerta dallo Stato e dalla parastatale Federal Reserve, che conduca come sua (evitabile) conseguenza alla vittoria dell’ala più oltranzista e reazionaria dell’imperialismo americano con il suo mantra: “Non abbiamo più niente da perdere. Meglio tentare di vincere ad Armageddon che avere le masse in rivolta armata a Los Angeles, Washington e in giro per tutto il Paese”. O tutto, o niente».1
Il parallelismo storico con le scelte della dittatura militare argentina che nel 1982, con la società in piena catastrofe economica e con il popolo sfinito pronto a rivoltarsi, preferì sfidare una potenza atomica, occupando le isole Malvinas sotto il controllo coloniale britannico dal 1833, piuttosto che essere colpita da un violento cambiamento interno, risulta brillante e fertile di ragionamenti. Facciamo però prima un passo indietro. Sta per scoppiare la Terza Guerra Mondiale? Si combatte ormai da qualche anno una guerra mondiale ibrida e a pezzi? Siamo già nella Quarta guerra mondiale, contando così nell’elenco la Guerra fredda? Come possiamo comprendere “i misteri della politica internazionale”? Sicuramente l’ultimo libro di Burgio, Leoni e Sidoli ci riempie la testa di spunti.
«I grandi stati, ricorda Mearsheimer, non sono né buoni né cattivi, non perseguono la virtù ma l’egemonia, non si conformano alle tavole della legge morale ma alle dure regole della sopravvivenza. Per muoversi nella giungla delle relazioni internazionali occorre aggrapparsi ad alcuni assunti fondamentali. Occorre ricordare che la società internazionale è anarchica; che le grandi potenze dispongono di una considerevole forza militare e sono quindi, nei loro reciproci rapporti, potenzialmente pericolose; che nessuno stato può essere certo delle intenzioni degli altri; che la principale preoccupazione di ogni stato è la sopravvivenza; che i comportamenti dei singoli stati sono tuttavia razionali e quindi attenti a calcolare, per quanto possibile, le relazioni altrui».2
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Una cosiddetta “conferenza per la pace”, e il suo fallimento
di Gianmarco Pisa
A metà tra un’iniziativa politica di parte e un’operazione internazionale di offensiva mediatica, il vertice di Bürgenstock, un vero e proprio caso di “peacewashing”, si è concluso con un totale fallimento.
Si è conclusa con un clamoroso fallimento la cosiddetta “conferenza per la pace” in Ucraina, svolta presso il resort di Bürgenstock, in Svizzera, tra il 15 e il 16 giugno scorsi, e organizzata dalla Confederazione Elvetica, raccogliendo, in questo sforzo politico, la richiesta dell’Ucraina, che aveva avanzato una proposta contenente l’indicazione di un format di discussione decisamente “singolare”: una conferenza internazionale, sulle questioni della pace e del superamento della guerra nel Paese, sostanzialmente collegata alle iniziative del mondo occidentale e dei Paesi Nato nel supporto allo sforzo bellico del governo di Kiev, e che, sin dalla sua premessa, non prevedesse la partecipazione della “controparte”, vale a dire la Federazione russa. Come indica la piattaforma di questa iniziativa politica, pubblicata sul sito del Ministero degli Esteri della Confederazione, infatti, “il summit si baserà sulle discussioni che hanno avuto luogo negli ultimi mesi, in particolare sulla “formula di pace” ucraina e su altre proposte di pace basate sulla Carta delle Nazioni Unite. L’obiettivo del summit è quello di ispirare un futuro processo di pace. Per raggiungere questo obiettivo, il summit intende a) fornire una piattaforma per il dialogo sul percorso per raggiungere una pace globale, giusta e duratura per l’Ucraina basata sul diritto internazionale e sulla Carta delle Nazioni Unite; b) promuovere una comune intesa per un possibile quadro per raggiungere questo obiettivo; c) definire congiuntamente una tabella di marcia su come coinvolgere entrambe le parti in un futuro processo di pace”.
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Luciano Canfora. Uno storico "sovversivo"
Per una lettura tendenziosa del "Dizionario politico minimo"
di Carlo Formenti
Premessa
Luciano Canfora: Dizionario Politico Minimo, a cura di Antonio Di Siena, Fazi, 2024
Il dizionario politico è un genere che l’editoria specializzata in Scienze Sociali ha proposto con una certa frequenza negli ultimi decenni, un fenomeno che può essere interpretato anche come reazione all’horror vacui generato dalla progressiva rimozione della politica - intesa come prassi orientata a cambiare lo stato presente delle cose - dall’orizzonte della realtà postmoderna, a mano a mano che viene surclassata da altre sfere dell’agire umano, a partire all’economia. Si tratta di un genere che non amo particolarmente, perché praticato perlopiù da accademici – filosofi, sociologi e politologi – che tendono a neutralizzare il carattere antagonistico del politico, “inscatolandolo” in lemmi infarciti di categorie astratte e trans-storiche (se non anti-storiche).
Ciò premesso, per i tipi di Fazi è appena uscito il “Dizionario politico minimo” di Luciano Canfora (a cura di Antonio Di Siena) (1), che ho invece decisamente apprezzato: in primo luogo, perché non si tratta di un “vero” dizionario, nel senso che il curatore, come spiega nella Introduzione, ha realizzato una lunga intervista a Luciano Canfora, articolandola su una cinquantina di parole chiave che, più che vere e proprie voci, sono “stazioni” di un percorso attraverso l’attualità storico-politica (2); in secondo luogo perché lo sguardo di Canfora, in quanto storico, si concentra sui fatti invece di perdersi in disquisizioni astratte; infine perché, grazie al lavoro del curatore (che pure attribuisce il merito alla chiarezza espositiva dell’intervistato), il testo risulta scorrevole e di gradevole lettura e - grazie anche alla lunghezza contenuta - si divora in poche ore.
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Dall’indignazione all’azione
di Davide Sali
«La base psicologica su cui si erge il tipo delle individualità metropolitane è l’intensificazione della vita nervosa, che è prodotta dal rapido e ininterrotto avvicendarsi di impressioni esteriori e interiori.»
«Quella rapida successione e quella fitta concentrazione di stimoli nervosi contraddittori […] sollecita costantemente i nervi a reazioni così forti che questi alla fine smettono di reagire.»
G. Simmel, La metropoli e la vita dello spirito
Quante volte capita di sentire, all’interno del soverchiante flusso di informazioni a cui siamo impietosamente sottoposti tutti i giorni, frasi come “le immagini della guerra indignano”, “è opportuno condannare con fermezza le infelici uscite del tal ministro”, “si deve stigmatizzare senza ambiguità il terribile episodio” o, infine, l’immortale “è polemica!”. Queste espressioni si trovano nel linguaggio giornalistico quando si deve riportare brevemente una vasta reazione dell’opinione pubblica, per esempio legata al clamore scaturito da certi fatti. Ma si trovano altresì nel linguaggio istituzionale: sono cioè gli stessi politici o personalità pubbliche che le utilizzano direttamente al di là della mediazione giornalistica. Questo fatto, lungi dal rappresentare un semplice vizio di forma volto magari a rendere fruibile brevemente un pensiero complesso, è sintomatico dell’atteggiamento prevalente con cui si affrontano tematiche di attualità e non nasconde nessun pensiero complesso: è, al contrario, tutto il pensiero. Ciò significa che oltre la presa di posizione, la condanna a parole, la stigmatizzazione estemporanea non c’è nient’altro. A titolo d’esempio, cos’è la richiesta ripetitiva e pedante del PD affinché l’attuale esecutivo “condanni” esplicitamente il fascismo se non una genuina espressione del loro modo di pensare e una effettiva indicazione dell’unica differenza che li separa da FdI?
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La guerra inevitabile
di Enrico Tomaselli
A volte, non c’è davvero alcuna ragionevolezza, nelle scelte fatte dai leader. Ovviamente molto dipende dal contesto, e dal pensiero politico-ideologico cui fanno riferimento; un caso di scuola è quello di Adolf Hitler, che dagli anni del putsch di Monaco alla vigilia dell’Operazione Barbarossa mostrò sempre una grande lucidità politica e strategica, per poi finire via via preda di un vero e proprio delirio psicotico.
Qualcosa del genere sta purtroppo accadendo ancora una volta e, paradossalmente, stavolta il ruolo è ricoperto dal leader israeliano Netanyahu.
Quantomeno a partire dal 7 ottobre 2023, le sue capacità di leadership – da politico di lungo corso – si sono progressivamente affievolite, e appare sempre più governato dagli eventi, piuttosto che colui che li governa.
In questo continuo avvitamento, nel quale ovviamente trascina con sé un paese che – peraltro – al di là dei suoi errori, largamente si identifica col suo pensiero di fondo, ogni giorno viene fatto un passo in più verso una nuova guerra, forse più rapida di quella ucraina, ma di sicuro molto più feroce, e molto più destabilizzante.
In un certo senso, Israele sembra condannato alla coazione a ripetere.
Ovviamente, al di là della personalità di Netanyahu, c’è un problema di fondo, che va ben oltre lui e il suo governo, ed è l’ideologia sionista. Non è questa la sede per analizzarla, e sviscerarne le enormi contraddizioni che la caratterizzano, ma non si può non farne menzione poiché è su di essa che si fonda – letteralmente e in ogni senso – lo stato israeliano. Questo imprinting fondativo non può pertanto essere rimosso, e si riflette nelle scelte operate dalle varie leadership israeliane, dal ‘48 a oggi. Israele, semplicemente, non può cessare di essere ciò che è, non può diventare altro da sé.
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Cacciare Macron!
di Leonardo Mazzei
Verso un “Libano senza sole”?
A una settimana dalle elezioni europee le onde sismiche del tracollo macroniano continuano a propagarsi nella politica francese. Sarà così almeno fino al 7 luglio, data del ballottaggio. Ma forse anche dopo, se si realizzerà lo scenario previsto dall’ex ministro del lavoro Olivier Dussopt (quello della controriforma delle pensioni), che ha descritto la futura situazione istituzionale in Francia come “un Libano senza sole”. Un quadro un po’ desolante per l’improbabile Napoleone del XXI secolo. Ed è interessante che colui che da mesi scalpita per lanciare le sue truppe verso il fronte ucraino, debba adesso combattere una battaglia interna che potrebbe vederlo alla fine cadere di sella. Potenza della guerra e della vertigine del potere!
Questa cartolina che ci arriva da Parigi, oltretutto se affiancata a quella proveniente da Berlino, ci parla in effetti di una cosa sola. Il vero vincitore delle elezioni europee è un signore che risiede a Mosca e che non era candidato per alcun seggio a Strasburgo: Vladimir Putin. I capoccioni dell’escalation euroatlantica sono usciti scornati dalle urne, questo è il fatto. Nulla di definitivo, ovviamente, riguardo al futuro ruolo dei paesi Ue nella guerra. Ma di certo una sberla dalle conseguenze imprevedibili. E gli sviluppi da seguire maggiormente nelle prossime settimane saranno proprio quelli francesi.
Tre le questioni fondamentali: chi vincerà le elezioni legislative del 30 giugno – 7 luglio? Potrà uscirne un governo stabile? Macron potrà restare davvero all’Eliseo dopo le elezioni? Per provare a rispondere a queste tre domande è necessario comprendere come si sta ridisegnando il quadro delle alleanze e dei programmi elettorali in questa brevissima campagna elettorale. Tutto questo alla luce del particolare sistema elettorale del Paese transalpino.
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Il martello di Maslow
di Salvatore Minolfi
Qual è il bilancio dell'unipolarismo USA? Per il Watson Institute oltre novecentomila vittime, costi finanziari in trilioni e neanche l’apparenza di un ordine politico. A mancare non è stata la forza, ma la politica: una visione, un progetto
Con la guerra in Ucraina, il conflitto in Palestina e l’allerta su Taiwan, i tre più importanti tra i comandi strategici americani, attraverso i quali si dispiega operativamente il globalismo a stelle e strisce (Eucom, Centcom, Indopacom), risultano, per la prima volta, simultaneamente ingaggiati. Basterebbe questa osservazione a riconoscere il carattere generale e sistemico della crisi, la sua potenziale radicalità e la sua apparente refrattarietà a qualsiasi trattamento politico.
Introducendo un fascicolo di “Limes” interamente dedicato all’assenza di “fine” (il fine-la fine) delle guerre e delle crisi in cui sono coinvolti oggi gli Stati Uniti, direttamente o indirettamente, Lucio Caracciolo spaziava tra una spiegazione antropologica (la guerra, clausewitzianamente, non ha in se stessa un limite), una culturale (il limite è un elemento costitutivamente estraneo all’american way of life) e una di natura storico-politica (al declino dell’egemonia americana non si associa l’emergere di una tangibile alternativa). A questi spunti di analisi, sicuramente stimolanti, sarebbe utile associarne uno che indaghi più direttamente i caratteri distintivi dell’ordine americano ora in discussione. Da questa prospettiva si potrebbe valutare in che misura la moltiplicazione dei conflitti, il divorzio tra mezzi e fini, l’apparente eclissi della politica e, in ultimo, il ritorno dell’immagine di un nemico a tutto tondo, siano un portato della qualità stessa, della speciale conformazione che l’ordine americano ha assunto da più di un trentennio, con la sua agenda, le sue formule, la sua prassi, le sue istituzioni.
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Si intravede
di Alessandro Visalli
Comincia ad affacciarsi uno schema[1]. Il lungo ciclo, più che trentennale, nel quale in modo sostanzialmente sincrono con l’accelerazione del mondo unipolare negli anni Novanta e poi zero, intorno ad eventi altamente spettacolarizzati come il Protocollo di Kyoto (1997) e le successive COP, nel contesto delle denunce sempre più forti del IPPC circa l’incipiente cambiamento climatico, l’insorgenza della portante emozionale della lotta per un mondo più pulito ed equilibrato sembra essere sempre più sfidata da quella per un mondo più ‘democratico’, ovvero controllato dai Giusti. Si tratta, ovviamente, di due mobilitazioni dell’ansia, nelle quali la struttura è la medesima: il normale corso del mondo è minacciato da una crisi, da un avversario, che mette a repentaglio tutto, bisogna produrre una mobilitazione straordinaria prima che sia troppo tardi. Nessuno può volere altrimenti. Sembra, insomma, quasi che sia necessario un asse di orientamento per tenere in piedi il mondo nell’epoca del tramonto di tutti valori. Che una trascendenza si debba ogni volta imporre per colmare il vuoto nel quale cade, e da tempo, l’Occidente.
Perché serve un nuovo schema? Cercandone le radici bisogna riferirsi al movimento di fondo del nostro tempo: il tramonto dell’egemonia tecnica, economica e politico-militare dell'Occidente[2]. Questo movimento, di portata storica, che arriva a conclusione di un ciclo di mezzo millennio, ha infatti conseguenze in ogni direzione, e talvolta inattese. Di una conseguenza inattesa vogliamo ora parlare, ma prima bisogna focalizzare qualche sfondo.
Una delle dimensioni della sconfitta (o del fallimento) è in direzione della pretesa, nutrita appunto da cinque secoli, di guidare la modernizzazione e le sue costanti transizioni.
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Qualcosa di nuovo sul Fronte Occidentale
di Gianandrea Gaiani
Tre eventi internazionali in pochi giorni – Il G7 in Puglia, la Conferenza di pace in Svizzera e il summit dei ministri della Difesa della NATO a Bruxelles – hanno messo in luce la debolezza dell’Occidente, le sue crescenti quanto malcelate divisioni, la dissociazione dalla realtà di parte dei suoi leader ma anche qualche sprazzo di concreto realismo.
Un contesto di debolezza generalizzata, forse senza precedenti, di quasi tutti i leader delle potenze euro-atlantiche (in scadenza o dimissionari o in profonda crisi di consensi) che ha visto emergere l’Italia, padrona di casa del G7, per la stabilità del suo esecutivo, l’unico tra quelli delle grandi nazioni europee a essere uscito rafforzato dal voto dell‘8 e 9 giugno anche in virtù della posizione moderata e realistica assunta nelle ultime vicende che hanno riguardato il conflitto ucraino.
Instabilità crescente
Nonostante il tentativo di alcuni di presentare l’Italia “isolata” dagli alleati per il no secco all’impiego delle nostre armi fornite a Kiev contro obiettivi in territorio russo, a uscire isolati (dal proprio elettorato) sono stati proprio i governi più “bellicosi”. Pochi giorni dopo aver promesso di inviare in Ucraina aerei Mirage e truppe francesi Emmanuel Macron ha subito una sconfitta senza appello che lo ha costretto a indire nuove elezioni in Francia a fine giugno mentre il governo tedesco ha raggiunto l’apice della sua debolezza, con la SPD del cancelliere Olaf Scholz scavalcata persino da AfD.
Fuori dalla UE anche la crisi del governo conservatore britannico sembra pagare il prezzo del conflitto in Ucraina e delle sue conseguenze economiche e sociali: il premier Rishi Sunak ha indetto elezioni per il 4 luglio e sembra voler fare di tutto per farle vincere al Partito Laburista considerato che ha promesso, in caso di vittoria, il ripristino della leva militare obbligatoria.
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Tradurre o tradire?
Il compito del traduttore secondo Walter Benjamin
di Afshin Kaveh
La recente edizione critica del breve testo di Walter Benjamin intitolato Die Aufgabe des Übersetzers, ovvero Il compito del traduttore (Mimesis, 2023, pp. 174, 14 euro) curato nella nuova traduzione italiana di Maria Teresa Costa con tanto di testo tedesco a fronte, permette di immergersi, con rinnovate possibilità rispetto alla vecchia edizione nella traduzione di Solmi, all’interno della ricchezza di uno degli scritti più stimolanti del filosofo tedesco. Composto ormai cent’anni fa, tra il 1921 e il 1923, fu pensato come introduzione alla traduzione che lo stesso Benjamin fece dal francese al tedesco dei Tableaux parisiens di Charles Baudelaire.
Il compito che Benjamin si diede, come da titolo, era quello di scandagliare il processo che permea la traduzione di un testo da una lingua a un’altra, mettendo però in discussione l’idea della traduzione come mero processo immobile che si limita al passaggio da un testo di partenza, privilegiandolo o meno rispetto alla diversa lingua in cui verrà poi tradotto, a uno di arrivo, arricchendolo o meno rispetto alla composizione della lingua originale. Contrapponendosi e anzi allontanandosi ferocemente dallo scontro dei diversi approcci tradizionali di traduzione, ovvero tra chi innalza la fedeltà contro la libertà e chi, viceversa, la libertà contro la fedeltà, le riflessioni di Benjamin si immettono da una parte sulla scia di quelle che saranno negli anni a seguire le sue teorizzazioni estetiche, in particolare de Il dramma barocco tedesco e di parte de L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, così come del suo successivo confronto coi problemi filosofici hegelo-marxiani nelle Tesi di filosofia della storia, tanto da anteporre spesso il compito del «traduttore» a quello del «filosofo» e, come vedremo, ponendo quasi il problema della traduzione come fosse un problema della «filosofia della storia».
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Sergio Bologna e il lavoro autonomo di seconda generazione
Una lente per indagare il postfordismo
di Collettivo Le Gauche
1. Introduzione
L’operaismo si sviluppa in un contesto in cui era credenza comune l’idea che non ci fossero alternative alla grande fabbrica fordista dove migliaia di lavoratori svolgevano le loro mansioni ripetitive mentre le macchine erano adibite a quelle più complesse. A ciò si affiancava il consumo di massa, altro elemento chiave di questa fase del capitalismo. Per gli operaisti la fabbrica era il terreno fertile della lotta di classe dove inchiodare i padroni e costruire uno spazio libero dall’oppressione capitalista. Lo stesso fordismo, con la sua organizzazione del lavoro, produceva il soggetto rivoluzionario, l’operaio-massa, che era un salariato con una parte fissa, di base, una variabile, fornita dall’aumento della produttività del lavoro e dal welfare. Il fordismo, inoltre, non era confinato alla fabbrica ma si era esteso a tutta la città, per esempio nella mobilità urbana o nella regolazione degli orari dei negozi. L’operaismo era l’immagine rovesciata del fordismo e con l’avvento del postfordismo doveva lentamente sparire. Invece gli intellettuali che si rifacevano all’operaismo hanno provato ad aggiornare la teoria a partire dalla nuova situazione, questo perché gli operaisti non hanno mai sottovalutato i padroni. Alla retorica populista hanno sempre preferito scandagliare in profondità la realtà. Questo è facilmente rilevabile nell’attenzione posta al tema della tecnologia. Essa è intesa da Panzieri, uno dei padri nobili di questa lettura del marxismo, come lavoro incorporato che libera il lavoratore dalla fatica ma allo stesso tempo impone un controllo ancora più rigido sulla forza lavoro. La tecnologia plasma la forza lavoro determinando la sua composizione tecnica che si traduce in una specifica mentalità, cultura o agire politico.
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Che cosa è successo?
di Aligi Taschera
Negli ultimi quattro anni, a partire dal gennaio del 2020, è successo di tutto.
A partire dalla città cinese di Wuhan (pare) si è diffusa una forma relativamente grave di influenza, dovuta a un coronavirus (poi denominato Sars-Cov2); tale forma influenzale aveva in Italia un grado di letalità (rapporto tra il numero delle infezioni e il numero dei morti) non trascurabile, pur se concentrata soprattutto nella fascia di età maggiore di sessant’anni, con una media di 79 anni, e una mediana di 81 (il che significa che la maggioranza dei casi letali si addensava attorno agli 81 anni, cioè non molto al di sotto della speranza di vita media).
L’Organizzazione Mondiale della Sanità, in seguito a 4.129 decessi nel mondo intero, dichiarava all’inizio di marzo 2020 la pandemia.
La Cina, prima ancora che fossero chiariti i meccanismi di trasmissione e l’eziopatogenesi dei casi mortali, pensava bene di chiudere in casa gli abitanti della città di Wuhan, per impedire il diffondersi della cosiddetta pandemia, che, però, giungeva nel frattempo in Italia.
Qui il governo Conte II (alleanza 5Stelle – PD), con il suo ministro della salute Roberto Speranza, agli inizi di marzo pensava bene superare di gran lunga la Cina (normalmente esecrata come esempio inaccettabile di dittatura totalitaria) e, invece di chiudere in casa un’intera città (per quanto abitata da 11.000.000 di abitanti) ha chiuso in casa un’intera nazione di circa 60.000.000. di abitanti (l’Italia).
Gli altri paesi europei, e quasi tutti i paesi del mondo, finivano per imitare l’Italia, anche se spesso con provvedimenti un pochettino meno drastici.
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I fronti popolari che servono alla guerra della NATO
di Nico Maccentelli
Ci ho pensato molto a pubblicare questo mio contributo, perché so che quanto sta per accadere in Italia, in Francia, un po’ in tutta Europa, come conseguenza delle elezioni europee, vedrà coinvolti il fior fiore di compagni, antifascisti sinceri, che a causa di gruppi dirigenti miopi se non peggio, finiranno nella tonnara preparata ad arte da chi lavora ormai da decenni su “rivoluzioni colorate”, sussunzione di tematiche storicamente proprie di una sinistra dei diritti, con il tridente fondazioni, ong e servizi di intelligence. Non è dietrologia: certe operazioni politiche non nascono per caso. Ma procediamo con ordine.
C’è un articolo su Contropiano di Giacomo Marchetti che è stato ripreso su Sinistra in Rete qui e che rivela gli errori di analisi e quindi di azione politica di buona parte della sinistra di classe a partire proprio dall’area di Potere al Popolo – USB – Rete dei Comunisti.
Il Marchetti fa due operazioni: licenzia come positiva la nascita di un fronte popolare in Francia contro la “peste nera”, sviscerando tutta la panoplia di riforme di questa coalizione: dal salario minimo all’abolizione della legge sulle pensioni e quella sui carburanti fatte da Macron. La seconda operazione è quella di accostare anacronisticamente questo FP ai fronti popolari degli anni ’30.
La mia risposta fatta a commento su di questo articolo del Marchetti è questa:
«È un’analisi completamente scazzata. Il programma sociale è un fuffa, soprattutto agli albori della guerra continentale che è il vero obiettivo delle élite atlantiste e dell’imperialismo che lo vanificherebbe automaticamente.
Questo è il programma di questo “fronte popolare”.
Il vero passaggio politico di questo programma e che interessa e va nella direzione dei poteri atlantisti è questo:
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La Nuova via della seta e la narrazione sulla trappola del debito che la circonda
di Pompeo Della Posta
Pompeo Della Posta, dopo avere ricordato che la Nuova Via della Seta (NVS) trova origine in primo luogo nella necessità di collegare le aree occidentali della Cina con l’Europa attraverso l’Asia Centrale, illustra le ragioni per le quali ritiene infondata la narrazione della NVS secondo cui la Cina creerebbe trappole del debito per acquisire gli asset strutturali finanziati e mette in guardia dal bias che le tensioni geopolitiche fra Stati Uniti e Cina possono introdurre nella valutazione della NVS
La Nuova Via della Seta (NVS), lanciata nel 2013, vede la partecipazione di 154 dei 193 paesi membri delle Nazioni Unite e ha comportato nei suoi primi 10 anni di vita investimenti complessivi per circa 1.000 miliardi di dollari.
Per comprendere le ragioni che hanno condotto alla sua creazione, dobbiamo considerare innanzitutto la politica del ‘Go West, avviata nel 2000 per favorire lo sviluppo delle province occidentali della Cina. Tale sviluppo è possibile solo collegando queste ultime alle regioni landlocked dell’Asia centrale, che separano la Cina dall’Europa. In questo modo, le regioni landlocked diventerebbero land linked.
Peraltro, il fabbisogno di infrastrutture per i Paesi meno sviluppati e in via di sviluppo è certificato dalle banche regionali dei continenti asiatico, africano e latino-americano. La Banca asiatica di sviluppo stima per gli anni 2016-2030 un fabbisogno di 260 miliardi di dollari per colmare il suo gap infrastrutturale, quella africana stima un fabbisogno infrastrutturale compreso tra 130 e 170 miliardi di dollari all’anno (e un gap di finanziamento di 67,6-107,5 miliardi di dollari all’anno) e la Banca interamericana di sviluppo stima un deficit infrastrutturale di 150 miliardi di dollari per anno.
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La Palestina in testa
di Donato Caporalini
La Palestina è una Storia che ritorna, un passato che non passa. L’ultimo esempio di colonialismo di insediamento, pulizia etnica e apartheid su vasta scala. Nessuno di noi sarà davvero libero finché non faremo davvero i conti con il colonialismo e il razzismo
C’è rabbia. C’è dolore. Chi legge Ernesto Galli della Loggia sulla prima del Corriere lo capisce subito che l’uomo ci soffre. Poveretto! Ancora una volta i suoi occhi vedono una masnada di barbari, venuti chissà da dove, deturpare il volto bello della civiltà liberale. Gente orribile. Ignoranti. Al cui confronto i contestatori del 68 meritano un sentimento di nostalgico rimpianto: quelli almeno avevano letto Marcuse! E anche se si ispiravano a Lenin, e perfino a Stalin, con loro ci si poteva intendere. Oggi invece… Eh, che tempi!
Ma la colpa è di chi le alleva queste capre ignoranti. Che osano rinfacciare a Israele e all’Occidente liberale la giusta punizione che stanno infliggendo ai palestinesi. Che mordono la mano che li cresce. Ingrati. E suicidi. Perché quello che in realtà cercano con le manifestazioni e le occupazioni dei campus universitari è nientemeno che la distruzione dell’Origine. La rimozione del Padre. La negazione dell’ascendenza su cui si fonda tutto l’Occidente. Altro che protestare per i crimini di guerra e la violazione dei diritti umani! Tutte scuse. Questi sono i nostri Nemici peggiori. I Nemici dei nostri Valori, delle nostre Radici. Quelli che rinnegano la nostra Tradizione, la nostra Storia!
La Storia del vincitore
Diciamolo: come sono patetici e noiosi i conservatori. Sempre lì a fare le vittime. Sempre a lamentarsi della corruzione dei costumi, della mancanza di Autorità. Sempre a pronosticare sfracelli. E a costruire Nemici interni, alleati del Nemico esterno di turno. Lo fanno ogni volta che la società si divide. Ogni volta che sorge un conflitto. Un conflitto vero. Uno di quelli che possono davvero cambiare la realtà. In meglio o in peggio, certo. Ma cambiarla.
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Scontro Russia-Occidente: scenari di escalation
di Roberto Iannuzzi
Una “exit strategy” dallo scacchiere ucraino sarebbe preferibile all’attuale conflitto potenzialmente in grado di sfociare in uno scontro nucleare. E poi c’è l’incognita mediorientale
Il mondo si sta avvicinando a un bivio molto pericoloso. L’Occidente continua a violare le cosiddette “linee rosse” del conflitto ucraino, che si era in parte autoimposto per scongiurare la possibilità di scivolare in uno scontro diretto con Mosca.
Kiev sta lentamente ma inesorabilmente perdendo la guerra, ed è proprio questa improvvisa presa di coscienza che sta spingendo i paesi occidentali a ignorare i limiti di sicurezza che in precedenza ritenevano di dover rispettare per impedire un allargamento del conflitto.
L’assunto occidentale di partenza era che una guerra Russia-NATO sarebbe rapidamente sfociata in un confronto nucleare. Di fronte all’ineluttabile declino delle capacità di difesa ucraine, i vertici militari e politici, in Europa e oltreoceano, sembrano aver smarrito questa consapevolezza.
Ucraina: le ragioni della sconfitta
Kiev manca di uomini e armi. La nuova campagna di mobilitazione sta registrando scarsi risultati. Gli ucraini non vogliono più combattere, e fanno di tutto per sottrarsi alla coscrizione.
I pochi che vengono arruolati spesso sono inadatti al servizio militare per ragioni di età o di salute, e vengono sommariamente addestrati prima di essere mandati al fronte, spesso semplicemente a morire.
Più in generale, l’Occidente ha perso la sfida della produzione bellica. Si prevede che le fabbriche russe sforneranno quest’anno circa 4,5 milioni di proiettili d’artiglieria, a fronte di una produzione complessiva di USA ed Europa pari a circa 1,3 milioni.
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La questione palestinese oggi e la crisi della sinistra occidentale
Presentazione dell'articolo di Abdaljawad Omar "la questione di Hamas e la sinistra"
di Algamica*
“La sinistra deve affrontare questo fatto fondamentale. Non si può rivendicare solidarietà con la Palestina e respingere, trascurare o escludere Hamas.” – Adbaljawad Omar, 31 maggio 2024 – Mondoweiss.net
Presentiamo un articolo di Abdaljawad Omar, giovane dottorando e docente part-time presso il Dipartimento di Filosofia e studi culturali dell'Università di Birzeit in Cisgiordania, pubblicato da Mondoweiss il 31 maggio scorso.
Non ci nascondiamo che l'argomento chiama in causa l’intero movimento storico della sinistra occidentale in quanto riflesso agente delle necessità di una classe sociale – il proletariato – determinato dalle leggi impersonali dell’accumulazione. Il giovane intellettuale palestinese di West Bank prende spunto da un acceso dibattito che sta avvenendo in maniera sempre più articolata proprio nei paesi dove la mobilitazione a sostegno della Palestina ha dimensioni di massa. Intellettuali della sinistra e organizzazioni della sinistra, chi più e chi meno, rimproverano alle mobilitazioni in occidente di sostenere sì giustamente la resistenza palestinese ma di fatto celebrando il 7 ottobre e l’azione politica di un movimento “socialmente regressivo”, Hamas. In sostanza abbiamo a che fare con una variegata impostazione della sinistra occidentale le cui posizioni possono essere sintetizzate con “la resistenza palestinese, senza se e senza… Hamas”.
Non ci nascondiamo che in questo articolo Omar, così come quelli cui egli riferisce di Jodi Dean e di Andreas Malm e che hanno dato scandalo tra componenti della sinistra radicale occidentale il tema non è limitato a una impostazione politica pratica dell’oggi palestinese, ma ci costringe a prendere il toro per le corna, ossia la relazione della produzione del valore e del colonialismo degli occidentali che ha determinato il movimento di una classe sociale e della sua rappresentazione politica all’interno del moto determinato della storia.
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Due note sulle elezioni europee
di Il Pungolo Rosso
I risultati delle elezioni europee hanno fatto esplodere in Francia una crisi politica latente da lungo tempo, data l’enorme impopolarità di Macron e della sua élite di ricchi tecnocrati repressori e guerraioli, e hanno portato in un vicolo cieco in Germania l’altrettanto impopolare governo Scholz, ma non si può certo sostenere che insieme con l’accoppiata Macron-Scholz è stato battuto “il partito della guerra” alla Russia. Questa tesi, fatta propria anche da alcuni compagni, è stata avanzata per primo, a botta calda, dal presidente della Duma russa Volodin; ed è stata poi ripresa, tra gli altri, da Orban, dal “pacifista” Travaglio e da altri ancora, delusi tuttavia perché in Italia è andata diversamente (vedi i flop del M5S, “pacifista” a tempo scaduto, e del circo-Santoro).
In realtà, proprio in base al responso delle urne, si profila la conferma tanto della von der Leyen, assatanata esponente di punta del cosiddetto “partito della guerra”, quanto della sua maggioranza composta da popolari-socialdemocratici-liberali (eventualmente estesa a FdI e/o ai verdi) che sfidiamo chiunque a considerare contraria alla corsa alla guerra, sia nella formazione ristretta che in quella allargata. Purtroppo va registrato che la “questione guerra”, nonostante l’accelerazione avvenuta negli ultimi mesi, risulta tuttora piuttosto lontana dalla massa degli elettori, perché le sue conseguenze pratiche, a cominciare dall’inflazione e dall’inasprimento delle misure repressive, non sono ancora avvertite per tali, almeno nei paesi più lontani dal fronte ucraino.
Ma procediamo con ordine, partendo dal dato della partecipazione al voto, sospinto sullo sfondo, quasi cancellato, dai partiti vincitori delle elezioni perché ridimensionerebbe di molto la loro vittoria – un dato che va invece considerato nella sua importanza e analizzato.
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Un’altra economia
È proprio vero che non esistono alternative al capitalismo?
di Caterina Orsenigo
La scorsa primavera è uscita una serie televisiva di Scott Z. Burns intitolata Extrapolations. Il titolo rimanda al fatto che in ogni puntata si estrapolavano gli effetti del riscaldamento globale nel prossimo futuro: la prima puntata era ambientata nel 2037, la seconda nel 2046, e così via fino all’ultima, l’ottava, nel 2070. Extrapolations racconta vite, vittime e protagonisti dell’inasprirsi della crisi climatica. Tutto quello che si perde, i sempre meno che si salvano, e che si salvano sempre peggio. Ciò che non cambia mai, nemmeno di fronte ai disastri più disarmanti, è l’approccio ottuso dei gruppi dominanti: accumulo, guadagno e sviluppo perdono senso in maniera via via più plateale, eppure sembra che le loro menti non riescano a uscire da questa prigione ideologica, anche quando è quella stessa mentalità a spingere loro stessi e il mondo intero verso l’autodistruzione.
Del resto proprio l’economia è fra le poche scienze sociali (forse l’unica?) che non sembra più di tanto mettere in discussione i propri assunti. Lo diceva bene Mark Fisher: la necessità dello sviluppo viene percepita come postulato fondamentale e autoevidente, il sistema capitalistico come insostituibile. Ma ora che la fine del (nostro) mondo sembra un’ipotesi meno strampalata rispetto a qualche anno fa, da più parti comincia ad affiorare la necessità di immaginare la fine di questo apparentemente insostituibile capitalismo.
Cominciamo ricordandoci che il capitalismo non è sempre esistito: ancora oggi permangono anfratti del mondo che la sua luce abbagliante non arriva a illuminare. E ci sono idee, o almeno germi di idee, che ogni giorno cercano di farsi strada tra le sue maglie.
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Elezioni europee, cosa cambia?
di Domenico Moro e Fabio Nobile
Per fare una valutazione del risultato della competizione elettorale per il Parlamento europeo, è necessario precisare quali sono le attribuzioni di questo organismo. Il Parlamento europeo ha tre funzioni principali: a) condivide con il Consiglio dell’Unione la funzione legislativa; b) approva o respinge i candidati a componenti della Commissione europea (il governo della Ue); c) Condivide con il Consiglio dell’Unione il potere di bilancio della Ue e può pertanto modificare le spese dell’Ue.
Il problema, quindi, è che il potere è condiviso con altri organismi, che contano di più, come Il Consiglio europeo, il consiglio dell’Unione europea, e soprattutto la Banca centrale europea, che ha una notevole influenza sui governi nazionali, come prova la lettera inviata da Trichet e da Draghi nel 2011 a Berlusconi, che fu costretto a dare le dimissioni da capo dell’esecutivo. Il Consiglio europeo, composto dai capi di governo e di stato della Ue a 27, ha pure molto potere, potendo nominare il Presidente della Commissione, che deve essere approvato dal Parlamento europeo, e definisce gli orientamenti generali dell’Ue. Il Consiglio dell’Unione europea, composto dai ministri dei 27 Paesi Ue competenti per ciascun settore, detiene parecchie competenze, tra cui quelle sulla legislazione, sul bilancio Ue, sulle politiche economiche generali degli Stati membri, sugli accordi internazionali tra la Ue e altri Stati, ecc. Di fatto il potere del Parlamento europeo è inferiore a quello dei normali parlamenti nazionali anche se non può definirsi totalmente ininfluente.
Un altro aspetto da tenere in considerazione è il quadro generale della fase storica che vede la Ue in grave difficoltà economica. La crisi è tutt’altro che passata e da molti anni l’economia continentale perde posizioni a livello internazionale, in termini di quota detenuta sul Pil mondiale, e si trova in difficoltà a competere con le altre due più importanti aree economiche mondiali, la Cina e gli Usa.
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Contro la sinistra neoliberale: il caso Sahra Wagenknecht
Prefazione di Vladimiro Giacché
Sahra Wagenknecht: Contro la sinistra neoliberale, Fazi 2022
“Sinistra” era un tempo sinonimo di ricerca della giustizia e della sicurezza sociale, di resistenza, di rivolta contro la classe medio-alta e di impegno a favore di coloro che non erano nati in una famiglia agiata e dovevano mantenersi con lavori duri e spesso poco stimolanti. Essere di sinistra voleva dire perseguire l’obiettivo di proteggere queste persone dalla povertà, dall’umiliazione e dallo sfruttamento, dischiudere loro possibilità di formazione e di ascesa sociale, rendere loro la vita più facile, più organizzata e pianificabile.
Chi era di sinistra credeva nella capacita della politica di plasmare la società all’interno di uno Stato nazionale democratico e che questo Stato potesse e dovesse correggere gli esiti del mercato. […] Naturalmente ci sono sempre state grandi differenze anche tra i sostenitori della sinistra. […] Ma nel complesso una cosa era chiara: i partiti di sinistra, che fossero socialdemocratici, socialisti o, in molti paesi dell’Europa occidentale, comunisti, non rappresentavano le élite, ma i più svantaggiati.
Credo che i lettori non faranno fatica a condividere questa descrizione proposta da Sahra Wagenknecht nel primo capitolo del suo libro. Questa descrizione è anche il miglior punto di partenza per introdurre quelle che ritengo siano le tesi principali di questo testo, quelle che lo rendono un libro importante e opportunamente scandaloso.
Un tempo la sinistra era questo, in effetti. E oggi? Oggi le cose sono parecchio cambiate. Se un tempo al centro degli interessi di chi si definiva di sinistra vi erano problemi sociali ed economici, oggi non è più cosi.
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